Premessa...
Trascriviamo le lezioni XXIV e XXV del corso di storia del pensiero politico svolte da Franco Rodano alla Scuola Italiana di Scienze Politiche ed Economiche (SISPE) nell’anno 1969-70.
Premessa...
Trascriviamo le lezioni XXIV e XXV del corso di storia del pensiero politico svolte da Franco Rodano alla Scuola Italiana di Scienze Politiche ed Economiche (SISPE) nell’anno 1969-70.
Franco Rodano:
STORIA DELPENSIERO POLITICO
SECONDO CORSO S.I.S.P.E. (decima puntata)
LEZIONE XIV (17 febbraio 1970)
Dobbiamo proseguire nell’esame del valore e dei limiti della posizione leniniana. Nella lezione precedente li abbiamo già esaminati e – per quanto ci era possibile – defiiniti da un punto di vista generale. Il valore generale della posizione leniniana – abbiamo visto – sta nella sua natura di risposta proletaria, l’unica storicamente possibile, alla deficienza rivelatasi nella scienza marxiana dello sviluppo della società. Il limite sta nel contenuto stesso di questa risposta, in quanto cioè essa opera il passaggio da una posizione di verità a una di sua strumentalizzazione politica. Si tratta però di una strumentalizzazione – e qui sta, per così dire, il limite del limite, quindi il suo aspetto positivo – a una politica tesa a realizzare la verità in termini proletari, attraverso l’applicazione di un modello che garantisca, nella massima misura storicamente possibile, gli interessi, appunto, del proletariato.
Dobbiamo allora vedere oggi – ed è opportuno farlo, anche se ciò richiede un discorso che ci porterà alquanto vicini alla specificità del concreto politico – quali siano i limiti particolari e i valori particolari della posizione leniniana. In questa – giova ricordarlo – ricompare, proprio per la strumentalizzazione della verità alla politica (per il fatto insomma che la verità diventa, per così esprimerci, instrumentum regni), un limite di tipo machiavelliano: il rischio cioè di una politica del potere per il potere. Tale rischio è infatti massimamente evidenziato da quell’elemento di particolare violenza, diversa dalla violenza ipotizzata da Marx, che è presente appunto, come abbiamo detto, nella linea di Lenin.
Innanzitutto la posizione di Lenin - per un motivo insito, direi, nella sua essenza medesima – esclude dalla presa politica e rivoluzionaria del proletariato quelli che si è soliti definire come i “punti più alti” del sistema capitalistico. Non a caso, subito dopo Lenin, e – direi – immediatamente dopo, insorge nel movimento operaio, e in particolare modo in quello sovietico, la polemica intorno ai “punti alti” e ai “punti bassi” del capitalismo, che si traduce concretamente nel contrapporsi della tesi staliniana del socialismo in un solo Stato a quella trotzkista della rivoluzione mondiale. Trotzky da una parte e Stalin dall’altra sono, in effetti, i maggiori esponenti di queste due linee che si combattono. Ma l’insorgere di una simile polemica era inevitabile, dato che sulla base del leninismo non è in realtà possibile – come vedremo meglio quando tratteremo del suo secondo limite specifico – affrontare il problema rivoluzionario nei Paesi a capitalismo maturo.
Come posso attentami a fare un’affermazione così impegnativa; a dire cioè che quel limite, indubbiamente gravissimo, discende dall’essenza medesima della posizione leniniana? Il fatto è che nei Paesi a capitalismo “maturo” non sta più all’ordine del giorno la questione democratica, bensì quella di un reale superamento del capitalismo in quanto tale. Ora, noi abbiamo visto la volta scorsa, accennando alla tematica sviluppata nelle Due tattiche, come sia invece proprio sul terreno del processo della rivoluzione democratica che il leninismo riesce a mettere radici.
E’ infatti evidente che un modello ideologico come quello derivante dalla scienza marxiana dello sviluppo della società, può comunque essere applicato là dove è ancora attuale la questione che la borghesia ha già risolto nei punti più maturi del sistema capitalistico, ossia la questione democratica. Non lo può laddove (e cioè precisamente nei “punti alti” del sistema capitalistico) il problema è ormai diventato quello, essenzialmente post-borghese, dell’opulenza, e quindi della fuoruscita dal capitalismo in quanto tale. Di fronte a questo nuovo problema, quel modello che è deducibile dalla scienza marxiana dello sviluppo della società, o meglio quel modello che è ormai la scienza marxiana, non ha praticamente più nulla da dire. Laddove insomma, come nella Russia del 1905 e degli anni seguenti, esistono bensì incipienti condizioni capitalistiche, o di tipo capitalistico, esiste una certa industria e anche una certa concentrazione industriale, esiste una proletariato, ma il problema è di dar luogo a una compiuta rivoluzione democratica e dunque, secondo il modello ricavato dalla concezione marxiana, a una rivoluzione capitalistico-borghese, si può ancora applicare tale modello e lo si applica, anzi, vittoriosamente. Dove invece il problema è divenuto un altro, è divenuto quello post-borghese dell’opulenza e quindi, in concreto, della fuoruscita dal capitalismo, quello stesso modello non è più applicabile, e il leninismo non può non rivelarsi – come si è rivelato – impotente.
