I postulati di revisione dell’assetto sociale, se non divengono oggetto di critica reale e di discussione concreta tra i partiti, ossia se non scaturiscono direttamente da quell’alleanza politica, da quel connubio di forze, che li possono ordinare organicamente e rendere infine effettuali, finiscono, in ultima analisi, per non contar nulla. Essi appariranno privi di vigore; a volte avveniristici e a volte vaghi; a volte contraddittori nei loro vari punti ed aspetti, e, in definitiva, vulnerabili tutti da una critica che li venga giudicando elettoralistici, campati in aria, presuntuosi e demagogici. E ciò non mancherà appunto di fare il Fronte dell’Uomo Qualunque sulla base delle disillusioni, delle scontentezze e del non padroneggiato anarchismo del medio ceto italiano.
E allora, quale meraviglia se, essendo rimasta l’alleanza fra comunisti e cattolici allo stadio dell’abbozzo e del transitorio, e comunque dell’obbiettivo sempre perseguito ma mai pienamente raggiunto, l’azione dei partiti antifascisti, dal primo governo Bonomi fino alla rottura del tripartito, si limitò, a proposito del rinnovamento sociale, ad un empirismo di superficie rendendo meno aspri alcuni rapporti di lavoro, provvedendo ad urgentissimi lavori pubblici, intervenendo a sollievo della spaventosa miseria che accoglieva i ritornati prigionieri ed i reduci e che assillava gli uomini senza lavoro e le loro famiglie?
Prime conclusioni
Indubbiamente, risultati politici, costituzionali e sindacali di somma importanza vennero raggiunti. Ma a parte il fatto che erano il riverbero di quel tanto di unità che era stato possibile conseguire tra comunisti e democratici cristiani, essi, mentre conducevano a liquidare il fascismo, potevano soltanto aprire la strada alla trasformazione sociale e mantenerla aperta. Non altro: e quindi il medio ceto italiano, rimasto abbandonato a se stesso, veniva praticamente risospinto ai margini del processo di rinnovamento del paese, con la conseguenza inevitabile, se non di un’involuzione e di un arresto, certo di un ritardo e di uno smarrimento profondo nell’intiero sviluppo rivoluzionario.
Possiamo, dunque, concludere: la Resistenza, per la sua natura essenzialmente difensiva, che si configura perfettamente nel suo obbiettivo fondamentale, la liquidazione del fascismo, non può avere la capacità di avviare direttamente a trasformazione l’assetto sociale italiano, e non può riuscire quindi, e non riesce, a comporre positivamente il moto libertario e ribellistico del ceto medio.
Il problema posto dal mobilizzarsi delle posizioni di questo gruppo sociale era, invece, implicitamente quello di un completarsi della rivoluzione, di una trasformazione, cioè, dell’ordinamento giuridico e dell’assetto sociale, che fosse adeguata ai mutati rapporti di potere. Come tale, allora, la questione non solo andava oltre il quadro resistenziale, ma non era nemmeno risolvibile da parte di uno solo – quale esso fosse – dei partiti antifascisti.
Solo l’alleanza permanente tra le due grandi forze a base democratica poteva, per quanto già si è detto, essere all’altezza di un simile compito. E lo stesso Partito d’Azione, che pur si propose, almeno implicitamente, di divenire l’espressione politica del momento anarcoide e mobile del ceto medio, non poté non fallire nella maniera più completa nelle sue ambizioni.
Impostando erroneamente la questione, quasi che fosse solubile a mezzo di un semplice prolungarsi della Resistenza e del suo clima di tensione e di lotta, esso mostrava, sì, di avvertire l’insufficienza di ogni esclusivismo di partito dinnanzi alla vastità e alla novità dei problemi aperti dal crollo del fascismo, ma ricadeva, nell’atto stesso, in un abbaglio gravissimo. Esso pretendeva dal moto resistenziale più di quanto fosse in grado di produrre e di esprimere; negando così ogni funzione ai partiti, e ostacolando, quindi, e rifiutando quell’intesa tra marxisti e cattolici, che era l’unica formula capace di far fronte al nuovo modo in cui si poneva in Italia la questione rivoluzionaria.
