Premessa...
Trascriviamo le lezioni V, VI e VII del secondo corso di Storia del pensiero politico, svolto da Franco Rodano alla Scuola Italiana di Scienze Politiche ed Economiche (SISPE) nell’anno 1969-70.
Premessa...
Trascriviamo le lezioni V, VI e VII del secondo corso di Storia del pensiero politico, svolto da Franco Rodano alla Scuola Italiana di Scienze Politiche ed Economiche (SISPE) nell’anno 1969-70.
Franco Rodano:
STORIA DEL PENSIERO POLITICO
II CORSO S.I.S.P.E. (seconda puntata)
LEZIONE V (3 dicembre 1969)
Si tratta ora di esaminare l’altro aspetto o valore della seconda verità interna alla configurazione marxiana dell’uscita dall’alienazione. Esso consiste nel fatto - appena accennato nella lezione precedente - che l’affermazione della necessità di tale uscita è anche, oggi, politicamente decisiva e indifferibile: deve cioè, in qualche modo almeno iniziale, essere ormai affrontato in termini concreti.LEZIONE VI (9 dicembre 1969)
Siamo arrivati al punto di potere e dover trattare del secondo aggettivo con cui abbiamo qualificato l’idea marxiana di rivoluzione. Abbiamo visto perché la si può chiamare massima, dobbiamo vedere adesso perché la si può definire, a un tempo, storica. In effetti, solo se l’idea marxiana di rivoluzione viene da noi considerata anche come “storica” – e preciseremo tra breve cosa intendiamo con questa parola – l’esame della concezione marxiana del processo storico-sociale e dell’operazione rivoluzionaria ci permetterà realmente d’immergere questo nostro corso nella contemporaneità. Ricorderete che abbiamo descritto la situazione politica contemporanea come caratterizzata dal fatto che in essa la rivoluzione è necessaria e che tuttavia le varie strategie elaborate per metterla in atto si mostrano in crisi, tanto è vero che sono tra loro contraddittorie. Stando così le cose, è evidente che trattare della concezione marxiana del momento rivoluzionario ci permette di collocarci nella contemporaneità solo se, appunto, oltre a essere la “massima” datasi finora, è altresì “storica”: vale a dire che anch’essa, anzi essa innanzitutto, si rivela ormai in crisi.
In che senso adoperiamo infatti, in questa sede, il termine di “storica”? Lo adoperiamo semplicemente nel senso di transeunte, di passeggera nonché, per meglio dire, nel senso di comportante una sua continuità, un suo sviluppo, quindi un suo arricchimento e una sua parziale trasformazione? Oppure adoperiamo questo termine dandogli un significato più radicale, più incisivo? Ebbene si, lo adoperiamo in questo secondo senso; per definirlo meglio vi sottopongo una pagina di un famoso scritto di Engels, quello su “Ludovico Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca”, dove lo stesso Engles dà una definizione semplice ma perspicua della filosofia hegeliana e della sua impostazione dialettica, e nel far questo ci permette di accostarci appunto a un significato particolare dell’aggettivo “storico”, a un particolare modo di vedere il problema della storia, che è poi il modo in cui lo affrontano Hegel ed Engels con lui. Leggo il testo engelsiano(1):
Perché la formula “tutto ciò che esiste è razionale e tutto ciò che è razionale è reale” poteva essere interpretata così dai gretti governi e dai gretti liberali tedeschi dell’epoca? Perché se tutto ciò che è reale è razionale, essi ne deducevano che è razionale, che è giustificato, tutto quello che esiste. Ma in Germania esisteva appunto il dispotismo, esisteva lo Stato poliziesco, esisteva la giustizia di gabinetto, esisteva la censura, ecc. Tutto ciò che esiste - ecco il concetto di “storico” che c’è in Hegel e che Engels mutua e accetta in pieno, riconoscendo proprio in ciò il fondamentale carattere rivoluzionario della filosofia hegeliana – merita di morire. Esso è già irrazionale per suo destino, nel senso che fin dall’inizio è affetto da irrazionalità e dunque, rimanendo nell’equazione hegeliana, da irrealtà, da vuoto, da errore; e in quanto è affetto da irrazionalità per suo destino, appunto per ciò merita di morire. Badate bene che si tratta di una legge generale, perché non questo o quell’aspetto della realtà, questo o quell’epifenomeno, questa o quell’apparizione o concretizzazione della storia, ma tutto ciò che esiste merita di morire, dal momento che tutto ciò che esiste è destinato a divenire irrazionale e irreale. In definitiva, per Hegel e per Engels, in tanto c’è storia precisamente in quanto tutto ciò che esiste merita di morire. Per usare una locuzione appartenente a un diverso tipo di discorso filosofico, la natura è sotto il segno della morte. Tornando a Marx, abbiamo toccato un primo aspetto, molto importante, per comprendere, oltreché la sua sanità profonda, il rovesciamento rivoluzionario che egli opera sul piano antropologico rispetto alla tradizionale, millenaria concezione del lavoro. Così continua il brano dei “Grundrisse”.
