(prima puntata)
Ci sono alcuni termini, concetti (in una, ovviamente, con le realtà che esprimono o tendono ad esprimere), oggi al centro di molti dibattiti, perché avvertiti come decisivi. Fra gli altri, i termini e concetti di globalizzazione e di economia della conoscenza, ambedue correlati ai nuovi strumenti tecnologici comunemente detti “Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione” (TIC).
Queste parole e concetti rimandano a un termine, concetto, tema che sta “a monte”, o meglio alla base, e cioè capitalismo. Si tratta allora di vedere, preliminarmente, che s’intende per capitalismo. Ma anche qui, le opinioni sono diverse. C’è chi nega la liceità di usare il termine capitalismo, anzi la sua stessa significatività; altri dicono che in ogni caso è utile adoperarlo e ne danno varie spiegazioni. Ad esempio Fernand Braudel scrive:
«Visto che ciascuno propone una propria definizione della parola “capitalismo”, provocando non pochi inconvenienti e rendendola sempre più oscura, alcuni storici (ci riferiamo a Lucien Febvre, Herbert Heaton, Heinrich Bechtel) hanno proposto, tempo fa, di bandire il vocabolo. Ma non si rischia che la parola, cacciata dalla porta, rientri subito dalla finestra? […] Abolire il termine “capitalismo”, in verità, non ci libererebbe dalle controversie che non solo ha prodotto ma spesso ha ereditato, né dalle dispute che suscita anche quando non gli sono strettamente pertinenti. Accettiamo dunque il termine senza entusiasmo e senza ipocrisia. Se lo controlleremo da vicino, potrò esserci di grande utilità»(1).
Sui “Quaderni della Rivista Trimestrale” Franco Rodano si esprime brevemente così:
«Per gli scopi di questo articolo, il capitalismo può essere definito semplicemente come quel sistema la cui dimensione economica è caratterizzata dal fatto che il fine delle imprese (la massimizzazione del reddito d’impresa) diviene fine generale del sistema».(2)
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Ora, essendo il capitalismo un fenomeno storico, o meglio un processo storico, esso ha attraversato (e attraversa) fasi successive, caratterizzabili ciascuna mettendone in evidenza un aspetto preminente, ma sapendo che - come accade in genere per ogni processo storico - non ci possono essere cesure nette tra l’una e l’altra fase: ciascuna è preannunziata e preparata da quelle precedenti ed è a sua volta come “incastrata” strutturalmente, ma sempre più residualmente, in quella successiva.
Quelle che ora c’interessano sono le fasi del capitalismo moderno: di quel capitalismo, cioè, che si può definire anche come “propriamente tale”.
Ci sembra condivisibile l’affermazione che merito non da poco del capitalismo moderno è di avere sviluppato, razionalizzato e dinamicizzato la dimensione umano-sociale dell’economia, dispiegandone aspetti e momenti essenziali come l’accumulazione a fini produttivi, l’iniziativa imprenditoriale, la divisione del lavoro, l’efficienza, la finanza, la concorrenza, l’utilizzazione tecnologica produttivamente vantaggiosa delle scienze naturali e dei loro progressi.
Tutto ciò ha condotto – beninteso, nei Paesi dove il capitalismo moderno si è affermato – a due risultati importanti:
- l’eliminazione o almeno una forte riduzione del pauperismo, grazie a un allargamento dell’occupazione tendenzialmente pieno (sebbene mai stabilmente tale). Cito qui un altro brano del predetto saggio di Rodano:
«[Il capitalismo ha svolto] una funzione la quale ha pur costituito (come suggeriscono anche Marx ed Engels nel Manifesto dei comunisti) il suo vero titolo di legittimazione nel processo storico dato: di preciso, la funzione di garantire un progressivo allargamento dell’occupazione, in ciò consistendo l’unico (e comunque parziale) riscatto umano della riduzione del lavoro a capitale. In tutti i precedenti assetti del sistema sociale, in tutte le forme precedenti di ordinamento del lavoro, si davano inevitabilmente, infatti, situazioni di piena, strutturale e organica esclusione di vaste masse da qualunque partecipazione all’attività produttiva e quindi da qualunque titolo alla ripartizione del prodotto sociale»(3).
