L’assunto filosofico proposto come punto di partenza fu un’idea dell’uomo quale essere naturale-storico (c’è un’assonanza con la formula marxiana “essere naturale generico”, ma non un’effettiva analogia). I due aggettivi non sono avversativi ma integrati: si sostengono e condizionano a vicenda. Naturale significa che l’uomo è costitutivamente limitato, finito, e non può quindi vivere giustamente tale sua condizione se non, in primo luogo, riconoscendola, accettandola, apprezzandola. Storico significa che, in secondo luogo e al tempo stesso, l’uomo, sempre per sua costituzione, non può vivere se non nel quadro di un progressivo spostamento in avanti di ciascuna determinazione data del proprio cammino. In altre parole, se ovviamente limitatezza, finitezza, comportano per definizione lo stare in una determinazione, l’uomo, in quanto essere storico, non può ristagnare in una delle determinazioni in cui viene a trovarsi. Non può mai fissarsi in quella determinazione. Egli vive sì, e fino in fondo, la determinazione data, ma quando ne ha esaurito, o meglio avverte di essere vicino a esaurirne le potenzialità, gli orizzonti, il respiro, gli è necessario avviarsi verso un’altra, successiva determinazione, dove realizzare - nella continuità di fondo con i vecchi - nuovi e più avanzati orizzonti, potenzialità, immettendo altra copiosa aria nei polmoni. E così via, di determinazione in determinazione, di fase in fase, lungo un cammino storico che si pone come indefinito.
Quest’ultima parola non è da confondere con infinito. Essa vuol dire semplicemente che, stando in una data determinazione o fase storica, possiamo cominciare, ed è bene che cominciamo, a prefigurare e a costruire la successiva, ma se vogliamo spingere il nostro sguardo ancora oltre, esso, quanto meno, si affievolisce. Possiamo vedere e dobbiamo prepararci ad affrontare i tratti essenziali dei problemi propri della fase storica nuova che ci sta di fronte – nonché, se necessario, adoperarci affinché il passaggio avvenga -, ma se ci proviamo a ipotizzare quanto accadrà tra un secolo, non abbiamo più molto di sensato da dire. «Sul lungo periodo – osserva icasticamente Keynes – siamo tutti morti(1)»
Il presupposto filosofico della RT che ci siamo provati a richiamare, appare tuttora in netta controtendenza rispetto alla cultura corrente, o almeno a quella “occidentale”, in quanto generalmente segnata da una fondamentale incomprensione, o fraintendimento, del messaggio cristiano. Come abbiamo visto poco sopra, tale presupposto si basa sulla rivendicazione della “bontà”, per l’uomo, della sua limitatezza, della sua finitezza (in termini biblici, della sua “creaturalità”). E’ questo il punto che si fa ancora fatica ad accettare. In modo più o meno consapevole, più o meno esplicito, si persiste nel considerare il limite come un penoso fardello, nel soffrirlo come un grave impedimento, anzi come la negazione stessa di ogni prospettiva di realizzazione dell’uomo. Questa prospettiva, infatti, da una parte viene ad assomigliare molto al “peccato” di Eva e di Adamo, dall’altra viene a coincidere – trasponendo così in impropri e devianti termini apparentemente laici la concezione escatologica cristiana – con la tensione a una “libertà” umana intesa come uscita, appunto, da ogni limite e quindi come “salto nell’assoluto”, “rapinosa” appropriazione conclusiva di esso. Si viene dunque ad attribuire alla storia un fine ed una fine, come è tipico di ogni “filosofia della storia” (su questo concetto torneremo tra poco).
Tutto ciò si fa particolarmente chiaro sotto il profilo del lavoro. Infatti questa essenziale operazione umana, per quante esaltazioni retoriche se ne vogliano fare nella temperie culturale fondata dalla borghesia, continua a esser vista, in realtà, come un grosso ostacolo da cui liberarsi. Sta qui la radice dello sfruttamento (liberazione dal lavoro di almeno una parte dell’umanità, sebbene a tutto danno dell’altra), dal quale poi gli attuali sostenitori di improbabili “alternative” ritengono si possa uscire liberando l’uomo non dallo sfruttamento, ma dallo stesso lavoro.