Di conseguenza il Partito d’Azione non potrà concepire che soluzioni astratte, semplicistiche, sostanziate da un massimo di esagitato estremismo, e mentre, da un lato, non sarà capace di comprendere la necessità di un concreto e pieno affermarsi della dimensione democratica, dall’altro verrà sempre più riducendo la sua politica a un mero antifascismo inacidito e settario, che verrà recidendo i suoi ultimi legami con tutti gli strati, anche quelli più mobilizzati e più pronti, del medio ceto.
Sono allora i limiti stessi della politica antifascista che consentono e favoriscono il formarsi di un personale politico che è espressione diretta, immediata e spontanea del momento di anarchica autonomia del ceto medio italiano.
Un capolavoro di articolo
Il 27 dicembre 1944 nasce il settimanale l’ Uomo Qualunque, pubblicazione che è destinata a uno stupefacente cammino, e che costituisce il primo gesto politico di quel gruppo di uomini, da cui sorgerà ben presto il movimento qualunquista.
Il personale che si raccoglie attorno a questo giornale ha la caratteristica di essere nuovo alla vita politica e di essere, nel senso più stretto, “organico” al ceto medio, in quanto partecipe della sua ideologia disgregata, dei suoi pregiudizi e delle sue concezioni, così al di sotto delle grandi correnti culturali, da sembrar quasi espressione di una vita da limbo; sicché uomini politici siffatti, come apparirà di frequente nella loro azione, non sono assolutamente in grado di intendere le ragioni soggettive, e soprattutto oggettive, che hanno determinato la possibilità del loro ingresso nella vita pubblica.
A differenza degli azionisti, il nucleo di individui che darà vita al movimento qualunquista, si rivela subito quale semplice portavoce degli umori, delle aspirazioni, delle esigenze immediate e prevalenti del ceto medio, e si rivela di conseguenza sordo sia alla nuova realtà statuale sia alla parte che il medio ceto, sotto una guida diversa, avrebbe pur potuto rappresentarvi.
Ma a descrivere le caratteristiche del gruppo iniziatore del movimento qualunquista, provvede con particolare vigoria lo stesso Uomo Qualunque, in un articolo, che, sotto vari punti di vista, e soprattutto sotto quelli dell’efficacia e della presa immediata, del mordente e della conoscenza del proprio pubblico, non può non venir giudicato un capolavoro della pubblicistica corporativa, tanto è acuta e geniale l’intuizione dei gusti e della “cultura” di un ben determinato gruppo sociale.
Si legge, dunque, nel n. 1 dell’anno 1944 del settimanale: «Io sono quello che vedendo vilipendere i decorati al valore dissi che era una porcheria.
«Io sono quello che quando assassinarono Matteotti dissi: - Questa è un’infamia.
«Io sono quello che quando vidi la speculazione sull’assassinio di Matteotti dissi: - Adesso si esagera.
«Io sono quello che quando Mussolini fece il discorso di Pesaro dissi: - Ma perché si occupa di finanze se non ne capisce?
«Io sono quello che quando fu fatto il Concordato con il Vaticano dissi: - Bè, meno male, ci siamo levata questa spina dal cuore.
«Io sono quello che, quando fu proclamato l’impero, dissi: - Bè, meno male, è finita e possiamo metterci a lavorare.
«Io sono quello che, quando cominciò la guerra in Spagna, dissi: - Oh! Dio Santo!
«Io sono quello che quando Galeazzo Ciani fece il discorso sulle naturali aspirazioni contro la Francia, dissi: - Ma insomma, la finiamo o non la finiamo?
«Io sono quello che al 18 giugno del 1940, convinto di avere dodici milioni di baionette, la flotta sottomarina più potente del mondo, l’aviazione capace di oscurare il sole, dissi: - Bè, ormai ci siamo, sbrighiamoci, sistemiamo il mondo e mettiamoci a lavorare.
«Io sono quello che, pochi giorni dopo, quando la battaglia delle Alpi dimostrò che non avevamo nemmeno le scarpe da montagna per i soldati, dissi: - Ma cosa fa il re?
«Io sono quello che quando cominciò la guerra contro la Grecia, dissi: - Oh! Madonna mia!
«Io sono quello che da quel momento continuai a dire: - Ma cosa fa il re? Ma come Badoglio ha permesso questo? Ma che fanno i principi, i collari dell’Annunziata, il Senato?