- la soddisfazione a livello “di massa” di bisogni primari dell’uomo: quelli che John Kenneth Galbraith dice essere [almeno] «il cibo, l’abbigliamento, un riparo»(4).
Quanto accennato in a e in b è comunque avvenuto soltanto – giova ripeterlo - nei Paesi cosiddetti “avanzati”. Ed è avvenuto ribadendo, viceversa, vastissime regioni del mondo – pensiamo all’Africa, ma non solo – nell’indigenza di massa, nella non soddisfazione delle più elementari necessità.
In una delle lezioni tenute da Franco Rodano, nel suo primo corso (1968-69) di Storia del pensiero politico alla “Scuola Italiana di Scienze Politiche ed Economiche”, egli si spinse infatti ad affermare che era grande e prioritario bisogno non soltanto “loro”, ma anzitutto nostro quello di adoperarsi affinchè tutti i popoli della Terra uscissero dalla povertà e dalla fame, e di farlo nell’unico modo possibile ed effettivo: cioè attraverso quella che oggi chiameremmo politica di “aiuto allo sviluppo”, ma a uno sviluppo realmente tale, che quindi non significa affatto uno sviluppo a immagine e somiglianza di quello capitalistico. Vi leggo un breve brano di quella lezione:
«Al punto in cui oggi siamo arrivati, si pone un grande, evidente, palmare, schiacciante bisogno comune: quello che si raccoglie sotto il termine di “terzo mondo”. Il bisogno cioè dell’entrata universale, dell’entrata di tutti nella produzione economica e nella possibilità di un consumo effettivamente di sussistenza, ossia legato non all’elargizione, alla carità, all’elemosina, ma all’erogazione di un reale ed economico lavoro. Fuori della finalizzazione a questo grande bisogno comune, non si è storici, oggi, non si è teologi, non si è economisti, non si è operai, ma si diventa tutti miseramente e radicalmente alienati»(5).
Sono interessanti alcune altre citazioni. Scriveva John Maynard Keynes:
«Dai tempi più remoti di cui abbiamo conoscenza – diciamo duemila anni prima di Cristo – fino all’inizio del diciottesimo secolo, il livello di vita dell’uomo medio, che vivesse nei centri civili del mondo, non ha subito grandi mutamenti. Alti e bassi sicuramente. Comparse di epidemie, carestie e guerre. Intervalli aurei. Ma nessun balzo in avanti, nessun cambiamento marcato. Nei quattromila anni, conclusisi circa nell’anno di grazia 1700, alcuni periodi hanno fatto registrare un miglioramento forse del 50%, nel migliore dei casi del 100%, rispetto ad altri. […] Questo lento tasso di progresso, ovvero questa mancanza di progresso, era dovuta a due motivi: l’assenza vistosa di miglioramenti tecnici di rilievo, e la mancata accumulazione di capitale»(6).
E scrive il Braudel:
«[…] dal 1460 al 1650 la popolazione europea è certamente aumentata, passando forse da 60 a 80 o a 90 o a 100 milioni di individui. Ma si trattava di una popolazione contadina, fortemente radicata nel proprio suolo, poco mobile, accanita a produrre il pane quotidiano e tanto più ostinatamente quanto più difficile – e per ciò stesso essenziale – diventava ottenerlo. Il pane è l’ossessione della vita, l’insicurezza che prevale su ogni altra durante il periodo di cui ci occupiamo. […] Se si tiene conto che alle fasi in cui aumenta il prezzo dei cereali corrispondono impennate impressionanti della mortalità, si capirà come questo evento profondo, drammatico, inevitabilmente ricorrente, immobilizzi l’Europa, la tenga ancorata alle fatiche quotidiane»(7).
Ciò non toglie la verità di quanto afferma Marx laddove, nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 si riferisce polemicamente alla condizione dell’uomo alienato in operaio salariato, e cioè che
«Il tasso inferiore, ed anche l’unico necessario, del salario è il sostentamento dell’operaio durante il lavoro e in più quel tanto con cui egli possa nutrire una famiglia e la razza degli operai non vada estinta. Il salario abituale è, secondo Smith, il più basso che sia compatibile con la “simple humanité”, cioè con un’esistenza animale»(8).
