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Introduzione...

Sul fascicolo n.1/2007 del “Mulino” si possono leggere, come sempre, articoli molto interessanti. In copertina sono evidenziati quelli della sezione L’Italia da slegare (“Antichi vizi e nuovi interessi del corporativismo” di Giorgio Rebuffa, “Il merito nella società della conoscenza” di Piero Cipollone e Ignazio Visco, “Il diritto all’onestà. Etica pubblica e pubblici funzionari” di Bernardo Giorgio Mattarella, “La fabbrica dei nullafacenti” di Stefano Nespor, “La malattia burocratica” di Mario dal Co). Vi sono poi le sezioni Osservatorio italiano (“Legge elettorale: correggere i difetti per chiudere un ciclo” di Aldo Di Virgilio, “Le pensioni infinite” di Giuliano Cazzola, “I vincoli del sistema scolastico e la formazione delle competenze” di Daniele Checchi, “Brogli immaginari e sindrome della cospirazione” di Piergiorgio Corbetta e Guido Legnante) ; La questione urbana (“Napoli: dietro la città illegale” di Enrico Pugliese, “Bologna: riflessioni sul degrado” di Massimo Patarini); L’azione di governo (“L’Italia dei lavori” di Antonio Tamburrino); Osservatorio europeo (“La nouvelle France di Ségolène” di Piero Ignazi, “Spagna e Italia: due sistemi a confronto” di Alberto Quadrio Curzio e Valeria Miceli, “Agenda dell’Unione” di Roberto Santaniello); Osservatorio internazionale (“L’America dopo le elezioni di metà mandato” di Sergio Fabbrini); Idee (“La scienza fraintesa” di Massimiano Bucchi). Chiude il fascicolo Michael Schwartz con l’articolo “Il contraccolpo iracheno”, che trascriviamo qui per intero – ringraziando l’Autore e “Il Mulino” - data la chiave di lettura illuminante che ci fornisce della situazione di quel disgraziato Paese dall’intevento di Bush Senior in poi, con particolare riguardo ai madornali errori commessi dall’amministrazione “neo-con” del secondo Bush, che hanno scatenato i sanguinosi contrasti tra le varie fazioni sciite e sunnite e hanno ridotto la popolazione nel suo insieme a uno stato di complessiva depressione economico-sociale.

IL CONTRACCOLPO IRACHENO
di Michael Schwartz

La maggior parte dei reportage sull’Iraq condivide la teoria secondo cui le cose sarebbero andate molto diversamente per l’amministrazione Bush se fosse stato accolto il consiglio del generale Shinseki: per rappacificare l’Iraq sarebbe stato necessario mobilitare «diverse centinaia di migliaia di truppe». Ogniqualvolta gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare una crisi in Iraq, questo argomento è stato sollevato, quasi fosse scontato, tanto da diventare una sorta di mantra per l’opposizione Democratica. Un classico esempio di come questo assunto sia ormai parte del nostro bagaglio teorico si ritrova in un recente articolo dell’Associated Press dove si rivela che già nel 1999, in un rapporto al presidente Clinton, una commissione di esperti militari dichiarò che sarebbero stati necessari 400.000 uomini per rimuovere con successo Saddam Hussein e che anche un contingente di queste dimensioni avrebbe potuto essere insufficiente per imporre una Pax Americana in Iraq. Quell’articolo, così come la maggior parte dei recenti reportage sulla guerra, sostiene implicitamente che la carenza di personale è stata la ragione principale del fallimento del tentativo americano di rappacificare l’Iraq. Ma non si tratta di questo.

