Premessa...
Trascriviamo le lezioni XVIII e XIX del corso di storia del pensiero politico svolto da Franco Rodano alla Scuola Italiana di Scienze Politiche ed Economiche (SISPE) nell’anno 1969-70.
Premessa...
Trascriviamo le lezioni XVIII e XIX del corso di storia del pensiero politico svolto da Franco Rodano alla Scuola Italiana di Scienze Politiche ed Economiche (SISPE) nell’anno 1969-70.
Franco Rodano:
STORIA DEL PENSIERO POLITICO
SECONDO CORSO S.I.S.P.E. (settima puntata)
LEZIONE XVIII (3 febbraio 1970)
Permane, a tutt’oggi, una critica tenace e irriducibile nei confronti del Machiavelli. Tale critica può assumere varie forme, a seconda delle radici culturali che la nutrono. La più diffusa è di segno moralistico, e ha rivestito nel secolo scorso, ma riveste ancora oggi, la forma della negazione stessa del potere, che viene identificato in modo semplice con il male. Sebbene questa posizione non sia di natura conservatrice, ma piuttosto anarchica, la sua essenza è resa con esattezza da un’espressione del Ritter, moderno storico conservatore, che afferma il “carattere diabolico” del potere(1). Vi sono poi, sempre con un chiaro aspetto antimachiavellico, degli indirizzi più recenti: quello della non-violenza e quello – caratteristico di buona parte del mondo giovanile – dello spontaneismo, della fiducia in uno sviluppo sociale spontaneamente enucleantesi dalla società stessa. Quest’ultima tendenza non è priva di una sua radice marxista.N O T E
(1) G. Ritter: Il volto demoniaco del potere. Trad. it. Il Mulino, 1958.
(2) Cap. VI.
LEZIONE XIX (4 febbraio 1970)
Se – come abbiamo visto ieri – il vero limite della posizione machiavelliana sta in quella che abbiamo chiamato l’asocialità del Machiavelli, se sta dunque nella mera rilevazione empirico-naturalistica delle condizioni oggettive in cui si tratta di fondare il potere, si può comprendere facilmente quale innovazione, rispetto a questa posizione pur decisiva (essendo stata la prima ad affermare l’autonomia della politica), sia rappresentata da Marx. Non che, tra Machiavelli e Marx, non vi siano stati altri grandi pensatori politici: in realtà sono intercorsi secoli di riflessione politica e basterebbe fare i nomi di Giovanni Locke e di Gian Giacomo Rousseau per rendersi conto che essa, tra Machiavelli e Marx, si è pur sviluppata. Ma il limite di fondo della posizione machiavelliana viene criticato e superato – anche se, come vedremo, non in misura sufficiente, non in modo da liquidarlo del tutto – soltanto da Marx, proprio perché Marx ha finalmente, della società, una concezione nettamente superatrice di quella del Machiavelli. In tal senso possiamo dire che tra Machiavelli e Marx c’è un vero e proprio salto qualitativo: il discorso politico muta positivamente di livello, passa a un livello più elevato. Effettivamente, dunque, la rivoluzione è in Marx portato diretto della dialettica sociale. E’ questa – direi – una posizione che si mantiene lungo l’intiera riflessione marxiana: dalle opere giovanili (possiamo prendere ad esempio il testo, importante e molto bello, della Questione ebraica, che è del ’43) sino al Capitale e in definitiva, sia pure implicitamente, alla Critica del programma di Gotha. Ma sulla base della pienezza e razionalità del momento sociale, sulla base quindi della compiuta autonomia, finalmente conquistata, della società, scompare perciò in Marx la politica? In altre parole, il riconoscimento della dimensione della società, che in Machiavelli è soltanto materia bruta per l’azione del politico, avviene in Marx al prezzo di liquidare la politica? Se così fosse, non si darebbe in lui neanche un inizio di superamento della posizione machiavelliana, ma solo una sua negazione e sostituzione semplice, un suo semplice rovesciamento. Non è, però, così. Forse, se tenessimo conto soltanto del testo giovanile che citavo poco prima, della Questione ebraica – che non a caso è tornato di moda in questi ultimi due o tre anni – potremmo anche cadere in un simile abbaglio. Non solo, tuttavia, Marx è un pensatore che – come dire – abbraccia un lungo periodo di meditazione, ma, pur mantenendo una coerenza e un rigore profondi, egli torna spesso sulle sue posizioni e le viene, se non correggendo (talora anche correggendo), in ogni caso modulando. Ora, ci sono molti altri testi di Marx – e mi basterà addurne uno, peraltro cruciale nello sviluppo del suo pensiero, il Manifesto del ’48 – i quali subito rettificano l’impressione che potremmo aver tratto dalla Questione ebraica. N O T E
(1) Si tratta del paragrafo VII, cap. XXIV, del primo volume del Capitale, letto e commentato dal docente nelle lezioni XIII e XIV.
