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Premessa...

Il 5 dicembre 2008 si è svolto, all’Università di Sassari, un convegno sul tema: “ANCORA UNA PACE PERDUTA? Ripensare la guerra fredda dopo vent’anni”. Interventi e relazioni di Rodolfo Ragionieri (Univ. di Sassari), Wilfried Loth (Univ. di Duisburg-Essen), Raffaele D’Agata (Univ. di Sassari), Odd Arne Westad (London School of Economics), Antonio Varsori (Univ. di Sassari), Lawrence Gray (John Cabot University of Rome), Gian Paolo Calchi Novati (Univ. di Pavia).
Il convegno si è svolto in lingua inglese. Qui di seguito la traduzione, a nostra cura, dello “Shortened Paper” della relazione di Raffaele D’Agata.

LA SVOLTA DEGLI ANNI SETTANTA:
RICERCHE EUROPEE DI RISPOSTE ALLA CRISI DI SISTEMA

Vorrei cominciare con qualche breve osservazione sul titolo di questo seminario. Come sappiamo, la guerra fredda è finita in modo molto più tranquillo, graduale e pacifico di quanto minacciava la corsa agli armamenti nucleari. E se ci fermiamo qui, nessuno è stato sconfitto, vi sono stati soltanto vincitori. Dal 1989, mentre le vite di milioni di europei dell’Est si liberavano, con la caduta del muro di Berlino, da pesanti condizioni oppressive, la speranza era la parola-chiave per descrivere il processo in corso. D’altra parte, però, l’evoluzione successiva non fu proprio una benedizione per il futuro di quegli stessi milioni di persone che avevano vissuto nei Paesi già comunisti. Per loro, la transizione a una specie di società di mercato comportò un grave aumento d’insicurezza economica. Vi si accompagnò un’improvvisa impennata di violenza, fra cui i cruenti scontri bellici nella Penisola balcanica, il bombardamento del Parlamento russo, conflitti e terrore all’interno della Federazione russa. Questo quadro può essere considerato come l’esatto opposto di quanto era avvenuto dopo la seconda guerra mondiale nei Paesi europei sconfitti.
Da tutto ciò derivano forti motivi per supporre che, forse, positive opportunità sono state mancate. Inoltre, anche al di fuori dei Paesi ex-“socialisti”, i due decenni trascorsi dalla fine della guerra fredda non sono stati affatto più pacifici che negli anni precedenti. Entro la stessa Europa – cioè appunto nei Balcani – lo sono stati assai meno.
Come spiegarlo? A mio parere, il motivo per cui la vittoria dell’Occidente non ha mantenuto le sue promesse è esattamente lo stesso per cui l’attuale livello d’insicurezza economica in tutto il mondo ha ora raggiunto un picco cui non era mai arrivata dal 1929. E ciò implica che il tipo di Occidente che ha finito per vincere il confronto non è lo stesso tipo di Occidente che gli aveva dato inizio. La sua capacità di spinta al progresso umano si è fatta molto più debole, almeno nel tempo presente.
Per dimostrare questa tesi, propongo di focalizzare l’attenzione sulla grande crisi che colpì l’economia mondiale nei primi anni ’70. Quegli eventi segnarono la fine di tutta una serie di processi che avevano dettato i temi fondamentali del pubblico dibattito, così come molti aspetti della vita quotidiana, in tutti i paesi avanzati, per molti decenni fino ad allora – cioè, per quanto riguarda molto di tutto ciò, da quasi un secolo. La crisi scosse e infirmò molti elementi basilari sia del capitalismo sia – di conseguenza, anche se non veniva ammesso – del cinquantennale tentativo del comunismo sovietico di invalidare le regole capitalistiche. Si trattava di elementi di enorme rilevanza, come la produzione di massa, le grandi fabbriche e il modo di organizzarle, nonché, in concomitanza, il complessivo assetto delle classi sociali.
