Torna alla sezione >>

Introduzione...

Jean Léonard Touadi è tra l’altro un assiduo collaboratore del periodico “Nigrizia”, sul cui sito web ne sono date le seguenti succinte note biografiche: «Nato nel 1959 nel Congo-Brazzaville, è giornalista e conferenziere. Ha insegnato filosofia in un liceo romano. In Italia dal 1979, si è laureato in filosofia all’Università “La Sapienza”, in giornalismo e scienze politiche alla Luiss di Roma. E’ autore del programma di Rai Due “Un mondo a colori”». Il Touadi è vicino a quel diffuso movimento d’opinione “anti-sviluppista” tra i cui esponenti più noti si segnala Serge Latouche, ed è infatti uno dei firmatari della dichiarazione emessa nel maggio 1992 dallo “International Network for Cultural Alternatives to Development”. Qui a fianco riportiamo – traendolo dal sito web di “Chiama l’Africa” – l’intervento pronunziato dal Touadi al IV Congresso Internazionale “L’Africa in piedi in aiuto all’Occidente” (Università Politecnica delle Marche, marzo 2005). Da una lettura attenta dell’intervento risulta però – ci sembra – che il Touadi non rifiuta e non nega lo sviluppo in quanto tale, bensì questo sviluppo, unilateralmente economicistico, che per l’Africa si è tradotto e si traduce in una rapinosa assimilazione forzata ai criteri e ai dettami dell’Occidente. Non a caso l’A. lo definisce «il nostro ingresso non negoziato nell’economia moderna, in posizione subalterna». Parimenti sintomatiche sono altre espressioni usate dall’A. come laddove lamenta che «questa specie di sviluppo è per gli africani un «inganno storico», perché «l’Occidente sceglie il gioco, ne fissa le regole, le modalità, e poi afferma che non siamo buoni giocatori». Come a dire che l’Africa deve trovare le vie del suo autonomo sviluppo, congeniale alla propria cultura e umanità. E’ con questo spirito che l’A. rovescia la posizione della camerunese Axelle Kaabu (della quale non manca di citare il famoso libro “E se l’Africa rifiutasse lo sviluppo”): secondo quest’ultima l’Africa non si sviluppa perché non sa impadronirsi dei “segreti” occidentali a causa di tradizioni arretrate e fuori del tempo; secondo il Touadi, perché non riesce ancora a riappropriarsi dei suoi antichi valori, dei suoi modi ancestrali di vivere il divino e l’umano, a partire dai quali fare i conti con il mondo moderno in termini di pari dignità, di mutuo scambio, insegnamento e vantaggio.

DISONORA LO SVILUPPO
Jean Léonard Touadi

Nella cultura e nella mentalità africana lo sviluppo è ormai un ospite e un ospite non deve essere disonorato. Non appartiene alla nostra mentalità, al nostro costume, all’essere dell’africano il fatto di disonorare un ospite. E da noi lo sviluppo è un ospite ormai da oltre cinque secoli, dall’epoca del commercio triangolare. Però quest’ospite gradito, accettato, accolto come si accolgono gli ospiti in Africa, ci ha creato vari problemi, problemi spesso gravi. Non solo ci ha creato dei problemi, ma rischia di farci morire, di ucciderci, di uccidere noi stessi e tutto ciò per cui abbiamo vissuto per molti secoli. Occorre trovare un accomodamento, un’intesa, con questo ospite e pregarlo in qualche modo di andarsene altrove. Forse qualcuno di voi ha letto il romanzo Il crollo dello scrittore nigeriano Chinua Achebe, nel quale un certo Mr. Smith, missionario protestante, vuole a tutti i costi costruire un tempio protestante, un tempio cristiano, in un villaggio. Nulla di male. L’Africa ha sempre accolto tutti, potrei dire, con un’espressione volgare, ha sempre accolto cani e porci, per cui aveva accolto anche Mr. Smith. Ma il missionario voleva costruire il suo tempio cristiano proprio nel luogo in cui c’era il santuario degli antenati. Voleva violare la terra sacra. Così gli abitanti del villaggio si riunirono, convocarono il missionario e gli dissero: «Nessuno nel nostro villaggio ha mai fatto ciò che tu vuoi fare: violare terra sacra.

