9 – La decisione politica
Giannini dà battaglia all’antifascismo, risolutamente sostenendo che il merito della sconfitta fascista, se pure è considerata un merito, va attribuito agli innumerevoli italiani che il regime hanno passivamente subito.
Una parola sussurrata, il semplice malcontento, l’indifferenza al “regime”, l’adesione al fascismo data per necessità e malvolentieri, il gesto dei sacerdoti che hanno sciolto, quando richiesti, dal vincolo del giuramento di fedeltà al partito di Mussolini, l’umorismo sulle pagliacciate dei gerarchi: ecco come si è manifestato il vero antifascismo.
«Il fascismo che ci ha oppressi per ventidue anni – si legge nell’editoriale dell’ “Uomo Qualunque” del 27 dicembre 1944 – era una minoranza.
«Lo abbiamo combattuto con la resistenza passiva e lo abbiamo logorato tanto che è andato in frantumi al primo colpo serio che gli anglo-americani gli hanno vibrato. L’antifascismo e il fuoriuscitismo hanno fatto enormemente meno…. Questa minoranza non ha fatto contro il fascismo che una parte infinitesimale di quanto ha voluto e saputo fare l’Uomo Qualunque rimasto sotto il concreto giogo della tirannide fascista…».
Ma se, nell’ambito dell’ideologia gianniniana, la posizione antifascista viene a perdere ogni carattere e vigore, lo stesso liberismo auspicato da Giannini, e che a prima vista può sembrare costruito su basi di una certa solidità, si risolve, posto a confronto con la pratica politica, in una mera illusione.
Europeismo e Borsa nera
Nella situazione concreta, il massimo cui possono approdare le opinioni di Giannini in economia è la difesa della borsa nera; e una simile apologia, sebbene sia fondata su dati, relativi alle leggi del mercato, difficilmente confutabili, interessa, in ogni caso, un fenomeno effimero, che oltretutto, proprio per il suo stesso svanire, svuoterà di ogni sostanza le teorie economiche qualunquiste. Comunque sia, l’esaltazione del commercio illegale è fatta senza mezzi termini: «…Vi è un fenomeno sociale – dice Giannini - creato dalla guerra, che si chiama mercato nero. Si dice, al solito, con superficiale cognizione di quanto succede, che affama la povera gente. Bene, non è vero. Nessuno è morto di fame a Roma nei nove mesi di acutissimo mercato nero. Ci sono state delle vittime: non si nega; ma ci sono state vittime e morti di fame anche quando non c’era mercato nero… . Poiché mancava un mercato normale, la Folla, l’eterna Folla sapiente che conosce la vera economia che i professori di economia non hanno mai capito, ha trovato nel male dell’artificiosa carestia, il modo di giovarsi del rimedio che tutti i mali contengono in se stessi… il mercato nero non si stronca che con il mercato normale…l’azione degli uffici creati per stroncare il mercato nero rende il mercato più difficile e pericoloso per chi lo fa. Ma i prezzi del mercato nero non sono in funzione della merce, bensì del pericolo che si incontra per procurarsi la merce…» (La Folla, pag. 263).
Lo stesso scarto, lo stesso capovolgimento dalla mera formula ideologica alla reale proposizione politica – o al tentativo di questa – è possibile riscontrare sul piano della politica estera.
Nella pratica, la singolare missione nazionale, che, come s’è visto, Giannini affidava all’Italia, si concreta nella fumosa prospettiva dell’Europa unita. E però anche questa non è vista da Giannini quale portato di un’idea politica vera e propria; sì, invece, quale semplice e quasi meccanica conseguenza, resa necessaria dal progresso della tecnica. Nel presentare al pubblico la rivista L’Europeo Qualunque, il settimanale L’Uomo Qualunque così infatti commenta: «…E’ un altro passo verso la costituzione di quegli Stati Uniti d’Europa, dei quali fin dal primo numero dell’ Uomo Qualunque proclamammo l’inderogabile necessità. I rapidi mezzi di comunicazione, il perfezionamento dei servizi radio che consentono ormai la televisione artistica e anche la cronaca televisiva, l’invenzione di mezzi bellici d’inaudita potenza… spingono irresistibilmente gli antichi Stati nazionali europei all’Unione… L’aviazione ha praticamente distrutto i confini geografici, il cui concetto permane nei cervelli dei politici come un rimasuglio di settecenteschi e incipriati orgogli…» (U.Q., gennaio 1947).