N O T E LEZIONE VII (10 dicembre 1969) Dobbiamo dunque vedere quale sia l’aspetto erroneo insito nell’approdo della rivoluzione così come è concepita da Marx, ossia nel “comunismo”. Dobbiamo vedere inoltre – ed è poi ciò che soprattutto ci interessa – come un simile aspetto erroneo giochi politicamente nel senso di rendere irrealizzabile quel passaggio dell’umanità da un periodo a un altro, che pure è l’oggetto dell’operazione rivoluzionaria: come cioè la configurazione marxiana della rivoluzione sia tale da rendere impossibile la rivoluzione stessa. Queste sono le tesi che dobbiamo dimostrare e in base alle quali abbiamo definito storica, in quel senso forte che abbiamo precisato ieri, la formulazione marxiana del concetto di rivoluzione. N O T E
(1) Si veda la nota n. 3 alla lezione precedente.
Orbene, la realtà, secondo Hegel, non è per niente [attenzione: qui comincia il punto importante per la definizione dell’aggettivo “storico” come noi l’adoperiamo] un attributo che si applichi in tutte le circostanze e in tutti i tempi a un determinato stato di cose sociale o politico. Al contrario. La repubblica romana era reale, ma l’impero romano che la soppiantò lo era ugualmente. La monarchia francese era diventata nel 1789 così irreale, cioè così priva di ogni necessità, così irrazionale, che dovette essere distrutta dalla grande Rivoluzione, della quale Hegel parla sempre col più grande entusiasmo. In questo caso dunque la monarchia era l’irreale, la rivoluzione il reale. E così nel corso della sua evoluzione tutto ciò che prima era reale diventa irreale, perde la propria necessità, il proprio diritto all’esistenza, la propria razionalità; al posto del reale che muore subentra una nuova realtà vitale: in modo pacifico, se ciò che è vecchio è abbastanza intelligente da andarsene senza opporre resistenza alla morte; in modo violento, se esso si oppone a questa necessità. E così la tesi di Hegel si trasforma, secondo la stessa dialettica hegeliana, nel suo contrario: tutto ciò che è reale nell’ambito della storia umana diventa col tempo irrazionale, è dunque già irrazionale per proprio destino, è sin dall’inizio affetto da irrazionalità; e tutto ciò che vi è di razionale nelle teste degli uomini è destinato a divenire irreale, per quanto possa contraddire alla apparente realtà del giorno. La tesi della razionalità di tutto il reale si risolve quindi, secondo le regole del ragionamento hegeliano, nell’altra: tutto ciò che esiste è degno di perire».
