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Premessa...

Nell’aggiornamento di settembre 2008 abbiamo iniziato a trascrivere questo saggio – pubblicato sulla “Rivista Trimestrale” n. 15-16/1965 – sul concetto marxiano di rivoluzione. Precisamente, ne abbiamo trascritto le prime otto pagine (da p.387 a p. 394 del fascicolo), dedicate a un’esposizione del modo in cui Marx definisce l’alienazione capitalistica del lavoro e dell’uomo e ne prefigura l’uscita. In una seconda puntata – aggiornamento di novembre 2008 – abbiamo trascritto le sette pagine successive (da p. 394 a p. 401), dove è tracciata una valutazione critica di tale elaborazione marxiana. Ambedue le puntate sono ora nell’ archivio di questo sito, sezione “Lezioni da Autori di un recente passato”. Proseguiamo adesso con una terza puntata trascrivendo altre cinque pagine (da p. 401 a p. 405), nelle quali si comincia a vedere come il concetto di alienazione possa essere riformulato rovesciando il rapporto marxiano tra alienazione e sfruttamento.

Claudio Napoleoni, Franco Rodano:
SUL PENSIERO DI MARX
(terza puntata)

4. Una riformulazione, rispetto a quella marxiana, del concetto di alienazione (riformulazione della cui necessità pensiamo si sia data sufficiente dimostrazione in quanto precede) deve partire, a nostro giudizio, dalla critica radicale della posizione di Marx sul lavoro. Si tratta cioè di affermare che l’attività diretta a un fine necessario e condizionante non è una forma alienata dell’attività umana, di contro alla quale starebbe una forma “normale”, cioè conforme all’essenza, nella quale l’individuazione del fine sarebbe del tutto libera, al punto che il fine stesso perderebbe ogni carattere di vincolo e di necessità; ma che anzi l’attività diretta a un fine necessario è condizione e forma “normale” ed “essenziale” dell’attività umana. Corrispondentemente si tratta di affermare che lo sviluppo dell’uomo non risiede nella possibilità di determinare i fini dell’azione in modo arbitrario, ma, al contrario, nel superare via via ogni determinatezza data, in un processo in cui il conseguimento di fini determinati e necessari sia, a un tempo, la piena realizzazione dell’umanità nel particolare momento storico a cui quella determinazione dei fini corrisponde, e la condizione per cui avvenga la determinazione di quei fini superiori che si pongono come necessari all’ulteriore sviluppo dell’umanità.
L’idea che l’attività diretta a fini necessari e determinati (cioè il lavoro) sia intrinsecamente alienata discende dall’altra idea che i soli fini determinati e necessari siano quelli della sussistenza fisica. Infatti, se si ammette che i fini che non rientrano nella sfera della sussistenza fisica, ossia quelli non immediatamente posti dalla natura fisico-biologica dell’uomo, non abbiano alcun carattere di necessità, neppure in un processo, ma siano viceversa individuabili ad arbitrio, onde ciascuno di essi possa indifferentemente darsi o non darsi, allora è chiaro che un’attività legata a fini necessari rimane inevitabilmente definita come un’attività confinata ai bisogni della sussistenza fisica e quindi alienata in quanto staccata dall’essenza dell’uomo, la quale, non potendo ovviamente essere identificata col perseguimento della sussistenza fisica, non può essere concepita, in questa visione, che come comportante, quale attività a sé conforme, un’attività “libera” di ordinarsi a qualsivoglia fine.