«Io sono quello che la notte del 4 giugno 1944, uscii di casa, infischiandomene del coprifuoco, impazzendo di entusiasmo.
«Io sono quello che un mese dopo dissi. – Qui non si fa che perder tempo e l’inverno si avvicina.
«Io sono quello che incontrando l’ex gerarca, dissi: - Come, lei fa l’epuratore?
«Io sono quello che ha detto. – Questi sono metodi e sistemi fascisti.
«Io sono quello che ha venduto tutto per comprare il poco che ha potuto.
«Io sono quello che non crede più a niente e a nessuno.
«Io sono l’Uomo Qualunque.»
La delusione fascista – e queste righe lo provano chiaramente – ha dunque davvero accentuato e portato in primo piano le caratteristiche libertarie tradizionali del ceto medio, caratteristiche che prevarranno nel movimento qualunquista e ne fisseranno in qualche modo, in un minimo di fisionomia definita, la tendenziale e disgregata fluidità.
La sfiducia nella politica e nello Stato, difatti, che nella nuova situazione politica comprende anche la tradizionale avversione del ceto medio alla democrazia organizzata, sarà l’elemento ideologico predominante del qualunquismo.
La novità, lo si ripete, consiste evidentemente nel fatto che tutti gli aspetti peculiari del ceto medio hanno potuto finalmente trovare un modo autonomo di esprimersi in politica, il che è indice – come abbiamo già notato – dell’avvenuta disgregazione della struttura sociale che aveva sostenuto il blocco borghese-aristocratico e della conseguente, originale disponibilità, nei movimenti e nei fini, di un gruppo sociale che aveva già costituito, per così esprimersi, la base di massa del vinto Stato.
Dal giornale al libro
Guglielmo Giannini, fondatore e direttore del settimanale l’Uomo Qualunque e leader del Fronte omonimo, è stato l’uomo che più compiutamente ha rappresentato, in forma spontanea, il ceto medio dell’immediato dopoguerra, e la sua personalità ha decisamente informato il movimento qualunquista.
E’ certo difficile, sul piano psicologico, capire perché un individuo, che per cinquantatre anni si era disinteressato non solo di politica, ma, a giudicare dalla sua produzione teatrale, persino di questioni sociali, si sia improvvisamente deciso a pubblicare un settimanale politico, e a lanciarsi, senza dubbi e senza remore, nel vivo della lotta per la cosa pubblica. Ma bisogna ricordare e riconoscere che, con la conclusione della guerra antifascista, era avvenuta una vera rivoluzione in rapporti sociali e politici da molti ritenuti immutabili, e che questa trasformò in speranze gli amari scetticismi, e liberò energie che lo Stato italiano aveva costantemente oppresse.
Furono, quelli, anni in cui parve anche a uomini che sempre avevano voluto rimanere estranei alla politica, di poter utilmente chiamare a raccolta amici e compagni di lavoro, per operare insieme a costruire una società nuova, simile a quella ipotizzata nel corso di sconsolate discussioni in casa, in ufficio, in guerra; simile a quella sognata nel corso di solitarie, angosciate riflessioni.
Ma se furono molti coloro che, come Giannini, vollero accingersi a dare attuazione al loro sogno politico (si pensi oltretutto al fiorire, in quegli anni, di organizzazioni, società e movimenti tra i più vari e stravaganti), egli fu invece il solo che, per le ragioni obiettive che siamo venuti esponendo e che a lui stesso rimasero sempre incomprensibili e sconosciute, vide trasformarsi in realtà una parte almeno, quella, per così dire, iniziale, della sua fantasia politica.
Le opinioni e le categorie politiche di Guglielmo Giannini (se così possono essere chiamate le bizzarre, ma più spesso banali astrazioni del “fondatore” del qualunquismo) si trovano quasi sintetizzate e, insomma, raccolte in un lungo saggio, La Folla, in cui, come si annunzia sin dalla copertina, si pretenderebbe di descrivere criticamente «seimila anni di lotta contro la tirannide».
Già il titolo, a veder bene, è di per se stesso significativo: esso sta ad indicare, ci sembra, quel gruppo sociale, cui Giannini, nello scrivere, rivolgeva, forse ancora inconsapevolmente, il pensiero.