Però, mentre le cose stavano cambiando rapidamente, non cambiavano con lo stesso ritmo le parole usate per dire ciò che accadeva. L’opinione pubblica poté quindi essere fuorviata. E anche gli storici, ancora, lo possono. Cercherò ora di mostrare come, secondo me, potemmo essere fuorviati, e come possiamo evitarlo.

A questo scopo, mi concentrerò sul modo in cui venne a mutare il significato reale del contrasto tra Est e Ovest – ossia il significato reale delle impostazioni fondamentali su cui poggiava la maggior parte della politica europea da almeno un quarto di secolo. Da allora, infatti, espressioni come “l’Occidente” o “la civiltà occidentale” semplicemente cessarono di designare qualcosa di ovvio – ammesso che in un modo o nell’altro lo avessero mai fatto.
Dalla fine degli anni ’40, vi fu un largo consenso su ambedue le sponde dell’Atlantico nel qualificare come “occidentale”, di preciso, quell’insieme di diritti individuali e di impegno pubblico a favore dei meno fortunati, che era stato costruito grazie alla durevole efficacia delle politiche del New Deal – e grazie alla loro ricezione nell’Europa occidentale attraverso il Piano Marshall. In precedenza, né “l’Occidente” né “la civiltà occidentale” erano concetti che si prestassero facilmente ad essere intesi come prevalentemente tipici di una cultura democratico-liberale. Anzi accadeva spesso di trovarli strettamente associati a una serie di posizioni radicalmente conservatrici.
In altre parole, l’accezione del termine “Occidente” che prevaleva nell’ala democratico-liberale del “consenso atlantico” durante gli ultimi anni ’40 non dovrebbe essere considerato come cosa ovvia. L’ “impero liberale” era un modello instabile, marcatamente per il fatto che varie specie di credi intolleranti potevano avere spazio nelle coorti della guerra fredda (dal maccartismo a certe forme di islamismo politico)(1).
Finché gli aspetti principali delle politiche del New Deal continuarono a influenzare il mondo occidentale, queste falle poterono essere circoscritte. Ma la Grande Crisi degli anni ’70 rimise tutto ciò in discussione. E’ significativo che si sia finito per dover vedere atei devoti e credenti avidi di potere marciare fianco a fianco invocando mal precisate e tuttavia devastanti “guerre sante”, subito dopo il lungo periodo di turbolente trasformazioni che aveva seguito per un quarto di secolo i due decenni di quell’influenza rooseveltiana. Un simile sbocco, tuttavia, non stava scritto da nessuna parte – e si può sperare non sia irreversibile.

Di fronte ai primi colpi della Grande Crisi, gli orientamenti della comunità atlantica si uniformarono al modo in cui Richard Nixon e Henry Kissinger interpretarono le esigenze e gli obiettivi dell’influenza americana sugli affari mondiali. Secondo le vedute “realistiche” di Kissinger, l’esercizio della potenza americana fu effettivamente separato da ogni stretto contatto con la sfera delle convinzioni. E così anche lo fu la prestazione di funzione dirigente in seno alla comunità atlantica (insieme con il modo in cui l’America avrebbe interpretato ogni eventuale causa comune dell’Occidente).
Dal punto di vista delle aspettative democratiche e di progresso, questo era un bene soltanto a metà. Da una parte, certo, alcuni problemi e motivi di ansietà dovuti alla guerra fredda vennero un po’ a diradarsi – grazie ai negoziati sul controllo degli armamenti e a qualche progresso di vario genere verso un allentamento della tensione Est-Ovest. Ma, dall’altra parte, si svilupparono nuove costrizioni il cui effetto sarebbe stato quello di restringere il ventaglio delle opzioni praticabili su come fronteggiare la crisi mondiale e su come far fronte al bisogno di profondi mutamenti.