Su questo punto possiamo fare alcune ulteriori considerazioni. Prendiamo innanzitutto l’esperienza politica e sociale svoltasi in Italia nel secondo dopoguerra. Negli anni che vanno dal 1945 in poi, vi è stato in Italia un problema di sviluppo della democrazia; vi è stato però in un senso del tutto peculiare, ben diverso da come si presentava nella Russia del 1905, dove non si trattava di sviluppo democratico, ma di rivoluzione democratica. In Italia – qui bisogna tornare un po’ indietro rispetto alla svolta del 1944-45, bisogna risalire agli anni ’30 e a buona parte degli anni ’20 – si poneva un problema di risposta proletaria a un fenomeno politico e sociale di carattere indubbiamente antidemocratico, qual era il fascismo. Non a caso nell’ultimo scorcio degli anni ’20 (pensiamo soprattutto al Congresso di Lione, tenutosi nel 1926), e poi – sebbene con oscillazioni, determinate essenzialmente dalla politica della Terza Internazionale – nella prima parte degli anni ’30, poi ancora nella seconda parte degli anni ’30, soprattutto dopo il VII e ultimo congresso della Terza Internazionale, e infine, con grande ampiezza e con dispiegato respiro, nel primo quinquennio degli anni ’40, il movimento operaio sotto segno marxista e leninista, cioè il movimento operaio italiano, sostanzialmente guidato dai comunisti, ha potuto mettere nel Paese profonde radici. E non a caso è pervenuto a sostituire praticamente, all’interno della classe operaia, quell’egemonia socialdemocratica, o massimalista (sempre però, quest’ultima, di radice socialdemocratica), che aveva invece guidato il movimento operaio italiano negli anni dell’avvento del fascismo; ed è riuscito a sviluppare una situazione democratica non paragonabile a quella delle democrazie che si sono normalmente costituite sotto segno borghese e riformista. In altri termini, non si può negare che proprio partendo dall’esistenza di un problema peculiare di democrazia, il movimento operaio italiano schierato su posizioni marxiste e leniniste (nonché, possiamo aggiungere, staliniste), ossia su posizioni comuniste, ha potuto svilupparsi, durante quegli anni, in modo singolare rispetto ad altre situazioni europee, non investite dal fenomeno fascista.
Voi mi potreste muovere l’obiezione – che adesso affronterò parenteticamente – del Partito comunista tedesco, uno dei partiti più forti della Terza Internazionale prima dell’avvento del nazismo. Direi che negli anni ’20, e fino al 1933, quello tedesco era, più che quello francese, il maggior partito comunista europeo, eccezion fatta per il solo partito comunista che riuscì a prendere il potere, e cioè per quello sovietico. Ora, che anche in Germania vi fosse nel dopoguerra un problema – sebbene, pure lì, peculiare – di democrazia, di lotta per sconfiggere definitivamente un fenomeno di tipo fascista, che vi fosse cioè un problema di recupero della democrazia attraverso la lotta politica e sociale, mi pare indubbio. C’era, e anche più grave che in Italia, proprio per la natura irrazionalistica ed estrema che caratterizzava, più che lo stesso fascismo italiano, il fenomeno nazista. Voi potreste allora domandarmi, di preciso, come mai non si è manifestata proprio in Germania quella regola – chiamiamola così – che in qualche modo si deduce dalle mie precedenti affermazioni: che cioè il movimento operaio di un determinato Paese, anche capitalisticamente maturo, riesce ad affermarsi se e nella misura in cui si riapre, per una serie di eventi storici, un problema di democrazia. Fra l’altro – si può aggiungere in favore dell’obiezione – la Germania in cui esplode il fenomeno nazista è ben più matura, in termini capitalistici, che non l’Italia (o, come la definivano i nazionalisti, l’ “Italietta”) degli anni ’20-’22 e ’22-’26, quando vi si affermò il fascismo.
Rispondere a questa obiezione è però, in definitiva, abbastanza semplice. Va notato non tanto – sebbene anche questo aspetto sia importante – che in Germania non si è sviluppato, durante la guerra, un largo movimento di resistenza al nazismo. Il fatto oggettivamente decisivo è che poi la Germania, oltre ad essere stata sotto occupazione e senza un minimo di governo nazionale (ciò che invece si è reso possibile da noi), è stata occupata, a differenza del nostro Paese, da tutte e quattro le potenze che, sostanzialmente o formalmente, sono uscite vincitrici dalla guerra. E’ stata occupata infatti dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, le potenze vittoriose nella sostanza, ma anche dall’Inghilterra e dalla Francia, vittoriose, sebbene in diversa misura, sul piano formale. Ora, da questa quadruplice occupazione nasce quasi subito, e fatalmente, la divisione della Germania in due; onde il problema della democrazia si scinde – cosa che non si è verificata in Italia – dal problema della nazione, del recupero dell’indipendenza o almeno di una certa autonomia nazionale.
Come è noto, il Paese si divide in una parte sotto segno marxista-leninista, la Germania dell’Est, la Repubblica democratica tedesca (notate comunque questa insistenza sul termine “democratica”), e in una parte – la Germania di Bonn, la Repubblica federale – in cui la sinistra è sotto segno democratico-riformista. Così, non solo per il fatto che era mancato un forte movimento resistenziale, ma soprattutto per l’impossibilità pratica e – direi – assoluta di affrontare il problema dell’indipendenza nazionale, il Partito comunista tedesco è rimasto nettamente separato dal Paese. Esso sussiste infatti nella Germania dell’Est, ma pesantemente sotto la protezione di un esercito straniero, ancorché si tratti dell’armata del proletariato vittorioso; e quindi con problemi gravissimi, non sappiamo fino a che punto risolti (in ogni caso sono obbligate, su questo punto, molte ipoteche e cautele), d’incardinamento nel proprio popolo, di radicamento nella propria nazione. Quanto alla Germania dell’Ovest, non tanto a causa di determinate leggi federali (comunque di carattere antidemocratico e illiberale), ma proprio per il problema posto dall’esistenza di un’altra Germania sotto il segno del marxismo e del leninismo, il Partito comunista non poteva evidentemente non rimanere una realtà di dimensioni politiche e di radici sociali del tutto minoritarie, anzi praticamente inesistenti.