Nasce il partito
Forte di questa brillante ideologia, Giannini, il teorico dell’a-politicismo, mosse dunque i primi passi in campo politico.
L’8 agosto 1945, i redattori del settimanale qualunquista, in considerazione del successo riscosso dalla loro pubblicazione, decidono di dar vita ad un movimento politico organizzato, i cui lineamenti, come è ovvio, riflettono perfettamente le insofferenze politiche e le tendenze ideologiche e di costume del ceto medio.
In questi termini, difatti, l’8 agosto 1945, Giannini presenta ai suoi lettori l’idea di costruire un movimento qualunquista: «… Credo sia giunto il momento di dare una struttura non più soltanto giornalistica alla corrente dell’ Uomo Qualunque, che il nostro giornale non ha creata, ma che indubbiamente ha rivelata. Per la pace della mia coscienza debbo ripetere quanto ho scritto varie volte: né io né nessuno dei redattori e collaboratori che mi onorano desideriamo diventare ministri, sottosegretari, deputati, sindaci, consiglieri comunali ed altro del genere… Credevamo e speravamo nel successo perché l’idea era buona e contavamo di poter arrivare alle 40.000 copie in un anno. Ma l’iniziale, audace edizione di 20.000 copie del primo numero si esaurì rapidamente, le stereotipie furono rimesse in macchina tre volte… C’è chi crede che questo successo sia dovuto alla persecuzione di Spano e Togliatti e al non eccessivo coraggio di Bonomi e Libonati che tollerarono l’ingiustizia… ma la verità è un’altra: non c’è stato un giornale che, aiutato dai suoi nemici, ha conquistato il pubblico, c’era invece un pubblico che da anni aspettava un giornale che non fosse solo un foglio d’ordini di partito. La prova di questo sta nella fulminea diffusione dell’Uomo Qualunque in Alta Italia, dove nessuno sapeva delle scempiaggini fatte a Roma, nella sua misteriosa ed efficacissima circolazione a Gorizia – Trieste – Fiume… Siamo dunque in presenza di un fatto politico e non giornalistico… E’ questa una forza politica che non avevo preveduto così vasta e profonda e per la quale è ormai doveroso fare qualche cosa di più di quanto sino ad oggi non si sia fatto. Il grido di dolore che da ogni parte d’Italia si leva verso l’Uomo Qualunque non può essere più inascoltato… Non dobbiamo fare, almeno finché mi occuperò io della faccenda, un partito politico come gli altri che abbiamo combattuto e combattiamo. Non dobbiamo riunirci in una trentina di intellettuali e compilare il programma che la maggioranza dovrà supinamente accettare… il programma, concreto, dettagliato, del nostro movimento, deve essere fatto sull’indicazione di tutti … Abbiamo già un punto sul quale siamo tutti d’accordo ed è questo: vogliamo vivere in pace e liberamente, nella maggiore e migliore prosperità, amministrati da un governo che ci dia i servizi pubblici necessari e ci faccia ritrovare la voglia di lavorare garantendoci la sicurezza della vita e dei beni… Mettiamoci al lavoro e cerchiamo di risolvere noi i problemi del nostro paese, senza fuorusciti di ritorno, senza professionisti politici, senza mestieranti di chiacchiere… Ogni uomo e donna qualunque consulti la sua coscienza e la sua intelligenza… e ci mandi la sua idea e il suo consiglio… Come vogliamo chiamare il movimento? Partito? Unione? Associazione? Lega? Società civile?...».
