3 – Tra conservazione e anarchia
Possiamo adesso cercare di vedere più da vicino, e particolarmente, come, da un settantennio a questa parte, si presenta strutturato quel caratteristico gruppo sociale, che è il ceto medio.
Si tratta di un insieme di uomini di cui Giannini dirà: “Vuol vivere bene, ringraziando Iddio”; che cioè reclama innanzitutto una tranquillità che i tempi moderni non gli possono concedere.
In questa folla si possono riconoscere: l’artigiano, che pretende dalla società il pagamento degli alti costi della forma tecnica e proprietaria, divenuta anacronistica, della sua attività produttiva; il commerciante, proprietario di un’azienda tuttora a conduzione familiare; il mediatore in modesti affari, cui è ancora concesso, per le rilassatezze e le incongruenze del tessuto sociale, di inserirsi, ai margini, in un rapporto commerciale, e che esige una retribuzione della sua opera non necessaria; lo stuolo di individui che tutela gli interessi economici, sociali, politici e anche strettamente privati dell’agrario precapitalista e che partecipa, quindi, con esso, e in varie forme, al godimento della rendita fondiaria: in una parola, quanti traggono la possibilità di vivere nell’ambito di forme preborghesi di produzione e di rendita, sono parte del ceto medio.
Ma la stessa società borghese, d’altro canto – e non solo quella italiana – per la propria congenita insufficienza è causa della degenerazione in senso parassitario di attività e di professioni che esprimono aspetti o momenti caratteristici del processo di evoluzione dell’assetto capitalistico, o che sono destinati, per loro natura, ad assolvere a un’ineliminabile funzione positiva nella moderna società.
Il fenomeno, in Italia, è più evidente che altrove. I proprietari, che sono sovente anche i diretti imprenditori, delle molte imprese industriali ridotte ai margini dall’affermarsi della moderna concentrazione tecnica e finanziaria, e che si salvano dal naufragio per interventi di protezionismo politico o di chiusa difesa corporativa; il personale burocratico dello Stato, cui è affidato il compito di far ordine nella più disorganica delle amministrazioni; il personale tecnico, che presta la sua opera per gestire l’attività di piccoli opifici o per curare la produzione di quella parte così estesa dell’industria italiana che, essendo sovvenzionata e protetta dallo Stato può, in regime capitalistico, permettersi di condurre una pigra vita aziendale; gli intellettuali, i docenti, i professionisti, infine, che svolgono il loro lavoro entro forme organizzative arretrate dal punto di vista professionale e in un ambiente culturale ove prevalgono preoccupazioni settarie e corporativistiche; tutti costoro, quand’anche siano individualmente uomini di valore, sono destinati dalle circostanze obiettive a sostenersi e a muoversi sulla base di tipiche posizioni di rendita e a patire, perciò, il trasformarsi di parte almeno della loro fatica in prevalente dissipazione rispetto alle reali esigenze dell’attività industriale, della scienza, della cultura, dell’amministrazione.
Certo, ad alcuni tra costoro – a quelli appunto che si richiamano alle diverse scuole dei “grandi intellettuali” – è dato ritrovare pienezza di produzione (e però sempre in modo inorganico e frammentario) allorquando, con la loro stessa opera professionale, criticano lo Stato borghese italiano e quindi la propria stessa condizione sociale; ma tutti gli altri, in quanto sono strutturalmente legati alla fruizione di una rendita (sia pure di tipo moderno, sia pure, in altri termini, generatasi dall’interno della nuova forma proprietaria borghese), si vanno ad affiancare a quanti agiscono nell’ambito delle forme pre-capitalistiche della rendita e divengono, pertanto, parte integrante del ceto medio italiano.
Essi, anzi, finiscono con l’essere gli interpreti e i divulgatori delle tendenze e delle concezioni politiche e culturali del ceto medio, che, nei periodi di stabilità sociale, si manifestano sostanzialmente retrive anche rispetto alla società capitalistica.
L’intero gruppo sociale, infatti, e anche quella parte di esso che, in ultima analisi, nulla di veramente vitale avrebbe avuto da perdere in una trasformazione in senso positivo delle particolari forme assunte dallo Stato borghese italiano, si sono andati, nel corso della storia che precede il fatto rivoluzionario del ’44, sostanzialmente allineando, in politica, a quella parte del ceto medio la cui vita economica e le cui forme di esistenza dipendevano, invece, dall’indirizzo conservatore assunto dalle forze egemoni.