Possiamo renderci conto meglio della portata di questa posizione, confrontandola con una famosa espressione di Pascal. «Essi [cioè Socrate, Seneca e, in genere, i filosofi antichi] sono caduti in quell’errore in cui tutti gli uomini caddero con il primo: che la morte fosse destino naturale dell’uomo». Pascal è un pensatore cristiano e per lui è un errore – in cui tutti gli uomini sono caduti con il primo di loro, Adamo – che la morte sia destino congenito alla natura di questo esistente che è, appunto, l’uomo. Questo passo di Pascal deriva chiaramente da quel punto della lettera ai Romani in cui Paolo dice “stipendia peccati mors”(2): il frutto del peccato – e non, quindi, della natura – è la morte. Evidentemente Hegel rompe con questa importante tradizione del pensiero cristiano.
Noi dunque adoperiamo qui il termine storica, nei confronti dell’idea marxiana di rivoluzione, proprio nel senso hegeliano che essa pure “merita di morire”. Lo merita perché fin dall’inizio è affetta da un’irrazionalità, da un errore, da un vuoto: non è quindi qualcosa che possa permanere, ha lo stesso destino che hanno avuto – per rifarci agli esempi addotti da Engels – la repubblica romana, l’impero romano, la monarchia francese. E’ proprio per questo motivo che mi ero soffermato tanto, in precedenza, sulle verità interne, non liquidabili, dell’idea marxiana di rivoluzione: ossia su quei suoi decisivi aspetti che non possono andare perduti e che insomma – qui evidentemente mi discosto da Hegel – non meritano di morire.
E’ questo un punto di particolare delicatezza e decisività, poiché un rapporto non corretto con Marx può portare facilmente – come ho accennato nella lezione scorsa – ai vari estremismi e ai vari ripiegamenti nell’utopismo. In effetti, se sbarazziamo il terreno in modo semplicistico dalla posizione marxiana, noi, anziché superarla criticamente - tenendone ferma perciò l’imprescindibile lezione nella nostra tensione a una positiva fuoruscita dalla complessiva situazione data – cadiamo o nel conservatorismo puro (vi ho portato l’esempio del Croce) ovvero, appunto, nell’utopismo (vi ho fatto l’esempio di una tendenza culturale-ideologica contemporanea)(3).
Ciò premesso, qual è, ad avviso di questa Scuola, l’elemento irrazionale della posizione marxiana? In che cosa consiste, per essa, questa affezione d’irrazionalità che grava, secondo Hegel e secondo Engels, su ogni esistente storico? Per rispondere, esamineremo la concezione marxiana del passaggio da un periodo a un altro come salto epocale, prendendola in una delle sue formulazioni più rigorose anche se, direi, più complesse. Si trova nei “Grundrisse”. Ne leggeremo un brano che ci introduce nel modo più netto non a una descrittiva del “regno della libertà”, del “comunismo” (cioè di quello che Marx vede come il frutto maturo, finale, dell’operazione rivoluzionaria, quindi come passaggio epocale), bensì a cogliere l’essenza di ciò che Marx intende quando parla di “comunismo” e di “libertà”. Ecco il testo marxiano(4):
Anche un altro autore aveva intuito che non è da privilegiare il riposo come condizione ottimale dell’uomo e che l’uomo non può trovare nel riposo una felicità permanente. E’ il Leopardi del “Canto notturno di un pastore errante nell’Asia”. Naturalmente, però, la critica di Marx a Smith vale anche per il Leopardi, perché la necessità di uscire dal riposo, che per il sanissimo Marx è cosa normale, appare invece al Leopardi come spia dell’anormalità dell’uomo, del suo destino di sofferenza. Dice infatti il poeta di Recanati:
Da volar sulle nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando l’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale»(5).
Ci avviciniamo così alla definizione marxiana del “comunismo”, del “regno della libertà”, tutta incentrata – come vedete – proprio sul mutamento dei fini del lavoro da obiettivi esterni, cui il lavoro è coattivamente ordinato per necessità naturale, a fini che l’uomo pone a se stesso per “oggettivarsi”, realizzandosi come essere universale, “generico”. Porsi dei fini significa certo dover affrontare degli ostacoli, ma superare questi ostacoli vuol dire esercitare realmente la propria libertà.
(2) Rom., 6, 33.
(3) Quello di Marcuse. Cfr. la lezione IV, ultima parte.
