Il disegno di legge Gelmini contiene circa 170 norme. Molte conferiscono deleghe al governo per scrivere altre norme e quindi si può prevedere che alla fine diventeranno almeno 500. In diversi casi l'attuazione è demandata ad appositi regolamenti, più di dieci per ciascun ateneo e quindi circa un migliaio nel totale. Tutta l'organizzazione interna degli atenei viene regolamentata fino nei dettagli con procedure rigide, di difficile attuazione e di incerta efficacia. Sul diritto alla studio si affidano competenze, anche se tramite il rinvio a un decreto, a un nuovo carrozzone statale, la Consap, che nel tempo finirà per assorbire di fatto le funzioni regionali, a proposito di federalismo delle chiacchiere.
Se il ddl verrà approvato le università saranno sommerse da un'alluvione normativa e burocratica che bloccherà qualsiasi iniziativa nei prossimi anni. Consiglio a tutti di leggere il giudizio molto critico del Comitato Tecnico per la Legislazione della Camera che rileva i pericoli nell’applicazione della legge. I professori invece di fare ricerca e didattica passeranno il tempo a scrivere regolamenti e a destreggiarsi nel caos amministrativo che deriverà dall'improvvisa riscrittura di tutti gli ordinamenti. D'altronde non avranno altre cose da fare a causa dei tagli ai finanziamenti. Ingolfamento burocratico e penuria di soldi convergono verso la paralisi del sistema. Tutto si tiene.
Già da questa prima analisi formale del provvedimento, prima ancora di entrare nel merito degli articoli, si possono trarre tre giudizi negativi.
Trionfo della burocrazia - Nella Seconda Repubblica il Parlamento ha legiferato ogni anno sull'università, accumulando così un pesante apparato normativo che non solo non ha risolto i problemi ma li ha aggravati, come è sotto gli occhi di tutti. L'approccio normativistico si è quindi rivelato fallimentare, sia nella versione del centrodestra sia in quella del centrosinistra. Il ddl Gelmini è presentato come nuovo ma in realtà porta all'esasperazione la vecchia impostazione burocratica. Ammettiamo per ipotesi, infatti, che le norme qui in esame siano ben formulate e che nella complessa attuazione saranno recepite rigorosamente e che non vi saranno fraintendimenti interpretativi. Ebbene, anche in questo caso onirico la messa in pratica produrrebbe uno stress amministrativo che paralizzerebbe le università per i prossimi anni. E questo in un sistema già molto affaticato e sfiduciato potrebbe costituire il colpo di grazia. Quando non bastano più le energie morali e civili a sostenere la ricerca e la didattica si può anche morire per troppa burocrazia.
Anomalia internazionale - In questo momento si discute di università in quasi tutti i paesi europei. Se il nostro dibattito non fosse strozzato sarebbe interessante incaricare l'ufficio studi della Camera di una comparazione con le riforme in corso. Emergerebbe sicuramente la nostra anomalia, poiché non si ha notizia di nessun governo che immagina di affrontare la modernizzazione universitaria con un testo di 500 norme e 1000 regolamenti. Negli altri paesi si discute di strategie, di competitività, di servizi per gli studenti, di politiche della ricerca e così via. Solo da noi si confondono le riforme con ammassi normativi. Niente di nuovo, purtroppo, nella mentalità da Azzeccagarbugli che è sempre stata causa ed effetto dei momenti di decadenza della vita nazionale.
Abisso tra parole e fatti - Il ministro annuncia l'avvento della meritocrazia nell'università. Se fosse vero avrebbe il nostro apprezzamento, ma purtroppo i fatti vanno esattamente nella direzione opposta. La propaganda è smentita in almeno due punti cruciali.
