5. Come dalla critica alla teoria marxiana della economia capitalistica si pervenga a un concetto di sfruttamento diverso da quello di Marx, e quindi a una diversa posizione del rapporto tra sfruttamento e alienazione, abbiamo visto nel paragrafo precedente; e il fatto che, per questa via, si pervenga a spiegare in modo non contraddittorio l’alienazione capitalistica, costituisce una prima conferma della validità di quella conclusione. Ma un’altra conferma si può trovare nell’esame di due connesse questioni, quella della crisi della società signorile e quella della natura e della funzione della borghesia, ambedue, com’è chiaro, essenziali per lo stesso pensiero marxiano.
Per quanto riguarda la prima questione, c’è innanzi tutto da rilevare che, sul terreno economico-sociale, il mondo signorile presenta, insito nella sua costituzione, e perciò storicamente attuale fin dall’inizio, un elemento grave di crisi, consistente nel fatto che, poiché tutto il processo produttivo è ordinato al consumo del signore, e poiché questo consumo, per cospicuo che possa diventare, è sempre quantitativamente ridotto entro certi limiti, risulta impossibile alla società utilizzare tutto il lavoro via via disponibile: esiste cioè un sostanziale squilibrio tra il fine verso il quale l’economia è indirizzata e i mezzi di cui la società potrebbe disporre per alimentare il processo economico. In realtà il mondo signorile è strutturalmente, e quindi sempre, composto di tre parti: i signori, i servi e gli esclusi (o poveri); questi ultimi, però, non sono realmente integrati nella società signorile, proprio perché la non partecipazione alla sua economia lo impedisce, ma la accompagnano necessariamente come una pesante appendice, da cui la vita della società stessa non può non essere influenzata.
Ora questo elemento di crisi, per lunghissimo tempo, non ha dato luogo a crisi aperta proprio perché esso è stato reso inefficace dalla generale accettazione dell’ideale signorile: più precisamente, fino a quando tale generale accettazione ha consentito al signore di perseguire e conseguire, sul proprio piano individuale, l’obiettivo della liberazione dal lavoro come un ideale non contraddetto da alcun’altra concezione dell’uomo. Perché si arrivi alla crisi effettiva del mondo signorile occorre che quell’ideale stesso entri in crisi, e ciò avviene quando comincia a essere contestata la prima e più immediata conseguenza che da esso discende sul terreno sociale, cioè la diseguaglianza di stato tra gli uomini. E’ quel che accade con l’affermazione, che sarebbe stata impossibile prima del cristianesimo, dell’essenziale identità di natura fra tutti gli uomini. E’ chiaro infatti che, qualunque sia il quadro sociale che da tale affermazione si debba rigorosamente far discendere, ad esso il signore non è in alcun modo riportabile. Da questo momento in poi, perciò, l’ideale signorile non può più essere vissuto nella sua integrità, e il signore, nella misura in cui tenda a rimanere integralmente tale, non più semplicemente si separa ma direttamente si contrappone al resto della società.
E tuttavia si deve osservare che, se si fosse verificata un’effettiva coincidenza tra società signorile e mondo signorile, se cioè l’economia signorile non avesse dato luogo a degli esclusi, la sola contrapposizione tra signori e servi non sarebbe stata sufficiente a generare una crisi dissolvitrice. E ciò perché la critica che il pensiero cristiano fu in grado di fare all’ideale signorile non fu sufficientemente profonda, in quanto non arrivò, come avrebbe dovuto per essere definitiva, alla critica del concetto di lavoro come negatività (come “poena peccati”, nel linguaggio teologico), con la conseguenza che, sul terreno sociale, la critica poteva arrivare (e di fatto arrivò) non alla negazione della figura del signore, ma solo all’indicazione di una sua auspicabile funzione sociale per la realizzazione del “bene comune”, con una impostazione, quindi, sul terreno economico, di carattere meramente redistributivo(1). Con ciò si apriva infatti la strada a una possibilità di compromesso, cioè a una soluzione nella quale alla permanenza della contrapposizione tra condizioni sociali sostanzialmente non dissimili da quelle di sempre si aggiungeva, come elemento mitigante e smorzante dei contrasti, la pratica, che poteva divenire certo anche ampia e sistematica, della “carità”. Ma è chiaro che una simile linea, se poteva garantire la permanenza del rapporto servo-signore, era del tutto inefficace rispetto al problema posto dagli esclusi, al problema cioà di far diventare servi coloro che l’economia signorile non accettava neppure come tali. Ma c’è di più: infatti la presenza stessa e la pressione esercitata dagli esclusi rendono meno efficace la stessa soluzione di compromesso tra servi e signori, giacché esse pretendono una soluzione della crisi sociale, che per gli stessi servi può presentarsi come molto più avanzata di quella contenuta e resa possibile dalla semplice partecipazione alla rendita signorile.
Nel rendere reale e specifica, e non semplicemente possibile e generica, questa più avanzata soluzione, fu certamente decisiva la borghesia, la quale, sul terreno della gestione del processo economico, rovesciava la sostanziale staticità dell’economia signorile in un accentuato dinamismo accumulativo. Ma prima di vedere come si colloca, nel quadro che siamo venuti delineando, l’operazione borghese, giova, proprio a questo punto, riprendere l’esame e la critica dell’interpretazione marxiana.