(4) Della traduzione italiana pubblicata in Karl Marx: Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (La Nuova Italia, Firenze) era allora uscito soltanto il primo volume, nel 1968, mentre i brani che vengono ora letti sono compresi nel secondo, 1970, p. 278. Rodano di avvale qui di una traduzione predispostagli da Claudio Napoleoni.
(5) Versi 133 – 143.
Esaminiamo allora in che cosa consista per Marx il passaggio dal “regno della necessità” al “regno della libertà”, ossia il passaggio al “comunismo”. A tal fine è bene rileggere e approfondire, tra quelli già letti ieri, il seguente brano dei “Grundrisse”:
Soffermiamoci innanzitutto su questa visione marxiana dell’uscita dei fini esterni dal loro carattere di pura necessità naturale, per divenire fini che l’individuo pone a se stesso. Possiamo avvicinarci a una critica più generale e di fondo, cominciando da un’osservazione immediata sul testo appena letto. E precisamente: una volta che i fini esterni siano stati spogliati del loro carattere di “necessità” (notate che non aggiungo, qui, “naturale”), quando cioè è l’individuo a determinare questi fini perché se li pone da se stesso, in che modo possiamo ancora considerarli come fini esterni?
Mi pare inevitabile ritenere che Marx continui ad adoperare questo aggettivo quasi per inerzia, ossia uniformandosi all’antica e del resto necessaria abitudine umana – non soltanto sul piano del pensiero, ma su quello stesso delle cose – a vivere il lavoro come ordinato a fini che gli sono esterni. E’ vero che, per Marx, l’uomo non è contemplatività, è conoscenza non nel senso del contemplare ma del produrre, è “pratica attività sensibile”, ha quindi bisogno di muoversi nella dimensione di ciò che è dato, ha bisogno di misurarsi continuamente con realtà determinate applicandosi alla loro trasformazione elaborativa. Ma nel far questo, la “pratica attività sensibile” dell’uomo non si applica più, nel quadro del “comunismo”, a fini veramente esterni, proprio perché è l’uomo stesso a porre liberamente, di volta in volta, gli obiettivi del suo lavoro.
Soffermiamoci in secondo luogo, sempre nell’ambito di una diretta critica al testo, su un’altra espressione molto singolare: «fini che l’individuo pone a se stesso». Perché Marx non parla qui di società, di uomo sociale, perché adopera questo termine di individuo, in lui poco usuale? Perché – mi sembra – fuori di un fine realmente esterno all’uomo, fuori dunque del lavoro teso a soddisfare un bisogno realmente necessario e quindi non scelto dall’uomo stesso, ma che gli si presenti come una necessità vitale, si esce dalla società, dalla comunità, per entrare in una dimensione che è propria, appunto, del solo individuo. Senza un fine comune non vi è società, non vi è umanità associata; ma – notate bene – un fine può essere comune soltanto se è necessario e se lo è, ovviamente, per tutti.
Quando invece siamo nel “regno della libertà”, l’uomo si pone degli obiettivi “da se stesso”, poiché è uscito dall’unico fine che Marx consideri come realmente necessario, aggiungendo allora l’aggettivo “naturale”. Secondo la concezione marxiana, in effetti, la società è sorta storicamente, e storicamente permane, in quanto era ed è ordinata a un bisogno considerato appunto come necessario perché dato dalla natura: il bisogno della sussistenza corporea. E di fatto, l’attività produttiva non è realmente uscita, ancora oggi, dall’ordinamento a tale bisogno, neppure in regime socialista, né tanto meno nel quadro del capitalismo opulento, dove si è soltanto complicato senza mutare di sostanza. Si tratta di un bisogno indubbiamente esterno all’uomo, e per lui necessario nel modo più assoluto, poiché l’uomo è obbligato a soddisfarlo se non vuole morire immediatamente. Inoltre è un bisogno assolutamente comune: tutti gli uomini, per non perire, devono assicurarsi la sussistenza fisica. E su questa base di necessità e di comunità è sorta la vita sociale.