1) Se davvero si volesse la competizione tra gli atenei bisognerebbe promuovere tutte le differenze tra loro, lasciandoli quindi liberi di scegliere l'assetto organizzativo, la selezione del personale, l'offerta didattica e la strategia della ricerca. Invece, l'appesantimento burocratico produce la standardizzazione del sistema. Le cose buone che sono state realizzate in questi anni dall'università italiana – ci sono, ma non se parla mai nel dibattito pubblico – hanno tutte il segno della differenza rispetto al solco comune. Non si ha notizia, invece, di nessun miglioramento avvenuto per adeguamento ad una legge. Con questa nuova legge gli atenei saranno sempre più simili tra loro: l'alibi della norma toglierà responsabilità al merito delle scelte; la selva burocratica ostacolerà i veri innovatori. Solo una robusta delegificazione può consentire una vera competizione, alla quale deve seguire poi una rigorosa allocazione dei finanziamenti pubblici secondo i risultati conseguiti. La buona legge è quella che lascia libero l'ateneo anche di sbagliare, facendo però pagare le conseguenze degli errori. Le leggi che promettono la virtù, al contrario, finiscono per produrre solo burocrazia.
2) Se davvero si volesse la valutazione bisognerebbe valutare, direbbe Catalano. E invece dal ministero della Gelmini dopo più di due anni non è uscito neppure un numero sulla produttività scientifica degli atenei. I dati utilizzati per il tanto sbandierato fondo per il merito sono relativi a lavori scientifici di quasi dieci anni fa e sono inadatti a selezionare i comportamenti attuali. Tutto viene rimandato alle analisi che farà l'Anvur, un'agenzia già legiferata dal governo di centrosinistra che dopo due anni il ministro non è ancora riuscita ad attuare. Se siamo ancora alla fase di nomina - poi si dovrà implementare la struttura e successivamente procedere all'analisi della produzione scientifica degli atenei - è presumibile che i primi dati non saranno disponibili prima di due-tre anni. Il mandato della Gelmini si caratterizzerà per l'assoluta mancanza di valutazione. Sarebbe bastato non interrompere l'attività dei vecchi organismi ministeriali – Cnvsu e Civr – nelle more della costituzione dell'Anvur - come adesso sembra voler fare correndo ai ripari - e oggi avremmo dati aggiornati sulla ricerca. Fare propaganda sulla meritocrazia è più facile che attuarla e soprattutto non scontenta nessuno. Su richiesta dei rettori si è stabilita, infatti, una banda di oscillazione massima e minima che limiterà i danni e i premi nella competizione. La differenza di finanziamento tra i migliori e i peggiori atenei sarà solo di due-tre punti percentuali, anche se i valori in campo dovessero differire di venti-trenta punti. Competizione sì, ma col freno a mano tirato. La Crui era riuscita a convincere Mussi a rinunciare alla valutazione e oggi l'ha accettata vanificandone gli effetti. Rimane poi in vigore la pratica di assegnare sotto banco finanziamenti aggiuntivi agli atenei rimasti indietro nella competizione, mediante la pratica degli accordi di programma, senza alcuna trasparenza. Poiché questa denuncia è venuta autorevolmente dal CUN qui in audizione chiedo al ministro un chiarimento in sede di replica.
In generale al ministero dell'Eur non si respira proprio un clima meritocratico nell'amministrazione quotidiana. I bandi di ricerca, ad esempio, sono ormai gestiti da commissioni composte da amici degli amici, con criteri estranei alle metodologie internazionali della peer review.
Questa è la realtà dietro le ciance ministeriali. Siamo di fronte ad un disegno di legge sciagurato che non solo aiuta per la discesa il sistema universitario, ma crea una falsa illusione di riforma. Il risveglio sarà amaro e contribuirà a indebolire la fiducia dei professori, degli studenti e delle famiglie. Proprio la fiducia che è il requisito vitale di una buona università.
Una legge irricevibile - Siamo alle prime battute del dibattito parlamentare e quindi sento l'esigenza di rivolgere ai deputati di maggioranza una domanda politica. Che cosa volete fare qui alla Camera? Se avete intenzione di andare avanti coartando il confronto parlamentare e sperando di raccogliere i frutti della vostra propaganda troverete la nostra ferma opposizione. Come ho cercato di dimostrare, il testo è sbagliato già nel suo impianto, in un paese normale un ministro che si presenta con 500 norme non verrebbe neppure preso in considerazione. E' un testo quasi impossibile da emendare e tuttavia cercheremo in tutti i modi di perseguire anche parziali miglioramenti, come è costume di una forza politica costruttiva quale noi siamo. Presto i fatti si prenderanno la rivincita, tante persone che vi hanno creduto in buona fede capiranno l'imbroglio e noi faremo di tutto perché ciò avvenga al più presto, con un'azione chiarificatrice in Parlamento, nelle università e di fronte all'opinione pubblica.