Ma non va d’altra parte trascurato quanto scrive ancora il Galbraith:
«[…] il novo mondo industriale […] benché fosse, in base a un metro moderno, un mondo crudele e oppressivo, rappresentava tuttavia un grande passo in avanti rispetto a tutto quello che l’aveva preceduto. Per migliaia d’anni, come più tardi Keynes avrebbe messo in evidenza, […] l’umanità non aveva conosciuto nessun fondamentale e duraturo mutamento del suo tenore di vita: le cose andavano ora un po’ meglio, ora un po’ peggio, senza che emergesse una qualsiasi durevole tendenza di fondo. Adesso, con l’industrializzazione, le condizioni basilari della vita migliorano: per quanto poteva essere dura la schiavitù della fabbrica, essa era però quasi certamente migliore […] della precedente vita nei villaggi, incessantemente trascorsa in casa, al telaio, o nella solitaria, mal retribuita fatica dei campi»(9).
«Nei primi anni della Rivoluzione industriale, gli uomini e le donne che affluivano nelle città industriali e nelle fabbriche dell’Inghilterra e della Scozia meridionale avevano in generale l’impressione di un miglioramento della loro vita»(10).
Certo, a fronte di quei due risultati positivi, o meglio svolte storiche prodotte dal capitalismo nei Paesi “avanzati” – la forte riduzione del pauperismo e l’ampliamento su scala di massa della soddisfazione dei bisogni primari – sta un costo gravissimo, radicale e universale che l’umanità, tutta l’umanità, ha dovuto pagare e paga tuttora. Ed è, a nostro avviso, l’esclusivizzazione della dimensione economica, il suo schiacciante dominio su ogni altra dimensione della vita umana.
E’ bene fare attenzione a questo punto, poiché siamo di fronte a un vero e proprio rovesciamento della collocazione e del ruolo dell’economia.
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E’ significativo che nella letteratura greco-romana non troviamo alcun trattato dedicato espressamente all’economia. Fanno eccezione alcune pagine della Politica di Aristotele.
Qui l’economia è teorizzata in modo strettamente conforme alla sua radice etimologica: oìko-nomia, amministrazione della casa, della famiglia. Nella famiglia considerata da Aristotele – non necessariamente ricca, ma solo dotata di quella moderata agiatezza che le permette di avere entro le mura domestiche anche dei servi - i ruoli del capo-famiglia sono, in ordine gerarchico, quello coniugale, quello paterno e quello dispotico. Ruolo “dispotico” significa che il capo-famiglia regola il lavoro dei servi finalizzato al consumo della famiglia e procura le risorse a ciò necessarie. Ed è proprio facendo questo che egli “amministra la famiglia”. L’economia, dunque, sta al terzo e ultimo posto della vita familiare.
Considerando poi la vita civile nel suo insieme, il ruolo della famiglia riguarda soltanto – così si esprime letteralmente Aristotele - «gli atti di tutti i giorni». Questo ruolo, insomma, consiste essenzialmente nel generare, allevare e nutrire i cittadini, cioè coloro cui spetta partecipare alle decisioni riguardanti la pòlis, insomma alla politica. E a questa Aristotele assegna carattere “architettonico”: la politica, cioè, è la dimensione più alta e compiuta della vita civile. Riepilogando, allora, si ha che l’economia sta all’ultimo gradino di un’istituzione, quella familiare, la quale a sua volta è subordinata e propedeutica alla politica. L’economia ha dunque una collocazione e un ruolo assolutamente ancillari nella vita umana.
A distanza di due millenni, le cose sono completamente capovolte: l’economia ha acquistato un predominio schiacciante nell’edificio sociale. La presa d’atto, il riconoscimento più chiaro e inequivoco di questo evento lo troviamo in un noto brano di Marx, dove scrive che, dopo la sua impegnativa meditazione per «sciogliere i dubbi che mi assillavano»,
«la mia ricerca arrivò alla conclusione che tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato non possono essere compresi né per se stessi, né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell’esistenza il cui complesso viene abbracciato da Hegel (seguendo l’esempio degli inglesi e dei francesi del secolo XVIII) sotto il termine di “società civile”. […] Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono determinate forme della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. […] Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente tra le forze produttive della società e i rapporti di produzione»(11).
Ma una concezione del tutto analoga la troviamo già espressa, stringatamente, nei Manoscritti del 1844, dove a un certo punto si legge:
«La religione, la famiglia, lo stato, il diritto, la morale, la scienza, l’arte ecc., non sono che modi particolari della produzione e cadono sotto la sua legge universale»(12).