Al contrario, se la soddisfazione di bisogni determinati è concepita come la condizione per il passaggio ad altri bisogni, essi stessi necessari per lo sviluppo umano, il quale quindi, nonché coincidere con l’indeterminatezza dell’arbitrio, viene a risiedere proprio nella continuità e sistematicità di questo passaggio, e perciò nell’adempimento di ogni determinazione data per l’acquisizione di quei fini determinati che la storia pone come via via necessari per la realizzazione dell’essenza umana nello sviluppo, allora, da un lato, il carattere di determinatezza e di necessità degli stessi bisogni immediati-naturali dà luogo a un’attività che non presenta niente di estraneo all’attività propria dell’uomo e che quindi non puo’ in alcun senso essere definita “alienata”, mentre, dall’altro lato, l’alienazione viene a dipendere dall’interruzione del processo di cui si è detto, ossia richiede un atto specifico a ciò diretto e una corrispondente configurazione sociale, e quindi viene a consistere nel fatto che il lavoro resti permanentemente confinato entro la soddisfazione di bisogni determinati dati.
Tale atto è lo sfruttamento e la corrispondente configurazione della società è la divisione della società stessa nelle due classi degli sfruttati e degli sfruttatori. Lo sfruttamento infatti utilizza la produttività del lavoro, dipendente dal carattere razionale dell’attività umana, non per indirizzare a fini superiori quel lavoro che resterebbe disponibile dopo aver soddisfatto i bisogni immediati-naturali, ma per soddisfare questi medesimi bisogni per una classe di non-lavoratori e di puri consumatori.
In tal modo il rapporto tra alienazione e sfruttamento risulta invertito rispetto a quello posto da Marx. Per quest’ultimo, come abbiamo visto, il lavoro è attività alienata, e lo sfruttamento consegue a questa alienazione ed è concepito come il mezzo per cui (dopo il superamento, a questo fine, delle insufficienze della fase signorile-servile) diviene possibile, al termine del processo storico, l’uscita dal lavoro e, per ciò stesso, dall’alienazione. Secondo la concezione che siamo venuti delineando, invece, è l’alienazione che consegue allo sfruttamento, giacché solo in virtù di un determinato atto che si eserciti sul lavoro, quest’ultimo può acquisire caratteristiche che lo allontanino dalla sua essenza.
Come abbiamo detto, il banco di prova circa la verità dell’uno o dell’altro modo di definire i concetti di alienazione e di sfruttamento, e quindi di concepire il loro rapporto, è dato dall’esame dell’economia capitalistica. Se il lavoro fosse, per sua natura, alienato, e se lo sfruttamento fosse la conseguenza dell’alienazione, il capitalismo non potrebbe che essere concepito come Marx lo concepisce, ossia come la forma più “avanzata” dello sfruttamento, e in esso si dovrebbe ritrovare puntualmente la caratteristica economica generica dello sfruttamento, cioè la divisione del lavoro in lavoro necessario e pluslavoro, con l’aggiunta specifica che il pluslavoro si manifesterebbe come plusvalore; ma abbiamo visto a quali insuperabili difficoltà si va incontro nell’impostare il problema in questo modo.
Nessuna difficoltà nasce invece se alienazione e sfruttamento vengono concepiti in maniera da invertire il rapporto che tra di essi poneva Marx. L’economia capitalistica apparirà allora non come una determinata forma dello sfruttamento, ma come l’estensione a tutti di quella configurazione alienata del lavoro alla quale il lavoro stesso è stato precedentemente ridotto dallo sfruttamento. In altri termini, mentre la concezione dello sfruttamento come conseguenza necessaria dell’alienazione implica che l’alienazione non può andare disgiunta dallo sfruttamento, viceversa se lo sfruttamento viene concepito come la causa dell’alienazione, non sorgono difficoltà a concepire un processo in cui lo sfruttamento, dopo aver alienato il lavoro nella classica struttura sociale signorile-servile, cessi come fenomeno dominante in atto, con la conseguente scomparsa della divisione della società nelle due classi dei lavoratori e dei puri consumatori, e lasci tuttavia il lavoro nella medesima figura alienata, che in conseguenza dello sfruttamento il lavoro ha assunto, con il conseguente costituirsi di una società in cui, alla scomparsa in atto dello sfruttamento, corrisponde l’estensione a tutti dell’alienazione.