Qual è infatti la concezione della società in Marx? Evidentemente, enunciare così il tema comporterebbe un lunghissimo discorso. Noi esamineremo dunque questo tema da un particolare punto di vista, che ci conduca direttamente alla questione del rapporto tra Machiavelli e Marx. Ciò che è vero, è che Marx vede la società come un processo dialettico di sviluppo. Non vi sono questa o quella società determinate, senza relazione tra loro, come appunto non può non apparire quando le concezioni sociali date vengano rilevate in modo empirico, e quindi poi naturalistico. La società si presenta dunque per Marx come un processo che si enuclea – e perciò lo si può chiamare sviluppo anziché semplice evoluzione – nel senso che nella società medesima si realizzano (e la società si realizza come) crescenti possibilità di affermazione dell’uomo; dunque come processo verso la libertà. E la libertà – come sapete – coincide in Marx con il “comunismo”.
Vorrei insistere un momento su questo punto, poiché qui ci si offre anche un modo per intendere il carattere dialettico della posizione marxiana. Nella società pre-capitalistica si formano forze destinate a rompere l’involucro di essa e che preparano, una volta verificatosi il passaggio rivoluzionario, una situazione in cui l’uomo si avvicina ad affermarsi a un livello più alto. Nella società capitalistica si formano a loro volta delle forze che, attraverso un nuovo passaggio rivoluzionario e quindi attraverso l’uscita dal capitalismo, si pongono quali condizioni per l’affermazione definitiva dell’uomo; poiché ormai, secondo Marx, quando si è giunti a questo livello, esse consentono il finale, pieno, compiuto dispiegamento della libertà umana.
Certo, nel primo caso come nel secondo, si tratta soltanto di possibilità, le quali – per esprimerci in un linguaggio non marxiano – passano all’atto, appunto, solo attraverso e dopo la rivoluzione. Ma nessuno stadio, nessun periodo di questo sviluppo sociale, e quindi nessun sistema, può essere puramente negativo: la stessa negatività è generatrice di positività, cosicché la storia diverrebbe negatività semplice solo qualora si arrestasse. Se rimanesse all’indefinito nell’ambito del sistema pre-capitalistico, evidentemente cadrebbe nella pura negatività, ma perché si è arrestato il processo. La stessa cosa accadrebbe se la storia rimanesse all’indefinito nelle condizioni del capitalismo, ma anche qui perché il processo si sarebbe fermato. In ambedue i casi, difatti, le forze generate dall’uno e poi dall’altro sistema, le forze produttive, materiali, generate nel quadro pre-capitalistico e poi in quello capitalistico, rimarrebbero a uno stadio di semplice potenzialità, o meglio di mera, fissata, definitiva materialità. Per Marx, però, il processo non si arresta: la storia dell’umanità è appunto storia della liberazione dell’uomo, del suo cammino dialettico verso quella libertà che è il “comunismo”, ed è storia della continua costruzione, della continua produzione di quelle forze materiali su cui poggiano le possibilità concrete di questa liberazione finale.
Ma allora la società è per Marx, effettivamente, processo di sviluppo nel senso che abbiamo precisato, ossia conforme a leggi che le sono immanenti. La società si sviluppa per sua norma interna, secondo la sua interna razionalità. E questo sviluppo, anzi la rivoluzione, che ne è il momento culminante, si verifica – se ricordate il paragrafo del Capitale che abbiamo letto in precedenza(1) - «con l’ineluttabilità di un processo naturale». Qui non interessa tanto vedere il possibile limite meccanicistico, naturalistico – ma sottolineo possibile – che è contenuto in questa frase, poiché va subito avvertito che essa sta comunque entro il quadro di un pensiero dialettico. Vedremo in seguito, del resto, come non si possa parlare in senso stretto di meccanicismo o naturalismo marxiano. Vorrei invece sottolineare come in quella stessa frase vi sia l’affermazione nettissima dell’autonomia e dell’immanente razionalità del processo sociale, di una sua razionalità storicamente dispiegantesi per proprie leggi interne. A stretto rigore, la società – se così ci si può esprimere – non ha bisogno di nulla per realizzare se medesima e per determinare, realizzandosi, l’avvento della libertà umana. Effettivamente, rispetto alla posizione centrale del Machiavelli, non si dà affermazione dell’autonomia della società dalla politica, che sia più radicale di quella marxiana.
