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Premessa...

Trascriviamo le lezioni XI, XII e XIII del secondo corso di storia del pensiero politico, svolto da Franco Rodano alla Scuola Italiana di Scienze Politiche ed Economiche (SISPE) nell’anno 1969-70


Franco Rodano:
STORIA DEL PENSIERO POLITICO
SECONDO CORSO S.I.S.P.E. (quarta puntata)

LEZIONE XI (12 gennaio 1970)

Sia per la necessità di ricollegarci al filo principale del discorso che stiamo conducendo ormai da parecchie lezioni, sia per non lasciare zone di oscurità e di ambiguità, vorrei riprendere alcuni punti della nostra critica alla prospettiva finale (in tutti i sensi) del “comunismo”, in cui abbiamo sostenuto risiedere la radice teorica della crisi in cui versa oggi, storicamente, il concetto marxiano di rivoluzione, e quindi la ragione ultima del fatto che tale concetto non soltanto è la formulazione massima data sinora dell’evento rivoluzionario, ma ne è anche una formulazione storica, nel significato che abbiamo dato a questo secondo aggettivo.
Ora, qual è il motivo fondamentale per cui siamo stati indotti a sostenere una simile tesi? Come ricorderete, ci siamo basati sulla definizione di “comunismo” contenuta in un brano dei Grundrisse, che è uno dei testi marxiani più chiari sull’argomento. Proprio in tale definizione abbiamo rilevato la possibilità di un rischio d’isolamento, e quindi di prevaricazione, ove il “comunismo” sia l’obiettivo diretto dell’azione rivoluzionaria del proletariato, e ove la rivoluzione proletaria sia prematura: ove cioè essa avvenga in una situazione storico-sociale non sufficientemente maturata a livello mondiale, nel senso che il sistema capitalistico non abbia ancora assolto, a tale livello, quei compiti storici che Marx gli attribuisce.
Evidentemente, quindi, la critica mossa in queste nostre lezioni al concetto di “comunismo” non ha carattere di principio: non abbiamo affermato né vogliamo affermare ancora nulla intorno alla possibilità o meno del “comunismo” in sé considerato. Abbiamo lasciato impregiudicata tale questione. Ciò che abbiamo sostenuto è semplicemente che, in determinate condizioni, l’operatività del concetto di “comunismo” è estremamente discutibile: abbiamo quindi condotto soltanto una critica storica. Abbiamo visto cioè che ove il proletariato di uno o più Paesi si ponga, come fine esclusivo della propria azione, l’obiettivo del “comunismo” senza che si diano sufficienti condizioni di maturità storica generale, esso può appunto andare incontro a un rischio preciso d’isolamento.
Ora, un problema siffatto non avrebbe potuto nemmeno affacciarsi prima delle Tesi di Aprile e della rivoluzione di Ottobre; ma dal ’17 in poi esiste un proletariato ed esiste un partito proletario che si sono posti esplicitamente l’obiettivo del “comunismo”, pur in mancanza delle condizioni storiche ora richiamate. Dunque l’eventualità del rischio di cui qui parliamo si profila ormai in termini storicamente concreti.
A questo punto non ci si può non chiedere se Marx, quanto meno implicitamente, si sia posto un tale problema. E’ una domanda alla quale possiamo dire di aver già in qualche modo dato risposta. Nell’attribuire al capitalismo determinati obiettivi storici, egli stabiliva per ciò stesso, nel quadro dialettico del suo pensiero, una condizione di maturità storica per la rivoluzione proletaria: dunque si poneva effettivamente, almeno in maniera implicita, il problema del rischio di avventure rivoluzionarie intempestive, destinate perciò a cadere nell’isolamento, così da andare incontro a esiti fallimentari. Solo che, logicamente, un simile problema, posto in questi termini, recava in sé il suo scioglimento in senso negativo: proprio perché destinate a fallire, avventure siffatte, in una col rischio d’isolamento cui di necessità si sarebbero esposte, non potevano verificarsi. Di fatto, però, noi siamo invece di fronte – come vedremo – a un caso di rivoluzione proletaria prematura rispetto alle condizioni storiche definite da Marx, e che tuttavia non è fallita. Si profila allora, nel concreto, proprio un rischio d’isolamento all’indefinito di quella parte del proletariato che ha dato luogo a tale rivoluzione.
Quali sono, di preciso, le condizioni poste da Marx affinché sia storicamente attuale, cioè maturo, il perseguimento del “comunismo”, da lui visto certamente come il fine proprio, diretto ed esclusivo della rivoluzione proletaria? Esse si compendiano sostanzialmente nell’estensione piena e organica dell’ordinamento capitalistico almeno a quella parte della società umana che è storicamente decisiva. All’epoca di Marx si trattava dunque, essenzialmente, dei maggiori Paesi europei e del Nord America (che egli vedeva secondo caratteristiche particolari): si trattava perciò di quella parte del mondo in cui si era svolto un processo storico fondamentalmente dotato di coerenza, organicità e continuità. Ciò stante, la condizione che Marx poneva per la maturità della rivoluzione proletaria, era che almeno in questa parte del mondo, in questo gruppo di Paesi decisivi per la storia mondiale, il capitalismo fosse compiutamente divenuto la sola forma di organizzazione della società, avendo quindi risolto sostanzialmente in sé tutte le forme precedenti di vita associata.
In un testo di cui oggi leggeremo alcune proposizioni(1), Marx rimprovera chiaramente a Lassalle di sbagliarsi quando sostiene che il proletariato si trova di fronte a un’indifferenziata “massa reazionaria”. Lassalle sbaglia perché – come sottolineato già nel Manifesto – i ceti medi costituiscono una forza potenzialmente rivoluzionaria, in quanto destinati a proletarizzzarsi(2). In effetti, quello della tendenza della società moderna a ridursi a due sole grandi classi, borghesia e proletariato – risolvendo quindi nella loro dialettica ogni residuo sociale precedente -, è un concetto che Marx mantiene sino alla fine della sua meditazione.
Ma su che cosa si fonda, in Marx, la predetta condizione di pienezza capitalistica affinché sia matura la rivoluzione proletaria? Si fonda sull’identificazione di borghesia, capitalismo e – come è ovvio – adempimento della funzione storica di quest’ultimo. Per Marx, la borghesia ha la capacità di dirigere tutta la fase storica della società umana caratterizzata dal processo capitalistico, quindi di portare a compiutezza tale processo. Di conseguenza, l’esaurirsi di ogni positiva funzione della borghesia coincide, sempre in Marx, con il concludersi del ruolo storico del capitalismo, e dunque con la maturità della rivoluzione proletaria. La borghesia ha ormai portato il capitalismo, almeno nel Paesi decisivi, alle sue colonne d’Ercole e con ciò ha finito di essere classe dirigente: esistono quindi, adesso, le condizioni per il “rovesciamento della prassi”.
E’ questo un secondo punto-chiave della nostra analisi, volta a dimostrare la “storicità” dell’idea marxiana di rivoluzione. Oltreché sulla denuncia del rischio d’isolamento che può nascere da ogni processo prematuro di rivoluzione proletaria, noi ci basiamo anche sulla critica del presupposto che regge la condizione formulata da Marx perché tale rivoluzione sia storicamente matura: cioè appunto sulla critica della fondamentale tesi marxiana che le sorti della borghesia e quelle del capitalismo combaciano, che la borghesia finisce assieme al capitalismo, che il ruolo dirigente dell’una cessa nell’atto medesimo in cui si esaurisce la funzione storica dell’altro.
Vorrei adesso rispondere a una possibile obiezione. E’ del tutto vero – ci si potrebbe domandare – che per Marx ruolo dirigente della borghesia e funzione storica del capitalismo coincidono, cosicché nascono, procedono, si svolgono e finiscono nel medesimo tempo? Non parla egli di una fase di transizione fra capitalismo e “comunismo”, e questa non va intesa come un periodo nel quale il proletariato si fa carico di compiti ancora capitalistici? In effetti, se Marx concepisce la fase di transizione come un “quid medium” in cui la vita sociale è ancora regolata da leggi di tipo capitalistico, evidentemente durante tale fase il proletariato non può non assumere anche compiti capitalistici, e allora la coincidenza tra capitalismo e borghesia viene a risultare quanto meno come una tesi sostenuta non sempre dallo stesso Marx.
Andiamo però a vedere il testo in cui più chiaramente Marx affronta il tema della fase di transizione: passiamo cioè a leggere – come vi ho preannunziato – alcune parti della Critica al programma di Gotha. E’ questo, ai fini del nostro esame, uno scritto di grande importanza, non tanto per la critica a Lassalle, che ormai appartiene alla storia passata del movimento operaio, quanto per le motivazioni di tale critica e per i concetti esplicitati da Marx in occasione di essa.
Innanzitutto rileviamo che, nel testo in questione, Marx dice espressamente:

«Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico transitorio, in cui lo Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato»(3).
Ecco dunque che in Marx è affermata con la massima chiarezza la necessità di una fase transitoria, caratterizzata economicamente e socialmente dalla trasformazione della società capitalistica in società “comunista”, nonché, sul piano politico, da quel peculiare tipo di potere statuale che è, appunto, la “dittatura proletaria”.
«Il nocciolo - afferma Marx alcune pagine prima(4) – sta in questo, che in questa società comunista [ossia nel quadro della fase transitoria, che egli qualifica già – notate bene – come “comunista”: cfr. poco appresso, dove appunto parla di “prima fase della società comunista”(5)] ogni operaio deve ricevere un lassalliano “frutto del lavoro”, “integrale” [cioè: ogni lavoratore dovrebbe, secondo Lassalle, ricevere il suo “utile del lavoro”, in misura “integrale”].
Se prendiamo la parola “frutto del lavoro” – osserva Marx – nel senso del prodotto del lavoro, il frutto del lavoro sociale è il prodotto sociale complessivo.
Ma da questo si deve detrarre:
Primo: quel che occorre per reintegrare i mezzi di produzione consumati.
Secondo: una parte supplementare per l’estensione della produzione.
Terzo: un fondo di riserva o di assicurazione contro infortuni, danni causati da avvenimenti naturali, ecc.
Queste detrazioni dal “frutto integrale del lavoro” sono una necessità economica, e la loro entità deve essere determinata in parte con un calcolo di probabilità in base ai mezzi e alle forze presenti, ma non si possono in alcun modo calcolare in base alla giustizia. [Notate qui l’ironia nei confronti di ogni “giustizia” non bene ordinata, ossia di ogni semplicismo giustizialistico].
Rimane l’altra parte del prodotto complessivo, destinata a servire come mezzo di consumo.
Prima di venire alla ripartizione individuale, anche qui bisogna detrarre:
Primo: le spese di amministrazione generale che non rientrano nella produzione.
Questa parte è ridotta sin dall’inizio nel modo più notevole rispetto alla società attuale, e si ridurrà nella misura in cui la nuova società si verrà sviluppando.
Secondo: ciò che è destinato alla soddisfazione di bisogni sociali, come scuole, istituzioni sanitarie, ecc.
Questa parte aumenta sin dall’inizio notevolmente rispetto alla società attuale, e aumenterà nella misura in cui la nuova società si verrà sviluppando.
Terzo: un fondo per gli inabili al lavoro, ecc., in breve, ciò che oggi appartiene alla cosiddetta assistenza ufficiale dei poveri.
Soltanto ora arriviamo a quella “ripartizione” che ì la sola che, sotto l’influenza di Lassalle, grettamente viene presa in considerazione dal programma, cioè la ripartizione di quella parte dei mezzi di consumo che viene ripartita tra i produttori individuali della comunità».
Fin qui non si può non essere pienamente d’accordo con la critica marxiana alla posizione piccolo-borghese di Lassalle. Il problema comincia subito dopo, quando appunto viene affrontata la “ripartizione”; e da qui avrà inizio la nostra critica a Marx.