Vale a dire che, i giochi essendo ormai posti in termini di crudi interessi nazionali e corporativi, sia le fedeltà che le ostilità potevano divenire più vincolanti ed esigenti rispetto a quando potevano esser misurate anche in termini di principi ideologici o morali – dato che quegli interessi, naturalmente, erano assai meno reattivi a ogni confronto intellettuale. Sotto l’amministrazione Nixon, la politica americana divenne, riguardo a tutta una serie di tendenze politiche di sinistra nell’Europa occidentale, più sospettosa che sotto le amministrazioni di Truman e di Eisenhower – per non parlare di quelle di Kennedy e di Johnson – sebbene i partiti di sinistra dell’Europa occidentale stessero o ammorbidendo la loro opposizione alla NATO o direttamente conducendo politiche di governo che includevano impegni legati alla stessa NATO. Questo era stato, da ultimo, il caso dei socialisti tedeschi (che, pure, si erano fermamente opposti alla NATO negli anni ’50), mentre i comunisti italiani stavano adesso seguendo quello stesso tipo di percorso in modo sempre più spedito – ricavando tuttavia da ciò, da parte di Washington, nulla più che un veto ancora più deciso quanto a una loro partecipazione al potere.
Specificamente, il divieto degli USA a ogni partecipazione dei comunisti italiani al potere era tradotto in pratica in vari modi, non escluse operazioni segrete, senza alcun riguardo per le loro dichiarazioni – e per quanto dimostrato in pratica dal comportamento del loro intero partito – sul loro impegno a favore della democrazia “di stampo occidentale”. Il fatto è che questo genere di aspetti e considerazioni era diventato molto meno importante rispetto a poco prima. Anzi, secondo il punto di vista della Washington di Nixon e di Kissinger, certi comunisti europei potevano essere diventati un problema definibile come una troppo zelante professione di idee “occidentali”.

Erano stati i socialdemocratici tedeschi, fin dagli ultimi anni ’60, ad avviare realmente gli impegni di base e a tracciare l’agenda di politica internazionale per una nuova linea condivisa tra i partiti politici dell’Europa occidentale più vicini ai lavoratori. Utilizzare la NATO come strumento per garantire la stabilità nel cambiamento, era la pietra miliare del grande disegno di Willy Brandt e di Egon Bahr, teso a superare la guerra fredda (l’opposto di ogni pretesa di vincerla) e a perseguire l’unità nazionale tedesca come obiettivo di lungo termine da raggiungere con pazienti negoziati. Come da loro dichiarazioni, il ruolo della Germania era tutt’uno con quello dell’Europa. La precedente “teoria del ponte”, che aveva motivato l’opposizione neutralista alla NATO nella Germania occidentale, era adesso inglobata nella logica di una nuova interpretazione del legame atlantico estesa all’Europa nel suo insieme. "Il peso dell’Europa è destinato a crescere in ragione di una minore urgenza dei problemi della sicurezza", ebbe a dichiarare Bahr(2). La fedeltà agli impegni atlantici assecondava questa linea, in quanto poteva ovviare a ogni comprensibile anche se non espresso timore americano che la “Ostpolitik” tedesca fosse destinata a dar vita a una qualche sorta di Eurasia autosufficiente e meno aperta alle dinamiche del mercato.
Mentre la prudente politica di Brandt e di Bahr ebbe successo nel tracciare la cornice di una distensione europea verso il “Trattato di Varsavia” – avvalendosi del concomitante interesse americano a una stabilizzazione dei rapporti tra Est e Ovest che scongiurasse ulteriori pericoli di crisi incontrollabili –, essa non riuscì mai a sottrarsi alla pregiudiziale ostilità di Kissinger. Ciò venne pienamente in luce appena il complesso dei “Trattati orientali” (tra Bonn, Mosca, Varsavia, Praga e Berlino-Est) ebbe superato anche la prova della ratifica, e la mancata soluzione della questione mediorientale cominciò a mettere concretamente alla prova la reale profondità e la reale portata del processo di distensione nella sua globalità.
Sta di fatto che l’amministrazione Nixon fu molto contrariata per le crescenti dimostrazioni della volontà di Brandt di contribuire a rendere la distensione irreversibile estendendola a un più ampio ventaglio di problemi, compresi quelli più delicati su scala mondiale. Ciò significava anche, per Brandt, portare la Repubblica Federale Tedesca a giocare un ruolo attivo nel favorire, come priorità internazionale, una soluzione negoziata del contenzioso arabo-israeliano: cioè nell’incoraggiare ambedue le superpotenze a unire gli sforzi per adempiere le risoluzioni dell’ONU che esse stesse avevano sottoscritto – e contemporaneamente nell’impedire che le parti in conflitto facessero nuovamente ricorso alla forza.