A veder bene, anzi, Marx giunge fino a considerare la società come la sede di ogni possibile valore, dal momento che la rivoluzione stessa – ossia quell’evento che scandisce il processo storico e che misura i positivi passaggi di livello nell’ambito di esso – è da lui vista come un portato della dialettica sociale. Al riguardo conviene leggere rapidamente, poiché vi è espressa appunto questa fondamentale tesi marxiana, un brano della prefazione a Per la critica dell’economia politica della quale abbiamo già avuto occasione di commentare alcune altre proposizioni(2):
C’è in Marx una precisa giustificazione della politica, nel senso che egli ne afferma l’indispensabilità, o comunque l’utilità. Rimanendo in un quadro rigorosamente dialettico, non si può anzi non dire che la politica è giustificata da Marx sostenendone l’indispensabilità; in ogni caso però non vi possono essere, a mio parere, interpretazioni di Marx le quali non ammettano per lo meno che egli ne riconosce l’utilità.
Ma di preciso, come si configura in Marx la dimensione della politica, dopo che egli ha affermato la dimensione della società nei termini ampi, direi onniestensivi, che prima si sono definiti? In Marx la politica si configura – molto hegelianamente, se volete – come coscienza della necessità, come attiva presa di coscienza della dialettica sociale, come consapevolezza, anzitutto, della legge e dei fini immanenti a tale dialettica. In breve, la politica è la sede della consapevolezza di ciò che effettivamente è il processo della società.
Quelli di voi – cioè quasi tutti i presenti – che hanno sostenuto il concorso di ammissione a questa scuola(3), e che portavano il Manifesto del partito comunista, ricorderanno forse che io insistevo, alternatamente, su due domande. Ad alcuni chiedevo quali fossero i compiti che secondo il Manifesto, quindi secondo Marx ed Engels, i comunisti tedeschi dovevano adempiere nel ’48. Questa prima domanda tendeva ad appurare se il candidato avesse inteso, almeno in linea di principio, la dialettica sociale marxiana e l’importanza che ha per Marx, in ordine alla rivoluzione proletaria e al “comunismo”, la fase del capitalismo e della rivoluzione borghese. Ad altri chiedevo come venissero definiti i comunisti rispetto agli altri partiti che si richiamavano al proletariato sempre nel ’48, o prima, fino al momento in cui Marx ed Engels, per incarico dei compagni londinesi dell’ex “Lega dei giusti”, scrivono il Manifesto. E questa seconda domanda, come è chiaro, mirava ad appurare se il candidato si rendesse conto, sempre in linea di principio, di cosa sia la politica per Marx.
Leggeremo ora precisamente alcuni brani con cui inizia la seconda parte, o secondo paragrafo, del Manifesto – che come sapete è suddiviso in quattro parti -, dove Marx parla appunto del rapporto tra proletari e comunisti, nonché fra altri partiti che si richiamano al proletariato e partito comunista, anche se non a caso, nelle condizioni del ’48, non usa quest’ultimo termine. Egli parla cioè, in definitiva, del rapporto di uno dei due momenti centrali della dialettica sociale nel quadro capitalistico, cioè del proletariato, e delle espressioni politiche che vogliono ad esso richiamarsi, con quella espressione politica che realmente – per i motivi che vedremo – ha diritto di richiamarvisi, ossia proprio i comunisti: ma dunque, sia pure nel quadro della tematica che vi ho or ora descritto, parla sostanzialmente del rapporto fra società e politica. Leggiamo allora(4):
Nel non erigere principi particolari su cui modellare il movimento proletario, sta il secondo momento di distinzione dei comunisti dagli altri partiti operai. Il primo motivo era che i comunisti non hanno interessi distinti da quelli del proletariato nel suo insieme, ed è proprio in conseguenza di ciò che essi, diversamente dalle sette, non erigono principi particolari, ecc. E difatti:
Così, rappresentare sempre, nei vari stadi della lotta fra proletariato e borghesia, l’interesse del movimento complessivo, significa identificarsi con gli interessi del proletariato nel suo insieme; significa anzi, a veder bene (poiché il testo dice appunto “movimento complessivo”), divenire consapevoli della necessaria dialettica sociale, delle leggi che regolano, essendogli immanenti, il processo di sviluppo della società. Ed essere in questa consapevolezza è evidentemente la condizione di principio, la condizione teoretica fondamentale per realizzare concretamente il primo punto, la prima affermazione, ossia il non avere interessi distinti da quelli del proletariato nel suo insieme. Vedremo poi se questa mia interpretazione è esatta.