Noi non ti faremo del male – ecco un altro tratto della cultura africana – perché prima di te è venuto qui da noi un tuo fratello, un altro europeo, che si è comportato bene con noi. Pensando a lui e a ciò che ha fatto per noi non vogliamo farti del male, ma per favore va’ a costruire il tuo santuario altrove, perché questa terra è terra sacra, è il luogo in cui andiamo a venerare i nostri antenati, il luogo in cui sperimentiamo la continuità esistenziale con il flusso vitale secolare, plurimillenario, che ci ha permesso di sopravvivere fino ad ora. Mr. Smith, con la tipica arroganza del colonizzatore che Cheik Hamidou Kane chiama «l’arte di vincere senza avere ragione», rispose che erano loro a doversene andare. Disse ai proprietari della terra, a coloro che avevano vissuto in base a un universo di significato legato a quella terra, di andarsene. Dopo la partenza di Mr. Smith, il suo tempio venne incendiato – azione simbolica e purificatrice del fuoco – e rimasero solo le ceneri.

Tornando al nostro tema, noi africani abbiamo chiesto già da molto tempo allo sviluppo di andarsene dall’Africa, ma lo sviluppo non se n’è andato. È morto, ma rifiuta di farsi seppellire. Anche il tema del morto che rifiuta la sepoltura e continua a insidiare i viventi è ricorrente nella letteratura africana. Oggi, in Africa lo sviluppo è un dead man walking (un uomo morto che cammina). Forse un giorno anche riguardo allo sviluppo saremo costretti a ricorrere all’azione purificatrice del fuoco. Infatti, non solo non è stato il benvenuto, non è stato negoziato e ci è stato imposto, ma ora rischia veramente di ucciderci. Vorrei partire dalla storia, perché, come ci ha insegnato il professor Kizerbo, le lezioni della storia sono molto importanti, ed evidenziare le scorie, le sedimentazioni che essa ha lasciato nelle società africane. Non mi importa di cadere vittima di quella che Stephen Smith chiama la sindrome della vittimizzazione. Personalmente non ho conosciuto la colonizzazione, ma ne ho sentito parlare da mio nonno, che ha perso i suoi terreni per la costruzione della missione, da mio padre, umiliato perché a scuola voleva parlare il kikongo invece del francese. La colonizzazione è parte di noi. Non crediamo che vi sia un automatismo al presente, ma non possiamo neppure fare economia di una verità storica, di una giustizia dei rapporti storici fra l’Occidente e l’Africa. Non temo l’accusa di essere vittima della sindrome della vittimizzazione. La storia è maestra di vita.

Sentiamo tutto il peso economico dell’idea dello sviluppo che giunge fino a noi attraverso il commercio triangolare, attraverso il nostro ingresso non negoziato nell’economia moderna, in posizione subalterna. L’economista egiziano Shamir Amin è il primo a parlare della subalternizzazione delle economie africane e sudamericane all’economia europea e del loro ruolo esclusivo di sostegno della locomotiva europea. Un altro maestro dell’Africa contemporanea, Desmond Tutu, afferma che, quando gli europei sono arrivati in Africa avevano la Bibbia e gli africani la terra, ma nel giro di pochi anni si sono impossessati della terra e hanno lasciato agli africani la Bibbia. In termini metaforici, la Bibbia è l’universo di significati che l’Occidente ha introdotto in Africa: lo sconvolgimento del fiume della storia africana e la canalizzazione delle sue acque nel fiume della storia di altri popoli e di altre culture. Navigavamo con le nostre piroghe sul nostro fiume. D’un tratto l’Occidente ha interrotto la nostra navigazione e ci ha costretti a navigare sul suo fiume, con le sue piroghe. Così gli occidentali hanno buon gioco ad affermare che non siamo bravi a navigare sul loro fiume, sulle loro piroghe. Come stupirsi, dal momento che non è il nostro fiume e non sono le nostre piroghe. L’Occidente sceglie il gioco, ne fissa le regole, le modalità e poi afferma che non siamo buoni giocatori. É l’inganno storico di questa specie di sviluppo.