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Nella sua Prefazione all’edizione italiana del citato libro di Fernand Braudel, Alberto Tenenti mette in evidenza alcuni concetti portanti elaborati dallo stesso Braudel in questa e nelle altre sue opere principali(13). Vi sono individuati storicamente:
- un pre o proto-capitalismo nei secoli dal XII al XIV. Qui si può pensare – osserviamo per inciso - alla figura di Bernardone, il padre di S. Francesco, quale è tratteggiata nel romanzo di Bacchelli Non ti chiamerò più padre. Bernardone era mercante trans-europeo (andava soprattutto in Francia, da cui, come è noto, il nome Francesco dato al figlio), ed era anche tenutario di un Banco (era un proto-banchiere, a dispetto di ogni condanna teologica del prestito a interesse, allora assimilato come tale all’usura e tollerato ipocritamente se esercitato da ebrei), nonché proprietario e dirigente delle fabbriche dove si facevano quei tessuti che andava poi a vendere oltr’Alpe;
- un primo capitalismo, dalla metà del sec. XV a metà del secolo XVII (il “lungo Cinquecento”, dice Braudel). E’ proprio questo il periodo in cui si afferma il predominio dell’economia, la quale – scrive il Tenenti – diventa
«come il grande bacino di raccolta delle forze profonde e delle iniziative essenziali di una civiltà (si può dire addirittura: della civiltà europea nei confronti delle altre)»(14).
Ma è in questa sua prima fase che il capitalismo dà avvio – scrive ancora il Tenenti – alla «unità del mondo». Questa unità si afferma dunque – inizialmente, ma adesso le cose non sono sostanzialmente cambiate – sotto segno economico, nel quadro del predominio sulla società e sull’uomo da parte dell’economia fondata dal capitalismo. E’ allora che viene inaugurata la «economia-mondo», come il Tenenti la chiama, specificando: quell’economia «che oggi è volgarmente detta globalizzazione».
C’erano stati, in precedenza, grandi Imperi – da quelli cinesi, mesopotamici, egizi a quello romano e ai vari “sacri romani imperi” del Medioevo europeo – ma nessuno di essi era andato oltre una dimensione macro-regionale. C’era stato anche, da ultimo, il mondo islamico, questo «ingombrante e insieme poco dinamico interlocutore della coesistenza intercontinentale» – come scrive il Tenenti.
L’Islam appare a Fernand Braudel – prosegue il Tenenti –
«una sfera economica in perdita di velocità, anche se su certi piani esso pervenne a coagularsi, nel “lungo XVI secolo”, in un impero militarmente aggressivo e ideologicamente ostile nei rispetti della cristianità. Senza dubbio si può ravvisare un’analogia fra la relativa passività economica anche di oggi e quella manifestata dall’Islam nella fase dell’espansione europea, con la presenza in ambedue i momenti di vasti impulsi anti-occidentali. Nel Cinquecento il mondo musulmano – che pur allora irruppe anche sull’India – rimase pressoché inerte di fronte alla penetrazione europea nell’oceano Indiano (ove economicamente pareva regnare), mentre oggi vive in buona parte in forma semi-parassitaria delle sue risorse energetiche divenute congiunturalmente strategiche»(15).
Ma all’economia-mondo si comincia ad arrivare soltanto per iniziativa dell’Europa delle grandi scoperte geografiche e delle conseguenti reti trans-oceaniche commerciali (e transoceanicamente rapinatrici di cose e di uomini): vedi le varie Compagnie delle Indie orientali, poi anche occidentali, e non dimentichiamoci della tratta transatlantica degli schiavi.
Giova quindi ribadire che questo avvio all’unificazione del mondo ha luogo essenzialmente in termini di economia. E’ vero che «la sensibilità italiana del Trecento e del Quattrocento» aveva anticipato il riconoscimento dell’appartenenza di tutti gli uomini a una condizione fondamentalmente comune, e che nel Cinquecento ciò fu proclamato da alcuni uomini di cultura e di chiesa. Resta fermo però che, in questa prima fase del capitalismo moderno, «quella che poteva sembrare una coesistenza globale» si realizzò, di fatto, solo sul piano commerciale, e anche qui in misura alquanto parziale. Ma poi – si domanda il Tenenti – nei tre secoli successivi si sono forse fatti degli effettivi passi in avanti verso una vera convivenza universale? E per venire all’oggi,
«Probabilmente resterà da vedere quanto si venga a trattare di una patina di uniformità di ridotto spessore e quanto invece dell’instaurarsi di un coagulo comunitario denso ed effettivo – dato che le civiltà, oltre alle loro autodifese, hanno i loro ritorni incessanti verso la propria identità (come sta testimoniando quella musulmana) forse più ancora che le tendenze alle osmosi e alle fusioni disgreganti»(16).