Traducendo l’assunto filosofico in termini economico-sociali (e politici), vengono ad evidenza, nel discorso RT, i concetti di bisogno umano e di lavoro umano per soddisfarlo. Le successive determinazioni storiche di cui si è detto, vengono a concretizzarsi appunto nelle corrispondenti determinazioni del bisogno e del lavoro. Qui la RT ragionò secondo un succedersi di “gradini” o livelli storici: si va da un primario, più elementare e immediato livello costituito dal bisogno della “sussistenza corporea” (nell’insieme, ovviamente, delle sue specificazioni), nonché quindi del tipo, delle modalità, capacità, risorse del lavoro che ne è richiesto, a livelli ulteriori, conformi alle condizioni storiche più avanzate man mano raggiunte o prossime a esserlo. Da notare che la parola bisogno è usata dalla RT nella sua accezione rigorosa, intendendola cioè nel senso della necessità: non si può tracimare, se si vogliono evitare contraddizioni e perfino ossimori, in bisogni superflui, arbitrari; quando questo si verifica (come è avvenuto e sta avvenendo di fatto sempre più largamente) si è nella deviazione e nel ristagno. Ogni determinazione storicamente data del bisogno va quindi soddisfatta, a mezzo del lavoro, in modi e misura sufficienti, non abbondanti (e ben presto, allora, eccessivi e abnormi). Raggiunta la sufficienza a quel dato livello del bisogno umano, non si deve indugiare in esso impantanandovisi, ma passare ad una successiva determinazione del bisogno stesso. Va inoltre sottolineato che, a proposito del “primo livello storico” del bisogno, la RT parla di “sussistenza corporea”, e non soltanto di “sussistenza”. Generalmente, dicendo “sussistenza” si è soliti riferirsi alle sole esigenze del “corpo” (quelle che, secondo Aristotele, riguardano l’elemento “vegetativo” del “composto umano”), perché solo queste sono ritenute necessarie alla vita (le altre, per citare Smith, sono soltanto “piacevoli”). La RT invece – come si è detto – considera necessari, quando ci si sia arrivati, tutti i “livelli” e tipi del bisogno che vadano via via emergendo nel corso storico; tutti quindi, anche ai “livelli ulteriori”, devono essere sufficientemente soddisfatti, pena la perdita, da parte dell’uomo, della propria umanità, e al limite della propria stessa esistenza.
Traducendo ancora – questa volta in termini che vogliono avvicinarsi a essere più propriamente economici – occorre produrre per soddisfare a sufficienza quella domanda, e quindi per dare luogo a quel consumo, che sono legati al livello del bisogno storicamente raggiunto. Andare oltre la soglia della sufficienza rimanendo a questo livello, porta l’offerta a dover indurre artificiosamente e quasi forzosamente domanda e consumo, con espedienti sempre più involutivi e, alla fine, destrutturanti sia per il consumo (fattosi “opulento”) sia per la stessa produzione.
La RT dedicò inoltre molta attenzione al fatto che tutto ciò s’inquadrava nella persistente concezione del bisogno e del consumo come essenzialmente individualistici, relegando in secondo piano e/o demandando quasi esclusivamente (e contraddittoriamente) alla mano pubblica quelli, pur essenziali, a carattere sociale (istruzione, sanità ecc.). Sostenne la necessità di socializzare sia tali consumi, sia quanto era possibile di quelli “tradizionalmente” individualistici, attraverso strutture consensuali di “consumo collettivo”, che avrebbero consentito forti risparmi di spesa, nonché il coinvolgimento e la partecipazione degli utenti come parte attiva nella soddisfazione di tali bisogni, promuovendone così una ben maggiore efficienza [su quest’ultimo aspetto, cfr. Alessandro Montebugnoli: “Stili di vita”](2).
La logica pluridimensionale del discorso interpretativo e propositivo svolto dalla RT, che ci siamo provati a sintetizzare, fu da essa – per così esprimerci – concretizzata in un discorso sui contenuti al primo livello, e cominciata a farlo al livello successivo, in maniera conforme a quanto abbiamo accennato sopra sul significato dell’aggettivo indefinito.
Riguardo al primo livello del bisogno e del lavoro umani, in sede RT si sostenne che anche all’interno di esso si verifica sviluppo. L’espressione “bisogno della sussistenza fisica e lavoro per soddisfarlo” va intesa – si precisò – non in senso animalisticamente fissistico, ma umanamente processuale, così da abbracciare l’insieme (dal periodo primitivo a quelli signorile, mercantile, capitalistico) dei modi in cui tale bisogno è stato ed è vissuto nel corso storico, nonché delle corrispondenti forme sociali, economiche e tecniche in cui è venuto sviluppandosi il lavoro. Il modo di procurarsi il cibo e di mangiarlo proprio dell’uomo delle caverne – ad esempio – è diverso da quello dell’uomo di oggi. E così per l’abbigliamento, l’abitazione, il trasporto, la comunicazione, ecc.
In merito al successivo livello, si pose attenzione soprattutto all’esigenza di promuovere e/o assecondare l’entrata dei popoli del così allora detto “Terzo mondo” in forme di produzione e tenori di vita a carattere moderno, pena l’involuzione e la rovina degli stessi Paesi “avanzati”. Proseguiva infatti (come prosegue) la concentrazione di risorse nei soli Paesi ricchi, drenandole a buon mercato dai Paesi poveri e arretrati. Evidenti gli squilibri che ne derivano e i loro pericolosi esiti.