Un attento esame di ciò che “è andato storto” rivela che fu la decisione di vincolare politicamente, economicamente e militarmente l’Iraq agli Stati Uniti a condannare la politica di Bush, e che anche un contingente delle dimensioni raccomandate dalla commissione di esperti militari non avrebbe riportato il successo atteso. La percezione secondo cui l’Iraq sarebbe stato ingovernabile giocò un ruolo importante nella decisione di Gorge H.W.Bush di non invadere il Paese dopo la Guerra del Golfo del 1991. Questo timore nasceva dall’atteso manifestarsi di due problematiche. In primo luogo, i consiglieri di Bush pensavano che esistesse la forte possibilità che gran parte del Paese avrebbe opposto resistenza all’invasione e che questa ribellione di massa sarebbe stata ingestibile e avrebbe richiesto un lavoro di polizia sul territorio altamente dispendioso in termini di personale, che l’esercito americano non era, per di più, addestrato a fornire. In secondo luogo, temevano che gli sciiti – che costituiscono il 60% della popolazione – avrebbero dominato il nuovo governo e che i loro legami religiosi con l’Iran avrebbe portato il regime a essere più vicino a quel Paese che non agli Stati Uniti.

Bush Senior decise pertanto di non invadere, chiedendo invece agli iracheni stessi di rovesciare Saddam, con la speranza che un colpo di stato portasse al potere un nuovo uomo forte, un alleato più affidabile di quanto lo fosse stato Saddam. Questo appello produsse invece una massiccia rivolta sciita indirizzata a rovesciare lo stato Baathista, esattamente il risultato temuto dagli esperti americani. Di conseguenza gli strateghi americani si rifiutarono di istituire una “no fly zone” sulle aree sciite ribelli. Essa avrebbe infatti assicurato il successo della ribellione, così come la “no fly zone” che gli Stati Uniti avevano appena instaurato sulle province curde del nord, assicurò il successo delle istanze autonomiste curde.

In assenza di protezione americana ai rivoltosi, Saddam potè massacrare gli sciiti e schiacciare la ribellione. Dichiarazioni rilasciate da ufficiali americani dopo il disastro, confermano che venne consapevolmente deciso di tollerare che “the devil we know”, piuttosto che lasciare via libera agli sciiti, i quali non erano solo potenziali alleati dell’Iran, ma anche fondamentalisti religiosi, oltretutto orientati verso il socialismo. Quando Clinton entrò in carica, fece sua la linea di condotta dell’amministrazione precedente, perorando ripetutamente la caduta di Saddam. Pur autorizzando numerosi attacchi aerei su obiettivi iracheni, egli si trattenne, per la stessa serie di ragioni che dissuasero il suo predecessore, dal tentare un’invasione che rovesciasse il regime. La Commissione militare citata del rapporto dell’Associated Press espresse così la logica sottostante la linea di condotta di Clinton: il rovesciamento di Saddam avrebbe dovuto essere seguito da un’invasione del territorio iracheno (con l’eccezione delle tre province curde) e da una opera di polizia particolarmente intensa nelle aree sannite, dove ci si aspettava che la resistenza sarebbe stata molto forte. Nel caso in cui l’insurrezione si fosse propagata alle regioni sciite, nemmeno i 400.000 uomini previsti sarebbero stati sufficienti.

Teorie fallimentari e calcoli sbagliati

Già prima degli attacchi al World Trade Center dell’11 settembre 2001, l’amministrazione George W.Bush aveva riesaminato queste valutazioni alla luce di due importanti novità. In primo luogo, Rumsefeld aveva portato all’interno del Dipartimento della Difesa la convinzione che la superiorità militare americana, basata su armamenti ad alta tecnologia e sulla strategia dello “shock and awe”, avrebbe non solo sopraffatto qualsiasi nemico, ma anche intimidito psicologicamente la popolazione locale, prevenendo la formazione di un movimento di resistenza post-invasione. In secondo luogo la squadra di Gorge W.Bush fece sua l’analisi, nata in ambienti neoconservatori, secondo cui gli sciiti sarebbero stati forti alleati (e non antagonisti) dell’occupazione americana, come segno di gratitudine per la liberazione dal giogo di Saddam e come conseguenza della disaffezione etnica di vecchia data tra sciiti arabi iracheni e sciiti persiani iraniani. I neoconservatori erano fiduciosi che gli sciiti avrebbero partecipato sia alla soppressione di qualsiasi resistenza sunnita, sia al continuo confronto americano con l’Iran.