Gli amici del settimanale rispondono alle domande che Giannini ha loro rivolte, inviano suggerimenti, pareri, consigli. Nasce, così, il “Fronte dell’Uomo Qualunque”, di cui Giannini si compiace di dire che «…non ha nessun bagaglio di idee superate e di preconcetti assurdi» e che «…non è legato a nessuna dottrina pseudo-politica o pseudo-economica infrantasi e ridicolizzatasi nell’urto contro la solida realtà…».
Giannini assegna al qualunquismo, quale compito fondamentale, la lotta contro «…il neofascismo del partiti del CLN…».
«La tirannia passata – si legge sull’ U.Q. del 29 agosto 1945 – era quella fascista, ed ecco la primissima delle
ragioni per cui ogni uomo qualunque, sia o non sia stato iscritto al partito fascista, è oggi decisamente e chiaramente antifascista.
La tirannia presente è quella del CLN, che mostra in mille modi di aver sostituito il fascismo per continuarlo».
Contraddizione insuperabile
E però, proprio perché in questi termini si configurava il suo obiettivo essenziale, e perché anche, nella pratica, non avrebbe mai potuto travalicare questi rigorosi confini, il movimento qualunquista, al suo apparire sulla scena politica, malgrado la sua già chiara sostanza reazionaria, non poteva essere definito senz’altro un fenomeno utilizzabile solo dalle forze di destra. Mentre aveva, infatti, per i suoi postulati astratti, per la sua empiricità politica, per il suo nullismo ideologico, una ridottissima capacità di modificare direttamente la situazione generale, presentava invece, data anche la particolare natura della sua base sociale e la fluidità della sua dottrina, un massimo di disponibilità.
Il qualunquismo esprimeva, in definitiva, per il solo fatto di esistere, una critica alle insufficienze politiche dei partiti del CLN; e se il suo modo di concepire e di esplicitarsi era erroneo, ciò non escludeva che indicasse, almeno oggettivamente, la necessità di una politica diversa da quella meramente ciellenistica. In questo senso, poteva anche essere utilizzato, se non dall’azionismo e da altri consimili estremismi, certo dalle forze interessate al modificarsi rivoluzionario della situazione politica generale.
Comunque sia, qualora ciò non fosse avvenuto, ben più grave sarebbe stata la vita del qualunquismo, che poté infatti svilupparsi proprio per la mancata piena alleanza delle due fondamentali correnti a base democratica e per il conseguente persistere di quei particolari rapporti di instancabile coesistenza, fondata su continui compromessi, che caratterizzarono il governo del CLN e poi lo stesso Tripartito.
Rimane, tuttavia, il fatto che, ove alla politica resistenziale fosse successa, senza contraddizioni e senza pause o ristagni, una politica dispiegatamente e positivamente rivoluzionaria, il moto liberatorio del ceto medio italiano avrebbe trovato quella costruttiva composizione, che invece non poté raggiungere.
Interessa in ogni caso, ai fini di un giudizio sul modo in cui il qualunquismo si mosse sulla scena politica, porre ancora una volta in rilievo che quel movimento poté vivere e svilupparsi proprio per le condizioni poste in essere dalla politica dei governi del CLN e dei governi del Tripartito; e che, quindi, nel momento stesso in cui il leader qualunquista decide di combattere quelle formazioni governative, si trova di fatto a dover combattere quelle condizioni medesime che avevano consentito l’ingresso nella vita politica italiana di un ceto medio mobilizzato e dinamico, e perciò dello stesso qualunquismo.
