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Introduzione...

Ringraziamo Raffaele D’Agata per quest’analisi che ci ha concesso d’inserire nel nostro sito. L’occasione è il dibattito in corso sul “partito democratico”, ma quanto scrive D’Agata va ben oltre qualunque considerazione tattica o “di schieramento”, per investire temi di fondo da tenere presenti anche in tale dibattito: il modello novecentesco del “partito di massa”, le linee essenziali che dovrebbero caratterizzare “i partiti del ventunesimo secolo”. Siamo particolarmente grati all’A. per aver rivendicato, concludendo il suo scritto, l’uso della parola “rivoluzione”, che nessuno, “a sinistra”, pronunzia più, quasi ci si fosse dimenticati che parole come “riforme”, “riformismo” ecc., sia nel dizionario sia nella storia hanno un altro significato.

SUL PARTITO NUOVO CHE È NECESSARIO OGGI
E IL SUO RAPPORTO CON L’IDEA DI SOCIALISMO

Che cosa dovrebbe e potrebbe essere oggi un partito? Che cosa ne è del modello novecentesco di partito di massa? E intanto, avevano visto bene i politologi di un secolo fa, i quali vi riconoscevano qualcosa di simile a una forma di religiosità? Ciò è possibile, naturalmente, purché non si confondano le forme di mentalità religiosa con le vere e proprie fedi (siano queste definibili come “atee”, “teiste” o altro). Una religiosità (ossia una mentalità religiosa, ossia anche una religione civile) può essere o non essere il riflesso diretto di una vera e propria fede; comunque, costituisce un sistema forte di valori condivisi, di contrassegni d’identità condivisa, di veri e propri riti. Su questa base, certo, il modello novecentesco di partito di massa è una forma organizzata di religiosità. Di riflesso, la sua crisi può certo apparire come aspetto di un processo di veramente radicale secolarizzazione. Ora, però, il significato di questo termine non è abbastanza chiaro. Per alcuni la secolarizzazione coincide con il cosiddetto di “politeismo dei valori”, cioè con una suggestione concettualmente ibrida, che da una parte riconosce e mette in evidenza la fallibilità e la responsabilità personale come fondamento dell’etica, ma dall’altro quasi le converte (contraddittoriamente) in forme succedanee dell’assoluto. Non casualmente, questa forma di pensiero vieta di considerare altra garanzia effettiva del rispetto di tali fondamenti nella vita associata all’infuori del capitalismo; e non casualmente il presente dominio di questa forma di pensiero appare oggi associato con un’accentuata presenza della guerra piuttosto che con effettivi progressi sulla via del dialogo e della tolleranza (si potrebbe qui ricorrere a Marcuse e sottolineare l’aspetto repressivo che il principio di tolleranza finisce effettivamente per assumere in tale contesto).

Nettamente distinto da ciò dovrebbe restare il concetto di laicità. Questo designa semplicemente un atteggiamento di attenzione disponibile verso tutto ciò che accade (e anche verso le necessità che ne derivano), aperto alle manifestazioni del suo senso che riconosce comunque nascosto e dunque impossibile da possedere. E una tale fondamentale risorsa di umano discernimento non dovrebbe dipendere da fenomeni specifici (e forse non del tutto positivi) come la presente crisi della forma-partito. È soprattutto a partire da un’adesione alla secolarizzazione come “politeismo dei valori”, forse, che la crisi della forma-partito novecentesca suole essere letta come la crisi, anche, di ogni idea di socialismo. Nel dibattito sul progetto di un “partito democratico”, che è in corso in Italia oggi, idee di questo genere hanno avuto anche un certo spazio. Non a caso, tanto all’interno dei DS quanto nell’area dell’Ulivo e più in generale dell’Unione, gli oppositori di quel progetto generalmente rivendicano la tradizione e il nome del socialismo come irrinunciabili per ogni nuovo progetto di partito rigorosamente e incisivamente riformatore.

Questa diffusa preoccupazione riconosce ed esprime un’esigenza fondata, e contemporaneamente comporta almeno un rischio piuttosto grave oggi. La disputa circa i nomi e l’identità può celare cioè la preventiva assegnazione ad altre collocazioni e ad altre funzioni da una parte ai “democratici avanzati”, e dall’altra a quanti trovano ragioni di non cessare di riconoscersi nel nome di “comunisti”. L’esigenza sembra invece essere quella di elaborare una posizione veramente egemonica verso gli uni e verso gli altri. Il partito nuovo di cui c’è bisogno, infatti, se da un lato non è interessato alla statica “vocazione maggioritaria” evocata da alcuni promotori del progettato “partito democratico” (sulla base di fredde analisi di collocabilità dell’offerta entro l’orizzonte dato), dall’altro ha certamente una vocazione egemonica, cioè la vocazione di porre i temi conformi alle necessità del tempo, di dare voce a queste necessità, e di determinare fatti che vi corrispondano.È vero anche, tuttavia, che con i nomi non si può inventare troppo.