Superata, quindi, questa possibile obiezione sulla Germania, ritengo si possa ribadire che anche di fronte al dato di fatto dell’esistenza di forti partiti comunisti in alcuni dei punti “maturi” del sistema capitalistico, la risposta, la spiegazione, sono possibili. E di fatto, in tanto quei partiti sono divenuti forti, in quanto hanno saputo assumere, incorporare nella loro strategia e risolvere, o almeno contribuire decisivamente a risolvere, appunto un problema di democrazia e d’indipendenza nazionale. Sebbene in un quadro diverso e in un modo peculiare, l’affermazione di tali partiti è insomma avvenuta pur sempre, sostanzialmente, entro quel generale contesto, entro quel tipo di processo che ha portato al radicamento del partito leniniano nella realtà della Russia zarista.
Si potrebbe fare ancora un’obiezione, e su questa vorrei lasciare la risposta a voi. Come si spiegano la consistenza e il successo, anche nel periodo pre-bellico, del Partito comunista francese, che infatti diviene un forte partito dopo il VII Congresso della Terza Internazionale? Certo, la sua affermazione è relativa; si tratta comunque di un partito che conta nella realtà francese, magari non quanto il Partito comunista in Italia, ma pur sempre in misura considerevole. Come mai in un punto indubbiamente “alto” del sistema capitalistico, qual è la Francia, si è avuto e si ha un partito comunista importante, mentre ad esempio in Inghilterra, altro punto, certamente, di capitalismo maturo, non sappiamo nemmeno più se un partito comunista vi sia, e in ogni caso la sua esistenza o meno ha ben poca rilevanza?
Intervento – (non registrato in maniera comprensibile)
Docente – D’accordo. Io però ho sottolineato che il Partito comunista francese acquista un effettivo rilievo, diventa cioè – per esprimermi in termini ammodernati – un partito di massa, già al tempo del VII Congresso dell’Internazionale, ossia nel ’35.
Quindi non basta riferirsi alla parte che ha avuto nella Resistenza.
Intervento – Nel ’35, anzi negli anni ’30, si ha una crisi generale della democrazia europea. C’è l’esempio spagnolo.
Docente – Nota bene che il Partito comunista spagnolo è inizialmente molto debole. Comincia ad acquistare una certa rilevanza, a farsi le ossa, ma non di più, solo durante la guerra civile. Anzi la sua debolezza è una delle condizioni negative rispetto alle possibilità di successo della lotta contro Franco. E’ indubbio, per esempio, che per tutta la guerra civile le posizioni anarchiche e quelle massimaliste (socialdemocratico-massimaliste) sono all’epoca nettamente maggioritarie in seno alla classe operaia spagnola. Invece le formazioni marxiste-leniniste, sia quelle che si richiamano a Stalin, sia a Trotzky, sono e rimangono deboli e oltretutto in grave contrasto fra loro. Quindi lasciamo da parte la questione della Spagna, che del resto è difficile definire uno dei punti maturi del sistema capitalistico.
Intervento – (non registrato in maniera comprensibile)
Docente – Ciò che dici è vero. Infatti, tornando al Partito comunista francese, accennavo a questo quando osservavo che esso diventa un partito di massa soprattutto dopo, immediatamente dopo il VII Congresso dell’Internazionale. Se volete, diventa un partito importante subito prima di tale congresso, anche se la sua forza si rivela dopo: e difatti la sua politica condiziona indubbiamente la svolta compiuta dalla Terza Internazionale nel ’35, che conduce alla linea dei Fronti Popolari. Notate che il Fronte popolare si allarga in Francia (e, almeno nelle volontà, dovrebbe allargarsi in Italia, in Germania, come si allargherà poi in Spagna) non soltanto ai socialdemocratici, ma anche – secondo il criterio dei “fronti unici” già sostenuto dall’Internazionale per molti anni, per tutti gli anni ’20 – sino ai radicali, cioè a formazioni politiche di sinistra chiaramente borghesi.
Una prima risposta, dunque, l’abbiamo data. A mio avviso non è questa, però, la ragione fondamentale del successo del Partito comunista francese. Non si pone soltanto, in Francia, un problema di democrazia. O meglio, a parte quanto avvenne con l’ingresso dell’esercito nazista, in Francia non si aprirà mai un reale problema di recupero di una democrazia perduta (come è il caso dell'Italia e della Germania) per motivi interni, o comunque essenzialmente interni, dato che giocarono anche motivi internazionali. Per spiegare la sia pur relativa affermazione del Partito comunista francese, non basta quindi riferirsi alla politica del Fronte popolare, se interpretato soltanto come teso a difendere la democrazia. C’è un’altra ragione – se ci pensate bene - che nasce dalla storia profonda della Francia. C’era un grosso problema in Francia, proprio in quegli anni, ma che risaliva a molto tempo prima. E’ infatti un problema che veniva da lontano: veniva almeno, secondo me, dalla rivoluzione dell’89 e dal modo in cui si concluse.
Qual è l’uomo che assilla i rivoluzionari francesi di allora, per cui essi lo vedono come il loro massimo avversario? Voi sapete che Camillo Desmoulins, amico di Danton e, in precedenza, anche di Robespierre, termina la sua carriera di rivoluzionario e di pubblicista (era uno dei massimi giornalisti della Rivoluzione francese) con una sorta di pamphlet ebdomadario intitolato Le vieux Cordelier, “Il vecchio Cordigliere”, dal nome del club cui aveva appartenuto anche Danton, nonché lo stesso Desmoulins. Su quel periodico, Desmoulins scrive un famoso articolo, che apre la campagna dell’ “indulgenza”, cioè la lotta contro il Tribunale rivoluzionario e la legge dei sospetti. L’articolo s’intitolava Oh, Pitt! E fece incollerire profondamente Robespierre, secondo me giustamente. Pitt era il nemico dell’ala sinistra dei Giacobini, quella robespierriana; era il nemico della borghesia rivoluzionaria francese, e proprio in nome della collusione con Pitt e con la politica inglese vennero chiamati dinnanzi al Tribunale gran parte dei sospetti, appartenenti appunto alle fila, più che dei vecchi aristocratici, degli stessi rivoluzionari, o meglio delle loro tendenze moderate.
