Il campo per la lotta politica tra i partiti antifascisti è quasi completamente preparato già dalla seconda metà del ’45; e il conflitto proromperà a poco a poco, e con crescente violenza, proprio attorno alle due grandi questioni, tra loro strettamente legate: quella della partecipazione del partito operaio alla vita democratica e quella della revisione dell’ordinamento proprietario.
Alla valutazione della situazione data dal più avveduto personale dirigente del Partito comunista italiano (valutazione che tiene indubbiamente conto del significato di generale rinnovamento implicito nel crollo del fascismo e che, se intesa in tutto il suo valore, definisce chiaramente come rivoluzionaria la politica svolta da questo partito dall’arrivo dell’on. Togliatti in Italia a oggi), si contrappongono, già al momento del primo costituirsi del CLN [Comitato di Liberazione Nazionale – n.d.c.] al governo, e in maniera sempre più pronunziata in seguito, le estremistiche opinioni degli azionisti e le impazienze massimalistiche dei socialisti, da un lato, e, dall’altro, le posizioni diffidenti e alla fine egoisticamente classiste (malgrado gli sforzi del Croce) dei gruppi di ispirazione liberale e quelle che finiscono, in ultima istanza, per farsi conservatrici, del partito della Democrazia cristiana. In realtà, quest’ultimo viene a essere ben presto influenzato da quel generale moderatismo politico e sociale dell’ambiente cattolico, che finirà col rendere dei preziosissimi servigi alla corrente integralista cattolica.
Timori democristiani
La Democrazia cristiana, infatti, che, per la sua stessa conservazione come forza politica, ha bisogno di forme statuali di tipo democratico piuttosto che di quelle classicamente liberali, se non si oppone durante tutto il periodo dei CLN a misure che ne consentano e ne preparino l’istituzione, avversa però di fatto, se non ancora esplicitamente, ogni impostazione e soluzione che vengano preparando o che comportino un serio e reale rinnovamento dell’ordinamento giuridico e dell’assetto sociale.
I partiti di ispirazione marxista non verrebbero a prevalere nel caso di una piena trasformazione del vecchio sistema, e quindi di una liquidazione altrettanto integrale delle destre politiche? Queste ultime, del resto, si preoccupano a loro volta, per la loro stessa esistenza, di ogni possibile piena alleanza tra i due raggruppamenti a base democratica – tra il partito cattolico e quello comunista – ed in questo senso si fanno attivi agenti di scissione del CLN, come poi, in seguito, del tripartito.
L’accordo tra i partiti antifascisti (prezioso sia per ragioni di ordine internazionale, che ai fini del proseguimento della guerra di liberazione e dell’esigenza di garantire una direzione autorevole della vita del paese durante una fase di massima transitorietà istituzionale) si viene dunque sempre più realizzando attorno a una politica, che altro non ottiene se non il mantenimento di un certo equilibrio dei rapporti di forza tra i partiti. Preziosa politica, invero, poiché era l’unica a garantire dal pericolo di avventurosi ritorni reazionari sulla base di un pieno ripristino dei diritti della corona; e di fatto essa si conserva e si afferma: anche se per alcuni partiti presenta l’unico pregio di garantirli da troppo audaci esperienze politiche, che potrebbero indebolirli nel delicato periodo che è necessario attraversare prima di giungere alle consultazioni elettorali.
Il CLN tende così a divenire, nelle zone dell’Italia liberata, un organismo ove si svolge un’attività più diplomatica che politica, e tende quindi, con la sua “necessaria sospensione di ogni tendenza particolaristica” – per adoperare le parole del Croce -, ad accentuare gli aspetti forzatamente coattivi della sua opera e a favorire, infine, l’accusa, rivoltagli appunto dal qualunquismo, di essere strumento di un rinnovato totalitarismo.
E’ dunque un fatto: sia come fronte di partiti, dato il manifestarsi del necessario contrasto tra destra e sinistra; sia come espressione che tende a negare e a dissolvere i partiti stessi, per rimanere, secondo le astratte formule azionistiche, indifferenziata e unitaria, la Resistenza e il suo personale politico, in genere, non potevano, nonché risolvere, nemmeno affrontare il problema di quel radicale rinnovamento la cui necessità era venuta maturando su tutti i terreni: politico, giuridico, sociale.