Se questa rivisitazione delle precedenti teorie fosse stata corretta, la forza ridotta che Rumsfeld e Wolfowitz hanno alla fine inviato in Iraq sarebbe stata sufficiente. Se gli sciiti avessero veramente accolto le truppe americane, una qualche forma di resistenza si sarebbe probabilmente concretizzata solo nelle aree sunnite e anche la campagna dello “shock and awe” avrebbe reso la popolazione docile e accondiscendente. Se le cose fossero andate in questo modo, l’amministrazione Bush avrebbe rispettato il suo rollino di marcia, che prevedeva qualche mese di battaglia con i “resti” del regime di Saddam, seguito dal ritiro della maggioranza delle truppe americane e dal trasferimento dei rimanenti 50.000 soldati circa in quattro “basi semi-permanenti” con la missione di controllare i Paesi vicini.

Ma le previsioni dell’amministrazione Bush si rivelarono errate. Innanzitutto, la campagna iniziale, che portò all’ormai famoso discorso della vittoria di Bush, fu in realtà un successo solo parziale. Le truppe di Saddam furono sì sconfitte velocemente, ma questa sensazionale vittoria non pacificò la popolazione come da teoria. Al contrario, la fine dei combattimenti, seguita dall’immediato smantellamento delle forze di polizia e dell’esercito iracheni, portò a una diffusa anarchia. Gruppi di criminali – per nulla intimiditi dalla forza dell’attacco, né dalla visibile presenza americana – si lasciarono andare al saccheggio degli uffici pubblici, imprese commerciali e case private. Gli Stati Uniti non poterono farvi fronte; le circa 200.000 truppe stazionate nel Paese erano incapaci di eseguire persino i loro compiti principali di protezione degli oleodotti (dal cui funzionamento dipendeva il finanziamento della guerra stessa) e di catturare quel che restava dell’esercito di Saddam. I comandi militari dichiararono pertanto che i saccheggi erano al di fuori della loro giurisdizione, e così in diverse occasioni le truppe americane rimasero passive mentre criminali spogliavano e danneggiavano uffici pubblici, negozi e case private.

Questa ondata di saccheggi ha avuto conseguenze profonde. Non solo ha rappresentato la prima rimostranza contro l’occupazione americana dopo l’invasione: è stata anche il primo colpo alla credibilità militare dell’esercito americano e la spinta per la creazione delle milizie religiose, che si adoperarono inizialmente per reprimere i saccheggi e la criminalità di strada per mezzo del pattugliamento delle strade della propria comunità. Queste milizie diventeranno più tardi una forza fondamentale nella resistenza all’occupazione americana. In secondo luogo, gli americani avviarono un programma draconiano di riforme economiche generando vaste proteste e attivando quella formidabile insurrezione che sta ancora impegnando tutte le truppe che gli americani possono mettere sul terreno.

A differenza delle spesso citate occupazioni che hanno avuto luogo alla fine della Seconda guerra mondiale con lo scopo di ricostruire le economie pre-belliche di Germania e Giappone, i piani americani per l’Iraq prevedevano lo smantellamento dell’economia esistente – dominata da imprese statali e da sussidi statali per i consumatori – per sostituirla con un “fondamentalismo di libero mercato”, un sistema caratterizzato dallo scambio di esportazioni di greggio con prodotti di importazione e dal trasferimento della proprietà dalle principali imprese a multinazionali (per lo più americane). L’avvio di questo programma, la più radicale riforma neoliberale mai tentata, ebbe luogo entro un mese dalla caduta del regime di Saddam. La “terapia shock” prevista fin dall’inizio in questo programma, portò alla chiusura di un vasto numero di imprese locali (impossibilitate a competere con i bassi prezzi delle importazioni) e al licenziamento di varie centinaia di migliaia di impiegati statali (con il pretesto di procedere alla defenestrazione dei membri del partito Baath), creando così da un lato una immediata crisi disoccupazionale e dall’altro la certezza che una pronta ripresa dei danni inferti dalla guerra sarebbe stata una chimera.

