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Premessa...

Quanto trascritto in questa quinta puntata (pp.409-417) del saggio di Claudio Napoleoni e Franco Rodano Sul pensiero di Marx – pubblicato nel n. 15-16/1965 della “Rivista Trimestrale” – verte sull’elemento di contraddizione e di crisi dato dal permanere, nel sistema capitalistico, del carattere privatistico della proprietà.


Claudio Napoleoni, Franco Rodano:
SUL PENSIERO DI MARX (quinta puntata)

6. La identificazione del lavoro col capitale e la sostituzione dell’accumulazione al puro consumo sono dunque le due connotazioni proprie dell’economia che nasce nel quadro dell’unica possibile soluzione storica della crisi della società signorile, e che a buon diritto si chiama, proprio in virtù di quelle due connotazioni, capitalistica. Ma c’è una terza caratteristica di questa economia, dipendente del resto da quelle due principali, che deve essere considerata perché sia possibile una rappresentazione sufficiente del suo funzionamento e del suo stesso destino storico. Si tratta del mantenimento del carattere privatistico della proprietà, anche se ora tale proprietà si caratterizza come proprietà del capitale e non più come proprietà di beni destinati al consumo.
A parte ogni questione di plausibilità storica, la necessità, in linea di principio, che la proprietà del capitale nasca come proprietà privata (borghese, dunque), e non come proprietà collettiva, discende dal fatto che la realizzazione del fine dell’accumulazione – che, come abbiamo visto, veniva a rivestire un’importanza cruciale nella soluzione della crisi della vecchia società – se, da un lato, richiede l’eliminazione della figura del signore e quindi del consumo “improduttivo” di costui, richiede, dall’altro lato, la presenza di una garanzia sistematica contro l’incontrollato insorgere, sempre possibile, di altre forme di consumo “improduttivo”, anche, e anzi soprattutto, di tipo generalizzato. In altri termini, l’eliminazione del signore non deve significare l’assunzione della figura signorile da parte di tutti. Ora, tale garanzia può essere fornita, evidentemente, soltanto dal mantenimento della proprietà privata, la quale, in quanto divenga, e rimanga strettamente, proprietà del capitale, è l’unica in grado di assicurare la riduzione del consumo (di ogni consumo) a consumo “produttivo”.
Tecnicamente ed economicamente, la struttura che corrisponde a tale regime giuridico della proprietà è data dall’esistenza di più centri di decisione, tra loro coordinati dal meccanismo dei prezzi, ossia è data da ciò che si chiama mercato. Ora, è proprio la rilevazione di questa struttura di mercato il punto di partenza necessario all’esame delle caratteristiche essenziali dell’economia capitalistica, nata (e necessariamente) sotto segno borghese. A tal fine bisogna rilevare, in primo luogo, che, nell’economia capitalistica che abbiamo definita “pura”, cioè in quell’economia in cui il consumo “improduttivo” è assente del tutto, in conseguenza sia della scomparsa di classi puramente possidenti e quindi puramente consumatrici, sia della riduzione del salario al livello di sussistenza, sia, ancora, della totale identificazione del capitalista con la figura del “funzionario del capitale”, esiste una contraddizione tra il carattere privatistico della proprietà, e quindi il meccanismo del mercato, e la possibilità di realizzare il processo accumulativo in quella misura e con quella intensità che sono comportate da uno schema di funzionamento in cui tutto il sovrappiù viene destinato all’accumulazione. Si badi bene: la questione non sta (come spesso si è pensato) nel determinare se esistono delle condizioni d’equilibrio per un’economia che accumuli rapidamente, e nella quale quindi il consumo cresca meno rapidamente del prodotto sociale (o magari addirittura sia stazionario o diminuisca), giacché ormai dovrebbe ritenersi ovvio (sulla base di argomentazioni del tipo di quelle che danno luogo agli schemi di riproduzione di Marx) che tali condizioni di equilibrio possono sempre essere definite e descritte sul terreno analitico e formale; la questione, di cui qui si tratta, è invece quella di vedere se un’economia di mercato sia o no in grado di realizzare, nel fatto, quelle condizioni, se cioè la logica del mercato coincida o meno con la logica dello schema capitalistico “puro”.