Ma quale era esattamente la natura profonda e reale di un siffatto movimento? Quali le caratteristiche originali e specifiche della rivoluzione italiana dopo il fascismo? La posizione nuova, assunta dal medio ceto in conseguenza del crollo del blocco borghese-aristocraico le veniva suggerendo, o meglio contribuiva, per quel che era la sua parte, a delinearle e a determinarle.
Si trattava innanzitutto di sostituire pienamente nella sua funzione egemonica l’ormai esausto e sconfitto gruppo dirigente risorgimentale. Si trattava, cioè, di fondare lo Stato essenzialmente sulla base dell’opposizione democratica, e quindi sull’incontro e sull’alleanza dell’ala proletaria e marxista con quella cattolica. Solo così, infatti, il ceto medio poteva essere definitivamente strappato a quella posizione subalterna e di sudditanza, che lo riduceva fatalmente nell’atteggiamento negativo, antisociale, antieconomico, del conformismo politico, della passività e di quel corrompimento che derivava dalla fruizione della rendita. Solo così, insomma, poteva essere sollecitato e favorito a uscire progressivamente da quelle forme, proprietarie, tecniche, culturali e sociali che, per essere superate e anacronistiche, gli impediscono ogni dinamismo e ne mortificano inesorabilmente le possibilità produttive e inventive.
Nuovi problemi
Ma ad un tempo, proprio in quell’incontro e in quell’alleanza, risiedevano tutte le possibilità di utilizzare completamente, e in funzione innovatrice, in un senso rivoluzionario, la disponibilità nuova in cui versava il medio ceto: quel suo immobilizzarsi improvviso, quel suo mobilitarsi su una linea di obiettiva rottura dell’antico ordine, di cui si è già discorso.
In sostanza, negli anni ’44-’45, gli strati intermedi della società italiana si presentavano, più ancora che come una riserva, come un grande potenziale di energie libertarie e individualistiche. Se quindi si voleva dar soluzione ai problemi che venivano posti dalla maturazione stessa delle cose; se si voleva interpretare sul serio e sino in fondo, in tutte le sue caratteristiche e le sue possibilità, la rivoluzione italiana, era necessario conformare e strutturare la democrazia, finalmente dispiegatasi in tutta la sua pienezza, in modo da farne sorgere, per così esprimersi, un nuovo liberalismo, disancorato nella maniera più completa da tutte quelle radici proprietarie e classiste, che avevano presieduto al suo sviluppo e l’avevano storicamente permesso, ma anche condizionato e, alla fine, reso asfittico. Il connubio marxista-cattolico corrispondeva, a veder bene, a questa fondamentale esigenza. Non solo perché – ed era tuttavia aspetto tra i più decisivi – essa comportava l’accettazione delle forme parlamentari; ma anche e soprattutto, in quanto la liquidazione progressiva delle vecchie forme proprietarie individualistiche, garantita dalla necessaria presenza del movimento marxista al governo, avrebbe dovuto necessariamente svilupparsi e svolgersi nel rispetto dell’autonomia e della sovrana libertà dell’istituto ecclesiastico (naturalmente nell’ambito delle sue specifiche competenze), e quindi, per inevitabile conseguenza, fuori da ogni contesto di eccessivo esclusivismo statuale. In realtà, nel quadro dell’alleanza tra comunisti e cattolici, e cioè nel quadro di una situazione pienamente democratica, le libertà accordate alla Chiesa, a differenza delle prerogative accordatele dal fascismo, sarebbero obiettivamente divenute la garanzia e la prefigurazione, o meglio il principio, di un nuovo e rigoglioso fiorire di tutte le libertà degli istituti e degli individui. E, al tempo medesimo, queste sarebbero state rinnovate e rifuse per l’annientamento del vecchio ordine proprietario e giuridico, che era giustamente insopportabile al movimento politico del proletariato e che solo quest’ultimo era in grado di distruggere.