La borghesia francese, dunque, si porta dietro fin dall’inizio un marcato problema concorrenziale rispetto all’Inghilterra, che per prima era approdata alla rivoluzione borghese e al capitalismo. Non a caso l’Inghilterra è la nazione che Marx ha considerato fondamentale, e anche troppo, per la sua analisi del sistema capitalistico.
Alla rivoluzione borghese è insomma sottesa, in Francia, un’irrisolta questione nazionale, di polemica nazionale se volete, ma che i francesi vivono come problema di autonomia e d’indipendenza. Se Napoleone, giustamente definito da alcuni un Robespierre a cavallo, è spiegabile come erede della rivoluzione borghese di Francia, lo è appunto soprattutto in quanto provò a sostituire la Francia all’Inghilterra quale potenza egemone del nuovo sistema sorgente, del sistema capitalistico-borghese. Il vero avversario di Napoleone, in effetti, è proprio Pitt, ed è dall’Inghilterra che il Bonaparte viene sconfitto, insieme alla nuova Francia borghese.
Sarà poi un moderato della Rivoluzione francese il primo che tenderà a sanare il dissidio con l’Inghilterra: sarà Talleyrand, un ex vescovo, già ministro degli esteri di Napoleone I. Ambasciatore a Londra di Luigi Filippo, della Monarchia di Luglio, massima espressione di monarchia borghese, Talleyrand firmerà l’accordo con l’Inghilterra, ma accettando per il proprio Paese una posizione minoritaria. Napoleone III tenterà poi in vari modi di demolire questo accordo, che sarà ripreso dalla Terza Repubblica, di nuovo accettando però una posizione minoritaria, anche sul terreno coloniale. E’ il famoso ministro degli esteri Delcassé a realizzare questa politica, chiamata della Entente cordiale, che durerà fino alla prima grande guerra, al cui termine il radicale Clemenceau cercherà, a Versailles, di riconquistare per la Francia una posizione di predominio, quanto meno nel Continente.
D’altro lato, soprattutto da quando la Germania raggiunge la sua unità nazionale nella forma dell’Impero costruito da Bismarck, la politica francese ha anche un chiaro problema di alleanza a Oriente. Ma dopo il ’33, dopo l’avvento del nazismo, torna ad essere decisivo per la Francia, in primo luogo, l’appoggio dell’Inghilterra. I comunisti francesi rappresentano allora un costante richiamo alla necessità di un’alleanza della Francia con l’Unione Sovietica, peraltro promossa anche da ambienti della destra nazionale. In effetti, uomini politici e giornalisti importanti avvertivano l’alleanza con l’URSS come essenziale per l’indipendenza della Francia e per la sua affermazione come grande potenza. Infine – e questa è storia quasi di ieri, se non di oggi – la politica estera che possiamo definire non “gollista”, ma del generale De Gaulle, discendeva anch’essa da questo lungo filo rosso della storia francese, che per brevissimi cenni vi ho descritto stasera. Non a caso uno degli aspetti di continuità di tale politica con il passato della Francia, con l’ultimo secolo e mezzo della sua storia, è dato appunto dalla ricerca dell’accordo con l’URSS.
In definitiva, dunque, l’affermazione importante del Partito comunista francese, ossia di un partito sotto segno marxista, leninista e staliniano, in uno dei punti più “alti” del sistema capitalistico, può essere spiegata, a mio avviso, riportandola non solo alla questione che fa la forza del leninismo, alla questione cioè della democrazia, quanto innanzitutto a quella della nazione. Del resto, anche gli avvenimenti russi del ’17 – lo vedremo poi, esaminando il secondo limite e il secondo valore della posizione leniniana – hanno al fondo, sebbene evidentemente non vi si esauriscano, il problema della disgregazione, oltreché di un dato ordinamento della società, anche, e forse, nell’atualità politico-sociale, soprattutto, di uno Stato, ormai non più sostituibile se non puntando sulla classe operaia.
LEZIONE XXV (18 febbraio 1970)
Riprendiamo adesso il tema della politica del Partito comunista italiano, sempre però nel quadro del problema di fondo che qui ci interessa, e cioè del primo limite che discende dalla posizione leniniana, in quanto opera il passaggio dalla scienza all’ideologia. Questo limite – vi ricordo – è dato dall’inapplicabilità politica, o quanto meno dall’inadeguata presa politica del leninismo rispetto al problema della rivoluzione proletaria nei punti più alti del sistema capitalistico. E difatti abbiamo teso a spiegare tanto i successi del Partito comunista italiano, quanto quelli del Partito comunista francese, quanto la situazione del movimento operaio sotto segno marxista e leninista in Germania, sulla base di altri grandi problemi postisi prelimirarmente in tali Paesi: il problema della difesa o del recupero della democrazia, intrecciato alla questione nazionale (che abbiamo visto essere stata particolarmente e peculiarmente decisiva nella storia del Partito comunista in Francia).
Per quanto riguarda il Partito comunista italiano, e specialmente i suoi ultimi venticinque anni, non ne vedremo soltanto i successi, ma soprattutto, dato il tema generale che qui ci interessa, i limiti. Per meglio dire, vedremo in che modo venga rivelandovisi appunto quel limite che è proprio della posizione leniniana. Cercheremo cioè di dimostrare la tesi che il Partito comunista italiano ha avuto dei successi in quanto si è incontrato col problema del recupero e dell’allargamento della democrazia e con la questione nazionale, mentre ha battuto il passo, rimettendo così in discussione anche quei successi, quando si è trovato di fronte al problema della fuoruscita dal sistema capitalistico, che a mio avviso è difatti insolubile in linea di principio sulla base del leninismo. In seguito spiegherò anche perché preferisco adoperare, fino a un certo punto, l’espressione “fuoruscita dal capitalismo” anziché parlare, ad esempio, di “problema del socialismo”.