Ora, la risposta da darsi a quest’ultima questione pensiamo debba partire dalla considerazione che, in un’economia di mercato, se la domanda effettiva contiene una quota troppo alta di mezzi di produzione, rispetto alla domanda di beni di consumo, la domanda effettiva stessa diviene così insufficientemente prevedibile, quanto al suo andamento futuro, da non poter sostenere il corrispondente processo accumulativo. Ciò si deve al fatto che, mentre la domanda per consumi dipende dal comportamento della generica e indifferenziata collettività, rispetto al quale si possono fare non difficili previsioni, sia sulla base di certe uniformità naturali, quando si tratti di consumi di sussistenza, sia sulla base di ciò che è possibile ottenere mediante atti di “induzione” del consumo cospicuo che lo stesso mondo della produzione è in grado di effettuare, viceversa la domanda per investimenti dipende dal comportamento degli imprenditori, cioè dalle decisioni che ognuno di essi deve prendere relativamente alla convenienza di far luogo ad aumenti della capacità produttiva nelle rispettive unità aziendali: e tali decisioni sono non difficilmente prevedibili se gli incrementi di capacità sono immediatamente, o non troppo mediatamente, legati all’incremento dei consumi, mentre sono difficilmente prevedibili, o non prevedibili affatto, se gli incrementi di capacità hanno un rapporto molto lontano con l’incremento dei consumi e quindi vengono a dipendere, in via più immediata, dallo stesso andamento della formazione del capitale.
Ora, è appunto quest’ultimo caso quello che si verifica quando ha luogo l’ipotesi di un’economia capitalistica “pura”, nella quale necessariamente la quota della domanda per investimenti sulla domanda effettiva totale è molto alta: allora, in mancanza di un luogo in cui si accentrino le decisioni circa il futuro andamento della formazione di capitale, in modo che questa venga determinata nella sua struttura e nel suo ritmo (il che appunto resta escluso in un’ipotesi di mercato), la domanda non può essere prevista con quel grado di precisione che è necessario per la gestione del processo produttivo. Il che vuol dire in conclusione che, nell’ipotesi fatta, anche se si ammette che esistano condizioni d’equilibrio, esse non sono tuttavia realizzabili dal mercato.
Si deve dunque dire che l’economia capitalistica “pura” , in quanto economia borghese o di mercato, porta in sé una crisi fin dal suo apparire nella storia. Se questa crisi, che pure di volta in volta ha avuto modo di manifestarsi sotto la forma delle crisi cicliche, non ha però mai assunto dimensioni catastrofiche, ciò è dovuto unicamente al fatto che l’aspetto puramente capitalistico non può costituire, né ha mai costituito, nel quadro borghese, l’unica componente dell’economia reale. Quest’ultima infatti ha sempre usufruito di una massa di consumi improduttivi che hanno mantenuto il rapporto tra domanda per consumi e domanda per investimenti su valori adeguati alle possibilità di funzionamento di un’economia di mercato. Ciò è avvenuto in conseguenza di tre fatti.
In primo luogo (primo, anche in ordine cronologico), ha agito in questo senso la permanenza, pur entro il mondo borghese, di residui, spesso notevoli, delle vecchie classi proprietarie. Non c’è dubbio, tuttavia, che, da solo, questo primo elemento sarebbe stato insufficiente, sia perché esso, in quanto troppo difforme, socialmente e politicamente, rispetto al mondo borghese, era destinato a esaurirsi, sia perché, comunque, esso era quantitativamente debole, in quanto di natura essenzialmente statica e quindi non suscettibile di sufficiente sviluppo, di quello sviluppo cioè che sarebbe stato necessario se esso doveva essere realmente un elemento di correzione e di sostegno della dinamica capitalistica.
In secondo luogo, il mantenimento, per le ragioni che abbiamo visto, del carattere privato della proprietà, non può non sollecitare, presso i titolari di tale proprietà, che sono ormai i borghesi, una tendenza a sfuggire alla legge del capitale, cioè a sfuggire, nella fattispecie, alla totale riduzione alla figura di “funzionario del capitale”, con la conseguente introduzione di un consumo improduttivo. Ma che anche questo secondo elemento sia insufficiente risulta dal fatto che, da un lato, la classe borghese è pur sempre una parte relativamente ristretta della società, e che, dall’altro, anche quando il suddetto comportamento sia sollecitato da strutture non concorrenziali, tuttavia la sottrazione di parte del sovrappiù all’accumulazione incontra sempre un limite nella necessità di mantenere la propria posizione sul mercato appunto attraverso l’allargamento e il miglioramento tecnico del capitale. Neanche dal consumo borghese può dunque venire, nel mercato, un sufficiente sostegno al processo produttivo.