Certo, un simile processo, così nuovo e così intricato nella sua complessità, non era cosa di un giorno, e avrebbe preteso in primo luogo, per essere compreso, accompagnato e reso, momento per momento, possibile, l’adeguato rinnovarsi delle categorie culturali. Ma sta di fatto che l’alleanza tra i due grandi movimenti a base democratica era la vera condizione politica, posta dalla storia italiana, perché, negli anni successivi alla sconfitta del fascismo, si potessero avviare alla necessaria trasformazione, insieme con quelli proprietari, tutti i rapporti su cui si fonda il nostro sistema sociale.
Mano tesa sul serio
E’ questa intesa, appunto, che il Partito comunista italiano, negli anni ’44, ’45, ’46 e ’47 insistentemente sollecita. Ma è doveroso riconoscere che le proposte di una unità politica con la Democrazia cristiana, più profonda dell’unità fondata sull’alleanza antifascista, avanzate, al suo arrivo in Italia, dall’on. Palmiro Togliatti, ottennero presso i cattolici una fredda accoglienza, giustificata con delle ragioni ufficiali, che mal nascondevano quelle preoccupazioni anticomuniste e quelle velleità integralistiche, che così negativamente influenzarono, allora, la vita politica italiana, e così gravemente pesano, ancor oggi, sull’intera nostra comunità nazionale.
«Sappiamo – ebbe a dire, il 9 luglio 1944, il leader comunista al Teatro Brancaccio a Roma – che nelle file del partito democratico cristiano si raccolgono masse di operai, di intellettuali, di giovani, i quali hanno in fondo le stesse aspirazioni nostre, perché al pari di noi vogliono un’Italia democratica e progressiva, nella quale sia fatto largo alle rivendicazioni delle classi lavoratrici. Noi aspiriamo all’unità d’azione anche con queste masse cattoliche e siamo disposti a discutere coi dirigenti del partito della Democrazia cristiana le condizioni di questa unità.
«Siamo disposti come partito comunista, alleato del partito socialista, a stringere con il partito della Democrazia cristiana un patto d’azione comune, il quale preceda la lotta delle grandi masse comuniste e socialiste e delle grandi masse cattoliche per un programma comune di rigenerazione economica, politica e sociale. Sappiamo che nel passato vi sono stati elementi di carattere psicologico e organizzativo, i quali hanno fatto ostacolo a questa unità d’azione, e abbiamo fatto finora il necessario per eliminare questo ostacolo. Per questo abbiamo dichiarato come partito comunista – ed io ripeto oggi, qui a Roma, capitale del mondo cattolico, questa dichiarazione – che rispettiamo la fede cattolica, fede tradizionale della maggioranza del popolo italiano, chiedendo ai rappresentanti e pastori di questa fede di rispettare a loro volta la nostra fede, i nostri simboli e le nostre bandiere.
«Noi sappiamo che in questo rispetto reciproco esistono le possibilità di una larga intesa per un’azione economica, politica, sociale la quale conduca a gettare le basi di un’Italia veramente democratica[…]».
Del resto, il 3 agosto 1944, dall’Unità, organo ufficiale del Partito comunista, l’on. Togliatti rinnovò l’invito: «Noi abbiamo proposto a questo partito (al partito della Democrazia cristiana) un patto di azione comune, e la nostra proposta, cui contiamo di dare presto una forma concreta, rimane e rimarrà. Se lo abbiamo fatto è perché, nonostante le incertezze che si notano nell’azione di questo partito come in quella di tutti gli altri, affiorano in esso tendenze e propositi che hanno un valore sostanziale, poiché esprimono aspirazioni profonde di strati della popolazione italiana, che sono vicini o affini a quelli che noi rappresentiamo e alle volte si intrecciano con essi. A nessuno sarà sfuggito, per esempio, che il Congresso della Democrazia cristiana è la prima assemblea politica italiana dove s’è parlato – e certo se ne è parlato seriamente – di rivoluzione. Se questo termine è usato nel senso di rivolgimento democratico radicale, che distruggendo tutta le radici del fascismo ne renda impossibile ogni ritorno e significhi un rinnovamento decisivo di tutt la vita italiana, esso corrisponde esattamente non solo alle aspirazioni della maggioranza del popolo, ma alla situazione stessa del paese […]».