Non era affatto questo l’interesse dell’amministrazione Nixon. E’ un fatto che le attività di Brandt furono criticate nei colloqui di Kissinger, a Washington, con il rappresentante israeliano, quando il primo parlò di come Nixon fosse riuscito a evitare di essere “intrappolato a concordare” sul Medio Oriente in occasione della visita di Breznev negli USA, alla fine di giugno del 1973. Sebbene Kissinger, ovviamente, non potesse manifestare al rappresentante israeliano tutto ciò che aveva allora in mente di fare – vale a dire gli sforzi che si proponeva di attuare per guadagnarsi nel prossimo futuro la gratitudine dell’Egitto, malgrado i pericoli che ne sarebbero derivati per Israele – ambedue convennero che Brandt costituiva un problema e che bisognava attivarsi per far sì che la politica di Bonn cambiasse(3).
Come, durante e subito dopo la guerra del Kippur, si fecero molto tese le relazioni tra l’una e l’altra sponda dell’Atlantico, così avvenne, a Bonn, per quelle tra esponenti di primo piano del governo e della stessa SPD. In un primo tempo ci si aspettava che la presidenza tedesca del Consiglio della Comunità europea – iniziata il 1° gennaio 1974 – riflettesse gli orientamenti di questa, volti a promuovere l’indivisibilità della distensione nonché, in particolar modo, un’estensione del processo di Helsinki all’area del Mediterraneo, in cui rientra anche il Medio Oriente. Né cominciavano a manifestarsi segnali contrari a che la Comunità europea nel suo insieme si coinvolgesse nella proposta francese di colloqui euro-arabi per trattare sullo shock petrolifero e arrivare a delle soluzioni; ma ambedue le opzioni furono fermamente avversate dall’amministrazione Nixon. In ogni caso, alla Conferenza sulle questioni energetiche svoltasi a Washington nel febbraio del 1974, il ministro tedesco-occidentale per le finanze, Helmut Schmidt – la cui figura incontrava molte simpatie nella dirigenza statunitense, all’opposto di Brandt – riuscì ad aggirare e mettere fuori gioco i colleghi di Bonn e lo stesso Cancelliere. In quella occasione, Schmidt si comportò in maniera molto intransigente e sicura di sé e riuscì a riportare le posizioni della Germania occidentale pienamente in linea con i desideri americani su ambedue le questioni.
D’altra parte, quando Egon Bahr, il più stretto collaboratore di Brandt e suo negoziatore più fidato, tornò da Mosca alla fine di marzo, poté portare a casa solo dei caldi incoraggiamenti, ma nessun reale impegno sovietico sul nodo Berlino, volto a mitigare l’ostinazione della Germania orientale. In effetti Breznev, contrariamente alla sua volontà, non si trovava in condizione di poter correre rischi sui punti più sensibili della politica sovietica verso la Germania, proprio mentre era attaccato all’interno a causa di ciò che la politica sovietica di moderazione circa il Medio Oriente aveva poi effettivamente guadagnato(4).
Non si può chiedere agli storici, né a chiunque altro, di giungere a conclusioni certe sulle manovre politiche sotterranee. Comunque sia, le dimissioni di Brandt nel maggio del 1974 difficilmente potrebbero esser comprese senza fare riferimento al complessivo stato di cose determinato da simili processi. Sta di fatto che quando Schmidt entrò finalmente in carica come cancelliere della Germania occidentale, il clima delle relazioni tra questa e gli USA cambiarono quasi nello spazio di un mattino. «Schmidt non ha proprio niente del sommario sentimentalismo di Brandt», riferì Kissinger ad alcuni influenti parlamentari ricevuti alla Casa Bianca. «Mentre un anno fa pensavano che avessimo bisogno di loro, adesso non è più così. Nel Medio Oriente vedono che abbiamo ragione [nostro corsivo] , e li stiamo spingendo a muoversi sull’economia nella misura in cui possa essere di utilità»(5).