Sentiamo tutto il peso dell’economia della tratta, dell’economia coloniale, attraverso la schiavitù e la colonizzazione, che hanno violentato gli africani, gli spazi africani, spazi fisici, materiali, ma anche spazi simbolici, in un continente nel quale questi due spazi sono strettamente intrecciati. Un filosofo camerunese ha definito la colonizzazione un’usurpazione dello spazio e del tempo. In realtà, la colonizzazione ha violentato gli spazi, destrutturato i legami sociali. Ha modificato non solo lo spazio, il contenitore, ma anche il contenuto, destrutturando profondamente i legami sociali. Serge Latouche parla di un processo di occidentalizzazione del mondo. Posso concordare con lui, a patto che non si consideri questo processo a senso unico. Infatti, gli africani non hanno subito passivamente l’occidentalizzazione, ma l’hanno continuamente rielaborata, riuscendo a volte a riempire di contenuti culturali autenticamente africani forme venute dal di fuori. L’influenza esterna non colpisce come una pallottola (bullet theory). Viene continuamente rielaborata. Nei villaggi e nei quartieri africani le lattine della Coca Cola vengono trasformate in giocattoli, motociclette, macchinine, ecc. Nel corso dei secoli le culture e le comunità africane sono riuscite ad adattarsi e ad adattare ciò che hanno incontrato. Lo stesso cristianesimo è stato adattato, riadattato, rielaborato, in quello che alcuni considerano un sincretismo. Gli africani sono sempre riusciti a riadattare ciò che non potevano rifiutare in base al principio del cujus regio ejus religio.

Oggi, gli agricoltori sono preoccupati di fronte alla speculazione e al mercato. Già prima della seconda guerra mondiale, ma soprattutto durante la guerra, i colonizzatori imposero agli africani un enorme fardello in termini di imposte e prestazioni obbligatorie. Dovevano lavorare gratuitamente per tre giorni a settimana nei campi delle autorità coloniali, che così mangiavano a sbafo sul lavoro, sul sudore, sul sangue dei contadini africani. I contadini perdevano il possesso della terra e diventavano braccianti, operai agricoli, sulle loro terre. Ovunque imperava la monocultura. Jules Marchand ha documentato tutto questo, soprattutto riguardo al Congo, in un volume intitolato I crimini del re Leopoldo II, il quale durante una sua visita a Kinshasa venne acclamato come il «re buono», nonostante che abbia sacrificato la vita di circa dieci milioni di africani nelle corvées, nella raccolta del caucciù, nell’estrazione delle materie prime, ecc. Quest’enorme pressione sul mondo rurale ha causato l’esodo dalle campagne, la fuga verso le città. Ora quando l’africano fugge verso le città ha già interiorizzato i meccanismi dello sviluppo. Il cavallo di Troia dello sviluppo è penetrato già nelle mura, anche dell’Africa rurale.

Nel suo volume L’Afrique des villages Jean Marc Ela propone alcune soluzioni piuttosto interessanti agli attuali problemi dell’Africa. Secondo lui, la cultura africana, pur essendo stata gravemente ferita e offesa dalla colonizzazione, non è morta, per cui si dovrebbe tornare a dare la parola ai villaggi, adottando una strategia basata non sull’individuo, ma sul dinamismo comunitario. Infatti, un altro tratto dello sviluppo imposto all’Africa è quello dello sviluppo individuale, dello sviluppo del singolo, tipico di un certo percorso culturale, filosofico, dell’Occidente, ma assolutamente inadatto al continente africano. Questa mentalità individualistica si riflette anche nella concezione dell’adozione di bambini africani. Quando su sette figli di una famiglia africana ne adotto uno ne faccio automaticamente un piccolo Rockfeller, attorniato da tutti gli altri bambini che hanno avuto la sfortuna di non essere adottati da nessuno, introducendo così un elemento di disordine relazionale all’interno della famiglia e della comunità.