Di fronte all’avanzata democratica
Sorto da una viziosa situazione politica e sociale, e divenutone uno dei supporti, il ceto medio, fino alla sconfitta del fascismo, ha svolto il suo ruolo politicamente subalterno di sorreggere, nel quotidiano esercizio del potere, quelle forze politiche che fornivano la garanzia di custodire l’assetto dato dal blocco borghese-aristocratico alla società italiana, e le quali assicuravano, quindi, la conservazione delle forme di esistenza del ceto medio stesso.
D’altro canto, è proprio la combinazione politico-sociale che determina la vita medesima del ceto medio, a costringerlo a una esistenza umiliata, ad uno stato di soggezione, al quale, pur non potendolo, esso vorrebbe tuttavia sottrarsi, non fosse che nei momenti in cui esso diviene più acutamente opprimente.
Quando particolari avvenimenti, perciò, interverranno a turbare l’equilibrio dello Stato tradizionale, la posizione subalterna degli strati intermedi sostanzialmente non muterà, ma in essi si verrà accentuando ed esasperando un interno elemento di anarchia e di velleitaria aspirazione alla libertà e all’autonomia.
Dal periodo che si apre con gli inizi del secolo, da quando, cioè, le due ali della democrazia – la marxista e la cattolica – si vengono politicamente e sindacalmente organizzando, le alleanze che, a fini di conservazione, i gruppi egemoni sono portati a stringere con l’una o con l’altra delle due grandi correnti democratiche – quella contadina e quella proletaria – sono di fatto pagate duramente proprio dal ceto medio. Ogni concessione sindacale, economica, politica fatta dalla oligarchia conservatrice al potere per evitare il peggio, conducendo necessariamente a una diversa gestione e soprattutto a una diversa distribuzione della rendita, produce, infatti, una contrazione dello spazio entro cui si svolge la vita economica del ceto medio.
In realtà, non essendo rivoluzionarie le alleanze tattiche fra il blocco borghese-aristocratico e la democrazia, e non essendo quindi tali da modificare la struttura della società, determinano solo, di volta in volta, la liquidazione di alcuni aspetti delle vecchie posizioni di rendita e di parassitismo, senza sostituirvi, però, nuove condizioni e prospettive. I ceti medi, così, vedono sottrarsi occasioni di lavoro e di guadagno, con una perdita secca cui null’altro succede in funzione di compenso.
La svolta fascista
Ecco, quindi, il formarsi delle condizioni per le quali maturerà, nella coscienza del ceto medio, un duplice sentimento, nello stesso tempo conservatore ed anarchico, sentimento che si preciserà, da un lato, in odio aprioristico e acritico contro la democrazia organizzata, in quanto liquidatrice delle vecchie posizioni di rendita e di parassitismo; e, dall’altro, nel bisogno (vivo soprattutto nei momenti di massima tensione del sistema) e anche nel tentativo di uscire dalla situazione subalterna, conservando, però, le proprie forme caratteristiche di esistenza.
Saranno precisamente quest’odio e questa aspirazione che trascineranno, a un certo momento, parte ingente dello strato sociale intermedio ad appoggiare, all’inizio, la presunta “rivoluzione” fascista; e sarà a sua volta la deludente esperienza dei vent’anni di “regime”, durante i quali il sistema borghese-aristocratico raggiungerà il massimo di tensione, a preparare il ceto medio a divenire la base sociale del movimento qualunquista.
Il fascismo, con la sua politica, acuisce, difatti, la già descritta, duplice esigenza del ceto medio. E ciò per una necessità logica che discende dalla sua stessa natura: ossia perché il fascismo è, innanzitutto, la forma estrema di difesa del blocco borghese-aristocratico, nella sua più stretta espressione di classe, di fronte all’avanzata impetuosa dell’ondata democratica che minaccia di tutto travalicare e travolgere.
In tal senso, esso è essenzialmente antidemocratico; e in realtà si adopera, con i mezzi di una dispiegata violenza, a decapitare politicamente la democrazia, a liquidarne ogni autonomia e ogni libertà di manovra e di movimento, colpendola nelle sue due grandi, e tra loro profondamente diverse, espressioni politiche: il movimento socialista e marxista, in primo luogo, e il partito cattolico, dietro cui si raccoglie e si organizza, negli anni del primo dopoguerra, il grosso dei contadini. Sicché la graduale distruzione di tutti gli istituti liberali va anch’essa intesa quale drastica misura cautelativa contro ogni possibile pretesa, giuridicamente fondata, delle due correnti a base democratica di reinserirsi nell’attività politica.