Ma perché rappresentare l’interesse del movimento sociale complessivo, della dialettica sociale complessiva, è la condizione di principio per non avere interessi distinti da quelli del proletariato nel suo insieme? Perché nel quadro delle varie fasi che attraversa la sua lotta con la borghesia, il proletariato è quella forza sociale che ha interesse assoluto all’avanzare, allo svilupparsi del processo storico generale. Tanto è vero che – come potremmo vedere se andassimo a leggere la parte del Manifesto sui compiti dei comunisti tedeschi – in una fase determinata, iniziale dello scontro di classe, il proletariato ha da sostenere la borghesia nella sua lotta contro l’ancien régime, contro lo stadio pre-capitalistico della società.
La rivoluzione francese, ad esempio, abolì la proprietà feudale in favore della proprietà borghese.
Ciò che distingue il comunismo non è l’abolizione della proprietà in generale, bensì l’abolizione della proprietà borghese.
Ma la moderna proprietà privata borghese è l’ultima e la più perfetta espressione di quella produzione e appropriazione dei prodotti, che poggia sugli antagonismi di classe, sullo sfruttamento degli uni per opera degli altri.
In questo senso i comunisti possono riassumere la loro dottrina in quest’unica espressione: abolizione della proprietà privata».
Non dobbiamo poi soffermarci troppo sull’asserzione che i comunisti sono in pratica la parte più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, né su quella che lo scopo immediato dei comunisti è lo stesso di quello degli altri partiti proletari. C’è qui, con ogni evidenza, una preoccupazione di ordine tattico, derivante da un profondo realismo politico. Nel ’48 Marx ed Engels non ritengono matura la formazione di un partito comunista; ritengono cioè che quelle sette che indubbiamente vanno combattute (poiché negano il movimento reale della storia, del processo effettivo della dialettica sociale), sono però ancora, nell’ambito del movimento operaio, molto più forti della propria albare affermazione – direbbe Engels – di comunismo scientifico. Pensano quindi – per esprimerci con un termine moderno, ma che Marx avrebbe senz’altro accettato – che occorra invece tendere a noyauter i partiti operai esistenti: cioè a introdursi in essi per adoperarli e dirigerli, creando al loro interno – e qui possiamo usare una parola risalente a Lenin – una rete di cellule costituite dai comunisti, onde condurre quei partiti secondo la politica comunista, ossia secondo la consapevolezza della necessità della dialettica sociale e delle sue leggi.
Il punto su cui dobbiamo soffermarci è piuttosto che tale attenzione tattica, tale realismo politico di Marx ed Engels, nascono proprio – come dire – da una fiducia profonda nella propria teoria, dalla sicurezza di avere scoperto le leggi del processo storico-sociale, e quindi dalla certezza che si è finalmente arrivati al livello di una politica come coscienza della necessità. Se dunque la politica è questo, essa viene a essere, da una parte, espressione imprescindibile della dialettica sociale, e di qui appunto il suo carattere di indispensabilità; dall’altra parte viene a essere strumento, sul piano sovrastrutturale, dell’effettivo dispiegarsi dialettico del processo dello sviluppo sociale. Ed è superfluo aggiungere che piano sovrastrutturale non vuol dire delle mere apparenze, poiché confondere sovrastruttura con apparenza è quanto di meno marxiano si possa fare. Più precisamente la politica, proprio perché è coscienza della necessità della dialettica sociale e delle sue leggi, viene a essere garanzia continua, e in tal senso attivo strumento, del pieno dispiegarsi di questa dialettica, in quanto sgombra tutti gli ostacoli che, sul terreno sovrastrutturale, si oppongono a tale suo dispiegamento.