E’ bene porre una periodizzazione più precisa della politica del PCI in questo dopoguerra, fissando alcune date. Segniamo dunque come anni cruciali, indubbiamente di svolta, il 1948, il ’53, il ’60 e infine – direi – quelli dal ’69 al ’70, ossia quel periodo di circa un anno e mezzo che va dalla più recente consultazione elettorale(1) al cosiddetto “autunno caldo”, cioè alle grandi lotte sindacali e operaie che hanno caratterizzato gli ultimi mesi del ’69 e il primo periodo dell’anno in corso.
Sostanzialmente raggiunto, nel periodo iniziale del dopoguerra, il recupero delle condizioni democratiche nonché dell’indipendenza e di una certa autonomia nazionale, è nel 1948 che si è posto in modo ancora confuso ma, a livello di massa, vivacissimo, il problema di una direzione proletaria, o quanto meno popolare, della nuova situazione italiana. Il 27 dicembre del ’47 viene firmata la Costituzione repubblicana: la nostra democrazia si dà così forza giuridico-istituzionale, consolidandosi dunque anche su questo piano, formale ma importante. Conclusa tale fase, si va alle urne. Le elezioni del ’48 furono caratterizzate, come sapete, dallo stringersi in un Fronte – definito “democratico popolare” – e dunque in una lista unica, del Partito comunista e di quello socialista, che all’epoca, come spesso è accaduto nella sua storia, si era scisso, o per meglio dire aveva subito una scissione, per iniziativa della sua ala destra. Questa aveva costituito un partito autonomo a carattere nettamente socialdemocratico, denominato “Partito socialista dei lavoratori italiani”. Fu la nota “scissione di Palazzo Barberini”, voluta da Saragat.
Al Fronte democratico popolare non si contrapponeva un altro fronte esplicitamente costituito come tale, poiché gli altri partiti principali dello scontro elettorale e politico di allora – la Democrazia cristiana, i repubblicani, i liberali e, appunto, i socialdemocratici di Saragat – si presentavano formalmente con liste separate, anche se si proponevano con chiarezza di dar vita a un governo fondato su tali stessi partiti. Questi infatti dettero poi luogo all’esperienza del cosiddetto “centrismo”, ossia a quella formula politica e di governo che caratterizzerà gli anni dal ’48 al ’60, anche se – come vedremo – incorrendo a un certo punto in una gravissima crisi.
Lo scontro elettorale e politico si concluse non possiamo dire con una secca sconfitta, ma certo con una sconfitta del Fronte democratico popolare. Essa verificava indubbiamente un’insufficienza precisa, non tanto – ché ciò mi pare ovvio – nei socialdemocratici a tradizione massimalista, cioè nei socialisti nenniani, ma proprio nel partito marxista e leninista, nel partito che si richiamava esplicitamente a Lenin e a Stalin, il PCI. Un’insufficienza siffatta era misurata certo – poiché le elezioni hanno indubbiamente il loro significato e i loro effetti – dalla sconfitta subita dal Fronte, ma era misurata anche, e prima di tutto, dallo strumento stesso che era stato scelto, e che aveva appunto un carattere popolare piuttosto che proletario. Era in sostanza la tardiva ripresa di uno strumento del periodo prebellico, come il Fronte popolare francese, sebbene questo fosse impostato su linee separate, e come la politica di Fronte in Spagna. Ora, il fronte era certo uno strumento idoneo a condurre una battaglia per la democrazia, come era appunto avvenuto in Francia e in Spagna; non era più adeguato però a una situazione come quella del ’48 in Italia, in cui esistevano già condizione democratiche, e in cui si poneva piuttosto il problema – sentito fin d’allora dalle masse e pervenuto quindi a una certa maturità – di un’egemonia proletaria nel quadro di una democrazia recuperata e rinnovata.
Dall’incapacità o dall’inadeguatezza ad affrontare correttamente questo problema, derivò non a caso un certo reflusso della stessa situazione democratica. Già qui vediamo dunque come i due aspetti siano intrecciati: quando si rivelano dei limiti nella capacità egemonica del proletariato, si verifica al tempo medesimo un certo regresso rispetto alle posizioni di avanzamento democratico conquistate in precedenza, e sulla base delle quali si era venuto appunto ad aprire il problema dell’egemonia proletaria.
In effetti, la fase del “centrismo”, apertasi dopo l’insuccesso del Fronte, è segnata non solo da un generale reflusso democratico, ma anche da un sostanziale trend involutivo per gli stessi partiti che sostengono tale formula: per la Democrazia cristiana innanzitutto, per il Partito repubblicano in modo forse anche più chiaro, per la socialdemocrazia di Saragat, nonché per il Partito liberale. Quest’ultimo si sposta sempre più da
posizioni di tipo crociano verso la linea che oggi viene chiamata “malagodiana”: passa cioè – per intenderci usando due grandi nomi, anzi uno più grande e uno alquanto più piccolo – da posizioni crociane, liberali, a posizioni enaudiane, liberal-liberiste. Una tale trasformazione del Partito liberale avviene proprio, non a caso, negli anni del “centrismo”.
Questo generale processo involutivo dei partiti “centristi” è misurato clamorosamente dal modo in cui il “centrismo” stesso si conclude - o meglio in cui si conclude la fase propriamente definibile con tale nome - poiché esso proseguirà ancora per qualche anno, andando progressivamente verso forme insostenibili al suo stesso interno, e dunque di sempre più accentuata disgregazione.
Abbiamo fissato il ’53 come l’anno della seconda svolta del periodo che stiamo esaminando. Questa svolta è segnata dalla legge elettorale maggioritaria passata icasticamente, nel linguaggio popolare, sotto il nome di “legge truffa” e dal suo esito. Le elezioni italiane del ’53 vengono combattute – direi – sulla base di un rovesciamento puntuale delle posizioni che avevano caratterizzato i due schieramenti nel ’48.