Può d’altra parte Giannini, per le sue convinzioni ideologiche e politiche (su cui riposa, del resto, la sua improvvisa fortuna) scegliere altro obiettivo da quello di abbattere un governo di “uomini politici professionali”? E quale rappresentante di un ceto medio che vuol esser certo di non perdere la sua autonomia e la sua libertà, può egli forse esimersi dall’operare nel senso obbligato della promozione di un governo di “tecnici”, che implicitamente riconoscano come giuste le esigenze del ceto medio?
Ma allora Giannini è dentro una insolubile contraddizione, che determinerà la vita e la morte del qualunquismo.
Sull’onda dell’inflazione
Una prima conseguenza è subito chiara: nel periodo in cui l’opposizione qualunquista non si preoccuperà di fare distinzioni all’interno del CLN, e lo avverserà anzi nel suo insieme quale un tutto unitario, mentre, ovviamente, non avrà alcuna influenza politica effettiva, perché non ne avrà la forza, e non potrà, quindi, da sola, produrre modificazione alcuna nelle combinazioni di governo, raggiungerà, invece, il massimo di influenza elettorale.
A un siffatto successo contribuisce altresì, ed in modo diretto, la situazione finanziaria e monetaria, che rende febbrile e convulsa la vita economica del paese. La politica dei governi del CLN aveva indubbiamente provocato e provocava una rottura democratica e rivoluzionaria della situazione preesistente; ma non poteva avere la capacità di risolvere tale frattura attraverso un pieno rinnovamento sociale, civile e giuridico. Permaneva così, inarrestato e inarrestabile, quel fenomeno, l’inflazione, che, come già si è affermato, fu appunto una delle condizioni essenziali del nuovo, autonomo modo di inserirsi del ceto medio nell’attività e nella vita economica, divenendo, pertanto, una delle condizioni dell’esistenza del qualunquismo.
Riunificata l’Italia, sul finire del ’45 e nel volgere dell’anno ’46, provvedimenti intesi a respingere l’inflazione marciante e a infrenare l’intollerabile, anarchico moto economico del dopoguerra vennero, è vero, adottati. Ma si trattava prevalentemente di effimere e superficiali misure di emergenza: strumenti fiscali straordinari per l’avocazione allo Stato dei profitti di regime, di guerra, di speculazione, e provvedimenti finanziari (quali, ad esempio, l’emissione di buoni del Tesoro e della “Ricostruzione”) volti, sostanzialmente, a distrarre gli investimenti dal libero mercato.
Questa politica economica, però, fondata sull’illusoria speranza di far fronte all’inflazione intervenendo nella fase conclusiva del processo, restò necessariamente inoperante.
10 – Fra destra e sinistra
Nella situazione di disordine amministrativo, in cui l’Italia versava in quegli anni, l’azione fiscale non poteva fruttare, oltretutto, che risultati particolarmente modesti; e nel contempo, il rimanere delle cause profonde, sociali e politiche, dell’inflazione, non poteva non scoraggiare gli investimenti in titoli di Stato.
Di fronte ai partiti al governo, due sole vie si aprivano per ottenere il rifluire dell’inflazione; ma si trattava di due strade che avrebbero condotto, l’una e l’altra, alle modificazioni dell’equilibrio politico determinatosi con la conclusione della guerra.
L’una strada, difatti, era quella dell’avvio a trasformazione dei rapporti proprietari e quindi di una nuova, obiettiva regolamentazione dei consumi e degli investimenti secondo dei criteri, fattisi naturali e inevitabili, di pubblico interesse. L’altra via era invece quella di rinsaldare coerentemente la struttura capitalistica, scossa dall’ingresso, nella vita dello Stato, delle forze della democrazia, regolando così consumi e investimenti in un senso classicamente conservatore.
Un governo ciellenistico – e lo si è detto – non poteva adottare né l’uno né l’altro indirizzo; e il fenomeno inflattivo, pertanto, non si arrestò; manifestò anzi la tendenza ad estendersi, e, insieme con esso, si estese l’influenza elettorale del Fronte dell’Uomo Qualunque.