D'altronde, avete già fatto così con la legge Moratti, anche allora annunciata come meritocratica, anche se fu proprio in quegli anni che esplose la proliferazione dei corsi e delle sedi. Oggi ne riconoscete il fallimento, già per il solo fatto che proponete una nuova legge, la quale si muove nella stessa direzione. La storia si ripete. Tutto cambia perché nulla cambi.
Capolavoro del gattopardismo italiano - Passando dall'analisi formale ai contenuti il disegno di legge appare come l'ennesimo capolavoro del gattopardismo italiano. Si fa finta di affrontare i problemi, avendo cura di proteggere i vizi del passato. Non a caso quelli che hanno gestito l'università in questi anni sono anche i tifosi più accesi dell'approvazione della legge. Abbiamo avuto modo di ascoltare qui in audizione il presidente della Crui che ha espresso un'adesione acritica verso la proposta ministeriale, come non era mai accaduto prima nei confronti di altri governi di destra e di sinistra.
Siamo in disaccordo con la Crui e pensiamo di esserlo per il suo bene. Infatti, i rettori hanno dovuto accettare il ricatto del governo, prima la legge e poi i soldi. Ma noi siamo l'opposizione parlamentare e non solo non accettiamo ricatti, ma a pochi giorni dalla presentazione della legge finanziaria pretendiamo di fare esattamente il contrario. Il governo deve stanziare i finanziamenti necessari e soprattutto eliminare i tagli prima che inizi la discussione in aula della legge Gelmini.
Tra i rettori ci sono persone che hanno realizzato innovazioni di livello internazionale e altri che hanno gestito in modo molto discutibile, secondo una frattura che si ripete in tanti campi della vita nazionale, compresa la classe politica. Tuttavia, sorprende che rappresentanti di esperienze tanto diverse abbiano trovato un punto di equilibrio nel sostegno al governo più ostile all'università di tutta la storia repubblicana. D'altronde, conosciamo bene la capacità dell'attuale governo di mettere alla gogna a uso del consenso populistico i poteri reali del paese per poi stringere con essi dei patti di conservazione dell'esistente. Ci sono tanti esempi di questo metodo e credo di poterne dimostrare l'applicazione al caso dell'università.
Consenso delle burocrazie accademiche - Ovviamente, i referenti dell'accordo non sono solo i rettori, ma più in generale le burocrazie accademiche. Con questa espressione intendo quei professori ormai impegnate quasi a tempo pieno nella gestione degli atenei, i consiglieri dei ministeri e delle regioni, gli esperti che affollano la convegnistica del settore, i consulenti dei partiti, gli opinion leader che sproloquiano sulla stampa nazionale ecc. Sarebbe ingeneroso non vedere le differenze e le tante esperienze positive sul terreno gestionale che pure ci sono, ma qui interessa porre in evidenza il punto di unione quasi inconsapevole tra queste figure. Esso consiste in un certo angolo visuale che analizza i problemi universitari bene o male, ma più dal lato delle norme e delle burocrazie che da quello concreto dei contenuti scientifici e didattici. Si è creato uno iato tra chi vive l'università e chi ne parla, tra chi la fa e chi la rappresenta. Ovviamente le gradazioni tra i casi singoli sono infinite, ma comunque pesa nella formazione delle opinioni la quota di tempo passata a gestire e quella spesa per il sapere. Il termine burocrazia accademica quindi non comporta alcun giudizio di valore, ma denota un ceto che opera sulla ricerca piuttosto che nella ricerca. Questo ceto è tendenzialmente a favore del disegno di legge e la cosa non ci tranquillizza.