Mostrare la foto del bambino adottato può essere molto gratificante per una donna occidentale, ma questo crea una situazione di squilibrio nella famiglia di origine del bambino. Ridare la parola ai villaggi significa tornare al dinamismo dei villaggi comunitari. Nonostante la succitata destrutturazione, esiste ancora il senso di questo legame comunitario. Non c’è cambiamento dell’individuo se non c’è cambiamento del gruppo. Perciò il villaggio deve diventare il punto di partenza e il punto di arrivo di ogni processo di analisi dei, e risposta ai, bisogni primari della comunità. Bisogna educare, conservando la struttura dell’oralità che è ancora ben presente in Africa: raccontare, coscientizzare, partendo dalle situazioni concrete della vita e tenendo conto delle compatibilità antropologiche del villaggio. Oggi, non bisogna più fare sviluppo, ma aiutare le comunità a ritrovare se stesse, non attraverso una serie di ricette bell’e fatte (della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale, delle ONG italiane), ma partendo da una pedagogia dello sguardo, che aiuta i membri di quelle società a trovare la risposta ai loro desideri. Occorre tornare a fare spazio nello sviluppo, nella promozione del villaggio, alla dimensione del desiderio, che è stata espulsa dall’economia ufficiale.

Nei Rapporti dell’UNDP, ad esempio, non si misurano mai i desideri delle comunità. Bisogna assolutamente ricuperare questa dimensione del desiderio e rispondervi. Bisogna sviluppare una coscienza critica attraverso la struttura delle relazioni politiche e sociali e anche attraverso la ricerca della coesione in seno alla comunità. La coscienza critica si sviluppa anche attraverso la lotta al colonialismo interno. Noi abbiamo subito il colonialismo esterno, ma dal 1960 in poi anche un colonialismo interno, impersonato da quei burocrati, da quella classe dirigente, che non hanno saputo, potuto o voluto leggere e interpretare le aspirazioni profonde dell’Africa dal basso e trasformarle in progetti politici. In Africa sono mancati, in termini gramsciani, gli intellettuali organici. Le culture e le comunità africane sono come i gatti: hanno sette vite; non muoiono mai. Quando ero ragazzo a Brazzaville, andavo insieme ai miei compagni a raccogliere i manghi e a tirare sassi ai gatti randagi sulle rive del fiume Congo. Non morivano mai. Facevano finta di essere morti e poi scappavano. Le culture e le comunità africane hanno anche questa capacità di sopravvivere all’invadenza delle realtà di cui ho parlato.

In breve, abbiamo preso atto, dobbiamo prendere atto, del fallimento del progetto dello sviluppo. Lo sviluppo non ha prodotto i risultati promessi, ma ha destrutturato realtà essenziali per le comunità e società africane. E tutti noi, io per primo, critichiamo questo sviluppo. I suoi sostenitori hanno cercato persino di farci venire dei sensi di colpa e di indurci a chiederci che cosa non funziona in noi dal momento che siamo sottosviluppati, come dimostra il libro di Axel Kabou, Et si l’Afrique réfusait le dévelopment. Noi rifiutiamo il concetto di sottosviluppo. Anzi, forse siamo stati inadeguati allo sviluppo imposto dagli altri, proprio perché non ci appartiene. D’altra parte, c’è qualcosa di malsano nel fatto di chiedere alla vittima che cosa in lei non ha funzionato e l’ha resa tale.