L’altro insieme di riforme era indirizzato alla riduzione e rimozione di vari sussidi statali che erano la sola forma regolare di sostentamento per gran parte della popolazione irachena. All’inizio del 2004 l’Iraq era quindi in preda a un’acuta depressione, con tassi di disoccupazione che oscillavano fra il 30 e il 70%, a seconda dell’impatto sul terreno di queste riforme. Le aree sunnite (dalle quali proveniva la maggioranza degli impiegati delle imprese statali all’epoca di Saddam) erano quelle dove la crisi era più acuta. Così, al posto di un’opera di pacificazione relativamente agevole, alla fine del 2003 l’amministrazione Bush si è trovata a dover fare i conti con una comunità sunnita affetta sia da una crisi di ordine pubblico sia da una feroce depressione.

Date le poche truppe a disposizione, i comandi militari americani decisero di ricorrere anche in questo frangente alla strategia “shock and awe”, utilizzando una forza travolgente per sopprimere ogni manifestazione di dissenso verso l’operato americano, con la speranza di intimidire e sottomettere i protestatari. Prototipo di questa tattica fu un incidente avvenuto a Falluia nell’autunno 2003 (molto prima delle battaglie combattute più tardi nella stessa città), nel quale soldati americani uccisero 13 persone di una folla che protestava contro l’uso da parte degli americani di una scuola locale come base operativa avanzata; si trattò dell’evento che fece di Falluia l’epicentro dell’insurrezione.

La reazione osservata a Falluia non tardò a manifestarsi anche in altre aree. La violenta repressione americana trasformò quella che era inizialmente una forma di protesta non violenta in una forma di resistenza violenta che poteva contare sul supporto di milizie bene armate. La vasta ribellione generata dall’occupazione non poteva essere gestita dallo scarno contingente statunitense. Come hanno sostenuto anche esperti militari americani, una ribellione che può contare sul supporto di comunità locali i cui residenti soffrono sia dal punto di vista economico sia da quello militare, non può essre sconfitta aumentando le dimensioni della forza di occupazione. Solo una eliminazione delle cause alla radice del malcontento può ridurre l’intensità della resistenza.

L’antagonismo sciita

Nel frattempo l’antagonismo nelle aree sciite stava assumendo i contorni di un problema che sarebbe divenuto ben più grave dell’aperta ribellione delle province sunnite. A seguito del mancato supporto dell’amministrazione Gorge H.W.Bush alla ribellione del 1992, la maggioranza degli sciiti erano molto diffidenti nei confronti degli americani e dubbiosi verso la loro presunta buona volontà e sincerità. Il caos e i saccheggi seguiti all’occupazione e la depressione economica di matrice “neoliberale” convinse la maggior parte degli sciiti che gli americani erano “occupanti” piuttosto che “liberatori”. All’inizio del 2004, sondaggi finanziati dagli stessi americani rivelarono che gli sciiti erano convinti che gli americani fossero in Iraq per assumere il controllo del petrolio iracheno e che l’esercito non aveva alcuna intenzione di smobilitare.

L’antagonismo sciita portò a tre eventi che furono determinanti nel condannare definitivamente i piani dell’amministrazione Bush di fare dell’Iraq un alleato americano in Medioriente. Il primo fu l’ascesa delle persone “sbagliate” alla guida della comunità sciita. L’incapacità delle forze d’occupazione a ristabilire l’ordine pubblico comportò la discesa in campo di tre gruppi politici fondamentalisti. Due di questi, Dàwa e il Supreme Council of the Islamic Revolution in Iraq (Sciri), erano gruppi di opposizione a Saddam in esilio operanti dall’Iran.

