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Introduzione...

Non sono possibili analogie tra Ludovico Ariosto e Rutilio Namaziano, né tra il sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi e quello voluto da Alarico, e nemmeno tra il Guicciardini luogotente generale dell’esercito pontificio sotto la bandiera della “Lega Santa” e i generali romanizzati Stilicone o Aezio (anche perché questi ultimi riportarono sia pur temporanee vittorie, mentre il primo su subito sconfitto). Si può forse vedere, però, un certo parallelismo logico tra il quadro storico di una civiltà romana che sebbene – come scrive Giaime Rodano nella sua sfortunata lettera el direttore del “Foglio” - «più avanzata e matura, più ideologicamente aperta e flessibile, più tecnologicamente attrezzata», soccombe alle invasioni barbariche, e quello di un’Italia delle signorie giunta alla crisi estrema, quando ormai «la libertà dei suoi staterelli consiste nel trovare modi plausibili per sottomettersi a Carlo V» (M. Tortorici, D. Baldini, V. Marucci, G. Rodano: “La letteratura italiana nell’orizzonte europeo”, Roma 1993, I- p.395). Questa Italia in declino, ripiegata su se stessa sotto le invasioni e le dominazioni straniere, trova espressione di particolare aderenza e risalto nelle autistiche riflessioni dello stesso Guicciardini e nel suo ideale di “uomo savio”, su cui si sofferma Francesco De Sanctis nello scritto riportato qui a fianco (reperibile in rete: Critica letteraria, aggiornamenti a cura di Luigi De Bellis – http://spazioinwind.libero.it/letteraturait)

L’UOMO DEL GUICCIARDINI
di Francesco De Sanctis

L’uomo del Guicciardini, quale crede dovrebbe essere l’uomo « savio », com’egli lo chiama, è un tipo possibile solo in una civiltà molto avanzata, e segna quel momento che lo spirito già adulto e progredito caccia via l’immaginazione e l’affetto e la fede, ed acquista assoluta e facile padronanza di sé.

In questo regno dello spirito il nostro uomo savio spiega tutte le sue forze. Molto ha imparato ne’ libri, maravigioso di erudizione e di dottrina; ma non gli basta. Sa «quanto è diversa la pratica dalla teorica; quanti sono che intendono le cose bene, che o non si ricordano o non sanno metterle in atto», e come non dee confidare alcuno «tanto nella prudenza naturale, che si persuada quella più bastare senza l’accidentale della esperienza». Perciò la naturale prudenza e la dottrina accompagna con l’esperienza, ovvero «osservazione delle cose». E non gli basta ancora. Sa pure che «la dottrina accompagnata co’ cervelli deboli o non li migliora o li guasta»; e però anche il naturale dee essere buono, tale cioè che non sia offuscato lo spirito dalle apparenze, dalle impressioni, dalle vane immaginazioni e dalle passioni. E quando hanno queste buone parti, la prudenza naturale, e l’esperienza, e la dottrina, e il cervello non debole, gli uomini sono «perfetti e quasi divini».

Nel nostro savio e nel nostro uomo perfetto si riscontra dunque l’«accidentale col naturale buono», la dottrina e la esperienza col cervello «positivo» e prudente. Ma egli ha una qualità ancora più preziosa, senza la quale tutte le altre sono di poco frutto, ed è la «discrezione» o il discernere. Su’ libri trova tutte le regole; ma «è grave errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente, e per così dire per regola perché quasi tutte hanno distinzione ed eccezione, e queste distinzioni ed eccezioni non si trovano scritte in su’ libri, ma bisogna lo insegni la discrezione». Senza la discrezione adunque non giova la dottrina e l’esperienza. La dottrina ti dà le regole, l’esperienza ti dà gli esempi; ma «è fallacissimo il giudicare per gli esempli; con ciò sia che ogni minima varietà nel caso può essere … causa di grandissima variazione nello effetto; e il discernere queste varietà, quando sono piccole, vuole buono e perspicace occhio». E perciò, «quanto s’ingannano coloro che a ogni parola allegano i romani! Bisognerebbe avere una città condizionata come era la loro, e poi governarsi secondo quello esempio; il quale a chi ha le qualità disproporzionate, è tanto disproporzionato quanto sarebbe volere che un asino facesse il corso di un cavallo». Ma il nostro uomo non capita a prendere un asino per cavallo; perché ha da natura «buono e perspicace occhio», e legge spesso un libro suo, che il Guicciardini chiama «il libro della discrezione».

Questo è l’uomo perfetto del Guicciardini, tutto spirito e armato di così forti armi, naturali e accidentali. Né è colpa sua che abbia coscienza della sua superiorità, e disprezzi i «vulgari», e, come italiano, stimi barbari tutti gli altri popoli, e, quantunque fortissimi e valorosissimi, confidi di poterli vincere e farli suoi instrumenti con la forza dell’ingegno e della coltura. Chi studii con qualche attenzione in questo tipo di intellettuale, così com’è uscito dalla mente del Guicciardini, e che risponde generalmente allo stato reale dello spirito italiano a quel tempo, vedrà perché i nostri uomini di Stato giocavano quasi con gli stranieri, a cui si sentivano tanto soprastare per intelligenza e per coltura, e, non che averne paura, confidavano di poterli usare a’ loro fini e a’ loro interessi particolari. – Voi v’intendete di armi, ma non v’intendete di Stato, - dicea con orgoglio Niccolò Machiavelli a un potente straniero.