E però, trascorso e conchiuso il periodo dell’annientamento per via di violenza armata degli avversari del blocco borghese-democratico, si presenta ovviamente al fascismo il problema di consolidare e di rendere, in qualche modo, stabile la propria forma di potere. Il concordato con la Chiesa di Roma è, oltretutto, il mezzo per impedire ogni ripresa di un’autonoma formazione politica cattolica, così da poter scatenare senza più ostacoli, nelle campagne, la pressione contro le esigenze contadine, a difesa massiva della rendita fondiaria.
Ma la questione proletaria rimane obiettivamente in piedi. Né si può pensare di opprimere e di comprimere in modo semplice, e senza una qualche prospettiva, gli interessi e i bisogni degli operai, poiché questo significherebbe, in definitiva, compromettere ogni speranza di sviluppo moderno della stessa nazione. Il fascismo è portato così a cercare di risolvere il problema attraverso un’alleanza, coatta e deformante, tra il blocco borghese-aristocratico e il proletariato (al quale è stata già tolta ogni autonomia politica e sindacale), sulla base di un nazionalismo economico esasperato e di un protezionismo furioso, indiscriminato e oltranzista, che mirano evidentemente alla conquista, sul piano internazionale, di posizioni di privilegio e di rendita, attraverso una modificazione, e anzi un rovesciamento, delle gerarchie esistenti tra le grandi potenze mondiali. E’ la politica della nazione proletaria, che sarà pagata, ovviamente, non solo dai contadini, ma altresì dal ceto medio; seppure, in ultima analisi, e da un punto di vista soprattutto politico e di generale e profondo interesse di classe, anche dal proletariato stesso.
Diversivi psicologici
Certo, la necessità di mantenere inalterato, nel limite delle possibilità, l’equilibrio tradizionale dello Stato borghese, induce il fascismo a fornire al ceto medio, che vuole e deve mantenersi in qualche modo alleato, una serie di alleviamenti e di diversivi, che soddisfino le sue preoccupazioni conservatrici e lusinghino i suoi ideali anarchici.
Ma si tratta, con ogni evidenza, di concessioni a carattere formalmente e meramente psicologico e sociologico. Viene, così, accuratamente fornita ai ceti medi l’illusione di non essere più in una posizione politicamente subalterna, ma anzi di essere, qualche volta, addirittura in una posizione di privilegio, sia pure apparente, rispetto ad altri gruppi sociali. Intellettuali e burocrati non solo militano nel partito in condizioni di parità con il resto della popolazione, ma spesso sono chiamati ad esercitarvi funzioni di direzione; e lo stesso accade nelle corporazioni o nelle varie “organizzazioni di massa”.
L’aspirazione dei giovani a liberarsi dalla meschinità della vita ideale e pratica della famiglia “piccolo-borghese” è tenuta in gran conto, con calcolo psicologico sottile, dai fascisti, che offrono a questa gioventù associazioni nelle quali possa “dirigere” e possa addestrarsi ad eventuali avventure eroiche, che ogni mese si proclamano prossime, anzi imminenti. Agli impiegati e ai docenti elementari è assegnata una divisa e conferita, così, quella dignità soldatesca tanto ambita da una parte del ceto medio. Del resto, la responsabilità delle ristrettezze economiche in cui questo si dibatte è attribuita per intero all’egoismo delle cosiddette nazioni plutocratiche, che costringerebbero a vita stentata l’Italia; sicché un irrazionale ideale nazionalistico viene offerto al ceto medio, onde sia indotto a sostituirlo alla propria anarchica tendenza individuale ad ottenere libertà, tramutando le preoccupazioni personali nelle ben più “degne” cure e sollecitudini del “patriottismo”.
4 – Il crollo dello Stato
La politica fascista, se accarezza le velleità egemoniche dell’uomo del ceto medio, cui offre istituzioni e privilegi intesi appunto a dargli l’illusione di avere finalmente acquisito la sua dignità di cittadino come e più di ogni altro, non distoglie tuttavia questo gruppo sociale da una singolare forma di avversione allo Stato e, particolarmente, al fascismo stesso.