La loro crescita in molte città sciite ha comportato l’ingresso della loro politica pro-iraniana all’interno della politica locale. Il terzo gruppo, i seguaci di Muqtada al-Sadr, erano un gruppo di opposizione a Saddam che operava dall’interno del Paese. Sempre a causa del tradimento del 1992, quest’ultimo gruppo era fin dall’inizio ostile verso la presenza americana. La loro forza nel quartiere di Sadr City a Bagdad e in altre comunità sciite ha creato vere e proprie “no go areas” per le truppe e i funzionari americani. A dispetto di questi sviluppi negativi, gli Stati Uniti – in possesso di un numero insufficiente di truppe per potersi permettere di coprire tutto il territorio – decisero di concentrare l’attenzione sulle province sunnite divenute, dal principio, il centro dll’insurrezione. Le aree sciite vennero assegnate ad altri membri della “coalizione dei volenterosi” e là la maggior parte delle truppe erano truppe di sorveglianza o brigate del genio, con nessuna capacità di contrastare l’insurrezione. . Di conseguenza, i tre gruppi politici sciiti – affiancati da capi religiosi locali e da milizie – sfruttarono la situazione consolidando la loro autorità nelle città principali a sud di Bagdad.

Quando il comando americano prese la decisione di placare le agitazioni sempre più stridentemente anti-americane dei seguaci di Sadr, non avendo a disposizione neppure truppe sufficienti per entrare nella loro roccaforte di Sadr City, provò allora ad espellerli dalla città santa di Najaf. Nel 2004 vi furono due imponenti battaglie su questo fronte e, a dispetto di una vittoria tattica americana nella seconda di queste, Mudtada al-Sadr, il giovane e precedetemente sconosciuto leader, divenne una delle figure più ammirate dagli sciiti iracheni. Da quel momento in poi, il gruppo da lui guidato è diventato sempre più potente all’interno del Paese. Questo incidente, al pari dei numerosi insuccessi patiti contro i sunniti, dimostrarono quanto inadeguata fosse una risposta militare all’insurrezione irachena.

Il secondo duro colpo inferto dagli sciiti ai progetti americani ha avuto luogo quando, nella primavera del 2004, gli Stati Uniti hanno trasferito la sovranità a un governo provvisorio iracheno. Il nuovo governo era guidato da un ex collaboratore della Cia, Iyad Allawi, il quale sosteneva scelte politiche che gli Stati Uniti speravano avrebbero allineato definitivamente il governo iracheno alla linea politica americana. Allawi era ostile all’Iran, sosteneva una presenza permanente americana in Iraq e appoggiava le già avviate riforme economiche di stampo neo-liberale, dando il suo apporto al programma di progressivo smantellamento del partito Baath. Gli Stati Uniti speravano che Allawi sarebbe rimasto in carica grazie a una vittoria elettorale, assumendo così la guida di un governo legittimo pro-americano.

Queste elezioni dovevano avvenire all’interno di raggruppamenti locali di elettori scelti (“caucuses”), escludendone individui e gruppi le cui politiche non erano in linea col modello americano. Questi piani vennero modificati dall’antagonismo della comunità sciita verso la presenza statunitense. L’Ayatollah Lai al-Sistani, il più eminente e rispettato leader religioso nel mondo sciita iracheno, denunciò quel sistema e chiese che il nuovo governo venisse eletto a suffragio universale, promuovendo imponenti dimostrazioni che portarono in piazza più di un milione di manifestanti.

Ancora una volta, le forze di occupazione, non disponendo di sufficienti risorse per reprimere questa manifestazione di volere popolare sciita, furono costrette a cedere alle elezioni dirette. Alla luce di tutti i successivi incidenti di percorso, almeno un risultato di tale concessione è chiaro: il governo iracheno eletto – dominato dalla tre tendenze fondamentaliste che sono ascese alla ribalta nel caos immediatamente susseguente alla guerra – non si è conformato al modello pro-americano avviato dal ministro “ad interim” Allawi. Anche se, di fatto, il nuovo governo ha ben poco potere per attuare le sue scelte politiche, non si può dire che sia stato sinora un alleato affidabile degli Stati Uniti. Ha cercato legami politici ed economici con l’Iran, nonostante le proteste dell’ambasciatore americano; ha ripetutamente criticato l’esercito americano e le politiche adottate nella ricostruzione; e ha apertamente corteggiato i seguaci di Sadr, nonostante gli ufficiali americani li considerino apertamente «un pericolo ancora più grande dell’insurrezione sunnita». Malgrado le ripetute dichiarazioni di supporto provenienti dai funzionari americani, sinora il governo iracheno ha rappresentato un grosso problema per l’amministrazione Bush.