Aumenta il potere dei rettori - Da più di un anno il dibattito corre appresso ad una fanfaluca. E' passata l'idea che la qualità di un ateneo dipenda dall'ingresso di membri esterni nei consigli di amministrazione. La credenza è talmente sicura di sé da rifiutare qualsiasi verifica empirica. Eppure, i membri esterni sono possibili già con la legislazione vigente. Diversi atenei hanno compiuto questa scelta da tanto tempo ma non si nota alcuna differenza nei risultati rispetto a quelli che l'hanno negata. Ora la legge la rende obbligatoria, ma senza chiarire le modalità di nomina. Se verranno nominati da poteri esterni si cadrà inevitabilmente nell'influenza dei politici locali, ripetendo l'esperienza della sanità, dove per tagliare le unghie alla classe medica sono stati aggiunti ai suoi vizi quelli della classe politica. Quando avremo ridotto gli atenei come le Asl il guasto sarà irrimediabile. Già oggi alcune burocrazie accademiche hanno stretto legami pericolosi con i notabili politici locali e la proliferazione delle sedi di bassa qualità è il risultato più visibile di tale connubio. Al contrario, esistono molte esperienze positive di rapporto virtuoso tra atenei e territorio che certo non hanno bisogno della legge Gelmini per svilupparsi, anzi sono sempre più disinteressate agli editti ministeriali e si sono abituate a fare da sole. Se invece la nomina avviene dall'interno sarà il rettore in carica a scegliere il membro esterno che gli assicurerà il rafforzamento del proprio potere. Inoltre, lo spropositato aumento dei poteri del consiglio di amministrazione non produrrà l'efficienza che una stucchevole tiritera aziendalistica promette vanamente da tempo, ma, tradotto nelle abitudini accademiche, indebolirà i controlli sull'attività del rettore. In ogni caso le burocrazie accademiche non hanno nulla da temere da questa fanfaluca.
Al contrario, non si capisce perché si debba stabilire in una legge dello Stato l'organizzazione interna all'università, invece di affidare la materia agli statuti. Ciascun ateneo sia libero di fare come meglio crede, con la stessa libertà che il ddl accorda agli atenei privati, e poi saranno i risultati di una vera valutazione a penalizzare chi ha fatto scelte sbagliate e a premiare i virtuosi.
L'ossessione dei concorsi - Una delle credenze più granitiche dell'accademia consiste nel cercare la pietra filosofale della buona legge dei concorsi. In oltre mezzo secolo si sono provati tanti modelli normativi, nessuno ha dato i risultati sperati ma la ricerca continua. Negli ultimi tempi anzi è diventata sempre più ansiosa e il Parlamento ha emanato ogni anno norme nuove, spesso prima che quelle in vigore avessero il tempo di essere messe alla prova. Da ultima la Gelmini appena insediata portò in conversione un decreto legge (il n. 280 del 2008) che prometteva sfracelli contro il nepotismo, ma a due anni di distanza quelle procedure sono impantanate nelle burocrazie ministeriali e non hanno portato a conclusione neppure un concorso, né si ha notizia di un cambiamento delle abitudini accademiche.
Con questo ddl si annuncia un'altra novità tornando all'antico modello nazionale. Ma non è un vero concorso, si tratta solo di un'idoneità non selettiva, senza limiti quantitativi, insomma un pennacchio che non si potrà negare a nessuno. Poi si farà di nuovo un concorso locale dove vincerà il candidato predestinato. Tutto rimarrà come adesso, non solo non si ridurrà il localismo ma si raddoppieranno inutilmente i concorsi da espletare. Con un'aggravante, si formerà infatti un pericoloso elenco nazionale di idonei che sarà una continua tentazione di future ope legis volte a farli diventare professori. Non è difficile immaginare che un parlamentare recepisca la pressione corporativa inserendo un emendamento in qualche provvedimento omnibus coperto da uno dei tanti voti di fiducia. D'altro canto, nel testo attuale del ddl, è stata già inserita una quasi ope-legis che trasforma la suddetta idoneità degli interni in nomina a professore. Questo meccanismo facilmente si allargherà aggravando l'attuale autoreferenzialità delle carriere.