N O T E

(1) K. Marx: Critica al programma di Gotha. La traduzione seguita dal docente è quella delle Edizioni in lingue estere, Mosca 1947.
(2) Ivi, p.28
(3) Ivi,p.37
(4) Ivi,p.21
(5) Ivi, p.25

LEZIONE XII (13 gennaio 1970)

Riprendiamo la lettura della Critica al programma di Gotha. Il testo così prosegue:

«Nell’interno della società collettivista, basata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione, i produttori non scambiano i loro prodotti […], poiché ora, in contrapposto alla società capitalistica, i lavori individuali non diventano più parti costitutive del lavoro complessivo attraverso un processo indiretto, ma in modo diretto».
Vi sottolineo alcuni punti soltanto per aiutarvi nella comprensione del testo, e non ancora per svolgere delle deduzioni. L’espressione “all’interno della società collettivista, basata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione” ci dice chiaramente che siamo in una prima fase della società comunista: siamo cioè in quella società che verrà poi chiamata “socialista”. Si capisce meglio, così, il significato della locuzione “questa società comunista”, su cui ieri ho richiamato la vostra attenzione. In secondo luogo è da notare che una situazione come quella prospettata da Marx, in cui “i produttori non scambiano i loro prodotti” (cosicché “i lavoratori individuali non diventano più parti costitutive del lavoro complessivo attraverso un processo indiretto, ma in modo diretto)”, presuppone evidentemente che i prodotti di questi lavoratori non siano più delle merci. Dunque non ci troviamo più in una situazione di mercato.
«Quella con cui abbiamo da fare qui – continua Marx – è una società comunista, non come si è sviluppata sulla sua propria base ma, viceversa, come sorge dalla società capitalistica; che porta quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, morale, spirituale, le impronte materne della vecchia società dal cui seno essa è uscita».
Anche questo brano è importante per precisare, o meglio per ribadire, di quale “società comunista” Marx sta adesso parlando. Ne rimane infatti confermato con ogni evidenza che ci troviamo appunto in quella fase di transizione in cui avviene la trasformazione della società capitalistica in società “comunista” e che questa società è già qualificata da Marx come tale – cioè appunto come “comunista” – anche se non si tratta ancora di un “comunismo” compiuto, poiché permangono in ogni campo le “impronte materne” della società precedente, da cui si è usciti, anzi da cui si sta uscendo.. Vediamo adesso quali siano queste “impronte materne”:
«Perciò il piccolo produttore riceve – dopo le detrazioni – esattamente ciò che dà».
Quel “perciò” è molto forte. Esso evidentemente vuol dire che Marx sta descrivendo il primo residuo di tipo capitalistico nell’ambito di questa iniziale “società comunista”. Se si potesse ancora parlare il linguaggio del diritto naturale, il fatto che il produttore riceva esattamente ciò che dà, sembrerebbe l’espressione stessa della giustizia. Agli occhi di Marx, invece, si tratta appunto, per i motivi che spiegherà meglio in seguito, di uno degli aspetti ereditati dalla situazione capitalistica.
«Ciò che egli ha dato alla società è la sua quantità individuale di lavoro. Per esempio: la giornata di lavoro sociale consta della somma delle ore di lavoro individuale: il tempo di lavoro individuale del singolo produttore è la parte della giornata di lavoro sociale conferita da lui, la sua partecipazione alla giornata di lavoro sociale».
A parte alcuni brani dei Grundrisse, siamo di fronte all’unico testo in cui Marx ci offre una descrittiva del processo economico e sociale svolgentesi dopo la rivoluzione proletaria. L’importanza di tale testo, che quasi sfiora l’utopia, sta proprio nel fatto che in esso Marx ci dà una visione della fase di passaggio dal capitalismo al “comunismo” e fino alla maturità di quest’ultimo.
«Egli riceve dalla società uno scontrino da cui risulta che egli ha prestato tanto lavoro (dopo la detrazione dal suo lavoro per i fondi comuni), e con questo scontrino egli ritira dal fondo sociale tanto, in mezzi di consumo, quanto equivale a un lavoro corrispondente. La stessa quantità di lavoro che egli ha dato alla società in una forma, la riceve in un’altra».
Marx sta qui esplicitando sino in fondo il significato di quel “perciò” su cui ho richiamato poco prima la vostra attenzione. “Perciò – egli aveva detto – il produttore singolo riceve […] esattamente ciò che dà”: c’è quindi una perfetta corrispondenza. Siamo sul terreno della “giustizia distributiva”, nel cui quadro molti di noi, almeno per qualche tempo, hanno concepito il socialismo, intendendolo appunto come “regno della giustizia”. Per Marx, invece, siamo nella fase in cui questa “società collettivista, basata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione” mantiene ancora, è ancora tarata dall’impronta del capitalismo. Subito appresso, difatti, egli comincia a spiegare con chiarezza perché è così:
«Domina qui evidentemente lo stesso principio che regola lo scambio delle merci in quanto è scambio di valori uguali. Contenuto e forma sono mutati, perché nella nuova situazione nessuno può dare niente all’infuori del suo lavoro, e perché d’altra parte niente può diventare proprietà dell’individuo all’infuori dei mezzi di consumo individuali».
Siamo ormai fuori dal feticismo della merce, siamo fuori dalla copertura, attraverso la merce, dei rapporti reali fra gli uomini, e tuttavia siamo ancora sotto “lo stesso principio che regola lo scambio delle merci”: dunque è chiara la permanenza di questa “impronta materna della vecchia società”.
«Ma per ciò che riguarda la ripartizione di questi ultimi [ossia dei “mezzi di consumo individuali”] tra i singoli produttori, domina lo stesso principio che nello scambio di merci equivalenti: si scambia una quantità di lavoro in una forma contro una uguale quantità di lavoro in un’altra.
L’uguale diritto è qui perciò sempre, secondo il principio, diritto borghese […]. Il diritto dei produttori è proporzionale alle loro prestazioni di lavoro, l’uguaglianza consiste nel fatto che esso viene misurato con una misura uguale, il lavoro.
Ma l’uno è fisicamente o moralmente superiore all’altro, e fornisce quindi nello stesso tempo più lavoro, oppure può lavorare durante un tempo più lungo; e il lavoro, per servire come misura, deve essere determinato secondo la durata o la intensità, altrimenti cessa di essere misura. Questo diritto uguale è un diritto disuguale, per lavoro disuguale. Esso non riconosce alcuna distinzione di classe, poiché ognuno è soltanto operaio come tutti gli altri, ma riconosce tacitamente l’ineguale attitudine individuale e quindi la capacità di rendimento come privilegi naturali».
E’ questa, in effetti, la vera e fondamentale ragione per cui si deve parlare di “impronta materna” gravante sull’iniziale “società comunista”. L’uomo non è ancora pienamente storico, è tuttora un ente naturale, legato alla sua immediatezza originaria, e finché l’uomo rimane tale, non può ancora sfuggire compiutamente alla presa capitalistico-borghese.
«Esso [diritto “uguale”] è perciò, pel suo contenuto, un diritto della disuguaglianza, come ogni diritto. Il diritto può consistere soltanto, per sua natura, nell’applicazione di una uguale misura; ma gli individui disuguali (e non sarebbero individui diversi se non fossero disuguali) sono misurabili con uguale misura solo in quanto vengono sottomessi a un uguale punto di vista, in quanto vengono considerati soltanto secondo un lato determinato: per esempio, in questo caso, soltanto come operai, e si vede in loro soltanto questo, prescindendo da ogni altra cosa. Inoltre: un operaio è ammogliato, l’altro no; uno ha più figli dell’altro, ecc. ecc. Supposti uguali il rendimento e quindi la partecipazione al fondo di consumo sociale, l’uno riceve dunque più dell’altro, l’uno è più ricco dell’altro, e così via. Per evitare tutti questi inconvenienti, invece di essere uguale, dovrebbe essere disuguale».
E’ insomma inutile cercare un’effettiva uguaglianza tra gli uomini, un’effettiva pienezza umana, sulla base del diritto.
«Ma questi inconvenienti sono inevitabili nella prima fase della società comunista, quale è uscita dopo i lunghi travagli del parto dalla società capitalistica. Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica e dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della società.
In una fase più avanzata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e corporale; dopo che il lavoro non è più soltanto mezzo di vita, ma è divenuto anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo generale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze sociali scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere; “Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!”»
Ciò potrebbe ancora sembrare un principio giuridico, ma solo ove lo si consideri in modo puramente formale . In realtà, se fosse davvero un principio giuridico, sarebbe irrealizzabile.
Prima di arrivare a trarre delle deduzioni dal testo che abbiamo letto, vorrei fare alcune considerazioni sulla sua interna struttura. E’ singolare il modo in cui Marx descrive questa “fase più elevata”, questa configurazione definitiva della “società comunista”. E’ una descrittiva intrecciata, che non segue una linea logica. Logicamente, Marx avrebbe dovuto scrivere: in una fase più elevata della società comunista, dopo che […] sono cresciute le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza sociale scorrono in tutta la loro abbondanza; dopo che, quindi, è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e perciò anche il contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; quando il lavoro non è più soltanto mezzo di vita, ma è potuto divenire il primo bisogno della vita, solo allora […]. In realtà, a Marx interessava qui di dare una descrittiva generica, di presentare un quadro della “società comunista” nella sua “fase più elevata”, e traccia questo quadro a grandi linee, mescolando tra loro le varie caratteristiche di tale società e la sua condizione materiale. Le caratteristiche sono tre: la scomparsa della divisione del lavoro (un tema ripreso dall’Ideologia tedesca), l’uscita dalla distinzione fra lavoro intellettuale e fisico, nonché – punto fondamentale – il fatto che il lavoro non è più semplice strumento della vita umana, ma è ciò in cui l’esistenza umana si estrinseca come essenza. C’è poi la condizione materiale di tutto questo: una crescita enorme delle “forze produttive”.