Prima di proseguire, però, vorrei porvi una domanda. Chi di voi mi sa dire in che consiste, generalmente parlando, una legge elettorale maggioritaria?
Intervento – E’ una legge del tipo di quella vigente in Francia.
Docente – Se andiamo ad analizzare la legge elettorale francese, ci perdiamo, perché comporta un calcolo complicatissimo. Cerchiamo perciò di definire una legge elettorale maggioritaria in termini più generali.
Intervento – Al partito che conquista la maggioranza relativa spetta, in Parlamento, la maggioranza assoluta, o qualcosa del genere.
Docente – Questo è un esempio di legge elettorale maggioritaria, ma non abbraccia tutti i casi. In generale, legge maggioritaria è quella che accorda al partito di maggioranza relativa, o al partito di maggioranza assoluta, un “premio di maggioranza” tale da permettere all’uno di avere almeno la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, e all’altro di costituirsi in maggioranza solida e inattaccabile da battaglie parlamentari. Vedremo adesso i termini precisi della legge del ’53, perché è importante. Ma quando, oltre che nel ’53, si è tentato un esperimento di legge maggioritaria? In Italia, dico, e naturalmente da quando esiste suffragio universale.
Intervento – (non registrato in maniera comprensibile).
Docente – Esattamente. Era la legge con cui si combatterono le elezioni del ’24, subito dopo le quali, per averne denunciato lo svolgimento e i risultati dichiarati, Matteotti fu ucciso da Dumini e dagli altri sicari di Mussolini. Era la famosa legge Acerbo. In questo caso veniva data la maggioranza assoluta alla lista elettorale che avesse ottenuto quella relativa. Fu il “listone” formato da fascisti e da alcuni ultimi, esangui esponenti del liberalismo, non però da Giolitti.
Quanto alla legge del ’53, essa accordava un premio di maggioranza – così da arrivare quasi ai due terzi dei seggi parlamentari – a quella lista, o a quel gruppo di partiti apparentati, che avesse ottenuto la maggioranza assoluta. Nel secondo caso, i partiti interessati dovevano dichiarare preventivamente agli elettori di voler formare insieme un blocco parlamentare e di governo. Il premio di maggioranza, ovviamente, sarebbe stato poi ripartito proporzionalmente tra le singole liste apparentate.
Quindi, come vedete, nel ’53 si combatte in modo rovesciato rispetto al ’48. Mentre nel ’48 erano state le forze proletarie e popolari, popolari-democratiche, a costituire una lista unica e un fronte, nel ’53 il fronte è formato proprio dai quattro partiti del centrismo, che nel ’48, almeno formalmente, erano separati. Ora invece, attraverso l’apparentamento, questi partiti si presentarono uniti. A tal punto si era dunque regredito, nel ’53, che si rendeva possibile a queste forze di porsi in concreto l’obiettivo di una massiccia pressione anti-proletaria su una democrazia italiana ormai in reflusso.
Dal canto loro, i partiti che nel ’48 avevano dato luogo al Fronte democratico popolare, combattono adesso la loro battaglia innanzitutto contro la legge maggioritaria e quindi, per ovvie ragioni di principio e di coerenza, con liste distinte e fuori da qualunque apparentamento. Il Partito comunista, insomma, non accetta il terreno offerto dall’avversario, e possiamo dire – data la base sociale che aveva il centrismo – dall’avversario borghese: non accetta cioè di gareggiare per un premio di maggioranza (nel qual caso si sarebbe ovviamente dovuto apparentare col Partito socialista); si batte invece per liquidare il tentativo della “legge truffa”, e perciò si batte essenzialmente affinché il gruppo apparentato, quello appunto dei partiti centristi, non ottenga la maggioranza assoluta.
A questo punto c’è però da fare un’altra osservazione, affinché il reflusso democratico che permise il tentativo intrapreso con la “legge truffa” non appaia più pronunciato di quanto fosse in realtà. In teoria, una volta postesi sul piano della legge elettorale maggioritaria, le forze centriste avrebbero potuto anche formularne una del tipo previsto dalla legge Acerbo per le elezioni del ’24, che abbiamo ricordato prima. Potevano cioè disporre che a una lista o gruppo apparentato che avesse ottenuto la maggioranza relativa, andasse un premio tale da portarla alla maggioranza assoluta. Ma in realtà, per due ragioni questa strada non fu seguita, né poteva esserlo, nel ’53, da democristiani, liberali, repubblicani e socialdemocratici di Saragat. In primo luogo, perché ormai la sola maggioranza assoluta non bastava. Nel ’48 i democristiani l’avevano raggiunta da soli; e se ciò aveva pesato sullo sviluppo della democrazia italiana o sul mantenimento delle posizioni democratiche conquistate, tuttavia la presenza dei partiti proletari e popolari era rimasta così forte, che si avvertiva appunto, per ridurne la concreta incisività politica, il bisogno di una maggioranza di due terzi. E in secondo luogo, per gli stessi partiti centristi non era sopportabile il secco ritorno a una legge elettorale che avesse quel tipico precedente fascista. In effetti, la difesa della legge maggioritaria del ’53 fatta da De Gasperi alla Camera, poggiava anche sull’argomento che essa non era paragonabile alla legge Acerbo, proprio perché da parte delle formazioni apparentate si correva comunque il rischio di non raggiungere la maggioranza assoluta.