Naturalmente, parlare del Medio Oriente e dell’economia non era un modo come un altro di consultare l’agenda. Era proprio nominare i due temi, strettamente legati tra loro, che avrebbero esercitato influenza determinante sul destino del genere umano fino al secolo successivo. Poiché il gigantesco ammontare di attivi in dollari che erano andati pencolando sull’economia mondiale nei pochi anni precedenti si era spostato dall’Europa occidentale verso casseforti arabe (prevalentemente conservatrici), dove si riteneva fossero molto più sicuri, si poteva giocare un asso sul buon esito delle scommesse americane di cui l’amministrazione Nixon si faceva garante, e di tutte quelle con esse compatibili in tutto il mondo.
Si aprivano due strade diverse. Da una parte, si poteva intraprendere un approccio multilaterale per stabilire le priorità e ricercare gli strumenti allo scopo di raggiungere un nuovo tipo di equilibrio tra situazioni eccedentarie e deficitarie su scala mondiale. Inizialmente, sia il FMI che la Banca Mondiale avevano favorito questo approccio, poiché consideravano lo shock petrolifero come una ragione di più per perseguire la riforma generale del sistema monetario, piuttosto che per ritardare il processo. Dall’altra parte, gli accordi tra interessi particolari privilegiati potevano affermarsi come prioritari, avvalendosi della loro identificazione, operata dall’amministrazione Nixon, con gli interessi nazionali. In tal modo potevano sistemare le cose conformemente alle proprio esigenze ed occorrenze. L’amministrazione Nixon non nascose la sua preferenza per questa seconda scelta.
I dirigenti dell’amministrazione Nixon erano più inclini a utilizzare lo shock del dollaro e del petrolio come un’opportunità per cambiare i ruoli del FMI e della Banca Mondiale, trasformandoli da organi di controllo e anche di indirizzo delle forze agenti sul mercato mondiale – conformemente ai compiti loro assegnati dalle idee, ispirate al New Deal, affermatesi a Bretton Woods – a semplici agenzie di quelle medesime forze. Questa politica fu intrapresa con decisione proprio mentre era in corso il processo determinato dalla shock petrolifero – che procedeva in gran parte secondo piani tracciati durante colloqui egiziano-sauditi in cui agenti sauditi con intime connessioni negli USA avevano svolto un ruolo essenziale(6). Quanto alle istituzioni finanziarie internazionali (IFI), il Consiglio Consultivo Nazionale sulle politiche finanziarie internazionali (NAC) fu avvertito dal vice segretario al Tesoro John Hennessy, il 20 aprile 1973, che il settore privato non riteneva che le IFI gli fossero «di molto aiuto»; lo stesso Hennessy mostrava di condividere pienamente il loro punto di vista, sottolineando che la “International Finance Corporation” – un’agenzia creata entro la Banca mondiale nel 1956 per promuovere la partecipazione azionaria delle banche d’affari private – «poteva dare un aiuto molto maggiore»(7).
In un primo momento, i dirigenti tedeschi erano meno convinti di tutto ciò. Fino all’ottobre del 1974, il vice governatore della Bundesbank Otmar Emminger espresse la sua preferenza per un governo multilaterale di ogni processo di riaggiustamento finanziario, attraverso una sorta di “agenzia governativa internazionale per gli investimenti dei surplus petroliferi”(8). Pochi giorni dopo, il nuovo Ministro delle finanze della Germania occidentale Hans Apel – noto, d’altronde, come membro dell’ala moderata della SPD – aveva sostenuto all’assemblea annuale della Banca mondiale l’esigenza d’impedire alle attività bancarie di eludere la supervisione nazionale indirizzandosi verso le località a controllo più leggero, e di equilibrare la necessità di attirare i proventi petroliferi verso il sistema bancario con qualche «giusta esigenza della comunità internazionale – specificamente quella di poter contare su un flusso finanziario sano e stabile e di tutelare l’integrità delle strutture politiche e sociali» [nostro cors.]"(9).