6 – Tra incertezze e illusioni
In occasione del Consiglio nazionale della Democrazia cristiana, riunitosi in Roma ai primi di settembre del 1944, l’on. Togliatti propose ancora una volta all’on. De Gasperi «[…] un accordo politico concreto […] allo scopo di creare la base di un programma di lotta contro le forze reazionarie che hanno già portato una volta l’Italia alla rovina e sulla base di un programma di profondo rinnovamento politico e sociale […]».
Di fronte a tali parole, suggerite da quello che può ben definirsi come il più importante disegno politico concepito nel periodo postfascista, come non riconoscere per lo meno inadeguata la preoccupata ed elusiva risposta del leader democristiano? «[…] Premessa inderogabile di ogni collaborazione presente e futura - replicò l’on. De Gasperi – è quella di creare e salvaguardare un clima di libertà e di autodisciplina. Proprio ieri mi sono stati segnalati, dopo molti altri, quattro casi di comizi elettorali democristiani nel Lazio, violentemente interrotti e disciolti da gruppi comunisti. La cosa è assolutamente intollerabile e inspiegabile, soprattutto quando si pensi che c’era comunque la possibilità del contraddittorio. Se questo sistema volesse tendere ad impedirci di esprimere il nostro pensiero anche quando dissente dalla vostra ideologia, che è in antitesi con la nostra, come si potrebbe dissimularne la gravità? E se esso divenisse epidemico e si applicasse su larga scala, con quale legittimità morale potremmo condannare lo spirito di intolleranza del partito unico fascista? […]».
Argomenti questi, che vanno evidentemente considerati quali pretesti; ché non è possibile che episodi del genere di quelli citati dall’on. De Gasperi, e verificatisi in momenti di obiettivo, inevitabile disordine sociale, potessero impedire intese politiche. E del resto non è dato trovare altri documenti che attestino la volontà dei dirigenti del partito cattolico di prendere in considerazione, sia pure con riserve, le proposte dell’on. Togliatti.
E’ però legittimo e doveroso presumere che, nell’adottare questo atteggiamento, di fatto profondamente conservatore, la Democrazia cristiana, che per dottrina e storia non è certo incline a giudicare con serenità la politica comunista, possa essersi sentita, se non addirittura obbligata, almeno confortata da quelle posizioni che agli inizi del ’44 venivano affiorando all’interno dei partiti di sinistra e che sembravano attribuire un valore essenzialmente tattico, meramente immediato, empirico e transitorio alla politica democratica e nazionale indicata dall’on. Togliatti al suo partito.
Il “Vento del nord”
In definitiva, si poteva logicamente nutrire la preoccupazione che, una volta liberato l’intero territorio nazionale, i CLN dell’alta Italia potessero, con l’autorità da essi acquisita nel dirigere la grande lotta di liberazione dal fascismo, costringere a una revisione in senso estremistico della politica del governo di Roma; e che, nella nuova situazione che si sarebbe in tal modo determinata, finissero per prevalere, all’interno dello stesso Partito comunista, quelle posizioni e quelle correnti che mal si adattavano alla politica dell’on. Togliatti, o che, riconoscendola adatta semplicemente alle condizioni arretrate del meridione e del centro, sognavano, non senza impazienza, la propria rivincita, e la consideravano anzi, più che possibile, sicura, non appena avvessero potuto far sentire tutto il loro peso le masse operaie del nord, già messe in movimento e in tensione dalla lotta contro i tedeschi e i fascisti per la liberazione del paese.
Del resto, come non lasciarsi tentare dalla preoccupazione di un possibile incontro e di una stretta alleanza tra il settarismo del Partito d’Azione, il massimalismo dei socialisti, e l’estremismo ancora massivamente presente nelle file dei comunisti? La politica dell’on. Togliatti non ne sarebbe stata compromessa o addirittura spazzata?
Senza dubbio anche considerazioni di questo genere inducevano la Democrzia cristiana alla massima prudenza nei confronti del Partito comunista.