Il tentativo di alleanza, in senso deformatore e coatto, tra il blocco borghese-aristocratico e la classe operaia, che caratterizzava il fascismo, comportava – e se ne è già accennato – una politica economica corporativa, protezionistica e autoritaria, che alla lunga non poteva non giungere sino alle aberrazioni dell’autarchia. Ora, mentre gli operai potevano riconoscervi compresa almeno l’esigenza fondamentale della difesa dell’occupazione (sebbene non sfuggisse loro il durissimo prezzo che, in ogni senso, erano costretti a pagare), il medio ceto,nel suo complesso e nei suoi gruppi più dinamici e, in qualche modo, produttivi, ne veniva duramente e direttamente colpito. Da ciò l’antifascismo; ma da ciò anche, e logicamente, l’avversione al proletariato, che, agli occhi degli avviliti e incolti piccolo-borghesi italiani, appare direttamente e attivamente partecipe dei benefici delle misure protezionistiche esasperate, adottate dal “regime”.
Fine del fascismo
Sembra, così, di poter affermare che, con il fascismo, si accentuano le velleità anarchiche del ceto medio e il suo odio profondo nei confronti delle forze democratiche in genere e del proletariato in ispecie.
Le vicende italiane nel periodo compreso tra il ’39 e il ’44, pongono tutte le condizioni obiettive del disfacimento della sostanza statuale del blocco borghese-aristocratico. Il movimento politico proletario, con la svolta decisiva di Salerno, assume l’iniziativa politica, e subentrano, quali forze necessarie a garantire stabile sostegno al potere politico, i due raggruppamenti democratici, quello marxista e quello cattolico, che erano stati tradizionali oppositori del vinto Stato.
Risultato palese di una simile novità rivoluzionaria, è la partecipazione comune alla vita nazionale
e al governo, per la prima volta nella vita dello Stato italiano, dei rappresentanti dei due grandi partiti politici di opposizione – il democristiano e il comunista – divenuti ormai egemoni.
Un nuovo ordinamento, le cui caratteristiche, sia pur confusamente e ancora in senso negativo, sembra già si profilino, attende di essere edificato. Ma si dispiega, intanto, in tutta la sua imponenza e la sua profondità, l’ondata democratica, e le ripercussioni di un così radicale capovolgimento sono subitanee.
Crollano gli argini storici, tutti i sapienti rapporti e i complessi equilibri su cui il vecchio gruppo al potere aveva eretto il suo edificio. Rimangono, unici regolatori possibili di una società in tumultuosa ebollizione rinnovatrice, le grandi formazioni democratiche, che, ricercando i modi opportuni per le loro relazioni e le loro alleanze, vengono impostando, in sostanza, la questione fondamentale del nuovo Stato, dei nuovi rapporti di potere: e di uno Stato capace di garantire un ordinamento giuridico atto a normalizzare e ad infondere organicità all’ondata democratica, libera finalmente di prorompere e di espandersi.
Nella spirale inflattiva
E però, mentre è in corso il difficile travaglio di questo fondamentale rinnovamento politico, le classi e i gruppi sociali escono violentemente dalle loro posizioni tradizionali, dalle loro abitudini, dal quadro di gerarchie e di subordinazioni, che sono ormai trapassate insieme con lo Stato su cui si fondavano; e vengono così ad urtarsi contro un ordinamento proprietario ancor solido, benché paralizzato e corroso. Il mercato diviene, pertanto, caotico e convulso e assume un andamento febbrile e vertiginoso, caratterizzato da un’attività fervida e intensa, ma disordinata e, in definitiva, fittizia.
L’inflazione è appunto l’espressione finanziario-monetaria adeguata alla nuova situazione politica. Sicché può ben dirsi, ci sembra, che al suo prodursi concorrono soltanto, e in una maniera che è ben lungi all’essere determinante, quelle numerose, note circostanze che la spiegano, infatti, solo tecnicamente o quale astratto fenomeno economico: le operazioni cautelative, cioè, estesamente intraprese dai gruppi finanziari già protetti dal vinto Stato; le emissioni di segni monetari disposte dalle autorità di occupazione anglo-americane e dalle autorità della “repubblica” fascista, l’acuta carenza di beni, la distruzione di parte ingente dei mezzi di produzione, la cessazione delle partite attive della bilancia dei pagamenti, la perdita delle riserve auree, l’alto livello del cambio stabilito nel ’43, e così via.