Le città sciite del sud dell’Iraq sono così diventate centri di resistenza alla politica di occupazione americana. Nel consolidare il loro controllo sui governi locali dell’area, i partiti politici fondamentalisti hanno cercato di implementare la loro visione di governo. La maggior parte delle loro azioni sono state in contrasto con le intenzioni e i programmi americani, come ad esempio l’incremento delle relazioni economiche e commerciali con l’Iran, il consolidamento della compagnia petrolifera statale nel sud, con una influenza sempre maggiore in questa del sindacato dei lavoratori, l’introduzione di leggi di stampo fondamentalista socialista nelle città del sud e un impegno a un modello di sistema assistenziale (sussidi per il cibo e indennità di disoccupazione) come fondamento della vita locale.

Tentativi da parte delle forze di occupazione per cercare di contenere i governi locali hanno causato lotte tra le varie parti in causa. Nella provincia di Maysan, una battaglia di due anni tra l’esercito britannico e le locali forze di al-Sadr è culminata nell’abbandono, da parte delle truppe britanniche, del loro quartier generale nella provincia e nel successivo saccheggio e incendio di quest’ultimo da parte della comunità locale. A Basra, dopo aver tentato senza successo di deporre e rimpiazzare il governo locale dominato dallo Sciri e dai seguaci di al-Sadr, i britannici sono stati costretti a ritirarsi nelle loro basi al di fuori della città. A Najaf, dopo due battaglie senza vincitori né vinti tra americani e milizie di al-Sadr, vari gruppi hanno tentato di prendere il potere. I veri vincitori sembrano essere stati i commercianti locali, che hanno stretto legami importanti con l’Iran allo scopo di creare un’infrastuttura economica capace di servire il gran numero di pellegrini iraniani che arrivano ogni anno nella città.

Conclusioni

Questi e altri simili avvenimenti sono emblematici per comprendere il processo attraverso cui gli Stati Uniti hanno perso in Iraq il controllo sia della sfera politica sia di quella economica nelle aree sciite. Da un punto di vista militare, la soluzione della crisi potrebbe essere rappresentata da un’occupazione su larga scala della regione, dall’imposizione di nuovi leader locali e nuove politiche economiche, cui dovrebbe seguire un graduale ritiro delle truppe man mano che le aree locali cedessero e si adattassero alla nuova realtà imposta militarmente. Allo stato attuale si tratta però di una previsione assai poco probabile. L’esercito statunitense non è stato in grado di rallentare la crescita della insurrezione sunnita né a Bagdad né nelle regioni limitrofe. La campagna per raggiungere questo obiettivo ha invece innescato una serie di letali conflitti settari che si sono lentamente allargati al resto del Paese. L’esercito americano, impegnato al limite della sua capacità, non riesce nemmeno ad adempiere ai compiti ordinari: tentare una pacificazione militare del turbolento sud sciita non può perciò rientrare nel campo delle opzioni disponibili.

In conclusione, il fallimento americano in Iraq è conseguenza del tentativo dell’amministrazione Bush di controllare la politica e l’economia irachene. Nel darsi l’obiettivo di creare un governo satellite compiacente e di spingere l’economia irachena all’interno di un modello neo-liberale, l’occupazione statunitense ha anche creato i presupposti affinché il popolo iracheno sperimentasse caos e catastrofe economica. Questo ha a sua volta determinato la resistenza generalizzata nelle aree sunnite e sciite del Paese. Qualsiasi tentativo americano di reprimere con la forza questa resistenza era destinato a provocare un’insurrezione armata. Nessuna decisione militare da parte di Washington avrebbe potuto prevenire questo risultato e nessun esercito, nemmeno uno molto più numeroso dei 400.000 uomini raccomandati dagli esperti militari nel 1999, avrebbe potuto evitarlo.

[Traduzione di Stefano Raimondi]

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