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VERSO IL PARTITO NUOVO: CAUTAMENTE, CON ASSOLUTA URGENZA

Il movimento di resistenza e di riscossa della democrazia italiana, che è nato dall’esigenza e dalla volontà di difendere la scuola pubblica e si è esteso quindi all’insieme del mondo del lavoro e alle giovani generazioni, è stato e resta spontaneo e multiforme. Ha rivolto un appello e un ammonimento a chiunque intenda offrire un servizio di guida e di rappresentanza politica, e perciò pretenda di esercitare autorità. Ciò che soltanto vi può corrispondere è un partito capace di egemonia: vale a dire, un partito che sappia unire e rappresentare veramente un massimo possibile di giuste attese e di giuste domande, e lo faccia sulla base di una reale autonomia nei confronti dell’esistente distribuzione delle risorse e del potere nei rapporti sociali. Insomma, ciò che il PCI si era molto avvicinato ad essere (e spesso era stato nei suoi migliori momenti).

Il problema che abbiamo di fronte non è nulla meno che riempire finalmente la voragine lasciata aperta in Italia dalla scomparsa, quasi vent’anni fa, di questa fondamentale risorsa della nostra democrazia. Perché, e come, essa scomparve? La svolta della Bolognina rifletteva in qualche modo un’intuizione giusta: che, cioè, la provvidenziale caduta del potere temporale del comunismo comportasse una rifondazione in termini pienamente laici della politica rivoluzionaria. Accadde però questo: da una parte, coloro che da tempo nascondevano dietro il nome comunista un’inclinazione anche molto meno che riformista vi trovarono l’occasione per prendere il potere; dall’altra, molti di coloro che avrebbero potuto forse contrastare ciò ritennero che la salvezza dovesse passare innanzitutto, e a tutti costi, per la difesa del nome.

Né gli uni né gli altri hanno saputo prevenire il sempre più incombente dominio di una destra forte e arrogante. I primi vi contrappongono oggi l’indefinita e incerta formazione di centro cui diedero vita un anno fa, sempre più mestamente inferiore alle proprie dichiarate ambizioni e sempre più svuotata di carattere e di credibilità per effetto della sua voluta e quasi teorizzata mancanza di autonomia culturale e morale nei confronti dell’esistente topografia del potere. I secondi si trovano oggi sparpagliati tra piccoli apparati di cosiddetta (e sconfitta) “sinistra radicale”, litigiosi fra loro e ciascuno internamente, tanto da evocare l’immagine dei capponi di Renzo.

Prima di ogni altra valutazione, una constatazione elementare è che nessuno dei grandi e piccoli apparati di partito in cui l’opposizione al regime berlusconiano è attualmente divisa si mostra all’altezza del compito di organizzare, unificare, e rappresentare tutta intera la forza reale di questa opposizione nel paese. Questa forza si è manifestata vigorosa nella sua autonoma, spontanea e matura consapevolezza. L’autunno italiano è stato questo, e naturalmente anche l’effimero trionfo di Veltroni al Circo Massimo (non casualmente guardato con altezzosa diffidenza da gran parte dell’apparato dirigente del PD) ne è stata la manifestazione. Il voto regionale abruzzese, poi, è intervenuto a chiarire (per quanti ancora siano disposti a intendere) che anche quella mobilitazione non era la risposta a un appello (che non c’era) ma piuttosto rivolgeva un appello – severo, e revocabile. Così anche, la critica di sinistra al PD, che tendenzialmente sfonda porte aperte, non troverà necessariamente consensi e voti dietro quelle porte. Dovrà guadagnarli con rigore e umiltà. Lo sta facendo?