Così – come vedete – non solo la posizione machiavelliana rimane profondamente mutata; non solo, infatti, siamo qui assolutamente lontani da ogni tematica di potere per il potere; non solo siamo perciò parimenti lontani – badate bene – da ogni possibilità di totalitarismo, ossia di riduzione delle varie dimensioni della realtà e dell’attività umane unicamente alla politica, ma siamo di fronte a un effettivo superamento del Machiavelli, e ciò proprio perché, d’altro lato, questo superamento non avviene a spese della politica stessa. La politica mantiene la sua funzione, dato che – come credo di aver dimostrato – è indispensabile in un doppio senso al pieno svilupparsi storico della dialettica sociale.
In altri termini, con Marx si ha finalmente l’apparizione, non più reversibile, di una diade, costituita dalla contemporanea presenza del momento sociale e del momento politico. Certo, questa diade sta entro un rapporto che esalta l’assoluta priorità del momento sociale e che definisce la precisa strumentalità, rispetto a esso, del momento politico. Ciò è tanto vero che per Marx, quando la dialettica dello sviluppo sociale, che è il processo di liberazione dell’uomo, avrà conseguito la sua mèta di libertà, ossia l’obiettivo del “comunismo”, la politica verrà a cessare, come del resto cesserà ogni altra forma sovrastrutturale. C’è difatti in Marx – come sapete – l’affermazione netta della transitorietà dello Stato e del suo esaurimento. Questo non è anarchismo, poiché per Marx lo Stato non è il male, bensì è anch’esso un momento dialettico, quindi è bene e male a un tempo. La posizione marxiana nei confronti dello Stato può essere definita piuttosto, creando un neologismo, come anarchicità: senza essere un anarchico, Marx conserva finalisticamente, e fuori dell’ideologia anarchica, l’obiettivo anarchico della fine dello Stato.
Finisce a quel momento – nel momento del “comunismo” – anche la società? Questo può essere desunto solo da parte nostra, e in modo critico rispetto a Marx; non è però affatto sostenuto da lui. Ciò che finisce, per Marx, è il sistema sociale, ossia una società in cui il lavoro è ancora alienato, che quindi è alienata e coartata sulla base dell’alienazione del lavoro, e che comporta, di conseguenza, tutte le varie dimensioni sovrastrutturali. Secondo Marx, dunque, permane la società come tale, mentre è senz’altro destinata a cessare, in prospettiva, la politica.
Ciò ribadisce che, come dicevamo, la diade marxiana di momento sociale e politico – nella cui affermazione sta la grande e feconda risposta al limite del Machiavelli – si realizza entro un rapporto fra tali due momenti, in cui prioritario e decisivo è il momento sociale, e strumentale, invece, è il momento politico. Potreste ricordarmi che in precedenza ho sottolineato il carattere strumentale della politica anche nella concezione che ne aveva il pensiero classico. Questo era però un altro tipo di strumentalità, riferito all’individuo, al singolo, al filosofo, al signore. In Marx la politica era invece strumentale, sotto il duplice profilo di cui abbiamo detto, nei confronti della società.
Vedremo nella prossima lezione come tuttavia – sebbene la posizione marxiana sia chiaramente, esplicitamente e fondamentalmente non totalitaria, sebbene la politica si ponga, per Marx, completamente fuori della tematica del potere per il potere – lo stesso Marx non superi sino in fondo (e la storia del marxismo lo ha poi dimostrato) il limite machiavelliano. D’altra parte, anche se negli Stati a direzione proletaria, o Stati socialisti che dir vogliate, si è verificato – e dunque non senza motivo – un certo ritorno al limite machiavelliano, ossia un’evidente priorità del politico sul sociale, ciò assolutamente non si esplica e non si configura come totalitarismo, né come potere per il potere. E’ questo un punto cui tengo molto, e su cui nella prossima lezione cercherò d’insistere. Contro tutte le affermazioni borghesi - lasciate che anch’io, per una volta, adoperi un po’ acriticamente questa parola – sul totalitarismo sovietico, cinese e così via, è mia ferma convinzione che la ripresa di priorità della dimensione politica su quella sociale, innegabile considerando la storia del marxismo e i suoi portati tanto sociali che politici, non s’identifichi affatto con quell’esclusivizzazione del potere, con quel totalitarismo che è già presente, “in nuce”, nel Machiavelli.
(2) Vedasi l’inizio della lezione XIV.
(3) Alle lezioni assistevano giovani borsisti, che avevano preventivamente superato un esame-colloquio, nonché alcuni uditori.
(4) Il docente segue la traduzione italiana curata dagli Editori Riuniti, 1969, pp.76 sgg.