In ogni caso, notizie del tipo di quelle del novembre del ’44, che informavano dell’intenzione dell’ala sinistra dei Comitati di liberazione del nord, di operare per un deciso rafforzamento del CLNAI e dei suoi organi come «organi effettivi del nuovo potere democratico», sebbene si riferissero a una deliberazione pienamente giustificata dalle necessità obbiettive della lotta insurrezionale, dovettero di certo suscitare il timore, senza dubbio eccessivo, che al momento della riunificazione nazionale avrebbe potuto prodursi tra le popolazioni un moto sollecitante forme di organizzazione politica della società, suggerite da criteri di democrazia diretta.
Nel maggio del ’45, difatti, subito dopo la grande insurrezione liberatrice d’aprile, Alcide De Gasperi, in un discorso rivolto ai democratici cristiani lombardi, prendeva una posizione nettissima nei confronti del CLN, così esprimendosi:
«[…] Nel quadro della generale rinascita delle istituzioni democratiche, i CLN ci appaiono talvolta come un espediente di guerra e non possiamo permettere che vadano oltre i compiti che sono ad essi propri; altrimenti si trasformerebbero in strumenti di una politica non democratica. Nessuno intende negare la loro funzione per quanto riguarda lo scambio delle idee e l’intesa tra i partiti rappresentati nella coalizione; ma nessuno può pretendere pure che con i Comitati di liberazione si sostituiscano le normali istituzioni democratiche […]».
Se sono quindi innegabili le responsabilità di correnti animate da un’ideologia confusa, scolasticamente rivoluzionaria e intellettualisticamente estremista; se insomma gli azionisti, in primo luogo, e i massimalisti (ma anche taluni gruppi di comunisti) operarono obiettivamente, e alcuni di proposito, nel senso di ritardare e ostacolare la politica dell’on. Togliatti e di limitarne la portata, si può tuttavia considerare pacifico che un esame attento e spregiudicato della politica del Partito comunista italiano, e quindi, innanzitutto, una valutazione critica e seria della reale situazione storica e delle condizioni generali in cui il proletariato si trovava necessariamente inserito, avrebbero dovuto consigliare la Democrazia cristiana a non scambiare dichiarazioni politiche di gruppi o anche di formazioni che non influenzavano in maniera decisiva il proletariato, con l’opinione del Partito comunista in merito alle nuove forme statuali da erigere in Italia.
Del resto, con ogni probabilità, i giudizi dell’on. De Gasperi sul CLN non erano soltanto suggeriti dalla considerazione che le possibilità di rinnovamento dell’Italia del ’44 sarebbero state senz’altro pregiudicate da un eventuale atteggiamento ribellistico e pseudo democratico, quale appunto sarebbe risultato da una politica ciellenista che avesse favorito l’affermazione di forme istituzionali di fatto non rivoluzionarie ma solamente liquidatrici della “dimensione partito”; v’era altresì, nelle valutazioni del leader democristiano, la preoccupazione di non poter mantenere nei CLN, e in particolare in quelli periferici, una posizione egemone; e v’era soprattutto un acritico e pregiudiziale anticomunismo.
Possibilità perduta
In ultima analisi, dunque, è per la sostanza prevalentemente conservatrice del gruppo dirigente del Partito democratico cristiano che un’alleanza intima e piena tra le due ali della democrazia non si realizza. Di conseguenza, non può verificarsi nemmeno quel necessario accordo politico, sui mezzi da adottare per ottenere l’avvio a trasformazione l’assetto sociale, su cui come s’è visto tanto aveva insistito, in impegnative dichiarazioni, l’on. Togliatti.
Così anche il Partito comunista, il solo partito che dalla base al vertice fosse, come è ovvio, vitalmente interessato allo svilupparsi e al completarsi di quella rivoluzione di cui la Resistenza aveva semplicemente posto le premesse obiettive, dovette ripiegare (per evitare scissioni e contrasti nel paese, che avrebbero prodotto un’involuzione catastrofica dello stato politico generale) su di una politica di mero perseguimento dell’unità democratica e antifascista.
Ma questa unità, per essere di continuo respinta o comunque ostacolata e limitata dalle resistenze di parte cattolica, non poté organicamente svilupparsi e alla fine condurre a un’azione decisa di rinnovamento radicale dell’assetto proprietario e del sistema sociale.