Come si vede il Tenenti, nel presentare il pensiero di Fernand Braudel, vi aggiunge una nota personale di pessimismo, probabilmente giustificata, ma che nel Braudel non ci pare constatabile.
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Abbiamo parlato finora del capitalismo “di circolazione”, come lo chiama il Braudel, o “mercantilistico”, come viene chiamato generalmente. Se si accetta l’impostazione del Braudel, ne deriva che il capitalismo iniziato nelle fabbriche inglesi e sud-scozzesi alla fine del ‘700, il capitalismo della “mano invisibile” regolatrice automatica e ottimale del mercato e della divisione del lavoro teorizzata da Adamo Smith prendendo a paradigma una fabbrica degli spilli, viene a porsi come seconda fase del processo storico capitalistico. Questa seconda fase viene fatta comunemente coincidere con l’estendersi veloce, a macchia d’olio, dell’industrializzazione, durante l’Ottocento e il Novecento, in Europa, nel Nord-america e non solo.
Generalmente però, o almeno prevalentemente, il capitalismo moderno, il capitalismo “propriamente tale”, viene datato appunto a cominciare dagli ultimi decenni del Settecento, e precisamente dal momento in cui comincia a divenire predominante e sistematico l’investimento produttivo del capitale nella fabbrica, che non è più la filanda di Renzo, perché organizzata in base alla divisione del lavoro.
Accettando questa impostazione – e crediamo sia preferibile fare così - la prima fase del capitalismo moderno viene ad esser quella dell’industrializzazione. Si tratta quindi di un’impostazione che pone l’accento sullo sviluppo tecnologico utilizzato, anzi sollecitato e sostanzialmente determinato, a fini di profitto, applicando i progressi scientifici al processo produttivo. Questa prima fase del capitalismo “vero e proprio” può allora essere suddivisa in periodi scanditi appunto dalle maggiori innovazioni tecnologiche. Ad esempio Renato Giannetti, nel cap. 8 (Tecnologia e sviluppo economico) del libro a più mani Lo sviluppo economico moderno, a cura di Pier Angelo Toninelli (Marsilio ed. 2006), enumera:
- un primo periodo - seconda metà del Settecento e prima dell’Ottocento - coincidente con una “prima rivoluzione industriale” segnata dalla macchina a vapore, da innovazioni nel campo metallurgico e tessile;
- un secondo periodo, e “seconda rivoluzione industriale”, nella seconda metà dell’Ottocento e prima del Novecento: acciaio, elettricità, chimica, nuovi mezzi di trasporto con motore a vapore e poi a scoppio, nuovo modo di organizzare l’attività produttiva, chiamato “American Manifactury System”, definibile come
«L’applicazione di macchine utensili specializzate a una sequenza di operazioni, in modo da ottenere maggiore velocità operativa e di movimentazione dei capitali» (J. Mokir: Twenty-five centuries of technological change, New York 1993)(17).
Sono da aggiungere, riguardo a questa seconda fase, importanti innovazioni nelle tecnologie dell’informazione: la macchina da scrivere, la rotativa, la fotografia ecc.;
- Un terzo periodo – “terza rivoluzione industriale” – intervenuto nel secondo dopoguerra: calcolatore elettronico e ulteriori, radicali innovazioni nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, il trasporto aereo, l’energia atomica.
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A questo punto è però opportuna una parentesi per distinguere il concetto delle fasi da quello dei cicli nel processo capitalistico. I cicli sono generalmente scanditi dagli economisti facendo riferimento alle crisi del capitalismo.
«La storia del capitalismo – scrive Joseph Alois Schumpeter polemizzando con la prevalente concezione serafica dell’”equilibrio economico generale” teorizzato dal marginalismo – è segnata da esplosioni e catastrofi». Difatti «lo sviluppo generato dal sistema economico [capitalistico] è per sua natura “ciclico” […] poiché il progresso rende instabile il mondo economico»(18).