C’è una difficoltà su questa via. I grandi e piccoli partiti in cui l’opposizione al regime berlusconiano è attualmente divisa, e soprattutto i grandi e piccoli partiti che si dividono o si contendono la linea di successione di ciò che fu il PCI, non si mostrano ancora capaci di liberarsi dalle scorie inerti di una concezione non tanto superata quanto intempestiva della natura e del ruolo del partito politico. Quella concezione caratterizzò la civiltà del Novecento, che fu grande e carica di lezioni: ma di lezioni (appunto) che non sono da ripetere pedissequamente, bensì da reinterpretare nel segno della vita e della responsabilità attiva. È allora piuttosto imbarazzante osservare come le già degne e rispettabili ritualità proprie di quella tradizione (l’apparato dirigente gerarchizzato e separato, quasi la presunzione che i relativi ruoli e le relative funzioni imprimano nelle persone un carattere indelebile) siano i suoi soli aspetti sopravvissuti, proprio mentre le “ideologie”, come si usa dire, sono in crisi o addirittura “morte”. Lasciando da parte la discussione su questo specifico punto, che richiede ben altro spazio – e solo osservando di passaggio che non occorre avere dogmi per ritrovarsi in tanti su ciò che sia giusto e decente – resta la constatazione che, in quel modo, una scarsa e quasi inesistente circolazione di energie e di idee nei partiti e nelle istituzioni, nel corso degli ultimi anni, si è sommata con un alto grado di spregiudicatezza quotidiana (da non confondere con il responsabile esercizio del discernimento). Nel caso specifico del PD, un tale abbassamento della soglia etica si è spinto a livelli che anche alcuni tra i più pessimisti o non avevano previsto o non avevano avuto il coraggio di prevedere e perfino di vedere.

Tutto ciò non è più tollerabile né è più, oramai, tollerato. Un prorompente “Basta!” è gridato da quei milioni e milioni di italiani che vogliono opporre una grande riscossa democratica alla crisi profonda di una società ridotta a brandelli dal dogma dell’economicismo neo-liberista e in particolare dalla sua illegalistica e depravata versione italiana (che sta ormai contagiando le falde profonde, anche le più vicine a noi).

C’è inoltre la precisa e immediata esigenza di portare la consultazione elettorale della prossima primavera a corrispondere pienamente al senso forte e unitario del pronunciamento popolare dell’autunno, e della molecolare diffusione delle energie che ne sono nate e ne stanno nascendo. Che fare di fronte a ciò? Le idee che dovrebbero fiorire e già fioriscono, che s’incontrano e si mutano nella comune e onesta ricerca di risposte alla crisi che si aggrava, non si prestano ad essere irrigidite in impermeabili quanto estemporanee tavole della legge, in predeterminata distribuzione di parti e di maschere entro un dramma che nessuno ha ancora scritto, ma sta narrando se stesso ora. È possibile e necessario, tuttavia, riconoscere le parole chiave di questo pronunciamento, e costruire intorno ad esse una base d’intesa tra tutti coloro che onestamente ritengono di dovervi rispondere, anche conservando la propria tessera (se ne hanno una) fino a quando i rispettivi apparati non si sentano messi in causa. Questa base d’intesa deve avere una forma organizzativa che dovrebbe essere innanzitutto al servizio del pronunciamento popolare dell’autunno, e rappresentare la sua forza certamente contro la rigidità degli apparati, ma lasciando che siano questi, se mai, a “chiamarsi fuori”. Non dovrebbe entrare in competizione con essi, ma esercitare la calma autorità derivante dalla consapevolezza di essere già il partito nuovo che nasce (o rinasce).

La rinascita, in Italia, di una sinistra degna del nome, in una situazione economico-sociale totalmente cambiata – prima per venti anni di capitalismo neo-liberista sfrenato e corrotto, adesso per il suo prevedibile anche se imprevisto crollo strutturale – è ormai necessaria e urgente. Ma a questa urgenza si deve rispondere con fermezza d’animo e d’intenti, perché l’unificazione e soprattutto la purificazione delle volontà e delle idee deve essere assicurata prima di ogni unificazione organizzativa, e comunque questa dovrà essere il prodotto, e non l’agente promotore, di un pronunciamento popolare. Il partito nuovo potrà essere credibile, dopo tanti fallimenti e tante delusioni (forse, anche, dopo tanti inganni) soltanto quando (il più presto possibile, da subito) le porte e le finestre dei luoghi e delle sedi della politica si apriranno veramente, e non ritualmente e quasi per concessione, alle correnti vive di una quotidianità diversa, reale, in carne ed ossa.