D'altro canto, le comunità disciplinari sono organizzate su scala nazionale e di solito predispongono prima dei concorsi l'elenco dei vincitori. Col vecchio sistema avevano quella minima incombenza di costruire alleanze locali capaci di portare a compimento l'accordo nazionale. Con la nuova legge sarà tutto più facile perché l'elenco concordato sarà immediatamente reso attuativo nelle commissioni nazionali. Questa è forse l'unica semplificazione del ddl, ma solo a favore delle burocrazie disciplinari che gestiscono i concorsi. E' uno dei tanti motivi del consenso conservatore verso il ddl.
Infine, il rigore della selezione va a farsi benedire. Basta conoscere un po' le dinamiche consociative accademiche per sapere che il bravo professore in una commissione nazionale non impedirà mai al collega meno virtuoso di portare il suo favorito all'idoneità. Potrà sempre salvarsi la coscienza dicendo che si tratta di un titolo non selettivo e che non è sua responsabilità se poi gli altri hanno chiamato in cattedra una persona poco meritevole.
Tutto questo castello di ipocrisie si potrebbe abbattere riducendo la normativa dei concorsi a semplici criteri di trasparenza nell'accesso e nella selezione, da attuare mediante avvisi di chiamata a livello internazionale. Ogni ateneo deve essere libero di scegliere i suoi professori, altrimenti non può esserci nessuna vera competitività. La qualità della selezione è garantita solo tramite l'allocazione dei finanziamenti secondo il merito.
Parole inglesi e fatti italiani - E' stata presentata come grande novità l'introduzione di un rapporto di lavoro temporaneo per i giovani ricercatori. Con enfasi si è parlato della tenure track, che è in uso in molte università del mondo e consente efficacemente di mettere alla prova un giovane ricercatore, confermandolo come professore una volta raggiunti i risultati previsti. Il ddl Gelmini fa una parodia di questo strumento, poiché non vi sono garanzie che alla fine dei sei anni previsti si riconoscano i meriti del ricercatore. Al Senato si è migliorato questo aspetto obbligando l'ateneo a inserire il giovane ricercatore nei programmi di assunzione del triennio successivo, ma si tratta appunto di programmi che nell'attuale instabilità finanziaria e normativa nessuno può davvero garantire. Ricordo che siamo arrivati a ottobre e gli atenei non conoscono ancora lo stanziamento per il 2010! D'altro canto non c'era bisogno di una nuova norma perché già adesso il giovane docente deve passare per un periodo di prova di tre anni prima di ottenere la conferma del ruolo. E' la figura del “professore straordinario”, molto più semplice e certa, che però in assenza di verifiche selettive non ha mai funzionato adeguatamente e certo non migliorerà solo perché ora usiamo una parola inglese.
Ai limiti del servilismo intellettuale - Eppure l'innovazione avrebbe avuto un senso se il contratto a termine, il quale pur essendo a scadenza prevede tutte le condizioni normative di un civile rapporto di lavoro (ferie, maternità, contributi previdenziali ecc.), avesse sostituito la babele dei contratti temporanei (assegni, cococo, contratti di insegnamento ecc.) che la fantasia accademica e normativa ha messo in campo negli ultimi tempi. Secondo la fonte dello stesso ministero
( http://statistica.miur.it/scripts/PERS/vpers0.asp), circa 100 mila giovani, quasi il doppio dei docenti di ruolo, oggi fanno ricerca e insegnano con retribuzioni da fame, a volte anche poche centinaia di euro l'anno o addirittura gratuitamente, con rinnovi di tre o sei mesi, senza alcun diritto e, ancor peggio, spesso senza alcuna autonomia scientifica. E' una condizione ai limiti del servilismo intellettuale. Da questa fuggono i giovani scienziati che stanno invadendo i laboratori di ricerca in Europa e nel mondo, dove trovano rapporti di lavoro degni e ben retribuiti. E quelli che rimangono quale formazione ricevono? Quale classe docente stiamo preparando per il futuro se viene allevata in questa condizione servile?