E a questo punto ci si consenta una parentesi per lamentare il fatto che molti lavori di importanti e anche fondamentali autori esteri di economia – ma, crediamo, non solo di economia – generalmente di lingua inglese, francese, tedesca, sono tradotti in italiano a vari decenni di distanza. Solo in anni molto recenti pare si stia ponendo riparo a questa dimostrazione di provincialismo e - diciamolo pure – d’ignoranza.
Non possiamo adesso addentrarci nelle varie teorie, o meglio scuole, sui cicli dell’economia capitalistica. Una di queste scuole prende a criterio di definizione e misura i progressi tecnologici cui sono legati gli impulsi alla crescita economica. Da questo punto di vista, si possono annoverare tre posizioni principali: Clement Juglar (1860) configura cicli della durata di 7-11 anni; Joseph Kitchin (1923) “cicli congiunturali” non superiori a 40 mesi; il russo Nikolaj Kondriateff (pure nel 1923) studia invece le “onde lunghe” cinquantennali, che suddivide in una fase ascendente e una discendente più o meno di durata eguale.
Le diverse teorie sui cicli sono state analizzate da Schumpeter, il quale, come sottolinea Pier Angelo Toninelli nel libro citato,
«dedica la sua attenzione soprattutto ai cicli di lungo periodo, le onde lunghe di Kondratieff. Egli ne identifica e descrive tre: il primo (1786-1842), caratterizzato dal cluster di innovazioni del settore tessile e metallurgico della prima rivoluzione industriale; il secondo (1843-97), che ha nelle ferrovie e nelle attività innovative ad esse collegate il suo elemento caratterizzante; il terzo (1897-1938), che ci porta invece nell’epoca dell’elettricità, della chimica e dell’automobile»(19).
Su questo tema, come su tanti altri, si può vedere il libro di Claudio Napoleoni Il pensiero economico del Novecento(20), e precisamente il cap. III di questo libro, dedicato appunto a Schumpeter, paragrafo VII sulle fluttuazioni cicliche da lui analizzate. E’ doveroso aggiungere che successivamente (edizione del 1990) al libro di Napoleoni furono aggiunti cinque capitoli sulle teorie più recenti, con la collaborazione di Fabio Ranchetti.
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Questo per quanto riguarda i cicli. Tornando invece a parlare in termini di fasi del capitalismo, va ricordato che lo sviluppo del capitalismo stesso da Smith in poi è stato segnato non solo dalla cosiddetta “rivoluzione industriale”, ma anche da un’altrettanto importante “rivoluzione finanziaria”.
Infatti senza strumenti finanziari sempre più specializzati e complessi, la crescita delle imprese, principalmente industriali, non avrebbe potuto aver luogo (diciamo “principalmente” industriali perché non bisogna ovviamente trascurare gli sviluppi avutisi di pari passo nel “primario”, l’agricoltura, e nel “terziario”, la vastissima gamma dei servizi).
Alcuni studiosi esaminano la storia del capitalismo dal punto di vista del rapporto tra attività imprenditoriale e finanziaria. Silvano Andriani scrive:
«Il “fenomeno finanziario”, vale a dire la crescita della finanza e, soprattutto, del peso e del potere dei mercati e dei sistemi finanziari, produce in genere opposte valutazioni anche a causa della sua “pervasività” e capacità d’influenzare i diversi aspetti della vita economica: da un lato è considerato il perno del modello di sviluppo fondato sulla centralità dei mercati, base per l’affermazione della libertà individuale e dei processi decisionali efficienti, dall’altro è criminalizzato e giudicato una degenerazione del processo economico»(21).
A fronte di queste due opposte valutazioni, l’Andriani sostiene che, in ogni caso, «la finanziarizzazione non può essere rappresentata come una sorta di escrescenza parassitaria sul corpo dell’economia reale»(22). Infatti la finanza interagisce non con l’”economia reale” – che è un modo di pensare improprio, dato che dell’economia reale la finanza stessa è parte integrante – bensì con l’attività delle imprese, condizionando «i diversi aspetti del processo economico, del processo di investimento e di allocazione delle risorse» ed essendone a sua volta condizionata.