Le conseguenze del rivolgimento politico e della sua necessaria espressione finanziaria e monetaria sugli orientamenti del ceto medio, e sulla sua stessa struttura quale gruppo sociale, sono sconvolgenti, profonde, immediate.
Non si tratta solo di mutamenti imposti dalla guerra ai consumi e alle abitudini; non si tratta solo dello sbalordimento che ha preso chiunque, da uomo qualsiasi, abbia vissuto quegli anni; bensì, ed essenzialmente, dell’incontro di un intero gruppo sociale con circostanze obiettive, che erano turgide di implicazioni sociali capaci di rivoluzionare una situazione, quasi secolare, di subordinatezza economica e politica.
L’improvviso e surrettizio allargarsi del mercato, per l’esplosione del processo inflazionistico, sembra, infatti, chiudere le frontiere di una terra libera e vergine, che può offrire occasioni di arricchimento assolutamente impensabili nell’ambito della tradizionale situazione sociale e della consueta attività economica.
E la tendenza al ripristinarsi, necessariamente effimero e sostanzialmente illusorio, ma pur, nell’immediato, reale, dell’eguaglianza delle opportunità di partenza per chi intraprende affari, è causa del mobilizzarsi, nelle varie direzioni speculative, di tutte le posizioni di rendita.
Degli anni avventurosi
Le condizioni di sviluppo politico incerto, l’avvio della lira ad una svalutazione inducono, dunque, i possessori di modesti redditi ad impiegare i risparmi in direzioni diverse da quelle abituali, a rischiarne anche la perdita, ma in ogni caso a emanciparsi inconsapevolmente dalla posizione di ciechi prestatori di denaro ai gruppi finanziari privatistici e dominanti e al loro Stato; ad agire, finalmente, in piena libertà.
All’interno del medio ceto avviene così che i gruppi rappresentanti le forme proprietarie e produttive tipicamente borghesi – anche se fattesi, per così esprimersi, “rachitiche”, perché rimaste confinate ai margini dello sviluppo finanziario e tecnico moderno – abbandinano di colpo il loro atteggiamento tradizionale (che consisteva nell’accordarsi e nell’assimilarsi passivamente ai generali interessi di una politica di difesa della rendita), e tentino, invece, i rischi e le avventure dell’attività imprenditoriale indipendente. Così, ad esempio, il gestore della modesta industria, che ha costantemente vissuto all’ombra delle imprese assurte a monopolio, agisce, ora, secondo un suo libero disegno. Dal canto suo, quella parte del medio ceto che opera nell’ambito delle forme pre-borghesi di rendita e di produzione, tende a farsi e a divenire, in senso proprio, borghese. Il commerciante, cioè, che ha limitato al minimo, nel bilancio, la parte della spesa, impiega denaro per ammodernare l’esercizio e per sostituire con salariati i familiari. L’artigiano tende anch’esso a far commercio o a introdurre macchine e lavoranti; mentre per coloro che vivono nell’ombra delle forme sociali, politiche e proprietarie dominanti – burocrati, intellettuali, ecc. – avviene un esodo verso gli interessi avventurosi e liberi dei traffici, dei trasporti, dell’intermediazione, dell’industria.
Un mercato fiorente, che si articola in affari minuti o anche a largo raggio, che si sovrappone al mercato “ufficiale” e che non può essere perseguito e represso, perché sostenuto da un’obiettiva esigenza (un mercato che sarà sommariamente definito “speculativo” da tutte le forze politiche e di governo), si istituisce sui territori nazionali liberati, per estendersi poi, sia pure per breve tempo, sull’intero territorio del Paese.
Il ceto medio da forza sociale immobilmente conservatrice si trasformerà, così, in un coacervo di spinte e di tendenze caratterizzate da un massimo di dinamismo, e prementi, ma ciecamente e implicitamente, sulle basi stesse dell’ordinamento proprietario.
All’interno di esso, l’egem0nia passa nettamente dai gruppi immobilmente parassitari a quelli, in qualche modo, produttivi, mentre l’ideologia prevalente si fa, sempre più, quella che deriva dal già contemplato aspetto anarchico.
Il fenomeno è di assoluta novità. La sconfitta definitiva del vecchio blocco borghese-aristocratico, quale base del potere politico, pone di fatto il ceto medio degli anni ’44 -’45 -’46 in una singolare situazione di obiettiva, totale indipendenza politica ed economica, mai prima di allora verificatasi.