8. L’ideologia di Giannini
E’ possibile che suggeriscano o evochino l’immagine di una folla la classe operaia o le messe contadine? Certamente no.
L’omogeneità assoluta del proletariato rispetto all’ordinamento proprietario suscita, in chiunque ne voglia parlare, l’istinto a definirlo con il termine e il nome di classe. Un’osservazione consimile può sostanzialmente farsi a proposito del contadiname, che, se pure al suo interno si presenta differenziato e distinto in nuclei familiari e aziendali tanto diversi e divisi socialmente l’uno dall’altro da essere l’uno all’altro simili ma non uguali, mantiene tuttavia anch’esso una comune posizione rispetto all’ordinamento proprietario: sicché si è indotti a definirlo, se non sotto il concetto di “classe”, certo sotto quello di “massa”, che comporta sempre una qualche compattezza sociale e politica.
Apoliticismo anarchico
La folla, che è raduno di individui occasionalmente uniti perché attratti da una ragione non organica ed esterna, è parola che, almeno psicologicamente e immaginosamente, può definire solo il ceto medio, il quale, come s’è visto, altro non è se non un insieme di gruppi, diversi tra loro per mestiere e per interessi economici, in situazioni dissimili e spesso anche antitetiche rispetto all’ordinamento proprietario, con prospettive sociali non eguali né eguagliabili e che sono uniti soltanto dal comune loro fruire di posizioni di rendita.
La Folla, scritto da Giannini tra il settembre del 1943 e il giugno del 1944 e pubblicato nel 1946, quando, cioè, l’Autore aveva già raggiunto il massimo di notorietà politica, ebbe un successo sorprendente, ove se ne consideri la ben scarsa perspicuità del contenuto. Evidentemente insensibile alla cultura politica, privo di preoccupazioni nel giudicare a suo modo le ragioni che hanno determinato i grandi moti della storia, irridendo, anzi, alle diverse posizioni filosofiche o politiche degli uomini più illustri e degli specialisti più accreditati, Guglielmo Giannini, guidato, nello scrivere, unicamente dal senso comune e da un’amarezza aggressiva che maschera ma non risolve un fondamentale scetticismo, espone in questo suo libro quei fumosi, assurdi, contraddittori concetti, cui necessariamente approda chiunque pretenda di interpretare «con il linguaggio, la limitata sapienza, il casalingo buon senso della folla» (per adoperare le parole di Giannini) avvenimenti che trascendano la cronaca.
Così, nel ricercare le ragioni che determinarono il formarsi e l’evolversi della comunità umana, nel criticare episodi lontani e recenti di popoli e di nazioni, Giannini crede di poter senz’altro riconoscere ed affermare che la responsabilità delle grandi tragedie storiche sia semplicemente da attribuirsi all’esistenza di «uomini politici professionali»: siano essi signori o feudatari, principi o re, ministri o capi di governo. Sono costoro, infatti, che per la loro ambizione hanno provocato il crollo e hanno determinato l’inizio o la ripresa dei vari assetti sociali, i quali, d’altro canto, se sono apparentemente l’uno dall’altro diversi, sono però uguali tutti nel dare alla “folla” solo oppressione e sofferenze.
Negando ogni funzione politica positiva alla politica, il dirigente del qualunquismo aggredisce allora, con espressioni di accesa violenza, con una fraseologia plebea, i politici di tutte le epoche e l’azione che hanno svolto, quale che essa sia stata. Ed è su questo tema, in sostanza, che si avvicendano tutti i capitoli del libro, passando con indifferenza «se occorre, dalla preistoria alla cronaca d’oggi, dalla scoperta dell’America che concluse il medio evo ai bombardamenti aerei che caratterizzano quello moderno…».
Tale non è, del resto, il tema centrale che è venuto lentamente maturando all’interno dell’ideologia del ceto medio, fino a informarla tutta di sé, quando, nel dopoguerra, l’anarchismo di fondo vi ha preso decisamente il sopravvento?
Se occorreva una prova definitiva del legame profondissimo, quasi vitale, vivace e inconsapevole fra Guglielmo Giannini e il gruppo sociale che egli rappresenta sul piano ideologico, lo abbiamo ormai innanzi a noi.