L’Andriani sottolinea inoltre con forza la connessione tra finanziarizzazione e globalizzazione:
«La globalizzazione, come è noto, non è un fenomeno recente, anzi, stando a Fernand Braudel, il processo di formazione del “sistema mondo” sarebbe iniziato, nella nostra era (l’era del capitalismo) durante il Rinascimento; e i banchieri toscani e genovesi, che inventarono la banca moderna e percorrevano l’Europa prestando denaro anche alle case regnanti, avrebbero creato la prima forma di capitale finanziario. […] Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento il processo di globalizzazione si intrecciò con due o tre rivoluzioni tecnologiche, il cui nucleo trainante fu costituito dal rivoluzionamento di tutti i sistemi di comunicazione, evento che, tra l’altro, dette un forte impulso all’unificazione del pianeta. In quei decenni furono costruite le flotte a vapore e le relative attrezzature portuali, le ferrovie, i canali di Suez e di Panama, le prime metropolitane, furono riclassificati i sistemi stradali, lanciate sul mercato le prime automobili e prodotti i primi aerei, messi in funzione telegrafo e radio. E fu proprio il capitale finanziario a consentire la realizzazione di quei progetti su scala planetaria»(23).
Nella prima fase del capitalismo industriale-finanziario, iniziata nella Scozia di Smith e proseguita con l’industrializzazione dell’Ottocento e del Novecento, l’Andriani distingue due periodi. Dapprima – come già risulta dalla citazione fatta or ora – un lungo periodo di accelerazione dello sviluppo, dalla seconda metà dell’Ottocento ai primi del Novecento. Disgraziatamente - continua l’Andriani –
«quella grande mutazione sfociò in un lungo periodo, circa mezzo secolo, di enorme instabilità, contrassegnato da due grandi crisi economiche, due guerre mondiali, rivoluzioni e guerre civili, dal radicale mutamento degli assetti politici e, alla fine, dal trionfo del nazionalismo e del protezionismo»(24).
Fin dal primo periodo – osserva l’Andriani in un inciso che merita anch’esso di essere citato –
«il movimento operaio sposò l’idea della globalizzazione, coerentemente all’afflato universalistico che lo ha caratterizzato fin dalle origini, e fu l’unico a dotarsi di un’organizzazione politica corrispondente, l’Internazionale socialista. Ma l’Internazionale non era in grado di definire una strategia alternativa per la globalizzazione: si limitò a predicare la fratellanza e l’unità di tutti i proletari finendo quindi travolta dalla montante marea nazionalista»(25).
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Enzo Rullani – in un saggio dal titolo Impresa globale e impresa-rete, che si può leggere anche su questo sito - scandisce le fasi del capitalismo moderno basandosi sulle evoluzioni subite dal rapporto tra capitalismo industriale e capitalismo finanziario. Le fasi vengono allora ad essere quattro. La prima è quella della “rivoluzione industriale”, in cui la finanza è al servizio dell’impresa. Sulla seconda, Rullani scrive:
«Nel passaggio di secolo, tra l’ottocento e il novecento, poche cose avevano il crisma della verità provata dai fatti come l’irresistibile conversione del capitalismo industriale in capitalismo finanziario. Una tendenza già preconizzata da Marx con l’idea del “denaro che produce denaro” e sistematizzata da R. Hilferding nel suo Il capitale finanziario»(26).
Successivamente, Rullani parla di una «riscossa del capitalismo industriale», basata sul «nuovo ordine fordista». Al riguardo scrive:
«Nella impresa manageriale di Taylor e di Ford, il capitale finanziario ha un ruolo subordinato. Ford non voleva tra i piedi nemmeno le banche e puntava tutto sull’autofinanziamento (da profitti). Anche quando in seguito, per crescere, ha dovuto cedere su questo punto, non ha mai rinnegato la sua fede di fondo: il primato del capitale industriale su quello finanziario. A completamento dell’opera arriva la politica keynesiana della regolazione della domanda effettiva, che mira a non far mai mancare il finanziamento necessario agli investimenti industriali che gli imprenditori ritengano di dover fare. La politica keynesiana, che rende sovrabbondante il risparmio e privilegia l’investimento, rompe il circuito del “denaro che produce denaro”. Il denaro che non entra nel circuito dell’investimento industriale è un danno: non solo una risorsa sterile, che non produce nulla, ma un salasso che riduce la domanda effettiva e dunque scoraggia l’investimento, vero motore della crescita. Di qui un vero e proprio rovesciamento – che dura per tutta la stagione fordista – nei rapporti tra capitale finanziario e capitale industriale. Adesso è questo secondo che detta le sue regole al primo, ridotto a fornire risparmio mal remunerato (in banca) o azioni di minoranza che non incidono sul potere, ma puntano su un flusso stabile di dividendi, concesso dai nuovi potenti (i menagers insediati al vertice delle grandi organizzazioni industriali)»(27).