E’ compito della riflessione teorica – si sostenne - focalizzare, di fase in fase, il tipo di bisogno umano caratterizzante e trainante. E’ compito della politica sostenere le forze sociali più sensibili a tale bisogno, ordinare ad esso l’organizzazione sociale, orientare verso di esso il sistema economico-produttivo, vale a dire il lavoro .
Se si vuole utilizzare questa elaborazione RT in maniera corretta (cioè appunto come “lezione” da assumere con attenzione critica, anche perché, da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia), occorre innanzitutto evitare il rischio di intenderla, o meglio di fraintenderla, come un’altra “filosofia della storia”. A tal fine può giovare l’illustrazione del concetto di “filosofia della storia”, data dalla stessa RT, ad esempio nel brano seguente:
«Ci sembra che per “filosofia della storia” […] si debba intendere quel modo di prospettarsi e di configurare il processo storico, per cui quest’ultimo viene ad apparire come enucleantesi e – se così ci si può esprimere – come dipanantesi da e secondo un ben determinato principio che gli sarebbe immanente e congenito, l’informerebbe rigorosamente di sé quale sua interna legge istitutiva, e però ne costituirebbe a un tempo il limite, ossia quel dato negativo che l’uomo, per realizzarsi davvero, dovrebbe trascendere. Il significato e il valore del processo storico, o meglio la sua intrinseca, connaturata razionalità, vengono allora rinvenuti nella convinzione che esso sia necessariamente proteso verso un traguardo – altrettanto ben determinato – di definitivo superamento di una negatività siffatta. Ma poiché questa, come si è detto poco sopra, coincide con la sua legge essenziale, ne deriva che quel medesimo processo è visto come diretto a trovare il proprio apogeo e il proprio compimento nella soppressione di sé, ossia nell’approdo a una realtà, a una condizione umana che, in una maniera o nell’altra, si delinea come metastorica»(3).
Occorre dunque distinguere tra “filosofia della storia” e interpretazione (pluridisciplinare) della storia effettivamente svoltasi e svolgentesi. La prima – partendo da presupposti “metafisici” o di altra natura – attribuisce alla storia questa o quella sua intrinseca legge, significato e finalità: in breve, una sua interna e autonoma razionalità. La seconda si limita a considerare la storia come razionabile: è la mente umana, cioè, a doversi dare criteri di giudizio critico - di connessione tra eventi, d’individuazione di nodi e di ricerca su come scioglierli - idonei a fornire strumenti teorici per andare avanti, nella stessa teoria e nella prassi.
Nel tendere a un’interpretazione razionale della situazione e delle prospettive storiche di allora, quando già si poneva con forza la necessità di uscire dal ristagno “consumistico” su un livello del bisogno umano ormai essenzialmente saturato, la RT mise in evidenza – come si è visto – il bisogno “ulteriore” di affrontare il grosso problema del “Terzo mondo”. Attualmente, molti dei Paesi allora “in via di sviluppo” ne hanno bruciato le tappe, e alcuni di essi sono ormai tra le “locomotive” dell’economia mondiale. E’ notizia recente che la Cina ha superato il Giappone, ponendosi al secondo posto subito dopo gli USA in termini di “Prodotto interno lordo” (quale che sia, ovviamente, il valore effettivo del PIL come misura della “ricchezza delle nazioni”). Ma numerosi altri Paesi – si pensi all’Africa e non solo – permangono nell’arretratezza e il loro destino si sta facendo sempre più fosco. Resta quindi fermo, tra i generali ed essenziali bisogni umani del nostro tempo, quello indicato dalla RT, perché l’umanità è una e se una sua parte ancora cospicua è a rischio, lo è tutto il genere umano.
Sono emersi però con pari vigore, negli ultimi decenni, altri bisogni umani di decisiva portata (ambiente, “beni comuni”, energie alternative, ecc.) ed è di pari urgenza affrontare i problemi che ne derivano, anche come condizione per un “salto di qualità” sulla questione dei Paesi arretrati. Fra questi altri bisogni campeggia quello di ridare al lavoro, nei modi nuovi rispondenti ai tempi, la dignità, il ruolo, il riconoscimento sociale ed economico che gli spettano. E’ un nodo quanto mai centrale nelle nostre società economicamente avanzate, ma scioglierlo è necessario, appunto, anche per il progresso di quelle che attualmente non lo sono. Dove peraltro il lavoro, rimasto magari alla zappa, è rispettato e vissuto meglio che, oggi, da noi.