Ciò vuol forse dire che nella società contraddistinta all’ordinamento del lavoro alla soddisfazione del bisogno della sussistenza corporea, non si siano affermati, come tali, degli individui? Al contrario; ma questi individui non hanno saputo farlo se non addossando ad altri il lavoro per quel bisogno, che pure è comune a tutti. Questi individui sono infatti apparsi storicamente nella figura di “signori”, ossia appunto di uomini che si sono sottratti individualisticamente al lavoro per un bisogno esterno e realmente necessario, come è quello della sussistenza corporea.
La domanda cruciale che si pone a questo punto è allora la seguente: sfugge davvero la concezione di Marx, nel suo momento finale e decisivo, nel “comunismo”, a un patimento di “valori” signorili? E’ proprio così singolare che Marx adoperi qui il termine di “individuo”? L’uomo che «pone a se stesso» i fini della propria attività – gli obiettivi per esplicare la sua “pratica attività sensibile”, che è la sua essenza – in che cosa si distingue dal “signore”? In che senso questo “individuo”, che evidentemente è la figura centrale del “comunismo”, del “regno della libertà”, non s’identifica con la figura signorile?
E’ chiaro che, almeno per un aspetto, se ne distingue. Il “signore” è già fondato non appena si è liberato dal lavoro: la sua libertà sta essenzialmente in quella situazione di non-lavoro, di solo “riposo”, che come abbiamo visto è considerata da Marx, se permanente, affatto disumana. Il “signore” dunque, a veder bene, è anch’egli alienato. L’ “individuo” del “comunismo”, al contrario, in tanto non è più alienato in quanto esplica ormai lavoro, “pratica attività sensibile”, attività elaboratrice e trasformatrice del dato.
Per maggior precisione va detto che, se il “signore” è già fondato appena liberatosi dal lavoro, può tuttavia svolgere anche lui un’attività: di carattere politico, ad esempio, ovvero, e più conformemente all’ideale aristotelico, su un piano “speculativo”, filosofico (ricorderete l’accenno di Marx al “comporre opere”). Il discrimine, tuttavia, è dato proprio da quel semplice può, poiché per Marx, invece, l’uomo pervenuto al “comunismo” non può non esplicare “pratica attività sensibile”: trasformare elaborativamente il dato, e insomma lavorare, appartiene infatti alla sua essenza. Il “signore” può svolgere un’attività o non svolgerla, e anche nel secondo caso si considera ed è considerato egualmente uomo (unica figura in cui l’uomo è realizzato). Ma proprio in ciò consiste la sua alienazione. Quanto a Marx, egli sostiene che l’uomo è “pratica attività sensibile”, e in questo senso l’uomo del “comunismo” non patisce l’alienazione signorile.
Per spiegarmi ancora meglio: la netta differenza tra la concezione aristotelico-signorile e quella marxiano-comunista sta nel passaggio da un’impostazione di tipo etico a una di tipo ontologico. Nel quadro aristotelico è bene che il “signore” eserciti comunque un’attività, politica o filosofica che sia; nel quadro marxiano, l’uomo che, nel “comunismo”, ha realizzato finalmente se stesso, è attivo (è erogatore di “pratica attività sensibile”) per sua essenza.
Resta però il fatto che anche nel “comunismo” marxiano l’attività dell’uomo è libera e incondizionata nei suoi obiettivi. Malgrado tutto, dunque, nella prospettiva di approdo dell’umanità posta dal pensiero marxiano, l’ideologia signorile non è pienamente superata. E’ l’individuo che, nel “comunismo”, pone a se stesso i fini della propria attività; ma allora egli resta separato dagli altri, almeno nel senso di non essere membro di una società effettivamente tale. Da che cosa sono ordinati insieme questi uomini che vivono nel “regno della libertà”? E del resto, generalmente parlando, quale ordinamento può stabilirsi in una situazione di libertà totale? L’esistenza di un ordinamento comporta una necessità da cui esso si deduca e in funzione della quale si venga organando. Ma ove si sia usciti dalla dimensione stessa della necessità, di quale ordinamento si può più discorrere?