Per Marx, come non esiste, ovviamente, una causazione ideale dello sfruttamento, che egli invece spiega come una necessità che sorge sullo stretto terreno della dialettica storica, così non può esistere una causazione ideale della crisi della prima forma sociale in cui lo sfruttamento si manifesta, cioè della società signorile. Ma nella logica di Marx non esistono nemmeno ragioni economiche interne alla società signorile che siano in grado di spiegare la crisi di tale società, ed egli deve perciò interpretare la borghesia come la causa esterna che determina quella crisi: la borghesia, nel pensiero di Marx, in quanto è portatrice di un modo di produzione “superiore”, necessariamente batte e supera il modo signorile di produzione(2). Ora, il punto debole di tale spiegazione è che, in un mondo signorile che non sia già in aperta crisi per proprio conto, in nessun modo la borghesia (o, meglio, il complesso delle forze sociali da cui la borghesia si formerà) è in grado di rendere dominante il proprio, superiore, modo di produzione. C’è, su questo punto, in Marx una trasposizione inaccettabile delle caratteristiche del rapporto borghesia-proletariato al rapporto signore-borghesia: è chiaro infatti che, mentre la borghesia ha bisogno del proletariato come classe, e lo sviluppa e lo rafforza man mano che essa stessa si sviluppa e si rafforza, viceversa il signore non ha alcun bisogno della borghesia come classe, e perciò fino a che la società signorile, e l’economia che le corrisponde, funzionano senza difficoltà o contraddizioni, tutti gli elementi sociali, i soggetti e le forze, da cui la borghesia potrebbe svilupparsi, rimangono completamente inclusi entro la logica della produzione per il consumo del signore, e possono tutt’al più garantire un certo grado di efficienza a questo modo di produzione. La borghesia non può essere considerata dunque (come Marx pensava) l’elemento che mette in cisi la società signorile, ma come l’elemento che dà a una crisi preesistente, e di origine ideale, un determinato tipo di soluzione.
Per comprendere la natura di questa soluzione bisogna, innanzitutto, considerare che un’uscita radicale dalla crisi del mondo signorile (cioè un’uscita che non soltanto avviasse a soluzione il problema degli esclusi includendo via via nell’attività economica, e perciò nella società, tutto il lavoro mano a mano disponibile, ma avesse superato, nella sua genesi ideale e quindi in ogni sua conseguenza e implicazione, lo stesso sfruttamento) avrebbe richiesto, com’è naturale, la possibilità di una critica sufficiente della base stessa su cui lo sfruttamento nasce, ossia la concezione del finito come male e quindi del lavoro come negatività. Ma abbiamo detto come lo stesso pensiero cristiano, che pure rappresentava la base teorica più avanzata per la critica allo stato di cose esistente, e che anzi era collegato a quella posizione religiosa nella quale bisogna ricercare l’origine stessa della crisi del mondo signorile, si fosse dimostrato del tutto insufficiente alla formulazione di quella critica. Di fronte perciò ad una crisi che rendeva improseguibile l’economia propria della società signorile, e di fronte d’altra parte alla mancanza di uno sviluppo sufficiente nel modo di concepire l’uomo e la sua operazione nella storia, non poteva darsi altra soluzione che quella che consiste nel rendere esclusiva la figura del servo, ossia nell’eliminare lo sfruttamento in atto senza tuttavia modificare e anzi estendendo a tutti la condizione in cui il lavoro è stato ridotto dallo sfruttamento stesso. Sul terreno sociale, ciò significa che agli sfruttatori, cioè ai consumatori puri, si sostituisce la borghesia appunto, che, ben lungi dal pretendere per se stessa una liberazione dal lavoro, trova proprio nel lavoro la sua ragion d’essere. Sul terreno economico, questo mutamento implica che, nella determinazione del fine del processo produttivo, si sostituisce al consumo “improduttivo” del signore l’accumulazione e quindi l’allargamento sistematico dell’occupazione.
La soluzione borghese della crisi signorile potrebbe essere definita dunque come quella soluzione che, senza eliminare l’alienazione, finalizza però quest’ultima all’estensione a tutti del lavoro alienato. Abbiamo già detto precedentemente come questa generalizzazione dell’alienazione comporti altresì una sua accentuazione, giacché nell’economia ordinata all’accumulazione il lavoro si trova non solo confinato a una categoria data di bisogni, ma anche ridotto a puro mezzo di produzione. Qui possiamo specificare che questa riduzione del lavoro a mezzo di produzione (in conseguenza della quale l’insieme dei mezzi di produzione prende la natura del capitale) è necessaria allorché il processo produttivo sia finalizzato all’accumulazione. Infatti, fino a che il lavoro produce per il consumo del signore, ogni singolo lavoro ha una sua specificità, dipendente dalla particolare natura del bisogno signorile a cui esso è indirizzato; quando invece il processo produttivo si svolge attraverso l’accumulazione, l’assoluta genericità del fine si riflette necessariamente sul lavoro, che, non essendo più legato a scopi particolari, diviene anch’esso generico e, come tale, assimilato a un qualsiasi mezzo di produzione. Naturalmente, in quanto mezzo di produzione, il lavoro riceverà poi delle specificazioni tecniche come ogni altro mezzo di produzione (il che, come abbiamo visto, rende illegittimo parlare, per l’economia capitalistica, del lavoro senza aggettivi); ma, prima che tali specificazioni tecnologiche avvengano, e perché esse possano avvenire, occorre appunto che il lavoro sia reso generico rispetto alle possibili qualificazioni che deriverebbero dal suo collegamento a fini specifici di consumo.
(continua)