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TRE DOMANDE SULLA PAURA DELL’ “ALTRO”

Le opinioni

La convinzione che il pensiero sia tanto più ricco ed autentico quanto più si matura attraverso un confronto tra opinioni, ci ha spinto ad aprire una nuova rubrica attraverso cui vorremmo avviare un dibattito con i visitatori/lettori di KATCIU-MARTEL su fenomeni e temi di particolare rilievo. La sua struttura è molto semplice: una breve presentazione del tema seguita da alcune domande proposte a titolo di stimolo,

cui invitiamo a rispondere all’indirizzo: travitt@tin.it

fermo restando che queste non vogliono in alcun modo essere vincolanti e che qualsiasi opinione sarà comunque ben accetta anche se si scosta dalle domande proposte – anzi, ci auguriamo che ciò accada spesso. Le risposte ricevute saranno poi pubblicate nel successivo aggiornamento di KM.
Ciascun tema inoltre, più che da un titolo, sarà introdotto da un breve riferimento letterario, una sollecitazione intellettuale, per non legare la nostra riflessione esclusivamente all’oggi, ma per collocarla in un orizzonte, per dir così, più “filosofico”.

Come tema d’inaugurazione abbiamo scelto “la paura dell’altro” che - si potrebbe dire parafrasando Gandhi - è antica come le montagne e oggi sembra cupamente riemergere dalle viscere più tumultuose di una società sbandata; un fenomeno da combattere con ogni forza e che soprattutto ci ammonisce a non abbassare mai la vigilanza contro i mostri dell’anima.

Vita in comune
(1920)

Siamo cinque amici, una volta uscimmo da una casa uno dopo l’altro, il primo uscì e si mise presso la porta, poi venne o meglio scivolò come una pallina di mercurio il secondo e si mise poco lontano dal primo, poi il terzo, poi il quarto, poi il quinto. Alla fine eravamo tutti in fila. La gente si accorse di noi e indicandoci diceva: I cinque sono usciti poco fa da questa casa.
Da allora viviamo insieme, sarebbe una vita pacifica, se non vi si immischiasse continuamente un sesto. Non ci fa niente di male; ma ci dà fastidio e non è poco; perché si intrufola dove non lo si desidera? Non lo conosciamo e non vogliamo accoglierlo tra noi. Vero è che anche noi cinque non ci conoscevamo prima e, se vogliamo, non ci conosciamo nemmeno adesso, ma ciò che per noi è possibile ed è tollerato, per quel sesto non è possibile e non viene tollerato. Inoltre siamo in cinque e non vogliamo essere in sei. In genere, che senso può avere questo stare continuamente insieme? Non ha senso nemmeno per noi cinque, ma ormai siamo insieme e ci rimaniamo; non vogliamo però un’aggiunta, appunto in base alle nostre esperienze. Ma come si fa a farlo capire al sesto? Lunghe spiegazioni sarebbero già quasi un accoglierlo nel nostro circolo; preferiamo non dare spiegazioni e non accoglierlo, per quanto torca le labbra, lo respingiamo coi gomiti, ma per quanto lo si respinga ritorna sempre.

Da F. Kafka Durante la costruzione della muraglia cinese, in F.Kafka Racconti Milano, 1970

Franz Kafka
Scrittore boemo di lingua tedesca, Franz Kafka nacque a Praga nel 1883 ed è tra gli autori più significativi del Novecento: il motivo dominante della sua opera è la condizione tragica dell’uomo, condannato alla solitudine schiacciato da forze incontrollabili e delle quali non è dato cogliere alcun senso. In questa visione confluiscono, da una parte, le sue esperienze esistenziali, e soprattutto il suo infelice rapporto con il padre; dall’altra, le suggestioni culturali provenienti sia dal Decadentismo europeo, sia dal misticismo di matrice ebraica.
Tra i suoi scritti ricordiamo i più noti: il racconto La metamorfosi (1916), ed i romanzi Il processo (1924), Il castello (1926), America (1927); questi ultimi tre furono tutti pubblicati postumi e contro le disposizioni dell’autore che li aveva lasciati incompiuti o senza revisione.
Quella di Kafka è una scrittura surreale o, come è stata definita da molti, un “realismo magico” per la caratteristica di rappresentare con forte realismo situazioni o fenomeni appartenenti più al mondo onirico che a quello della veglia. La sua opera, che è una delle testimonianze più avvincenti dell’inautenticità dell’esistenza nel mondo contemporaneo, è stata diversamente interpretata: alcuni hanno letto in chiave religiosa il motivo della colpa e della condanna che le è sempre sotteso, altri vi hanno invece visto la rappresentazione del destino dell’individuo, condannato alla solitudine dalle strutture alienanti e onnipotenti della società industriale in mezzo a una folla sorda e silenziosa.