E in realtà questo rischio c’era, tanto è vero che i centristi furono sconfitti. La battaglia sulla legge elettorale del ’53 – una delle battaglie centrali di questo periodo della democrazia italiana – fu vinta infatti dal Partito comunista e dal Partito socialista di Nenni. Il gruppo apparentato sfiorò la maggioranza assoluta, ma non la raggiunse. E se volete – mi dilungo un po’, ma anche questo ha la sua importanza – vi citerò un episodio. Era allora ministro degli Interni Mario Scelba, ed è noto che egli propose di truccare i dati elettorali. Non era una cosa impossibile, bastava una leggera alterazione, dato che – come ho già detto - gli apparentati avevano sfiorato la maggioranza assoluta. Come mai vi si rinunziò? Si oppose – gli va riconosciuto – lo stesso De Gasperi, e con un argomento molto forte (che ricordava quello addotto in altra occasione da Benedetto Croce, di cui farò cenno tra poco): o si otteneva una maggioranza netta, ovvero una risicata non avrebbe consentito, politicamente, di far scattare la clausola dei due terzi. Questa poteva essere applicata formalmente, ma politicamente la battaglia era perduta anche con un risultato truccato, poiché in ogni caso l’alterazione non poteva andare oltre il 50,5 o il 51 per cento.
L’argomento addotto da De Gasperi contro la proposta di Scelba ricordava – come or ora ho accennato – quello addotto dal Croce in altra circostanza. Ciò era avvenuto, precisamente, nel ’46. Si votava allora per la Costituente e, con un referendum a parte, per la monarchia o la repubblica. Croce votò per la monarchia, e ciò era noto. Molti dei suoi amici, più giovani, votarono invece repubblica. Quando uno dei suoi vecchi amici, che aveva votato anch’egli per la monarchia, seppe i risultati del referendum, si precipitò a casa del Croce per annunziargli che la monarchia aveva perduto. Croce chiese i dati precisi e seppe che erano favorevoli alla repubblica in modo netto, ma non di molto. Allora il suo commento fu questo: non è male, perché una repubblica, anche con una lieve maggioranza, dura, ma una monarchia, quando è messa in discussione, è morta. La monarchia cioè – a giudizio del Croce – aveva bisogno, per reggere, di molti più voti che non la repubblica: doveva dimostrarsi indiscussa.
Fu grande vittoria della democrazia italiana il fallimento del gruppo degli apparentati nelle elezioni del ’53, in quanto permise di ripristinare un aspetto fondamentale di pienezza democratica, cioè quel sistema proporzionale che era stato una delle maggiori conquiste degli anni del primo dopoguerra, che naturalmente era stato liquidato dal fascismo, che fu poi ripreso nel secondo dopoguerra e che si tentò invece d’intaccare in modo sostanziale con la legge voluta dai centristi nel ’53. A suo tempo, su Rivoluzione liberale, Piero Gobetti aveva scritto un bell’articolo per sostenere la proporzionale, in quanto essa consente, a livello di democrazia dispiegata, una piena rappresentanza di tutte le forze politiche. E Togliatti, nella discussione alla Camera sulla legge del ’53, sostenne che la proporzionale rende il Parlamento “specchio del Paese”.
Alla sconfitta degli apparentati fecero ovviamente riscontro, nel ’53, un netto successo del Partito comunista e una sua avanzata. Vediamo dunque che, ancora una volta, il maggior radicarsi di tale partito nel Paese, l’accrescersi della sua forza, trovarono giustificazione nel fatto che era tornata a essere problema la difesa della democrazia. Ed ecco allora che negli anni successivi – nel ’54, nel ’55, nel ’56 – matura di nuovo l’ulteriore e conseguente problema: quello di un’egemonia proletaria tesa, entro il quadro democratico, a un processo di fuoruscita dal sistema capitalistico. E di nuovo il Partito comunista non riesce ad affrontare in forme adeguate tale secondo problema. Si arriverà soltanto al “centro-sinistra”: un passo avanti, certo, rispetto al centrismo, ma insufficiente.
Non va però sottolineato unicamente che il Partito comunista rimase all’opposizione: questo aspetto non ha un significato decisivo. Si può – anzi, secondo me, si deve – cominciare a dirigere il Paese stando all’opposizione: si diventa realmente forza di governo se si è cominciato a dirigere il Paese fuori dal governo. Durante il governo di Kerenski, la Russia era diretta in realtà dai bolschevichi; quando questi presero il potere, erano da mesi la forza decisiva nel loro Paese, come del resto ben si dimostrò in occasione del tentativo di colpo di Stato del generale Kornilov.
Sapete qualcosa su Kornilov? Penso di si. Magari andatevi a rivedere una storia della rivoluzione russa: basta il Chamberlin, se il Carr vi spaventa. Potete leggere anche Trotsky, sempre sulla rivoluzione russa, è un grande libro(2). Ma anche nel Chamberlin la questione è posta con esattezza: un generale zarista – Kornilov, appunto – tenta un colpo di Stato a schietto carattere “bianco”, con la collusione (secondo Trotsky indubbia, secondo il Chamberlin probabile) di Kerenski, cioè del capo del governo provvisorio rivoluzionario. Kornilov viene prima battuto da un’alleanza tra le forze che sostenevano il governo provvisorio e i bolscevichi, che pur combattevano questo governo. Si ha poi, inevitabilmente, la sconfitta dello stesso Kerenski. Dunque i bolscevichi cominciarono a governare, cominciarono a dirigere il processo politico-sociale del loro Paese, quando stavano ancora all’opposizione.
Tornando allora alla strategia del Partito comunista italiano dopo il ’53, ciò che va rilevato non è solo né tanto – come dicevo – che esso rimase all’opposizione, ma che questa opposizione non seppe andare sostanzialmente al di là di una linea di conservazione della democrazia. Non ebbe cioè la capacità di cominciar a impostare l’altro grande problema, quello appunto della fuoruscita dal capitalismo. Per questa insufficienza abbiamo di nuovo una certa involuzione e un certo regresso della situazione democratica: non, evidentemente, rispetto al ’46 o al ’49 o al ’50, ma rispetto al ’53. Questo nuovo, generale trend involutivo trova il suo sbocco nell’altro anno di svolta, ossia nel ’60, quando si verifica un preciso tentativo di colpo di Stato, di scavalcamento e travalicamento delle istituzioni democratiche, naturalmente a destra. Si tratta – come sapete – dell’esperimento Tambroni.