Certo, si tratta, anche per la società capitalistico-borghese, di una società divisa in due classi, la diversità delle quali, peraltro, non è quella che intercorre tra una classe di sfruttati e puri lavoratori e una di sfruttatori e puri consumatori, ma è la diversità tra due forme che l’alienazione assume: nell’ambito infatti della connotazione essenziale e fondante dell’alienazione, cioè la limitazione del lavoro all’unica categoria dei bisogni della vita fisica, c’è nel proletariato l’ulteriore specificazione della completa identificazione del suo lavoro con l’uso di qualsivoglia altro mezzo di produzione e quindi con la materialità stessa del capitale, e c’è nel borghese l’ulteriore specificazione dello stretto ordinamento del suo lavoro alla realizzazione del processo accumulativo, considerato, dal borghese medesimo, come fine a se stesso, e quindi come tale da dar luogo a una subordinazione totale dell’attività imprenditiva alle leggi del capitale.
Una volta concepito lo sfruttamento come l’operazione che aliena il lavoro interrompendo il processo di successiva e sistematica finalizzazione del lavoro stesso a ordini via via superiori di bisogni determinati e necessari, nel senso dunque che il lavoro viene ridotto da strumento universale a strumento particolare, si può anche chiarire qual è la genesi ideale dello sfruttamento stesso. Il fatto che il conseguimento di fini determinati possa avvenire, da parte dell’uomo, solo mediante il lavoro è la conseguenza della finitezza dell’uomo stesso; e, come questa finitezza appartiene in proprio all’essenza dell’uomo, così il lavoro è il modo normale in cui l’attività umana si esercita. Lo sfruttamento, come operazione che tende a liberare alcuni dal lavoro, appare allora come il tentativo di negare quella finitezza, e di negarla proprio nella sua manifestazione necessaria, che è appunto il lavoro. Ciò implica naturalmente che una parte della società deve rompere la propria solidarietà col corpo intero dell’umanità, sulla base del rifiuto di accettare, per se stessa, l’invalicabilità, in un momento dato, dei fini che, in quel momento, sono storicamente possibili per tutti.
Se lo sfruttamento viene concepito come l’effetto del rifiuto, da parte di alcuni, di accettare la finitezza propria della natura dell’uomo, quella finitezza cioè in conseguenza della quale l’attività umana non può che esprimersi come lavoro, allora è chiaro che lo sfruttamento stesso non apparirà più, come in Marx, quale ineluttabile configurazione dei rapporti tra gli uomini, ossia come elemento assolutamente necessario alla vita storica. Una storia che, fin dall’inizio, fosse priva di sfruttamento diviene perciò pensabile, mentre essa, come abbiamo visto precedentemente, era assolutamente impensabile per Marx. In altri termini, mentre per Marx lo sfruttamento è la conseguenza inevitabile del fatto stesso che l’attività umana si esplica nella storia come lavoro, viceversa la critica alle difficoltà e insufficienze che si presentano nella teoria economica basata su un simile concetto di sfruttamento ci ha suggerito un’argomentazione che porta a concludere che lo sfruttamento stesso è la conseguenza d’un modo particolare (e, come tale, non certo necessario) in cui l’uomo concepisce se stesso. Ed importa rilevare che tale concezione – quella cioè che identifica il finito col male – in tanto è capace di produrre lo sfruttamento in quanto è assolutamente generale, ossia in quanto è propria non solo dei beneficiari dello sfruttamento, ma anche di coloro che dallo sfruttamento sono direttamente colpiti: già Hegel sapeva bene che il servo riconosce l’Uomo solo nel signore, e a ciò si deve aggiungere che l’accettazione della condizione servile da parte del servo è sempre accompagnata dalla coscienza che tale condizione, in quanto libera altri dal lavoro, cioè dal finito e dal male, ha una funzione specifica e insostituibile nella realizzazione, sia pure al di fuori di lui, dell’essenza dell’uomo.

(continua)

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