Solo dopo che tale condizione si sia pienamente verificata, sarà possibile superare l’ “angusto orizzonte” del diritto borghese, realizzando una situazione in cui ognuno dia “secondo le sue capacità” (non a caso il lavoro è diventato “il primo bisogno della vita”) e riceva “secondo i suoi bisogni”, ossia secondo una partecipazione alla ricchezza comune, che sia commisurata alle sue necessità particolari. Per meglio dire, sarà allora possibile uscire dalla dimensione stessa del diritto. In effetti, siamo veramente in un quadro di pienezza dell’uguaglianza, ma siamo quindi in una visione di assoluto.
Dai brani che abbiamo letto, vorrei trarre essenzialmente due deduzioni. Come ricorderete, eravamo partiti dal dire che Marx afferma – o che comunque, a nostro avviso, è suo presupposto fondamentale – l’identificazione tra borghesia e capitalismo, con il riconoscimento alla prima della piena capacità di condurre a termine tutta la fase capitalistica della storia della società e della vita produttiva: insomma di essere la classe dirigente dell’intiero processo capitalistico. Abbiamo poi preso atto di una possibile obiezione: forse nel periodo di transizione fra società capitalistica e “comunista” vi poteva essere, da parte del potere politico (chiaramente definito da Marx come potere proletario), l’adempimento di compiti a carattere capitalistico. Se così fosse stato, non avremmo più potuto attribuire a Marx il basilare presupposto richiamato or ora. Proprio per questo siamo andati a vedere, attraverso la lettura di alcune pagine della Critica al programma di Gotha, come di preciso Marx configuri tale fase transitoria.
Ora, da tutto quello che abbiamo letto risulta in primo luogo che, durante tale fase, il potere proletario non assolve alcun compito che possa esser considerato, nemmeno lontanamente, di tipo capitalistico. Poteva sorgere questo dubbio quando siamo andati a vedere le varie detrazioni prefigurate da Marx – sempre nella fase transitoria – dal prodotto sociale complessivo, e in particolare una di tali detrazioni, la seconda, finalizzata all’allargamento della produzione. In effetti, estendere la produzione secondo dimensioni e con una sistematicità impossibili nelle condizioni economico-sociali precedenti, è indubbiamente, di per sé, compito del capitalismo, e Marx glie lo attribuisce chiaramente. Ma da ciò che siamo venuti leggendo in merito alla distribuzione e al consumo, risulta parimenti chiaro, ad ogni modo, che il fine dell’allargamento della produzione, nella fase transitoria, non è assolutamente legato ad alcun problema di ulteriore ingresso di forza lavoro nel processo produttivo, essendo diretto soltanto all’uscita dall’ultima “impronta materna” della vecchia società, ossia dal diritto borghese, anzi dal diritto tout court, che è infatti, come tale, “diritto della diseguaglianza”. Se la produzione deve ancora estendersi, deve farlo affinché le “forze produttive” continuino a crescere fino al punto in cui divenga possibile rompere l’ “angusto orizzonte” della dimensione giuridica, attuando il criterio, compiutamente “comunista”, per cui la società riceva “da ognuno secondo le sue possibilità” e dia “a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Così, tra i compiti attribuiti da Marx al potere proletario durante la fase di transizione, l’unico che poteva sembrare di tipo capitalistico si rivela invece, con ogni evidenza, come inteso esclusivamente a completare nel modo più rapido le condizioni materiali per l’avvento della “fase più avanzata della società comunista”.
Resta allora confermato che, secondo Marx, l’intiero processo precedente di allargamento della produzione – avente l’obiettivo di far sì che almeno la parte decisiva dell’umanità entri in modo pieno nell’ordinamento capitalistico – è già stato tutto realizzato, appunto, nel quadro e sotto la direzione della borghesia. Ritengo così di aver risposto all’obiezione che avevo ipotizzato. In realtà, tutto ciò che Marx dice sulla fase di transizione, non infirma in nulla la sua tesi fondamentale per cui borghesia e sviluppo capitalistico coincidono perfettamente, talché l’una è pienamente in grado di portare l’altro fino alle sue colonne d’Ercole.