Le burocrazie accademiche portano una grave responsabilità nell'aver gonfiato a dismisura questi rapporti ambigui. Esse portano a giustificazione l'esigenza di ampliare l'offerta formativa in penuria di finanziamenti e blocchi di concorsi, ed è certamente vera, ma non è sufficiente a spiegare la portata del fenomeno. C'è dell'altro, c'è la convenienza di utilizzare una manovalanza intellettuale a basso costo, c'è l'arroganza di tenere i giovani in condizioni di sudditanza e c'è perfino il buonismo italiano nel non saper dire a un giovane che quello non è il suo mestiere e di dirglielo presto, non dopo averlo sfruttato per dieci anni.
E' quindi patetica la Gelmini quando dice ai giovani che devono finirla col posto fisso e che la novità della legge sarebbe il contratto temporaneo. Ma dove vive? Non si è accorta che i temporanei sono il doppio degli stabili, come non succede in nessun altro paese europeo. Eppure sarebbe semplice risolvere il problema. Basterebbe applicare il normale contratto a termine previsto dalla legislazione generale sul lavoro con opportuni adeguamenti sia per l'accesso alla docenza sia per la partecipazione a progetti di ricerca temporanei e nel contempo vietare all'accademia di ricorrere a tutte le altre forme aleatorie e tanto più alle prestazioni gratuite che si vanno diffondendo oltre il lecito. Una volta stabilite regole chiare per il futuro si tratterebbe di dare una risposta ai giovani che si trovano oggi in questa condizione aleatoria. Non si possono illudere, una quota potrà entrare all’università sbloccando i concorsi, ma gli altri dovranno essere impegnati su progetti di ricerca nazionali e regionali finalizzati alla qualità delle funzioni pubbliche e all’innovazione tecnologica.
Il rigore contrattuale costringerebbe le burocrazie accademiche a selezionare i giovani migliori e a garantire loro condizioni dignitose di ricerca e di insegnamento. Esse dovrebbero però rinunciare a utilizzare la manovalanza intellettuale a basso costo e questo spiega la ferma opposizione della Crui e del governo verso questa proposta del Pd.
Anzianità senza merito - Il patto conservatore ha protetto anche il difetto opposto e cioè la totale rigidità delle carriere accademiche dei docenti di ruolo. Il professore procede automaticamente per scatti di anzianità a prescindere dall'impegno e dal merito. Eppure, egli viene valutato ogni giorno dalla comunità scientifica che accetta o respinge i suoi lavori secondo i risultati conseguiti. Sarebbe semplice per l'ateneo tenere conto di queste valutazioni scientifiche per modulare conseguentemente la dinamica salariale e gli avanzamenti carriera. La Gelmini per la verità era partita lancia in resta pochi mesi dopo il suo insediamento approvando un decreto che stabiliva il principio della retribuzione secondo il merito, ma poi stranamente non è stato attuato. Nel contempo con la legge finanziaria sono stati congelati per tre anni gli scatti automatici, senza clamorose reazioni da parte delle burocrazie accademiche. Viene da pensare che hanno accettato lo scambio saltando un giro negli scatti di anzianità pur di conservarne la logica e di evitare le retribuzioni individualizzate.
Di questo patto fa parte anche il rifiuto di mandare in pensione anticipata i professori che hanno perduto la vocazione per la ricerca e per la didattica, cosa che umanamente può succedere anche se in piccola percentuale. Era una misura ragionevole che avrebbe dato spazio a giovani ricercatori molto più motivati. Non è assolutamente da confondere con l'insensato pensionamento generalizzato a 65 anni perché riguarderebbe solo i professori che risultano inattivi scientificamente e didatticamente nella valutazione individuale. Per il loro bene e per quello dei rispettivi dipartimenti il pensionamento in questo caso sarebbe utile.
Il Giano bifronte - La “riforma epocale” della Gelmini non turba questa gerontocrazia. Rimane intonso il Giano bifronte dell'università italiana, ovvero la sua principale deformazione che consiste nella convivenza di due opposte esagerazioni: da un lato la condizione quasi servile dei giovani e dall'altro l'assoluta rigidità delle carriere di ruolo. Convivono due università sbagliate. Entrambe fuori dal mondo. Sono unite solo dalla mortificazione dei meriti, la quale nel primo caso spegne le passioni giovanili e nel secondo appiattisce le motivazioni mature.