La negazione della politica, che il pubblicista napoletano teorizza con presunzione infantile, altro non è se non la formula frettolosa in cui si esprime, si riconosce e si libera l’odio impotente e di continuo represso, nutrito per un secolo contro lo Stato risorgimentale dai ceti subalterni del nostro paese.
Né il leader qualunquista misura cautamente i suoi passi su una simile strada. Preso definitivamente contatto con l’anarchismo di base del medio ceto, egli avverte che può e deve estendere e continuare la sua critica applicandola su tutti i terreni.
Così, le vicende italiane suggeriscono a Giannini accenti di particolare amarezza: «Le creature umane – egli dice – che popolano il nostro paese soffrono da quasi un secolo per la rissa di cinque o seimila uomini intorno a cinquecento posti di deputato e quasi altrettanti di senatore. Perché quel migliaio di uomini politici professionali potesse vivere di politica, milioni di italiani sono morti; il fior fiore della gioventù, della bellezza, dell’intelligenza d’Italia è stato immolato più volte per una causa così futile…» (La Folla, pag. 9).
E quale significato può mai avere tutto questo? Uno solo: persino l’ideale nazionalistico è divenuto, dopo la delusione fascista, inutilizzabile e logoro. Quest’ideale, però, sebbene assumesse di necessità aspetti demagogici e deformanti, rappresentava pur sempre un modo, per il medio ceto stesso, di partecipazione non immediatamente anarchica all’attività politica. Il ripudio del nazionalismo non vuol quindi anche dire che questo gruppo sociale si è svincolato da quell’unico legame, liberamente accettato, che lo univa allo Stato sconfitto dall’antifascismo, sicché ormai esso può esser solo disposto a rimproverare, a recriminare, a criticare, e in un senso che finisce per essere soprattutto distruttivo?
La fine del nazionalismo
Non a caso Giannini si affretta a negare ogni utilità persino della sua attività di soldato: «Sono partito volontario in due guerre, dal 1911 al 1920. Mi sono compiaciuto di portare stivaloni e speroni, di esibire un torace adorno di nastrini colorati, che attestavano la mia buona fortuna d’essere scampato a pericoli che avevo affrontati senza saper bene perché li affrontavo e principalmente per chi.
«Capisco che ci siano dei giovani che oggi si fanno fucilare perché in un paese governi un gruppo di persone o un altro gruppo di persone: ma ne sono profondamente rattristato e darei volentieri quanto mi rimane di vita perché ciò non accadesse e i giovani non fossero indotti a sacrificare un quarto d’ora della loro meravigliosa giornata per le ambizioni dei professionisti politici…».
Una volta però abbandonato il nazionalismo, che di certo fu nel passato considerato dal Giannini la sola formula che meritasse di sorreggere una seria politica estera, egli non sa più cosa sostituirgli.
Da qui è breve il passo alla convinzione che i rapporti tra Stato e Stato possano senz’altro ridursi ai soli contatti indispensabili a soddisfare delle esigenze meramente tecniche.
«Il nostro paese – afferma egli con espressioni che rasentano il vaniloquio – acquisterà splendore politico e imperialistico… nel senso che la Ragione e il Progresso conferiscono alla parola imperialismo, quando riusciremo a dare all’Italia il carattere di centro vitale, che la sua posizione geografica rispetto all’aviazione le dà naturale… L’Italia sarà difatti tra breve l’aeroporto dall’occidente all’oriente… dal sud verso il nord. Sulla nostra terra benedetta da Dio… ritornano i giorni dell’impero e del rinascimento. Che importa a noi se una dozzina di uomini politici professionali, riuniti intorno a un tavolo a San Francisco o altrove, decidano una cosa o un’altra, una sciocchezza o un’altra? Finché non decidono di staccare l’Italia da dove è per trasportarla altrove, essi non potranno farci né male né bene…» (La Folla, pag. 299).
Vi è da rimanere stupefatti, eppure il crollo del mito nazionalistico è così completo, così profondi e vasti sono il disorientamento e l’insofferenza anarcoide, che proprio in queste bizzarrie di Giannini si sono lamentevolmente riconosciuti e applauditi i ceti medi, nei primi anni di questo dopoguerra. Giannini è veramente il loro leader; e del resto, le concezioni dell’Autore di La Folla sulle questioni di politica interna, non solo appaiono non meno spropositate e impreviste, ma ne confermano in pieno la rappresentatività sociale e politica.