La sconfitta del tentativo di Tambroni segnò un nuovo momento di grande sviluppo del Partito comunista: portò appunto, in tempi abbastanza rapidi, e precisamente nel ’62, al primo governo di centro-sinistra. Un anno dopo, nelle elezioni del ’63, si ebbe un’ulteriore avanzata del PCI. Successivamente, tuttavia, si verifica ancora quella sorta di movimento pendolare che vi sono venuto descrivendo: si ha di nuovo, cioè, un regresso della situazione democratica. Tra il ’63 e il ’64, in effetti, si svolgono grandi lotte sindacali, che scuotono il sistema capitalistico nei suoi equilibri, ma ciò non trova adeguata risposta sul piano politico e governativo. Si ha così una tendenza involutiva che colpisce tutti i partiti al governo, permettendo quindi al Partito comunista, nel ’68, un altro successo elettorale, che ripropone, e con più forza che mai, il problema dell’egemonia proletaria. E proprio dal ’68 si diparte quel processo che porterà all’ “autunno sindacale” dell’anno successivo, altra gravissima scossa agli equilibri del capitalismo, tale da pretendere ormai nel modo più chiaro una soluzione politica in chiave di direzione proletaria della democrazia. Non a caso l’ “autunno sindacale” ha determinato la crisi di governo che in questo momento stiamo attraversando: una crisi molto grave, cui corrisponde una crisi politica di fondo, che può anche trovare temporanea e apparente “soluzione” in una ripresa formale del centro-sinistra, ma che, se venisse risolta così, darebbe luogo a un governo verisimilmente destinato a durare non oltre le prossime elezioni regionali(3).
Ma alla radice del processo di crisi in cui ci troviamo, sta il fatto che, sebbene dei passi avanti siano stati compiuti sul problema della direzione proletaria della democrazia, siamo però ancora lontani – nel quadro delle forze politiche sul tappeto, in particolare il Partito comunista – dall’avere in mano le carte per la sua soluzione. Del resto, dopo quanto si è detto sin qui, come pretenderlo? Si tratta, più generalmente, di uscire dal capitalismo dei “punti alti” nella fase opulenta cui è pervenuto. Si rende quindi necessaria una critica superatrice della posizione leniniana, pur riconoscendone il ruolo storicamente svolto.
Come è chiaro, il problema che si pone è molto grosso e difficile. Perciò, mentre da una parte non va sottovalutata l’importanza della continua battaglia sostenuta per ripristinare, difendere e ampliare la democrazia, dall’altra va posto l’accento sul fatto che resta da affrontare adeguatamente la questione di una teoria rivoluzionaria adeguata ai “punti alti”: ed è questione che riguarda ormai, pienamente, anche il nostro Paese. Su ciò, la posizione leniniana non ha nulla da dirci, per la ragione di fondo che essa s’incentra sull’applicazione, mediante la violenza politica, di uno schema dedotto da quanto è stato pensato da Marx in un quadro storico non corrispondente a quello attuale. E’ insomma uno schema storicamente non più adeguato.
Ecco perché dicevo che oggi il problema teorico è massimo: non investe soltanto Lenin, ma innanzitutto ed essenzialmente Marx. Certo questa affermazione è molto grave. Potremo tuttavia risollevarci un po’ l’animo passando, nella prossima lezione, a riconoscere anche il valore che fa riscontro a tale primo, pesante limite della posizione leniniana. A conclusione di questa lezione, comunque, vorrei sottolineare che la questione del recupero, della difesa e dello sviluppo della democrazia pur permanendo il capitalismo, non è certo questione irrilevante. E’ invece una delle condizioni che consentono obiettivamente di mantenere aperta la prospettiva rivoluzionaria. Mi si potrebbe opporre la famosa teoria – non certo leniniana, però, né marxiana - del “tanto peggio tanto meglio”. C’è chi pensa, cioè, che la strada della rivoluzione potrebbe essere più facile attraverso una presa del potere in condizioni non democratiche. E’ falso, la storia l’ha ormai dimostrato. Qualora manchino, in Paesi capitalisticamente maturi, condizioni democratiche, il problema preminente – come tale avvertito infatti dalle masse – è quello, innanzitutto, del recupero della democrazia. Gramsci, in carcere, l’aveva intuito con chiarezza. La via del “tanto peggio tanto meglio” – questa ricorrente formula dell’estremismo a radice marxista o anarchica – non è una scorciatoia reale. Non vi sono scorciatoie. Occorre affrontare seriamente il problema della direzione egemonica del proletariato in una situazione democratica. E’ questo, e non altro, il vero problema che attende soluzione da tutti noi: dalla società italiana, quindi da tutti coloro che hanno a cuore la sua uscita dal quadro disumano e catastrofico dell’opulenza.
N O T E
(1) Le elezioni politiche del 19-20 maggio 1968
(2) W.H.Chamberlin: Storia della rivoluzione russa – Il Saggiatore, Milano 1967. Edward H. Carr: La rivoluzione bolscevica (1917-1921) – Einaudi, Torino 1964. Lev Trotsky: Storia della rivoluzione russa – Mondadori, Milano 1970.
(3) Il governo di centro-sinistra presieduto da Mariano Rumor si era dimesso il 7 febbraio 1970. Dopo falliti tentativi dello stesso Rumor, di Moro, Saragat e Fanfani, si arriverà, il 29 marzo, a un nuovo gabinetto Rumor, sempre di centro-sinistra. Le elezioni regionali si terranno il 7-8 giugno. Il 6 luglio Rumor si dimetterà e si andrà a un ulteriore centro-sinistra con Emilio Colombo, che si dimetterà a sua volta il 15 gennaio 1972. Dopo un fallito tentativo di Andreotti, il successivo 28 febbraio, per la prima volta nella storia della Repubblica, si avrà lo scioglimento anticipato delle Camere.