LEZIONE XIII (14 gennaio 1970)

Riprendiamo le ultime questioni accennate nella lezione di ieri, tornando, per chiarire meglio il nostro discorso, sul perché abbiamo letto quei passi della Critica al programma di Gotha. E’ giusto procedere così, anche per il fatto che ogni grande testo marxiano solleva sempre una serie di problemi, o quanto meno li implica e vi rimanda, cosicché nel corso della lettura è facile disperdersi, nel senso cioè di perdere di vista il tema da cui si era partiti e per cui si era intrapresa la lettura stessa. E’ bene dunque soffermarci un attimo a riprendere le fila della nostra argomentazione e del nostro esame critico.
Il punto che stiano trattando è la crisi del marxismo: il fatto cioè che la concezione marxiana della rivoluzione non solo – per continuare a esprimerci in questi termini – è quella massima disponibile, ma è anche storica, in quanto non può non passare. Abbiamo cercato di individuare le ragioni di fondo di tale crisi, di cui tutti noi soffriamo, nella circostanza che il fine marxiano del “comunismo”, ove non si attenda, per porlo all’ordine del giorno, che i tempi siano pienamente maturi, reca implicito in sé un concreto pericolo d’isolamento, nel senso che quella parte dell’umanità che si ponga quel fine prima, appunto, della piena maturità dei tempi, viene a isolarsi dal resto dell’umanità, viene perseguendo una prospettiva di assoluto che la separa da esso.
Ma abbiamo anche visto che Marx ha cura di definire quelle condizioni di maturità storica: esse si verificano quando il sistema che precede la “società comunista”, il sistema capitalistico, abbia raggiunto tutti i suoi obiettivi; il che, sempre agli occhi di Marx, avviene sotto la direzione di quella medesima classe, la borghesia, che è stata storicamente la levatrice del sistema. E cosa vuol dire, per Marx, che il capitalismo abbia raggiunto tutti i suoi obiettivi? Vuol dire che abbia risolto in sé, nelle sue forme economiche e sociali, l’intiera società umana, o quanto meno la sua parte più importante, data da quel gruppo di Paesi che sono storicamente decisivi, per cui diventano trascurabili i ritardi verificatisi in altre parti del mondo. Badate che pongo quest’ultima limitazione perché al riguardo il pensiero di Marx può sembrare oscillante, anche se in realtà – e lo vedremo continuando la presente lezione – le condizioni di maturità storica poco prima richiamate vengono per Marx raggiunte dal capitalismo in modo sostanzialmente compiuto.
A tale proposito abbiamo tuttavia ipotizzato una possibile obiezione, ed è appunto per ciò che siamo andati a leggere alcuni brani della Critica al programma di Gotha. Come ricorderete, l’obiezione era la seguente: Marx non parla forse di una fase di transizione fra capitalismo e “comunismo”? E allora non si può o non si deve intendere che in questa fase vengono ancora espletati dei compiti, vengono perseguiti e poi raggiunti degli obiettivi che invece, secondo la tesi marxiana ricordata poco fa, avrebbero dovuto essere stati già conseguiti pienamente dal capitalismo?
Fate bene attenzione: a un’interpretazione siffatta della fase transitoria, che ci porta ad avere su di essa dei dubbi di questo tipo, noi siamo condotti dalle cose stesse. Abbiamo oggi, in effetti, una serie di Paesi, abbiamo buona parte dell’umanità che si considera impegnata in una fase di passaggio. Vi è l’Unione Sovietica, ideologicamente protesa a costruire la transizione al “comunismo”, con tutte le conseguenze pratiche che ne derivano; vi sono le cosiddette democrazie popolari, tutta una fascia di Paesi europei che si trovano in una situazione sostanzialmente analoga; vi è Cuba e vi è soprattutto la Cina popolare di Mao, essa pure impegnata, in definitiva, nello stesso problema.
Così stando le cose, la fase di transizione marxiana viene quasi naturalmente a configurarsi, ai nostri occhi, nel senso appunto che quei compiti, quegli obiettivi che per Marx dovevano essere assolti dal capitalismo, sono invece tuttora degli obiettivi da raggiungere. Di essi, dunque, non può non farsi carico il proletariato dove è ormai al potere; ed essi infatti costituiscono gran parte della tematica politica e sociale affrontata dai Paesi in questione.
Con questa affermazione parentetica, naturalmente, cominciamo ad affacciare una critica alla concezione marxiana. Sta però di fatto che una tale critica può essere avanzata solo dall’esterno: internamente, il pensiero di Marx resta del tutto coerente e rigoroso. La Critica al programma di Gotha dimostra infatti – ed è questa la prima deduzione che possiamo ricavare dai brani che ne abbiamo letto – che per Marx la fase di transizione è precisamente e soltanto, come egli si esprime letteralmente, periodo di passaggio rivoluzionario dall’una all’altra società, ossia dalla società capitalistica alla società “comunista”; e che dunque in questo periodo, caratterizzato dal potere dittatoriale del proletariato, esso non persegue alcun obiettivo di tipo capitalistico. Ma come è ovvio, dobbiamo ora dimostrare questa nostra prima deduzione.