Un preciso ideale guida Giannini nelle sue elaborazioni: l’organizzazione di una società che conservi al ceto medio lo stato di anarchica libertà così di recente ritrovato.
Un liberalista istintivo
Istintivamente ostile, quindi, all’economia capitalistica non più concorrenziale e, nello stesso tempo, ad ogni forma di economia pianificata, il pubblicista napoletano postula un astratto liberismo assoluto, non imbrigliato o regolato da alcuna politica economica.
«…Ogni appesantimento dello Stato non è - asserisce Giannini – che un appesantimento che tutta la folla deve sopportare; ogni nuova mansione che si vuol dare allo Stato… è un attentato alla libertà civile e un danno alla libertà comune. Lo Stato non deve commerciare, non deve che amministrare…» e si deve però evitare «…l’esagerazione della ricchezza» che, «accentrando troppo denaro in un sol punto o in una sola mano, dà a quel punto e a quella mano un eccessivo potere…» impedendo, in tal modo, che vi sia negli affari uguaglianza di opportunità di partenza.
Ma allora non è forse lecito affermare che, nell’esporre le sue opinioni in materia economica, Giannini ha il pensiero rivolto a quella particolare attività che, per opera prevalente del ceto medio, si era andata, in sul finir della guerra e nel periodo immediatamente successivo, sovrapponendo all’economia controllata e vigilata, a quell’attività economica, insomma, che si è andata sviluppando sui terreni lasciati provvisoriamente liberi dal capitale finanziario e resi transitoriamente disponibili, per il ceto medio, dal processo inflattivo?
Così pure corrisponde a una delle più vive aspirazioni del ceto medio il sogno di Giannini di veder finalmente sgombro il territorio nazionale dalle competizioni politiche, che assumono agli occhi del dirigente qualunquista un’immagine del tutto deformata: «Assistiamo al brulicare di una verminaia di ambizioni, ad una rissa feroce per conquistare i posti di comando, dai quali poter fare i propri comodi e i propri affari. Questa rissa, a cui l’Uomo Qualunque non partecipa, si svolge fra gli uomini politici professionali che vivono di politica e che, per ragioni di pentola, hanno trasformato la politica in mestiere…» (U.Q., n. 1, anno 1944).
Lo “Stato amministratore”
Ma la costruzione di una società governata dai ceti medi, e nel loro esclusivo interesse, ovviamente è mera utopia, sicché l’ideologia di chi l’ha concepita ne può risultare soltanto negativa.
Lo stesso “Stato amministratore”, che vorrebbe essere la prospettiva concreta, offerta da Giannini al ceto medio, lungi dal liberare il qualunquismo dalla condanna di esser solo un’ideologia negativa, ne accentua piuttosto la natura utopistica.
Lo Stato che Giannini ipotizza e che «deve essere ridotto alla sua funzione più semplice ed elementare che è quella di amministrare il paese…» (La Folla, pag. 247) altro non è, in realtà, se non un’ennesima e banale incarnazione dell’antico, irrealizzabile sogno degli anarchici.
Pertanto, nemmeno quando viene posto a contatto con la lotta politica, Giannini avverte la necessità di modificare in senso più realistico le sue concezioni ideologiche. Al contrario, egli non tralascia, si può dire, occasione per divulgarne i vari punti, per indicare nello “Stato amministratore”, nell’assoluto liberismo, nell’abolizione della contesa politica, gli obiettivi da raggiungere in un prossimo futuro.
Non è forse a questa sorprendente cecità politica e culturale che Giannini deve il suo posto di leader del ceto medio? Così la politica qualunquista, se pure, rispetto all’ideologia, acquisterà obiettivamente la concretezza e il vigore di una critica all’azione dei partiti al governo, si esprimerà però anch’essa in forme esasperatamente polemiche, superficiali, negative, sostanzialmente erronee, e spesso insensate e ignobili. E l’avversione di Giannini agli uomini politici professionali arriverà anche all’assurdo di considerar simili fascismo e antifascismo, e di contestare ai dirigenti della Resistenza il diritto di guidare la nazione.
(continua)