Il nostro uomo, dotato di tante forze intellettive, e così disciplinate, con quel suo occhio buono e perspicace vede il mondo altro da quello che i volgari sogliono. Non crede agli astrologi e ai teologi e ai filosofi e a tutti gli altri che scrivono le cose sopra natura o che non si veggono, e «dicono mille pazzie: perché in effetto gli uomini sono al bujo delle cose, e questa indagazione ha servito e serve più a esercitare gli ingegni che a trovare la verità». Parla con ironia di «Santa Maria Impruneta», che «fa piova o bel tempo», e delle devozioni e de’miracoli, e de’ digiuni e orazioni e simili opere pie, «ordinate dalla Chiesa o ricordate da’ frati» e dell’aiuto che Dio dà a’ buoni, e del buono successo delle «cause giuste». Stima che «la troppa religione guasta il mondo, perch’effemina gli animi … avviluppa gli uomini in mille errori e divertisceli da molte imprese generose e virili».

Crede che, «dalle repubbliche in fuora, nella loro patria, e non più oltre, tutti gli Stati, chi bene considera la loro origine, sono violenti», né v’è potestà che sia legittima: «né anche quella dell’imperatore, che è fondata in sull’autorità dei romani, che fu maggiore usurpazione che nessun’altra»; e non quella de’«preti, la violenza de’ quali è doppia, perché a tenerci sotto usano le armi temporali e le spirituali». Innanzi a quest’occhio «perspicace» tutto l’antico edificio crolla, e del Medioevo non rimane nulla. Il regno celeste rovina e si trae appresso nella caduta papa e imperatore. Lo spirito, adulto e per virtù propria emancipato, si ribella contro il passato dal quale è uscito e che lo ha cresciuto ed educato, caccia via da sé tutte le credenze e i principii, fattori di quella civiltà della quale egli è la corona e l’orgoglio, e si chiude nella terra, o nella vita reale, nel mondo naturale, così com’è e non come è immaginato, e pone la sua gloria nell’interpretarlo, nel comprenderlo e nel valersene a’ suoi fini.

Se il nostro savio ammette «con le persone spirituali» che la fede conduce a cose grandi, gli è non per alcuna assistenza soprannaturale o provvidenziale, ma perché «la fede fa ostinazione», e chi la dura, la vince. Quanto a lui non gli è bisogno la fede, perché a vincere bastano le sue armi proprie, la naturale prudenza e la dottrina e l’esperienza e quel suo terribile occhio «buono e perspicace». E non ci è latebra del cuore umano che stia nascosta a quell’occhio, e non apparenza e nebbia così fitta che gli chiuda la via, e non vanità d’immaginazione o impeto di passione. Quelli che si lasciano signoreggiare da vane immaginazioni, sono «cervelli deboli». Quelli che si gittano nelle imprese senza considerare le difficoltà, sono «uomini bestiali». E «chi governa a caso, si ritruova alla fine a caso». E sono «matti» quelli che operano secondo passione, ancorchè nobile e generosa. E sono «sciocchi» quelli che seguono il «comune ragionare degli uomini» e le «vane opinioni del popolo». «Chi disse uno popolo, disse veramente uno pazzo! Perché è un mostro pieno di confusione e di errori; e le sue vane opinioni sono tanto lontane dalla verità, quanto è, secondo Tolomeo, la Spagna dalla India». Né è bene «stare al giudicio» di quelli che scrivono, e in ogni cose «volere vedere ognuno che scrive: e così quello tempo che sarebbe a mettere in speculare, si consuma in leggere libri con stracchezza d’animo e di corpo, in modo che l’ha quasi più similitudine a una fatica di facchini, che di dotti».

Il nostro uomo savio e perfetto non ha fede che nel suo giudizio proprio, nel suo «speculare», e nella evidenza del fatto, che scopre ogni fallacia di apparenza; «quanti dicono bene che non sanno fare; quanti in sulle panche e in sulle piazze paiono uomini eccellenti, che adoperati riescono ombre!» Egli crede che i fatti umani siano determinati dalle inclinazioni e passioni e opinioni degli uomini, e che ci sia perciò un’arte della vita pubblica e privata, fondata sullo studio e la cognizione del cuore umano, scienza affatto sperimentale. E qual maestro in quest’arte! Nessuno è più addentro di lui ne’ motivi più occulti e con più cura dissimulati delle nostre azioni; né più sicuro in determinare gli effetti più lontani, o quella lenta successione di cause poco sensibili e poco osservate, le quali spiegano quei «moti delle cose», che al volgo paiono rovine subitanee.

Fra tanta varietà di accidenti e di opinioni e di passioni, nessuna cosa lo sorprende e lo sgomenta e lo turba, perché considera ogni cosa «etiam minima», e di tutto sa trovare il bandolo, e nei più diversi casi della vita prevede e provvede, da’ più alti negozi dello Stato alle più umili faccende della famiglia. Il suo sguardo, ne’ casi più improvvisi freddo e tranquillo, è quello di un Iddio, alto e sereno sulle tempeste, ma di un Iddio leggermente ironico, inclinato a pigliarsi spasso degli uomini e a voltarli a modo suo.

Questo tipo del Guicciardini è la «pianta uomo», come s’era più o meno sviluppata in Italia; è la fisionomia rimasta storica e tradizionale dell’uomo italiano com’era in quel tempo; è quella superiorità e padronanza dello spirito, alla quale i popoli non giungono se non dopo molti secoli di iniziazione e di civiltà, e dove l’Italia giunse con tanta celerità di cammino, che vi lasciò per via gran parte delle sue forze. Onde avvenne, che in così visibile progresso dello spirito, in così varia e ricca coltura, in tanta prosperità, fra tanti capolavori, quando coglieva il più bel fiore di una vita breve e affaticata, e aveva in vista nuovi orizzonti, si trovò esausta, e i giorni più allegri e più belli della sua esistenza furono i giorni della sua morte.

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