Ma un terzo elemento è intervenuto a rendere duraturo e stabile l’effetto di sostegno: si tratta della progressiva conquista, da parte del proletariato, di livelli di vita superiori al livello di sussistenza, ed è da notare come questo terzo elemento, a differenza del primo, non soltanto è, in un certo modo, organico alla società ad economia capitalistica, in quanto è relativo a una classe che di tale società è parte costitutiva, ma è anche sufficiente quantitativamente, perché capace dello stesso dinamismo che caratterizza la società capitalistica. Nei riguardi, anzi, di quest’ultimo aspetto, giova precisare che, dal punto di vista della contrapposizione di classe tra borghesi e proletari, l’aumento del saggio del salario non trova in effetti alcun altro limite che la tendenza a mantenere inalterato il saggio del profitto, quale elemento decisivo per la funzionalità dell’economia capitalistica, e perciò risulta dominato, in lungo periodo, dall’andamento della produttività del lavoro, ossia da un fattore eminentemente dinamico.
Occorre osservare che ognuno dei suddetti tre elementi, in quanto rappresenta uno scostamento dal funzionamento capitalistico “puro” mediante l’introduzione di dosi di consumo improduttivo, è la manifestazione di una realtà di sfruttamento: per quanto riguarda il permanere del consumo signorile in senso stretto, cioè del consumo delle vecchie classi, e la riproduzione del consumo signorile nell’ambito della classe borghese, si tratta di forme di sfruttamento nel senso classico e tradizionale; per quanto riguarda, invece, il consumo improduttivo da parte del proletariato, si tratta di una forma di sfruttamento diversa e peculiare della società capitalistica, in quanto essa si esercita non nei confronti di coloro che sono occupati nel processo produttivo, che ne sono anzi i beneficiari, ma solo nei confronti di realtà che la società “consumista” tende a tener fuori da quel processo, proprio perché la loro inclusione in esso richiederebbe l’utilizzo a tale scopo di un ammontare di risorse investibili la cui formazione è impedita dal conseguimento di alti e generalizzati livelli di consumo. Fanno parte di tali realtà, innanzitutto, l’enorme massa di forza-lavoro dei paesi sottosviluppati, e in generale di tutte le situazioni sociali arretrate, la quale potrebbe raggiungere maggiori livelli di vita solo in quanto venisse immessa in un processo produttivo tecnicamente avanzato, che, a sua volta, potrebbe essere promosso soltanto da un impegno molto profondo dei paesi in cui si concentra la ricchezza mondiale, e, in secondo luogo, tutti gli esseri umani che una società esclusivamente orientata al benessere degli esistenti neppure consente che nascano e quindi arricchiscano l’umanità con la loro vita e il loro lavoro.
Non c’è dubbio, comunque, che l’azione immediata di classe del proletariato, quell’azione cioè che è l’effetto del tentativo sistematico del proletariato stesso di non lasciarsi ridurre, almeno sul terreno del consumo, a mero elemento del capitale, si presenta come un sostegno decisivo all’economia capitalistica, alla cui intrinseca contraddizione economica viene così tolto ogni carattere di catastroficità e alla fine persino ogni possibilità di rilevante manifestazione. Ma, per intendere bene questo punto, occorre aggiungere due considerazioni. In primo luogo, per ampia che possa essere la suddetta azione proletaria e per cospicui che possano essere i suoi effetti, l’economia non cessa, per ciò, di essere capitalistica, nel senso che quell’azione, per la sua stessa immediata natura di classe, non elimina la riduzione del lavoro a capitale, ma solo ne corregge gli effetti sul terreno del consumo; in secondo luogo, però, sia per la rilevanza di tale azione, sia soprattutto per la sua origine di classe, un’economia capitalistica così corretta e sostenuta non può più dirsi un’economia a direzione borghese, poiché si distacca sostanzialmente da quello schema capitalistico “puro”, a cui la borghesia tende a ridurre il sistema, malgrado il suo proprio consumo improduttivo, che peraltro, come abbiamo visto, ha un’importanza marginale per l’economia nel suo complesso. E infatti, quanto più l’azione proletaria si allarga e si sviluppa, essa acquista una rilevanza non solo economica ma anche politica, com’è inevitabile che avvenga – e come difatti è sempre avvenuto – allorché il proletariato, contestando, almeno in un aspetto decisivo, la riduzione del lavoro a capitale, ricollega, per questo aspetto, il lavoro alla propria umanità, e quindi pone la prima condizione per una propria autonomia nella vita della società e perciò per un’azione politica a se medesimo omogenea.