Si tratta, evidentemente, di una situazione provvisoria e possibile solo in un momento di carenza, o, meglio, di fluidità statuale; ma si tratta anche di un fenomeno che va inteso quale sintomo della necessità di attuare in Italia una radicale rivoluzione dell’assetto sociale, di adeguare, cioè, l’ordinamento proprietario al mutamento dei rapporti di potere.
In tal senso, l’originale posizione assunta dal ceto medio richiedeva di essere politicamente interpretata.
La Resistenza e il suo limite
Il personale espresso dalla lotta di liberazione contro il fascismo, se concepito genericamente nel suo aspetto comune, ossia come espressione unitaria della Resistenza, non poteva in alcun caso assolvere al compito di interpretare l’istanza implicitamente posta dal ceto medio, e la presenza del Fronte dell’Uomo Qualunque ne è, a veder bene, la dimostrazione.
La Resistenza, nel suo insieme e quale fenomeno unitario, aveva in sé forza sufficiente a raggiungere il grande e decisivo risultato, preliminare ad ogni altro sviluppo, della liquidazione del fascismo; ma non altro esso poteva ottenere, perché al suo interno l’accordo si limitava, così come era evidente e inevitabile, all’avversione comune alle manifestazioni illiberali e catastrofiche del “regime”. E una completa unità politica tra le correnti confluite nel movimento di liberazione nazionale sussisterà, infatti, fino a quando l’attività direttamente antifascista potrà essere egemone nella vita politica italiana.
La realtà, però, oggettivamente generata dalla Resistenza pretendeva, laddove la vittoria militare fosse divenuta ormai un fatto compiuto, costruttivi interventi da parte delle autorità di governo; e quindi, prima di tutto, particolari rapporti di potere, capaci di far affluire in forme nuove e adeguate, negli alvei aperti dalla sconfitta del vecchio Stato, la vita economica e sociale.
Ora, tale pretesa, in sé ineccepibile e anche sostanzialmente rivoluzionaria, era obiettivamente espressa, in forma particolarmente impaziente e vivace, ma certo troppo immediata e acritica, proprio da quella parte del popolo che non sapeva valutare appieno, e cioè in tutta la sua positività, il risultato essenziale della vittoria liberatrice: l’annientamento del fascismo. Era soprattutto il ceto medio, difatti, che assisteva con impazienza al protrarsi di una politica quasi unicamente antifascista in modo esclusivo e diretto.
E però i partiti del CLN, nella loro unità, non potevano accingersi alla edificazione di quello Stato che era richiesto dall’Italia del ’44.
Una valutazione concorde della realtà sostituitasi al fascismo non poteva esser data dalle forze politiche dirigenti il moto di liberazione nazionale; e di conseguenza era impossibile una loro azione comune, intesa a soddisfare le esigenze maturate dall’avvenuto rivolgimento politico: l’esigenza, cioè, di forme statuali pienamente omogenee a una dispiegata democrazia, e però anche rispettose della libertà del privato; e quella di adeguare l’ordinamento giuridico e l’assetto sociale ai mutati rapporti di potere.
Le istanze poste dalla sconfitta dello Stato fascista, e quindi dal crollo definitivo del blocco borghese-aristocratico, divengono così non solo un motivo di disgregamento e, in prospettiva, di scissione, ma di acuto e premente dissidio tra i partiti del CLN.
Né può valere a comporlo il tentativo singolare e in definitiva astratto e contraddittorio, perché estremistico, degli azionisti, i quali paiono ritenere che la soluzione possa ritrovarsi in una sorta di permanentismo resistenziale: nella conservazione, cioè, all’indefinito delle forme e degli strumenti di lotta (e anzi sovrattutto di guerra) contro il fascismo, e nella loro trasposizione semplice ad organi istituzionali dello Stato. Certo, in tale maniera si poteva presumere che i contrasti, oramai virtuali e prossimi a esplodere tra i partiti, rimanessero estinti; ma semplicemente perché, a veder bene, si liquidavano e negavano i partiti stessi. E quindi, ove fosse stato possibile, l’ingenuo tentativo azionistico non avrebbe potuto concludersi che in un democraticismo tumultuoso, finendo per erigere l’antifascismo in una strana e quasi mistica dittatura di illuminati.
(continua)