I ricercatori come capro espiatorio - Per celebrare il patto conservativo si è scelto un capro espiatorio. Il governo, infatti, per dare l'idea che voleva scuotere il sistema ha indicato nei ricercatori di ruolo il nemico da abbattere. Si è concentrata sull'anello più debole una campagna di denigrazione che ha presentato questi studiosi come dei mangiapane a tradimento. Purtroppo, le burocrazie accademiche hanno lasciato fare, girandosi dall'altra parte, pur senza partecipare direttamente alla campagna.
I ricercatori sono rimasti gli unici a lottare contro la legge Gelmini perché sono fuori dal patto e anzi lo hanno subito. Non a caso ora il governo cerca di recuperare promettendo una velata ope-legis anche a loro con la chiamata per semplice idoneità, anche se di incerta e ritardata attuazione per mancanza di fondi e in molti casi con un arretramento dello stipendio. Si cerca di ampliare il patto corporativo lasciando cadere qualche briciola, senza affrontare la questione di fondo dei ricercatori universitari, che d'altro canto nessun governo ha mai voluto risolvere. Essi infatti, pur contribuendo in modo decisivo all'organizzazione della didattica non sono mai stati riconosciuti come professori. Questa tipica ipocrisia che si protrae da almeno trenta anni andava rimossa costruendo uno status adeguato con diritti e doveri e un'adeguata valutazione dei meriti nello sviluppo della carriera. La questione, per quanto ci riguarda, rimane aperta nella discussione alla Camera.
La regola del merito - Anche in questo caso la soluzione sarebbe molto semplice. Basterebbe eliminare i pennacchi barocchi delle tre fasce della docenza, spesso prive di senso come ad esempio la distinzione onorifica e non funzionale tra professore associato e ordinario. Sarebbe sufficiente un semplice ruolo di professore con diversi livelli di retribuzione e di responsabilità secondo una progressione di carriera vincolata ai risultati scientifici e di impegno nella didattica. Ciò consentirebbe di eliminare un'altra anomalia rispetto ai confronti internazionali che consiste nell'eccessivo squilibrio tra retribuzioni iniziali e finali, a causa degli automatismi e ancora una volta a discapito dei giovani. E infine si poteva risparmiare qualcosa controllando l'impegno a tempo definito dei professori, contenuto secondo i dati ufficiali sotto il 5% contro l'evidenza del part-time effettivo di tanti medici, avvocati, architetti e ingegneri.
Il patto conservatore ha impedito di affrontare i veri problemi dell'università. Per il governo contava solo la propaganda. Per le burocrazie accademiche invece era decisivo mantenere lo status quo. L'accordo si è trovato sulle riforme per finta.
Per una vera riforma - Bisogna riconoscere che non è prima volta, anzi il gattopardismo è la regola seguita da gran parte della legislazione degli anni duemila. Ho già ricordato la legge Moratti presentata dall'establishment come una ricetta miracolosa e passata come acqua fresca sui difetti dell'accademia. Ricordo Confindustria che santificò quella legge, come ha fatto qui in audizione con la Gelmini, senza mai badare ai risultati, con un entusiasmo ideologico che oscura perfino il pragmatismo imprenditoriale.