Ambedue rimasero però spiazzati dalla ferma decisione di Schmidt di riporre l’ interesse nazionale tedesco nell’artificioso ripristino di una centralità del dollaro, che intanto veniva effettuato per consenso informale nella comunità finanziaria internazionale, man mano che procedeva la de-regolamentazione globale del sistema bancario e del mercato finanziario. Appena poche settimane dopo l’entrata in carica di Schmidt come cancelliere della Germania occidentale, un rapporto dell’ufficio del vice-segretario statunitense al Tesoro per gli affari internazionali (OASIA) lo apprezzava come «molto più pragmatico sulle potenzialità unitarie della Comunità Europea» e prevedeva che adesso i dirigenti tedeschi si sarebbero dimostrati più desiderosi di «guadagnare profitti sulle riserve in dollari» che di continuar a incoraggiare qualunque tentativo di promuovere una complessiva riforma monetaria(10).
Su questo terreno, allorché il leader del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer portò avanti l’implicita analogia della sua politica internazionale con il precedente e recente modello di Bonn (facendosi promotore di un nuovo consenso nazionale di fondo sulle scelte italiane in politica estera, compresa l’adesione alla NATO), restò nettamente spiazzato dall’improvviso cambiamento degli orientamenti tedesco-occidentali, determinatosi a cominciare dal maggio del 1974. Tale cambiamento di orientamenti riguardava le questioni economiche non meno di quelle della sicurezza (specialmente nel Mediterraneo e in Medio Oriente): i due ordini di questioni, del resto, erano strettamente intrecciati.
A dicembre del 1974 – quando Berlinguer presentò la sua piattaforma programmatica al Comitato centrale del suo partito, in preparazione dell’imminente congresso – era ormai troppo tardi perché il progetto potesse realizzarsi. Forse ne era in qualche modo consapevole, dato che non volle ripetere in sede congressuale ciò che aveva osato dire ai suoi colleghi sui propri intenti: specialmente che «un grande obiettivo di pace e di progresso» era allora costituito da una «graduale unificazione del mercato mondiale», comportante anche «un sistema monetario valido per gli scambi fra tutti i Paesi».
Se questi argomenti avessero ancora avuto importanza effettiva nelle politiche internazionali allora in corso, le parole di Berlinguer avrebbero significato la più netta presa di distanza dall’esperienza sovietica che potesse esser fatta da un partito ancora denominato comunista – dato che l’Unione sovietica esisteva da mezzo secolo proprio per cercare di affermare in qualche modo cose diverse da regole di mercato, di qualunque genere. In questo modo, cioè, Berlinguer stava individuando e scegliendo un modo di “rompere i legami con l’URSS” che era insieme quello più radicale e quello più responsabile – poiché non precludeva la possibilità di accordi pragmatici tanto impegnativi quanto risultasse giusto e necessario. Ma proprio questo gesto emancipativo era ormai il meno accettabile per gli effettivi o potenziali interlocutori di Berlinguer al governo nei maggiori Paesi occidentali.
Berlinguer non stava cioè facendo altro che riecheggiare l’idea rooseveltiana di “un solo mondo”, in un mondo nixoniano e kissingeriano. Durante la visita a Washington del presidente italiano Giovanni Leone e del primo ministro Aldo Moro, nel settembre del 1974, Kissinger dichiarò che un partito comunista responsabile era più pericoloso di uno irresponsabile, poiché «se appaiono responsabili saranno, a lungo andare, una più grave minaccia». Certo, esprimersi così poteva sembrare soltanto basato su assiomi tautologici. Kissinger se ne rendeva conto, e in un break si mise a spiegare al presidente Ford l’importanza di essere tautologici, indicandogli una lista di pericoli derivanti da ogni partecipazione comunista al potere in Italia (che, com’era abbastanza ovvio, non includeva alcuna dittatura di tipo sovietico). «In Italia - disse – il problema è che la presenza di comunisti al governo, rappresentati da ministri competenti, avrebbe costituito un’attrazione irresistibile per la Francia, avrebbe isolato la Germania, avrebbe dato spazio a Papandreu in Grecia. I socialisti [nostro cors.] non avrebbero mai raggiunto il potere in Germania se quel bell’idiota non li avesse messi in una coalizione. Questo li ha resi rispettabili. La stessa cosa accadrebbe in Italia» [nostro cors.](11).