Almeno due sono gli aspetti che qui interessano di quest’intervento politico proletario, e che sono divenuti caratteristici della democrazia moderna. Innanzitutto, sul terreno politico, avviene il consolidamento, l’allargamento e l’istituzionalizzazione di tutti quei fatti redistributivi, che il proletariato sollecita inizialmente sul terreno economico; in secondo luogo, sempre in virtù di quell’azione politica, la società si viene dotando di istituti nuovi, che interessano la gestione del processo produttivo stesso, e che, introducendo forme più o meno ampie di programmazione, attenuano, spesso fortemente, le residue difficoltà che il mercato presenta nei confronti dello svolgimento del processo accumulativo. In conclusione, l’economia, che pur si mantiene capitalistica nel senso sopra precisato, sfugge a una crisi altrimenti inevitabile allontanandosi progressivamente dalla propria caratterizzazione borghese, e quindi dal rigore stesso del funzionamento capitalistico.
Anche su questo punto è necessario riprendere la critica della teoria marxiana. Per Marx l’azione immediata di classe del proletariato, lungi dal costituire un elemento di sostegno e di stabilità dell’economia capitalistica, costituisce invece un elemento di crisi. E’ noto che i testi marxiani relativi alla crisi economica del capitalismo (sia in quanto crisi periodica sia in quanto crisi “finale”) sono abbastanza confusi da non consentire la formulazione sufficientemente rigorosa di una teoria delle crisi. La difficoltà è dovuta soprattutto al fatto che Marx usa almeno tre argomentazioni, tra le quali egli non pone alcun diretto rapporto: si tratta, in primo luogo, della tesi che l’espansione economica è prima o poi fermata da aumenti del salario che abbassano il saggio del profitto, fino al punto che si rende necessaria periodicamente la crisi per ristabilire il livello di tale saggio; in secondo luogo, della tesi che le crisi sono dovute essenzialmente all’insufficiente potere di consumo della società; e, infine, della tesi che il saggio del profitto ha una tendenza di lungo periodo alla diminuizione, malgrado l’azione di alcune “cause contrastanti”(1).
Tuttavia, pur senza la pretesa di approfondire la questione, ci sembra che i suddetti tre argomenti possano essere integrati in una spiegazione unitaria del fenomeno della crisi. Tale integrazione potrebbe conseguirsi, nel quadro marxiano, lungo la seguente linea. L’insufficiente potere di consumo della società è l’origine della crisi ciclica; a ciò l’aumento dei salari, che ha luogo in misura sempre più intensa al procedere della fase di espansione, potrebbe costituire un rimedio, appunto perché da esso deriverebbe l’aumento del consumo della società; ma, in via immediata, l’aumento dei salari comporta una diminuizione del saggio corrente del profitto, diminuizione che nessun singolo capitalista (e quindi neppure la classe nel suo insieme) può vedere come ciò che essa realmente è, ossia una diminuizione minore di quella che accadrebbe, per deficienza di domanda, se i salari non aumentassero; perciò la caduta del saggio del profitto, determinata immediatamente dagli aumenti salariali, provoca un arresto del sistema produttivo e quindi una crisi; la funzione di tale crisi periodica è quella di ristabilire, di volta in volta, il livello del saggio del profitto, attraverso la diminuizione, che essa determina, dei salari; ma poiché, a prescindere dall’andamento ciclico, esiste una tendenza di fondo alla diminuizione del saggio del profitto, ogni crisi periodica ristabilisce tale saggio a livelli sempre minori; ci si avvicina perciò al punto in cui la crisi non sarà più sufficiente come rimedio all’attentato portato dai salari al profitto; a quel punto l’economia capitalistico-borghese avrà esaurito ogni possibilità di sopravvivenza, e si saranno maturate le condizioni per il passaggio, prima, a un superiore modo di produzione (cioè la pianificazione, a direzione proletaria), il quale completerà quel residuo di accumulazione che vi sia ancora da compiere dopo il fallimento della borghesia, e, poi, all’uscita di tutti dal lavoro, di cui proprio il compiuto processo accumulativo ha costituito la condizione materiale.