E purtroppo devo riconoscere che neppure il governo di centro sinistra, pur nel breve tempo a disposizione, riuscì a cambiare direzione di marcia. Da lungo tempo la legislazione universitaria di destra e di sinistra si muove su un binario morto. Ha senso continuare così mentre l'università italiana continua a perdere posizioni nel confronto internazionale? Non è forse giunto il momento di domandarsi se c'è qualcosa di sbagliato in tutto il “riformismo” della Seconda Repubblica? Questo sarebbe un terreno proficuo di confronto parlamentare. Io credo che sarebbe il momento e il ripensamento dovrebbe riguardare non solo i dettagli, ma l'angolo visuale con cui si guarda ai problemi dell'università italiana. La vera riforma non consiste nell'aggiungere leggi, anzi procede nella direzione opposta della Gelmini, eliminando 500 norme e 100 regolamenti. Solo l'horror vacui della norma può far cadere le ipocrisie accademiche e può creare lo spazio per una vera competizione sulla qualità. A quel punto basterà una semplice regola di allocazione dei finanziamenti secondo il merito. Non per una piccola percentuale, ma gradualmente per l'intero Fondo di finanziamento dell'università (FFO), secondo la qualità rilevata dal lato della domanda e dell'offerta. La prima corrisponde alla scelta dell'università da parte degli studenti, i quali devono essere messi in grado di decidere sulla base delle performance scientifiche dei singoli atenei, disponendo delle condizioni di mobilità tramite il diritto allo studio e l'accessibilità alle residenze. La qualità dell'offerta invece deve essere misurata da moderni sistemi di valutazione della ricerca e della didattica. In questo modo si riconoscerà il premio ai migliori e si imporranno le necessarie correzioni ai peggiori. Quando questo sistema di regolazione andrà a regime le norme residue cadranno come foglie secche, si potrà fare a meno dell'inutile burocrazia del ministero e la vera Autonomia degli atenei sarà finalmente ricongiunta con la sorella Responsabilità.
Tutto ciò finalmente costringerà anche noi legislatori a superare l'ossessione degli strumenti e a occuparsi degli obiettivi. L'università non è solo un corpo amministrativo da normare, ma è il luogo della ricerca scientifica, della formazione dei giovani, della proiezione internazionale del paese. A ben vedere sono proprio questi gli argomenti più trascurati o addirittura assenti nel ddl Gelmini.
La ricerca italiana è all'asfissia. Non esiste una strategia nazionale, tutti i laboratori sono in lotta per la sopravvivenza, non si realizzano più infrastrutture, i bandi competitivi sono ridotti a pochi spiccioli. Di questo dovremmo parlare qui in Parlamento, con una sessione specifica dedicata allo sviluppo della politica della ricerca in Italia.
La didattica è in un vicolo cieco. L'innovazione del 3 e 2, che pure ha prodotto esperienze molto diverse, non ha mantenuto le promesse in termini di tempi di laurea e di quota di abbandoni. Coesistono livelli di qualità internazionale e situazioni impresentabili, come ad esempio le università telematiche. È necessario un moderno strumento di valutazione e di accreditamento della didattica, sulla base degli impegni già presi dall'Italia nei programmi europei di quality assurance, per diffondere le esperienze più avanzate e correggere gli errori più evidenti.
Ascoltiamo i giovani - Infine, la misura di una vera riforma dipende da come i giovani percepiscono la vita universitaria. Oggi siamo al punto più basso di credibilità verso gli studenti. Anche il malessere dei professori rischia di alimentare inconsapevolmente questo clima di sfiducia. Inoltre, basta fare un giro nei principali laboratori europei e nelle università americane per trovare vere e proprie colonie di nostri ricercatori che hanno abbandonato il paese con rancore o con disincanto. Che molti giovani scienziati siano apprezzati all'estero offre la misura della qualità della nostra università, almeno nei suoi punti alti. Questi però diventano sempre più monadi isolate mentre il sistema evolve nella direzione opposta.
I giovani scienziati dall'estero tuttavia guardano all'Italia con attenzione e cognizione di causa, lontano dalla cortina fumogena della propaganda ministeriale. Quei giovani hanno capito benissimo che il Parlamento non approverà una “riforma epocale”, che anzi si tratta del solito gattopardismo da cui sono fuggiti. E in questo momento nelle università italiane il movimento di protesta animato dai giovani ricercatori e dagli studenti ci lancia un appello per il futuro della conoscenza nel nostro paese. Non lasciamolo cadere.
La riforma è vera se è percepita come tale dai nostri giovani. Se è capace di suscitare la loro curiosità, l'interesse verso il loro paese, l'impegno a contribuire al suo cambiamento.
Cari colleghi, nella discussione parlamentare, in ogni emendamento e in ogni presa di posizione, dovremmo porci la domanda se le nostre decisioni sono in grado di destare la fiducia della nostra gioventù.