Kissinger non si riferiva però all’isolamento della Germania, bensì a quello di Helmut Schmidt. Rischiare un revival delle politiche di Brandt e di Bahr su scala continentale era, per lui, semplicemente troppo.

Raffaele D’Agata

N O T E

(1)Su ciò si veda Andrew J. Rotter, “Christians, Muslims, and Hindus: Religion and U.S.-South Asian Relations, 1947–1954”, Diplomatic History, Vol. 24 (2000), pp. 593-616.
(2) Friedrich-Ebert-Stiftung (FES), Archiv der sozialen Demokratie (ASD), Depositum Bahr, Mappe 1, Ordner 436: Werner D. Lippert, Richard Nixon’s Détente and Willy Brandt’s Ostpolitik: The Politic and Ecomomic Diplomacy of Engaging with the East, Ph. D. Dissertation, Graduate School of Vanderbilt University, Nashville, Tennesse, August 2005, p. 189
(3) Fu l’ambasciatore israeliano Simcha Dinitz che sollevò il problema, dopo avere incassato le rassicurazioni di Kissinger circa il contenimento del ruolo dell’URSS in Medio Oriente (sebbene non certamente, e proprio a causa di ciò, su cose ben più importanti anche per Israele). La minuta del colloquio qui citato (che ebbe luogo il 3 luglio 1973) riporta questo scambio: “Dinitz: Ho ancora qualche punto da trattare. Il Primo Ministro [Golda Meir], dopo la visita di Brandt, ha detto che questi ha mandato una lettera a Nixon e a Breznev parlando della sua impressione che Israele desidera la pace […] Voleva che il presidente lo sapesse […] Quando questa gente va in Israele parla in un altro modo […] Parlando con il vice-ministro degli esteri inglese ha detto a qualcuno che Israele è stato responsabile della guerra dei sei giorni. – Kissinger: Non ricordo il contenuto, ma Brandt non si distingue certo per chiarezza d’idee. – Dinitz: Cercheremo di influire sul governo tedesco, se non avete obiezioni. – Kissinger: No. Anche noi lo faremo”. National Archives and Record Administration [NARA], Gerald L. Ford Presidential Library [GLFPL], National Security Adviser Mamoranda of Conversations [NSA Memoranda], Box 2.
(4) Per la visita di Bahr a Mosca alla fine di marzo del 1974, cfr. Akten zur auswätrigen Politik der Bundesrepublik Deutschland 1974, Band 1., pp 241 ss. Sugli effetti delle vicende mediorientali circa gli equilibri interni del Cremlino in quel frangente, un contributo molto importante alle comprensione degli eventi è dato per ora (fino all’apertura di nuove fonti archivistiche) dalle memorie di Valentin Falin, allora ambasciatore sovietico a Bonn (e più tardi consigliere non servile e non sempre ascoltato di Gorbaciov alla testa del dipartimento internazionale del PCUS): Valentin Falin, Politische Erinnerungen, München, Dromer Knaur, 1994.
(5) NARA, GLFPL, NSA Memoranda, Box 3:
(6) Su ciò si veda William Bundy, A Tangled Web. The Making of the Foreign Policy of the Nixon Administration, Hill & Wang, New York, 1999, pp. 433-434.
(7) NARA, College Park (Ma), RG 56, Entry 15-19.Box 1
: (8) Auswärtiges Amt, Politisches Archiv, [AAPD], Zwischenarchiv, 117102.
(9) Ibidem.
(10) OASIA Briefing for Simon’s Visit to Europe, July 1974: NARA, RG 56, Entry 171, Box 1.
(11) NARA, GLFPL; NSA Memoranda, Box 6

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