È la domanda che si fanno anche gli abitanti del villaggio descritti da Cheik Hamidou Kane in L’Aventure ambigüe: Perché siamo stati sconfitti? Poiché siamo stati sconfitti, andiamo a scuola da coloro che hanno vinto per imparare da loro l’arte di vincere senza avere ragione. Ma più abbiamo imparato la loro arte, più abbiamo seguito la loro razionalità, la loro idea di progresso, di universalismo, di dominio della natura, di razionalità quantitativa, meno risultati abbiamo conseguito per i nostri popoli. Siamo solo diventati altri da noi stessi. Oggi, dopo tanti anni di studi, di approfondimenti, fatti con passione e con la consapevolezza di avere la missione prometeica di rubare il fuoco agli dèi per portarlo alle masse africane, sono giunto alla conclusione, insieme a molti altri, che questo segreto è rimasto in Africa. E non nell’Africa ufficiale, nell’Africa della politica ufficiale, nell’Africa dell’economia ufficiale, poiché dal punto di vista macroeconomico, dei grandi numeri, qualsiasi statistica della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale dimostra ampiamente che l’Africa ufficiale ha fallito.

Quale soluzione? Quale alternativa? La risposta è quasi banale. Bisogna ritornare a ciò che negli ultimi quarant’anni e negli ultimi cinque secoli ha permesso all’Africa di vivere, di sopravvivere. Io stesso e altri autori abbiamo coniato espressioni bellissime: les Afriques indociles (le Afriche indocili); l’anthropologie de la colère (l’antropologia della rabbia); la culture de l’indiscipline (la cultura dell’indisciplina). Coloro che constatano il fallimento dell’Africa ufficiale, dell’economia ufficiale, si organizzano al di fuori dei circuiti ufficiali e pescano nella grande ricca foresta dell’informale, dell’economia popolare, delle società che rifiutano l’Africa ufficiale. La cultura dell’indisciplina è essenzialmente la cultura delle persone che hanno imparato a ottimizzare l’anarchia. Occorre creare strumenti nuovi per penetrare in questa nuova realtà dell’Africa indisciplinata, dell’Africa indocile. Dobbiamo prestare attenzione a quest’Africa. Anzitutto, perché rappresenta la maggioranza degli abitanti del continente (l’Africa, una pentola che bolle). Dobbiamo scoperchiare questa pentola nella quale bollono ingredienti di grande valore e forza. In secondo luogo, perché è la parte più innovativa del continente africano.

La politica ufficiale, l’economia ufficiale non hanno innovato nulla. Hanno solo importato modelli venuti da fuori, mentre quest’Africa, oltre a resistere, ha innovato, reintroducendo valori che l’economia ufficiale aveva espulso. Questo è fonte di ottimismo, non di pessimismo. L’Africa è in piedi, non è morta. Ma l’Africa non ha intenzioni didattiche. I poveri che inventano il loro quotidiano non pretendono di porsi come modello e norma per gli altri. Se gli altri vogliono, se hanno occhi, se desiderano, se sentono la mancanza di qualche cosa, possono, e io direi devono, guardare a quest’Africa, perché l’idea dello sviluppo ha mostrato drammaticamente la coda in Africa, non ci ha fatto uscire da quella che Marx nel Capitale chiama la necessità del mangiare, del bere, del curarsi, dell’apprendere, ecc., non ci ha lasciato alcun margine per il sorriso, la danza, la gioia, la comunione. L’altra Africa ha risolto i problemi della necessità, ha concesso anche il superfluo, ma questa forma di sviluppo misura tutti i giorni che il benessere coincide con il sentirsi bene in termini qualitativi, in termini relazionali. Forse è proprio qui il punto di giuntura dello scambio possibile, auspicabile, ma io dubito che l’Europa, abituata a dare, a essere una sorta di bancomat ambulante, possa accettare di ricevere. Occorre un cambiamento, ma non so se l’Europa è pronta a cambiare. Quando sarà pronta per l’appuntamento del dare e del ricevere l’Africa porterà il suo specifico contributo.

Torna alla sezione >>