Nei brani che abbiamo letto c’è, a veder bene, un solo punto che potrebbe far pensare a un compito di carattere capitalistico: è il punto dove Marx parla delle “detrazioni dal prodotto sociale complessivo”, e precisamente di quella detrazione che va operata per estendere la produzione. Ma per poco che ci si rifletta, risulta chiaro che in tanto viene qui posto l’obiettivo di allargare ulteriormente la produzione, in quanto si vuole arrivare con la massima rapidità alle condizioni in cui la società umana – come dice Marx – possa “scrivere sulle proprie bandiere: ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”. In tanto, cioè, si pone ancora un problema di incremento della produzione, in quanto deve essere raggiunto il traguardo di una tale pienezza di ricchezze sociali, da permettere all’uomo di uscire dal lavoro ordinato al bisogno di sussistenza. In effetti, “ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni” significa proprio questo: da una parte (primo membro della formula marxiana) il lavoro è divenuto il primo bisogno della vita, si è dunque sciolto dal suo alienato ordinamento alla sussistenza corporea per divenire libera estrinsecazione dell’essenza profonda dell’uomo; dall’altra (secondo membro) sul terreno del bisogno di sussistenza non vi è più, oramai, alcuna regola, alcuna restrizione, quindi non esiste più diritto, nemmeno quel diritto “uguale” che non a caso – lo abbiamo visto – è definito da Marx come ancora borghese, e ciò, in definitiva, per il fatto stesso di essere, comunque, diritto. E’ vero che continuano a esistere gli operai (Marx li chiama proprio così riferendosi a questa “prima fase della società comunista”), e che esiste ancora il capitale (ciò che Marx non dice esplicitamente, ma che è implicato con ogni evidenza dal fatto stesso che vi sono operai); tuttavia il potere proletario ordina in modo rigoroso ed esclusivo il capitale, e dunque gli stessi operai, al raggiungimento più celere possibile della fase matura, finale, compiuta del “comunismo”. E a quel punto, chiaramente, tra le varie detrazione dal prodotto sociale complessivo, cesserà di aver senso quella per estendere la produzione.
Non cesserà ovviamente di avere significato la detrazione per reintegrare gli strumenti produttivi consumati. Continuerà inoltre ad averlo quella per un fondo di riserva o di assicurazione contro gli infortuni e contro danni causati da eventi naturali, poiché l’uomo, anche quando sia pervenuto a pienezza di sé, continua a essere partecipe del mondo naturale. Sempre meno significato ha invece, passando alla seconda serie di detrazioni enumerate da Marx, quella per le “spese generali di amministrazione che non rientrano nella produzione”: è infatti palese che quando si può seguire il principio “a ognuno secondo i suoi bisogni”, l’aspetto amministrativo esterno alla produzione cessa di esistere. Resta ferma invece, insieme a quella per gli inabili al lavoro, la detrazione per i bisogni sociali: in effetti, bisogni come quelli della scuola, della sanità e così via, comportano forme di consumo che non possono non continuare a esser garantite socialmente.
Per quanto riguarda gli inabili al lavoro, va osservato che, nella formula con cui Marx definisce lapidariamente il “comunismo” compiuto, il principio “a ciascuno secondo i suoi bisogni” non ha più alcun legame giuridico con quello precedente, “ciascuno secondo le sue possibilità”. Non è più in quanto si lavora che si possono soddisfare i propri bisogni; si lavora perché il lavoro è il primo bisogno della vita, e si soddisfano i bisogni, nella più piena libertà, semplicemente perché si è uomini. Sebbene dunque gli inabili al lavoro non possano dare secondo capacità di cui sono sprovvisti, non per questo sarà necessario – quando ormai “tutte le sorgenti delle ricchezze sociali scorrono in tutta la loro pienezza” – preoccuparsi di loro in modo speciale.
Direi dunque che nella società compiutamente “comunista” l’esigenza più importante rimane, tutto sommato, quella della scuola. L’uomo infatti, “ente generico”, è però anche ente naturale, nel senso che nasce immediatamente legato alla natura, ossia non pervenuto ancora a livello storico: può quindi essere rapidamente condotto a questo livello (onde realizzare la propria essenza e così poter veramente dare “secondo le sue capacità”) solo se la società s’incarica di portarvelo. E che cosa vuol dire portare rapidamente un essere umano a livello storico, ossia, nel caso di specie, al livello raggiunto dall’umanità con un lungo percorso, compiutosi appunto nel “comunismo”? Vuol sempre dire inserirlo nel quadro della “paidéia”, dell’educazione, dunque essenzialmente della scuola. La scuola, quindi, rimane tale anche nella società “comunista”. In effetti, la scuola è una dimensione permanente, proprio perché è la via attraverso cui l’essere umano, ancora immerso nell’immediatezza naturale, viene condotto man mano a livello storico, facendogli ripercorrere in un tempo relativamente breve quel tragitto che l’umanità ha compiuto impiegandovi dei millenni. Perciò quando si verifica una crisi della scuola, e una crisi radicale come si dà oggi sotto tutti gli aspetti, tocchiamo davvero un punto di massimo imbarbarimento della società.
La seconda deduzione che penso debba essere tratta da quanto abbiamo letto della Critica al programma di Gotha, è che, a veder bene, secondo Marx il capitalismo riesce a risolvere nelle proprie forme non soltanto i Paesi più civili, non soltanto una parte, ancorché decisiva, dell’umanità associata, ma sostanzialmente tutto il mondo, l’intiera società umana. Qui conviene allora leggere un testo in cui sono affrontati con un massimo di chiarezza, e con un minimo di oscillazione, tanto il problema del rapporto fra il capitalismo e la società precedente, quanto quello della maturità della rivoluzione destinata a liquidare il capitalismo stesso. Si tratta del paragrafo 7 del famoso capitolo XXIV del Libro I del Capitale, intitolato “La cosiddetta accumulazione originaria”(1). Il paragrafo comincia così:

«A che cosa si riduce l’accumulazione originaria del capitale, cioè la sua genesi storica? In quanto non è trasformazione immediata di schiavi e di servi della gleba in operai salariati, cioè semplice cambiamento di forma, l’accumulazione originaria del capitale significa soltanto l’espropriazione dei produttori immediati, cioè la dissoluzione della proprietà privata fondata sul lavoro personale.
La proprietà privata, come antitesi della proprietà sociale, collettiva, esiste soltanto là dove i mezzi di lavoro e le condizioni esterne del lavoro appartengono a privati. Ma a seconda che questi privati siano i lavoratori o i non lavoratori, anche la proprietà privata assume carattere differente. Le infinite sfumature che la proprietà privata presenta a prima vista sono soltanto un riflesso degli stati intermedi che stanno fra questi due estremi».
Cioè: tra una proprietà privata dei mezzi e delle condizioni di lavoro appartenente ai lavoratori e una proprietà delle stesse cose appartenente a non lavoratori e pervenuta alla forma capitalistica, tra questi due estremi, vi è una serie di situazioni intermedie. Tutta una lunga fase dello sviluppo della società umana è caratterizzata, in effetti, dal dominio di proprietari privati dei mezzi e delle condizioni di lavoro, che sono tali non in senso capitalistico, ma in senso signorile, ossia secondo quella forma di proprietà – la proprietà fondiaria – che è tipica appunto della figura del signore.
«La proprietà privata del lavoratore sui suoi mezzi di produzione – continua Marx – è il fondamento della piccola azienda: la piccola azienda è condizione necessaria allo sviluppo della produzione sociale e della libera individualità dell’operaio stesso».
Per “produzione sociale” Marx non intende qui la produzione socialista, ma proprio quella capitalistica. Egli dice che senza la piccola produzione sulla base della proprietà privata, se cioè avessimo soltanto schiavi e servi della gleba, non sarebbe possibile l’apparizione storica della figura del salariato, il quale reca con sé quell’abilità manuale, quella capacità ingegnosa, e dunque quella libera individualità, che si erano formate appunto nella piccola azienda.
«Certo, questo modo di produzione esiste anche nella schiavitù, nella servitù della gleba e in altri rapporti di dipendenza, ma esso fiorisce, fa scattare tutta la sua energia, conquista la sua forma classica e adeguata soltanto là dove il lavoratore è libero proprietario privato delle proprie condizioni di lavoro ch’egli stesso maneggia: quando il contadino è libero proprietario del campo che coltiva e così l’artigiano dello strumento che maneggia da virtuoso».
In che senso questo modo di produzione esiste anche nella schiavitù e nella servitù della gleba? Ciò sembrerebbe in contraddizione con quanto Marx ha detto poco prima, ma in realtà si giustifica considerando che esiste comunque, anche nella schiavitù e nella servitù della gleba, un legame diretto con il lavoro.
«Questo modo di produzione presuppone uno sminuzzamento del suolo e degli altri mezzi di produzione; ed esclude, oltre alla concentrazione dei mezzi di produzione, anche la cooperazione, la divisione del lavoro all’interno degli stessi processi di produzione, la dominazione e la disciplina della natura da parte della società, il libero sviluppo delle forze produttive sociali. Esso è compatibile solo con dei limiti ristretti, spontanei e naturali, della produzione e della società. Volerlo perpetuare significherebbe, come dice bene il Pecqueur, “decretare la mediocrità generale”.

Continueremo questa lettura la prossima volta.

N O T E

(1) Il docente segue la traduzione di Delio Cantimori (Editori Riuniti, Roma 1967) , p. 823 sgg.

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