Bisogna mettersi in cammino, lavorare e lottare, ciascuno a partire dal proprio posto e dalla propria situazione, e proprio perciò con spirito veramente unitario: costruendo cioè nell’azione il massimo di unità possibile anziché predeterminare organizzativamente quanta ora ne possa apparire possibile. La forza di autoconservazione degli apparati è certamente un ostacolo; ma una sfida immediata e frontale nei loro confronti comporterebbe con altrettanta certezza strascichi velenosi, risentimenti in parte anche comprensibili, reazioni inevitabili e senza dubbio capaci di colpire. Bisognerà fare in modo che l’evidenza di un’unità estesa e forte, motivata e determinata – l’ “onda”, insomma, di una tale unità – li renda superflui come un fogliame che abbia compiuto la sua stagione. È alle idee che la priorità adesso spetta: alle poche parole semplici e chiare che vengono dalle donne e dagli uomini reali che hanno dato vita all’autunno e (per ora) non intendono né disperdersi né dividersi. Né, soprattutto, lasciarsi dividere.

Si possono intanto riconoscere e individuare queste parole chiave: il rifiuto di pagare per la crisi in luogo di chi l’ha provocata, e il diritto al futuro dei giovani (protagonisti dell’autunno). Fino a questo momento, la CGIL di Guglielmo Epifani (parallelamente agli stessi Comitati di base, in più occasioni e su più di una questione sostanziale) è stata la sola sede di rappresentanza e di organizzazione politica (giacché soltanto un’idea ristretta e tecnicistica di politica può negare a un grande sindacato di lavoratori il diritto-dovere di una supplenza quando il partito langue), che abbia cominciato a dare risposte sul primo punto. Sul quale si tratta soprattutto di cominciare a guardare a un orizzonte davvero mondiale, proprio come la crisi è mondiale. Che cosa vogliamo che sia, insomma, la “nuova Bretton Woods” di cui i Sarkozy e perfino i Berlusconi (sulla scia dei Tremonti) hanno osato parlare senza sapere evidentemente di che cosa? Che cosa vogliamo che sia per l’Europa il “nuovo New Deal” che la stessa America di Obama, nella sua semi-disperata situazione, potrebbe non riuscire a portare avanti da sola?

Si voterà, appunto, per scelte politiche a livello dell’Europa. Coloro che si candideranno (realisticamente bisognerebbe dire “saranno candidati”, ma qui vogliamo cominciare a dire il nuovo che deve accadere), e vogliano aspirare a rappresentare l’autunno italiano, dovrebbero basarsi non su qualche mastodontico e dunque insignificante “programma”, ma su poche essenziali misure che corrispondano a quelle due parole chiave – e agli esempi appena menzionati – e si rivelino credibili attraverso un confronto reale e assiduo con i movimenti vigorosamente emersi a livello sociale. E misurarsi con la domanda sociale di risposte a queste esigenze attraverso primarie aperte, che siano anche “primarie delle idee”, tali da stabilire un patto d’onore tra candidati ed elettori. Perché partiti grandi o piccoli che pretendano di rappresentare l’opposizione (particolarmente se abbiano professato una qualche “vocazione maggioritaria” e abbiano scommesso sulla propria capacità di rappresentare l’intera opposizione al berlusconismo) dovrebbero temere di chiamare gli elettori cui si rivolgono a scegliere i candidati i cui programmi e i cui impegni li indurrebbero a votare? Non sarebbe anzi (nel caso del PD) un segno della decisa volontà di rinnovare un’aria forse ormai troppo chiusa per assicurare l’igiene? E perché, a maggior ragione, dovrebbero temerlo i più piccoli partiti, ormai extraparlamentari, e in particolare quelli tra loro (o quelle loro interne maggioranze) che scommettono sul valore prezioso della loro distinta identità?

Sull’unità a sinistra, di quanta sinistra, e quanto a sinistra, vi sono, certamente, idee diverse. E vi sono apparati che le rappresentano e vi si identificano come tali. Siano dunque sfidati a osare la prova della democrazia.

Raffaele D’Agata

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