E’ vero che Marx – badate bene – parla di “società” comunista. Ma che cosa vuol dire questa espressione alla luce del testo che abbiamo letto, e che direi essere il più complesso e ricco di articolazioni lasciatoci da Marx sull’argomento? Da una parte, vuol dire che tutta la vecchia società, quella costruita lungo i millenni in funzione del bisogno della sussistenza fisica, è divenuta soltanto, oramai, la portatrice storica della base materiale che sostiene ora la libera attività degli individui viventi nel “comunismo”. Dall’altra parte, vuol dire che a differenza dei “signori” pre-borghesi, i quali erano inevitabilmente pochi, tutti gli individui si trovano ora, nel “comunismo”, in una stessa condizione: per tutti si dà libero esercizio di lavoro, libera esplicazione di “pratica attività sensibile”, ossia della propria essenza. Solo in questo senso, nel senso cioè di una situazione universalmente paritaria, si può parlare di “società” a proposito del “comunismo” marxiano. Ma ciò è affatto insufficiente a fondare un’effettiva dimensione sociale.
Se tutto questo è vero, penso non sia difficile vedere le conseguenze politiche di una tale concezione del momento rivoluzionario e del suo approdo conclusivo, del suo risultato. Tuttavia, prima di affrontare questo tema, e proprio per poterlo fare con maggiore chiarezza, vorrei aprire una breve parentesi.
Abbiamo visto che, per Marx, il bisogno della sussistenza fisica, di per sé, ha carattere animale, non umano; e difatti è una necessità esterna, imposta all’uomo dalla natura. E’ esatta, secondo voi, questa impostazione? Anche gli animali, è vero, sono sottoposti a un tale bisogno, ma lo soddisfano in modo immediatamente naturale, mentre l’uomo lo fa in modo diverso. Soltanto l’uomo, ad esempio, cuoce i propri cibi: ricordate il mito di Prometeo, così caro al pensiero progressista dell’Ottocento. E’ insomma caratteristico dell’uomo il fatto che, anche di fronte a questo tipo di bisogno, il più immediatamente naturale, egli si serve di strumenti che sono frutto della propria capacità inventiva. E in realtà, il primo segno del carattere “generico” dell’uomo sta proprio nell’uso dello strumento: ha inizio di qui il suo distacco dall’immediatezza naturale nel quadro dell’attività produttiva.
Dunque l’elaborazione del dato naturale, la costruzione di un terriccio storico entro cui la natura viene assunta e, per così dire, umanamente ricoperta, si verifica già sul piano del bisogno più immediato, quello appunto della sussistenza corporea. Non è affatto vero, quindi, che questo bisogno sia, per l’uomo, esclusivamente di tipo animale; per lui esso ha da subito un carattere che gli è omogeneo. Evidentemente c’è una verità in quel che dice Marx: se lo consideriamo separandolo dalla crescita storica, dunque astraendolo dall’apparizione, in prospettiva, di altri bisogni, allora anche per l’uomo il bisogno della sussistenza fisica diventa effettivamente di tipo animale.
E passando a parlare del presente, se la qualità umana di “essere generico” si esplica solo complicando inutilmente – come appunto avviene nel quadro dell’ “opulenza” – i modi di soddisfazione di tale stesso e unico bisogno, allora lentamente, magari molto lentamente, l’umanità si animalizza, proprio perché si chiude, in sostanza, entro un quadro ripetitivo. E’ certo che un lavoro ordinato coattivamente alla soddisfazione del solo bisogno di sussistenza fisica – come è avvenuto attraverso l’operazione signorile dello sfruttamento del servo – è un lavoro che aliena l’uomo. Ma ciò non vuol dire che il bisogno della sussistenza corporea sia di per sé un bisogno animale, secondo il giudizio generalmente condiviso non soltanto dai “filosofi”, ma dalla coscienza comune.