Certo la politica dell’unità antifascista e democratica è della massima importanza e nettamente positiva, come quella che non solo consolida e perfeziona i risultati raggiunti, ma mantiene altresì sempre aperta la possibilità di ulteriori sviluppi: e difatti, in questo decennio, si è di continuo rafforzato, è progredito incessantemente solo quel partito che, come il comunista, ha saputo farla propria senza pause e senza oscillazioni.
Tuttavia essa non può, sul terreno sociale, andar oltre un generico programmismo riformistico e la denuncia e magari la soluzione di problemi particolari e contingenti. Sfruttare, utilizzare in senso di universale rinnovamento la nuova possibilità offerta dal mobilizzarsi libertario del medio ceto essa dunque non può. E in tal modo venne inevitabilmente perduta una possibilità eccezionale, proprio in quegli anni dal ’45 al ’47, che furono invece anni di reale rivoluzione dei rapporti politici tradizionali dello Stato italiano.
Come dimenticare che l’aspirazione del paese ad uscire dai limiti posti dalle forme di organizzazione sociale e dalle situazioni proprietarie particolari al vecchio Stato, fu, come si è già accennato, prorompente?
In quegli anni non era possibile imbattersi in un partito di destra o di centro che non proclamasse, sia per mera preoccupazione demagogica o per anticipato scrupolo elettorale, di voler almeno rivedere, se non addirittura rinnovare dalle fondamenta, gli ormai intollerabili rapporti sociali e quindi tutto l’andamento della vita economica. E se la Democrazia cristiana si rivelava audacissima nel formulare propositi di riforme radicali, lo stesso Partito liberale sentiva la necessità di dichiarasi svincolato dalle regole del liberalismo economico o liberismo.
Un giudizio del Croce
Così, quale segno tra i più salienti del tempo, ci tornano alla memoria le parole solenni, con le quali la necessità di una distinzione siffatta venne sostenuta e difesa da Benedetto Croce al primo Congresso nazionale del Partito liberale italiano: «[…] E in quella alta temperatura mentale(1), si rimeditò, tra l’altro, il concetto della libertà politica, che nel pensiero del secolo decimo nono non aveva ricevuto un’adeguata elaborazione, essendo stato empiricamente trattato dai teorici inglesi e sacrificato al concetto dello Stato dai tedeschi, e non avendo potuto ritrovare i presupposti e i rapporti spirituali che gli erano necessari nel positivismo e naturalismo; e la rimeditazione condusse in ultimo a identificarlo pienamente con la coscienza e la vita morale in tutta la sua comprensione e in tutta la sua estensione. E una delle conseguenze dottrinali della raggiunta conclusione fu lo slegamento del legame che, nel corso dell’ottocento, il concetto della libertà politica aveva annodato con quello del liberalismo economico, e che aveva dato pretesto e parvenza alla superficiale e partigiana critica marxista di presentarlo come niente altro che una maschera del capitalismo, che sarebbe stato e caduto con questo.
«Non già che un consimile slegamento importi che il liberalismo politico sia di natura sua antiliberalismo economico; ma bene importa che esso può secondo i tempi, i luoghi e le cose, accettare così il liberalismo come il suo opposto, lo statalismo economico, o più spesso, come suole, l’una o l’altra delle varie combinazioni e gradazioni di codesti due estremi, che tutte hanno avuto o potranno avere il loro uso e la loro opportunità pratica, ma sono non altro che mezzi e strumenti che la libertà adopera per attuare se stessa, nella forma che è di volta in volta la migliore perché richiesta dalla situazione, e che verso quei due ordini di mezzi si mantiene superiore come quella che essa sola pronuncia il sì o il no risolutivo […]».
E proseguiva: «Si può solo in modo generale dire in quale linea si muoverà l’azione del partito nel campo dell’economia, e oggi, per esempio, affermare che molte ed estese riforme saranno da promuovere, dopo che due guerre di non mai vista gravità ed estensione hanno sconvolto le condizioni e i rapporti preesistenti, ma tal cosa, che ha per sé l’evidenza, è detta a un dipresso da tutti i partiti […]».
Ora, come negare l’esattezza di questa ultima osservazione dell’illustre filosofo?. Sì, veramente, in quegli anni, le riforme erano il pane quotidiano di tutte le formazioni politiche, il leitmotivdi tutti i programmi.
(continua)