Rilanciare e rivitalizzare l’idea e il nome di socialismo può avere anche un senso dettato dalle cose, ma se si sceglierà un tale contrassegno per il partito veramente e rigorosamente riformatore di cui siamo in cerca, bisognerà poi trovare il modo di distinguersi anche dal panorama odierno del socialismo europeo, che appare quasi ovunque o languente, o brillante d’altra luce là dove in qualche modo brilla (cioè, in Spagna, di luce piuttosto liberale avanzata che socialista), o decisamente degenerato. Basti dire che un Blair pretende di farne parte; mentre, a proposito di languore, un Münterfering non fa che co-gestire la globalizzazione alla tedesca più o meno così com’è, cercando di salvare il poco grasso che resta dello stato sociale di un tempo con affannosi adattamenti. Invece, rivitalizzare veramente l’idea e il nome di socialismo è un’impresa grande, che (formulata così) presenta anche alcuni aspetti impliciti nel concetto gramsciano di riforma intellettuale e morale. Ma che cosa era la riforma intellettuale e morale gramsciana se non un modo di intendere e chiarire il moto “eretico” di riforma del socialismo che aveva preso il nome di comunismo (senza peraltro mai cessare di rivendicare a sé anche il pieno titolo all’uso del primo nome)? Nel confronto tra “socialismo” e “comunismo”, il secondo termine ha indicato l’eresia estrema, intransigente, impaziente, che nacque dal seno del primo e gli insorse contro condannando la sua “mondanizzazione” e il suo tradimento (e un tradimento ebbe effettivamente luogo, nell’anno 1914, non ancora forse del tutto chiarito né pienamente elaborato nei suoi presupposti e nelle sue successive ricorrenze). Poi, diventata essa stessa potere (ossia, in quanto religiosità più viva ed esigente, “potere temporale”), l’eresia comunista ha infine sommato fino all’estremo – fino all’auto-sconfitta assoluta – i mali dell’intolleranza religiosa con i mali sempre annidati e possibili nel potere (al di là delle sue intenzioni generose, che sempre dovrebbero restare operanti nell’identità e nella memoria). La caduta del potere temporale del comunismo è stata necessaria e più che matura; nulla tuttavia era pronto per sostituirlo nella funzione che esso impropriamente esercitava, contribuendo in modo essenziale a organizzare la comunità umana al massimo livello di razionalità storicamente dato. Vi è stato poi infatti non innalzamento ma repentino e grave abbassamento di quel pur inadeguato e ormai impraticabile livello di razionalità. Il concetto di razionalità è usato qui indipendentemente da ogni possibile quesito circa la sua chiarezza e la sua discutibilità. Che la razionalità sia discutibile, tuttavia, non implica l’ammissibilità della guerra infinita come una possibilità qualunque.

La tradizione socialista dovrebbe ripensare l’intera sua storia, incluse non solo le deviazioni, ma anche le ragioni profonde della sua eresia estrema, che muovono tuttora non pochi a rivendicarne il nome. La memoria critica del socialismo, da condividere con gli eredi della sua eresia, dovrebbe esercitarsi a un tempo sul riconoscimento della fallibilità e sul discernimento onesto delle necessità del tempo. Fondandosi sul discernimento onesto delle necessità del tempo, ciascun partito che nasca, o voglia nascere, o voglia comunque esistere, dovrà riconoscersi collocato pienamente nel tempo, dunque sapere che, come ogni cosa, finirà, né potrà sapere quando. I partiti del ventunesimo secolo dovrebbero essere dunque associazioni fondate da un insieme di scopi definiti attraverso la lettura delle comuni necessità, e riconosciuti da ciascuno a partire da un complesso di ragioni spirituali, esse sì permanenti, che nessuno scopo determinato esaurisce e determina – ma per cui quello scopo è intanto, e anche a lungo, essenziale. Sono dunque tendenzialmente “a termine” e “in situazione”. Ciò non corrisponde necessariamente alla presente moda del “partito leggero”, televisivo, manovriero, eccetera: perché lo scopo può essere davvero grande, così come la necessità e l’urgenza da affrontare. Secondo alcuni, qualora ciò che si riconosce giusto e necessario somigliasse troppo a una rivoluzione, questa sarebbe una ragione per non parlarne e per non provare a farlo. Il partito nuovo di cui c’è bisogno dovrebbe invece proporsi di non essere più timido di Thatcher e di Reagan, che a propria volta non ebbero invece alcuna esitazione a usare proprio quel termine per indicare ciò che fecero, portando il mondo nell’orbita per la quale oggi si muove. A meno che, naturalmente, non si intenda che l’ultima rivoluzione possibile sia stata la loro.

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