Il 2 giugno 1946, 1.264.794 elettori votano per il Fronte, che ha così diritto a trentadue deputati alla Costituente.
Il successo raggiunto e il voto del gruppo qualunquista di sfiducia al primo governo della Costituente (motivato senza mezzi termini da Giannini quale voto contro l’alleanza tra i partiti di massa) richiamarono immediatamente l’attenzione di quelle forze politiche antifasciste e conservatrici, che aspiravano ad una definitiva e completa scissione tra le due grandi correnti a base democratica, divenute il fondamento e il perno del Tripartito.
Un mutamento profondo si verificava per il movimento di Guglielmo Giannini: fattesi ormai sempre più lontane le origini tumultuose, anarcoidi e popolaresche, perduta necessariamente la spontaneità irresponsabile, che si era rivelata così utile durante la lotta elettorale, si apre il periodo del massimo splendore del qualunquismo, cui i partiti antifascisti riconoscono finalmente il diritto di piena cittadinanza politica; e però si apre anche la fase in cui il Fronte viene utilizzato dalle destre quale pedina e strumento di ricatto nei confronti della Democrazia cristiana.
Croce rifiuta
L’argomentazione qualunquista avverso il Tripartito era da tempo condivisa, sebbene assai più cautamente, dalle destre, almeno nella parte in cui il Fronte chiedeva una politica non più sostanziata dall’antifascismo generico e resistenziale, ma di misure intese, invece, a rimettere ordine e a ripristinare la normalità. L’intiero schieramento di destra viene ora ad appoggiare decisamente una richiesta siffatta, ben consapevole che, nel contesto politico degli anni fra il ’44 e il ’47, ottenere un ripristino della normalità altro non significava se non costringere all’involuzione sociale e politica l’intiera situazione italiana.
La destra antifascista, dopo l’inatteso successo delle elezioni del giugno ’46, ha preso le sue decisioni: essa intende ormai giocare tutte le carte possibili per procurare l’indispensabile appoggio del partito cattolico al suo proposito chiusamente conservatore e anzi reazionario; e per conseguire un tal fine minaccia di abbandonare la Democrazia cristiana all’abbraccio delle sinistre, passando a un’indiscriminata opposizione al governo tripartito e alla costituzione di un fronte conservatore anticomunista e, al tempo stesso, contrario ad ogni forma di progressismo cattolico.
Il 13 dicembre ’46, ad esempio, il Risorgimento Liberale, che per il passato aveva sprezzantemente ignorato il movimento qualunquista, gli vien dedicando, invece, un sintomatico corsivo, ove, tra l’altro, si trova scritto: «…Guglielmo Giannini, che si è sempre dichiarato un appassionato liberale e riconosce in Benedetto Croce il suo maestro, chiede affabilmente ai liberali, se abbiamo ben capito, di entrare nel (suo) partito… La questione è tropo grave perché possa essere sbrigata in un rapido corsivo. Bisognerà studiare con molto interesse la questione…».
Una manovra sottile
Ma se tale arma di ricatto in mano ai liberali non rappresentava, infine, per la Democrazia cristiana, una troppo temibile minaccia (anche per lo scarso entusiasmo o meglio per il corrucciato disgusto con cui Benedetto Croce andava giudicando la politica del suo partito verso i qualunquisti), essa divenne invece ben più preoccupante e pericolosa allorché fu impugnata, e con la massima spregiudicatezza, dalla Curia romana.
E’ difficile appurare e concludere se l’atteggiamento delle gerarchie vaticane tendesse semplicemente a costringere la Democrazia cristiana a cambiar sistema di alleanze, o se addirittura taluni gruppi ecclesiastici divisassero di sostituirle il Fronte dell’Uomo Qualunque nella funzione di partito conservatore e a tutela degli interessi della Chiesa. Quest’ultima ipotesi potrebbe, forse, essere avvalorata dalla considerazione che il qualunquismo si presentava come l’unica forza politica borghese che, per non essere legata in alcuno modo alla tradizione del laicismo liberale e insieme per il fatto di non provenire neppure da alcun filone della politica cattolica, permetteva obiettivamente alla Curia romana di essere meno direttamente compromessa nella politica italiana.