TRE DOMANDE:

La percezione del pericolo proveniente dalla criminalità comune, più che da quella organizzata, ha generato oggi in larghe fasce della popolazione una crescente e diffusa paura che ha obbligato quasi tutte le forze politiche a mettere al primo posto delle loro agende il tema della “sicurezza”; anzi, a detta di tutti gli analisti, proprio questa paura ha avuto un ruolo primario nel determinare la forte avanzata della Lega e, in genere, la vittoria della destra nelle ultime elezioni. Sono queste forze, infatti, che meglio delle altre hanno saputo fare propri gli umori di un elettorato fortemente scosso da alcuni tragici fatti di cronaca, proponendogli soluzioni drastiche ed apparentemente sicure. A nostro giudizio, però, esse sono volte più ad appagare l’emotività che a fronteggiare il problema reale; sono capaci, cioè, più di rispondere ad un’istintiva ed irrazionale paura dell’altro che ad una legittima domanda di sicurezza.
Guardando infatti i dati statistici, l’incolumità fisica delle persone è oggi messa in pericolo da almeno quattro tipi di comportamenti criminosi che, in ordine di pericolosità, sono:

- la guida pericolosa o sotto effetto di alcool o droghe,
- la mancata osservanza delle norme sulla sicurezza del lavoro,
- la violenza a sfondo sessuale,
- la piccola e grande criminalità a scopo di rapina.

È una graduatoria chiara ed inequivocabile che emerge da un semplice calcolo aritmetico, tuttavia non si capisce perché la “tolleranza zero” venga sbandierata contro il rapinatore e non contro il ben più pericoloso autista che supera i limiti di velocità o si mette alla guida in stato di ebbrezza.
Ancora più emblematico ci sembra il caso della violenza a sfondo sessuale: è noto che la stragrande maggioranza di questi crimini vengono consumati all’interno delle mura domestiche e ad opera di parenti stretti (mariti, padri, zii, fratelli) o di fidanzati o di amici o di conoscenti; tuttavia l’immaginario collettivo tende sempre più ad identificare lo stupratore con l’emarginato e, ancor più, con l’immigrato (oggi rumeno, ieri albanese).
Così pure con l’immigrato viene identificato il rapinatore capace di uccidere anche per pochi spiccioli; e ciò anche se le cronache ci mostrano molto frequentemente delitti efferati compiuti da cittadini italiani e nonostante un recente rapporto della polizia di Scotland Yard abbia ulteriormente confermato che il numero dei grandi crimini commessi da cittadini europei sia di gran lunga superiore a quelli commessi da immigrati.
Siamo insomma di fronte ad una grave distorsione percettiva che, insieme alle forti spinte identitarie è, a nostro avviso, il segno di una intolleranza di fondo non risolta mai definitivamente nella nostra cultura, e pronta sempre a riemergere in maniera più o meno virulenta nelle fasi di trasformazione sociale. È un fenomeno che inquieta sia per la sua rilevanza morale, sia perché rischia di imbarbarire tutta la vita sociale, sia infine perché impedisce di affrontare razionalmente e con strumenti adeguati il problema della sicurezza.
Noi, come tutti, siamo persuasi che il problema della sicurezza sia reale; siamo però ancora più persuasi che le soluzioni emergenziali - poliziesche e spesso anticostituzionali- non che risolvere il problema, lo aggravano, anzi, ulteriormente: alimentando la paura infatti si fomentano individualismo e chiusura identitaria, si spinge all’intolleranza, al rifiuto dell’ “altro” potenziando così un fattore destabilizzante e disgregante del corpo sociale che da tanti “altri” è costituito e solo della loro differenza può vivere. E un corpo sociale disgregato è la condizione ottimale per lo sviluppo della criminalità.
Siamo insomma di fronte ad un fenomeno tanto complesso quanto preoccupante che ci pone non pochi interrogativi; ne proponiamo qui solo tre, quelli che ci sembrano più pressanti:

  1. l’intolleranza verso il diverso è legata a contingenze storiche particolari o è un tratto costitutivo ed ineliminabile di ogni civiltà e con il quale ogni società deve fare costantemente i conti? e in che modo?
  2. è possibile oggi, nella nostra società globalizzata, affrontare il problema della sicurezza senza sfociare nell’intolleranza?
  3. È possibile dialogare con gli intolleranti?

Ripetiamo l’invito a inviare risposte, o critiche, o domande aggiuntive, o qualsivoglia altra considerazione, all’indirizzo:

travitt@tin.it

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