Ma ecco infine la «vendetta» (sic) del capitalismo finanziario. Questa vendetta è spiegata dal Rullani sulla base del “fattore rischio”. Bisogna cioè vedere da che parte sta il maggior rischio dell’investimento
«L’impresa fordista – scrive – intraprende fin dall’inizio una strada ben precisa: ridurre il rischio mediante la tecnica (lo studio scientifico dei problemi), il controllo, la negoziazione”(28).
In breve l’impresa fordista, in un quadro di sviluppo tecnologico non troppo accelerato, riesce a darsi una struttura sufficientemente razionale e stabile, tale da garantire sicurezza a se stessa e agli investitori. Questa sicurezza, però, cessa negli anni ’70, quando il fattore “rischio” torna a gravare maggiormente sull’attività imprenditoriale. Il pendolo del potere torna allora dalla parte del capitalismo finanziario. Notoriamente, causa specifica della crisi del fordismo fu il venir meno di alcuni “puntelli” che lo sorreggevano, insieme ai correlati equilibri sociali e di “welfare”: principalmente, cioè, vi fu il subitaneo aumento del prezzo delle materie prime e, ancor più, la maggior forza contrattuale del lavoro dipendente, le cui rivendicazioni a un certo punto fecero saltare le “compatibilità” delle imprese.
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Quali che siano le diverse scansioni secondo cui si vuol suddividere il capitalismo moderno, quel che interessa è fare un deciso passo avanti per vedere come si arriva alla fase attuale, caratterizzata da un capitalismo radicalmente nuovo. Lo stacco, rispetto alla fase del capitalismo industriale, è netto. Torniamo un momento sul suo ultimo periodo, detto del “fordismo”. Se ne può leggere una definizione appropriata, ancora nel Rullani:
«Il fordismo è stato il punto più alto di una visione deterministica della modernità. Una visione che ha identificato ragione e interesse collettivo con la potenza della tecnica, l’oggettività del mercato, la neutralità del calcolo mezzi-fini. Questa visione ha delegato ragione e interessi collettivi ad automatismi (tecnica, mercati, calcoli) e a tecnostrutture (management, sistemi esperti, pubblica amministrazione) supposte sapienti e potenti, ma neutrali: consegnate alla religione della verità e del pubblico interesse, al di sopra delle parti. Nel fordismo maturo, questo impianto è stato cementato e legittimato dalla politica, che ha imparato ad organizzare i grandi interessi presenti nella società e a negoziare con le tecnostrutture i benefici da attribuire alle varie categorie di interesse. In questa forma di automatismo ben temperato (dalla politica), la prima modernità è riuscita a portare avanti il suo impianto deterministico, facendolo diventare criterio di organizzazione e di regolazione dei comportamenti individuali e degli interessi parziali. Non è mai stato un risultato acquisito una volta per tutte, ma si può certamente dire che lo “Stato keynesiano” ha rappresentato un esempio valido di sviluppo regolato, ricco di possibilità di crescita e povero di devianze indesiderate»(29).
Si dà però il caso che, dalla seconda metà degli anni ’70, le regole dello “Stato keyesiano”, altrimenti e più propriamente detto “para-keynesiano”, quelle regole che avevano reso possibile, almeno nell’Occidente europeo, il cosiddetto “Welfare” o “Stato sociale”, sono entrate in crisi. E non solo sono entrate in crisi, ma – cosa, come è evidente, di estrema gravità - non sono state ancora sostituite, a tre decenni di distanza, da altre regole. Gli ottimisti dicono che non lo sono state ancora e si mettono alla ricerca di regole nuove adeguate al presente. Per il momento, tuttavia, la ricerca non pare aver dato risultati chiari, consensuali e concreti.