Questa interpretazione, mentre appare come l’unico modo possibile di dare coerenza alla posizione di Marx, mostra anche quali sono i punti deboli di tale posizione. In primo luogo, mentre si può ammettere che, nell’espansione, i salari di norma aumentino, tuttavia non si può dire che ciò necessariamente comporti la diminuizione del saggio del profitto: se, come di regola accade nelle fasi di espansione, il saggio dell’incremento del salario è minore del saggio d’incremento della produttività del lavoro, allora l’incremento del salario si accompagna a un aumento del saggio del profitto. Ciò, a sua volta, dà luogo a una redistribuzione del reddito a favore dei profitti e quindi a un progressivo abbassamento della quota dei consumi sul reddito stesso; la crisi quindi interviene non a causa degli effetti diretti dei movimenti salariali sul saggio del profitto, ma per insufficienza di domanda effettiva determinata dal troppo basso livello dei consumi, che si accentua man mano che la fase di espansione procede. In secondo luogo, come è oramai noto, quelle che Marx chiamava le “cause contrastanti” della caduta tendenziale del saggio del profitto sono così potenti da annullare la legge della caduta: in particolare, è efficace in tal senso l’aumento del “saggio del plus-lavoro”, che, nell’impostazione di Marx, dà la misura dell’aumento della produttività del lavoro, e che sempre si accompagna all’aumento della “composizione del capitale”. Ed è singolare che, al di sotto di questi due errori di Marx, si celi la medesima causa, cioè la trascuranza delle variazioni della produttività del lavoro, nei loro rapporti con le variazioni delle altre grandezze dell’economia. E’ chiaro che se si tiene nel dovuto conto quest’elemento, allora, da un lato, l’azione immediata di classe del proletariato apparirà non più come una causa di crisi ma anzi come un fattore di sostegno, in quanto favorisce quella composizione della domanda effettiva che è più adeguata a consentire lo svolgimento del processo accumulativo che avviene in un contesto di mercato, e, dall’altro lato, apparirà impossibile l’affermazione di una tendenza di lungo periodo a un esaurimento della convenienza all’accumulazione dovuto, come in Marx, a cause di natura tecnologica.
In altri termini, la posizione di Marx va, in un certo senso, rovesciata. L’economia capitalistica di mercato non è una economia nella quale, lungo il tempo, si accentua, fino a divenire alla fine insuperabile, un fattore di crisi catastrofica, ma è un’economia che, nel rigore, mai pienamente realizzabile, del suo funzionamento “puro”, si trova subito in una crisi insuperabile, ma nella quale questa crisi intrinseca può essere sistematicamente superata proprio sulla base degli effetti economici dell’azione proletaria. Non c’è, insomma, in tale economia, una crisi che debba maturare e che, fino a quando tale maturazione non sia avvenuta, può essere superata malgrado l’intervento proletario, ma c’è invece una crisi immediatamente catastrofica, perché intrinseca al meccanismo capitalistico di mercato, che può però essere, e in effetti è, sistematicamente superata in virtù di quell’intervento proletario.
Ora, il giudizio marxiano, che abbiamo testé criticato, sul funzionamento dell’economia capitalistica di mercato può, senza troppa difficoltà, essere riportato anch’esso alla concezione marxiana dello sfruttamento. Infatti se questa economia viene considerata come una forma dello sfruttamento, e se lo sfruttamento viene considerato come un fatto necessario allorché l’attività umana sia uscita dalla mera immediatezza naturale, sia cioè attività storica, allora l’economia capitalistica pura deve essere pensata come avente delle possibilità di vita storica dispiegata, almeno fino al punto in cui lo sfruttamento abbia adempiuto al compito, che in questa concezione gli viene assegnato, di portare avanti la costituzione delle condizioni oggettive per l’uscita di tutti dal lavoro; conseguentemente la crisi dell’economia capitalistica non può non essere giudicata come tale da acquistare un carattere di definitività solo al termine d’un processo storico di maturazione. Questo punto è evidentemente essenziale per la costruzione teorica marxiana; e la necessità di mantenerlo a ogni costo è certamente all’origine della trascuranza, da parte di Marx, di quell’elemento (le variazioni della produttività del lavoro) che, come abbiamo visto, rende insostenibile sia la tesi che gli aumenti del salario, durante la fase ascendente dl ciclo, abbiano sempre necessariamente effetti negativi sul saggio del profitto, sia soprattutto la tesi che gli aumenti della composizione organica del capitale determinino necessariamente, in periodo lungo, una caduta del saggio del profitto.
Se, dunque, gli errori della teoria marxiana del funzionamento dell’economia capitalistica “pura” sono riportabili all’idea che lo sfruttamento permanga in atto in tale economia, si deve concludere che si ha qui un’altra conferma della necessità di abbandonare quest’idea, il che, come abbiamo già visto, comporta una critica al concetto stesso di sfruttamento di cui Marx fa uso e al rapporto che egli pone tra sfruttamento e alienazione.

N O T E

(1) Per la prima tesi di Marx, si veda Il capitale (ed. Rinascita, Roma 1954), I, 3, p.69 e pp. 87-91. Per la seconda tesi, che si trova affermata in molti luoghi del Capitale, si può vedere soprattutto. III, 1, pp.299-300  e p. 306; III, 2, p.176, e anche Storia delle teorie economiche (ed. Einaudi, Torino 1958), vol. II, p.583. Per la terza tesi: Il capitale, III, 1, pp. 262-295.

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