Concludendo: se un bisogno, qualsiasi bisogno, è realmente necessario, e quindi comune, se si pone all’uomo come vitale, come non passibile di essere da lui scelto o cambiato ad libitum, non per ciò è disumano. E dunque al di là del bisogno della sussistenza corporea possono darsi – ecco il punto – altri bisogni, parimenti necessari e comuni, parimenti vitali, anche se meno immediatamente percepiti. E’ questo un aspetto che Marx non ha considerato. Necessario è ai suoi occhi solo il bisogno della sussistenza fisica, ed essendo tale è, per di più, inumano. Secondo Marx – lo abbiamo visto – l’uomo si esprime come tale solo quando esce dal bisogno in quanto necessità, in quanto condizionamento esterno, poiché le determinazioni date su cui si esercita la sua attività elaborativa, liberatasi dall’alienazione, sono soltanto quelle poste da lui stesso. Sta qui – lasciatemelo dire – il lato ancora “signorile” di Marx.
Quali sono allora – chiusa parentesi – le conseguenze politiche di questa visione marxiana dell’operazione rivoluzionaria e del suo sbocco conclusivo? Oggi, nella situazione in cui siamo – e veniamo così, evidentemente, a un discorso di carattere storico – è facile rendersene conto. Chi ritiene o comunque proclama di stare avviandosi a costruire il “comunismo”, di star vivendo già la “fase di transizione” verso di esso, marxisticamente definita “socialismo”, si separa dal resto dell’umanità, da tutti coloro che non si trovano ancora a un tale livello. Certo Marx – badate bene – negherebbe che ciò sia possibile; sosterrebbe che, in realtà, al “comunismo” gli uomini arrivano tutti insieme, poiché la borghesia porta il processo storico globale, e quindi l’intiera umanità, fino alle soglie del “comunismo” stesso, cioè appunto fino a quella “fase di transizione” che non ne costituisce se non un breve prodromo. Agli occhi di Marx – ma non dimentichiamo che circa un secolo ci divide da lui – questo problema della separazione dal resto dell’umanità apparirebbe dunque privo di rilevanza politica.
Mi sembra tuttavia che, oramai, alla visione marxiana del ruolo della borghesia e della sua capacità di adempierlo, siano rimasti fedeli soltanto i socialdemocratici. L’essenza della loro posizione sta proprio, infatti, nel conservare la fiducia di Marx nel compimento del processo storico sotto segno borghese. Noi viviamo però, dopo Lenin, dopo la sua denuncia dell’incapacità della borghesia a pervenire in Russia – nonché quindi in tutto il mondo del sottosviluppo – a un tale compimento. Il problema di evitare la separazione di cui dicevo, diviene allora decisivo.
Nel quadro presente, in effetti, la prospettiva del “comunismo” finisce per dare luogo a una strategia politica particolaristica, divenendo così ostacolo massimo alla promozione dell’ umanità nel suo insieme. Ne troviamo conferma nella stessa realtà politica immediata. Cosa sta alla base del dissidio fra URSS e Cina, se non il fatto che la prima tende a chiudersi nel tentativo di risolvere – in chiave, appunto, di aspirazione ideologica al “comunismo” – i suoi soli problemi di ordine interno? Ma il fenomeno dell’affermazione di Kruscev non è casuale. La sua politica e i suoi slogan sono, ideologicamente, omogenei a quella tensione individualistica all’assoluto dalla quale – come abbiamo visto – il pensiero marxiano non si distingue a sufficienza.
In definitiva, fiducia nelle capacità storiche della borghesia e prospettiva del “comunismo” sono le due facce di una stessa medaglia: ossia di una posizione – quella appunto di Marx – che effettivamente non risulta sottrarsi alla taccia crociana di “filosofia della storia”, quali che siano poi gli aspetti erronei della critica del Croce a Marx. Sta qui, comunque, la radice teorica dei problemi che, rimasti insoluti, determinano oggi contrasti profondi tra le diverse strategie e tattiche rivoluzionarie, manifestando a un tempo il carattere storico del concetto marxiano di rivoluzione.