In ogni caso, fosse deciso a ottenere dalla Democrazia cristiana un mutamento di politica, o fosse propenso a sperimentare le possibilità concrete che poteva presentare l’avventuroso proposito di “mutar spalla al proprio fucile”, il Vaticano, in occasione delle elezioni dei consigli comunali in alcune grandi città, indette per il 10 novembre 1946, consigliò al clero di lasciare agli elettori piena libertà di scelta tra la Democrazia cristiana e il movimento dell’Uomo Qualunque.
Le conseguenze per il partito cattolico apparvero subito gravissime: esso, rispetto ai risultati elettorali del 2 giugno 1946, perdette seccamente voti, e il Fronte, in ispecie a Roma, conseguì uno straordinario successo. Nella capitale l’Uomo Qualunque raggiunse 106.780 voti, superando così di circa duemila voti i suffragi ottenuti dalla Democrazia cristiana.
Una siffatta affermazione elettorale conferì nuovo prestigio al qualunquismo. Puntualmente il partito liberale si affrettò a dedicargli altre parole, destinate, del resto, ad essere intese dalla Democrazia cristiana: «…Gli stessi qualunquisti, salvo l’intemperanza polemica – si può leggere nell’editoriale del Risorgimento Liberale del 13 novembre 1946 – non si sono posti su altro terreno che non sia quello del metodo liberale e democratico. Essi cercano, come è loro diritto, di far valere le loro ragioni, buone o cattive, per le vie normali della propaganda, della stampa, del voto e non minacciano, come i comunisti, di costituire una potenza estranea e ostile allo Stato e ai suoi organi legislativi… Il paese è stanco e irritato in larga misura di trovare ostacolo nel suo desiderio di pace, di ordine, di lavoro, di ricostruzione, da parte dell’estremismo social-comunista; ed in tale stanchezza e irritazione è disposto a portare i suoi suffragi a chi fa la voce più grossa…».
Di nuovo, dunque, la pedina del qualunquismo viene mossa dai liberali, onde il partito cattolico si decida a valutare che i voti qualunquisti alla Costituente, insieme all’accresciuta forza elettorale del Fronte, possono consentirgli l’abbandono del Tripartito.
L’intervento di Togliatti
Ma all’improvviso, e non senza suscitare scandalo, recriminazioni e sorprese, a frenare l’offensiva di destra ed a suscitare a sinistra un’alternativa, che poteva ripristinare – e in un primo tempo effettivamente ristabilì – una situazione di equilibrio, intervenne nelle polemiche e nelle manovre il leader comunista, che dedicò, il 22 dicembre ’46, un articolo a Giannini, in risposta ad un’intervista da questi concessa all’ANSA il 19 dicembre dello stesso anno.
Tra le dichiarazioni rese da Giannini in quella occasione, si trovava una frase che in sé poteva anche apparire di scarso valore, ma che era comunque indicativa sia dello straordinario empirismo politico del dirigente qualunquista, sia delle straordinarie possibilità di gioco e di manovra insite in questa fluidità ideologica e tattica. Essa era tale, in ogni caso, da consentire all’on. Togliatti di inserirsi nel dibattito in corso.
«…Crediamo fermamente e sinceramente – aveva dichiarato, tra l’altro, Giannini all’ANSA, a proposito dei rapporti tra comunismo e qualunquismo – che sia possibile trovare un punto d’incontro sul quale iniziare una utile collaborazione, quale è quella che, tra genti civili, si concreta nel fronteggiarsi fecondo di due grandi e oneste correnti politiche …»; ed era appunto questa ipotesi di collaborazione che veniva esaminata con interesse nel citato articolo dell’on. Togliatti, il quale non ne escludeva la possibilità, sempreché i qualunquisti rendessero frequentabile il loro partito epurandolo dai fascisti irriducibili e dalle argomentazioni grossolanamente reazionarie.
Traspariva da questa argomentazione l’evidente scopo di far rilevare alla Democrazia cristiana che l’empirismo di Giannini poteva essere ambivalente; che non garantiva, cioè, nel deprecato caso di una scissione del governo tripartito, la formazione di una maggioranza parlamentare di centro-destra, quale era quella auspicata dai liberali.
L’argomento non era privo di valore: lo dimostrava il fatto che la Democrazia cristiana, vuoi perché preoccupata seriamente dalle reali o immaginarie conseguenze nel paese e nel suo stesso partito di una rottura dell’alleanza con le forze di sinistra, vuoi perché timorosa che tale operazione politica approdasse a una troppo pesante subordinazione del partito cattolico alle gerarchie vaticane, e desiderosa in ogni caso di prender tempo, onde meglio lasciar maturare le condizioni di un’eventuale scissione del governo tripartito, venne adottando una politica temporeggiatrice.
Preoccupazioni d. c.
Testimonianza non dubbia di tale atteggiamento è, ad esempio, l’articolo pubblicato in quei giorni dal quotidiano ufficiale della Democrazia cristiana, a firma dell’on. Andreotti. «Come fidarsi dei qualunquisti? – si chiedeva il giovane parlamentare democratico cristiano - …Pochi hanno pensato – nel commentare gli amorosi sensi sviluppatisi negli ultimi giorni tra gli onorevoli deputati Guglielmo Giannini e Palmiro Togliatti – che tra i discorsi tenuti dal Fondatore in Sardegna, dove si era autodefinito arbitro della pace sociale in Italia e capace con un sol gesto di rattenere o di scatenare la guerra civile, e la conciliante intervista all’ANSA – in cui si auspica tra comunismo e qualunquismo un punto d’incontro sul quale iniziare una utile collaborazione – è intercorso un fatterello di qualche rilievo: lo sciopero generale a Napoli. In una città non del tutto sorda al qualunquismo si è infatti registrata una vera e propria dittatura temporanea della Camera del Lavoro (che ha colpito anche noi e ne trarremo le conseguenze) senza che una sola voce dell’ U. Q. sia insorta a esprimere contrario avviso…».
Che cosa trarre, in sostanza, da questa prosa? Una sola cosa, a nostro parere. L’on. Andreotti intendeva scoraggiare abilmente la Curia romana dal divisato proposito di sostenere il qualunquismo quale partito che, rispetto alla Democrazia cristiana, offriva maggiori garanzie di esser forza di conservazione.
In realtà, quando la prima seria occasione si era offerta, non era esso venuto meno, mancando del tutto di assolvere alla sua auspicata funzione?
Lo stesso Giannini, del resto, rievocando alcuni anni dopo le vicende politiche di quei giorni, così commenterà l‘articolo del parlamentare democratico cristiano: «…Ma è vera, però, una verità che Andreotti denunzia in quell’articolo: Vedete a Napoli, dove il qualunquismo è forte, la Camera del Lavoro ha fatto sciopero e i qualunquisti non hanno impugnato i manganelli, non sono corsi, pugnal fra i denti e bombe a mano, ad assaltare la Camera del Lavoro. La grossa questione politica è tutta lì: Giannini non vuole fare lo squadrismo, non vuole resuscitare il fascismo, non intende bastonare gli operai che scioperano, non pensa a toglierci dai piedi il comunismo con la guerra civile. Gravissima la denuncia e vera e provata. Senonché io avevo promesso agli italiani precisamente di non fare ciò che Andreotti mi rimproverava di non aver fatto…».
(continua)