Premessa...
Completiamo la nostra trascrizione dell’articolo che apriva il n. 26-27/1968 della “Rivista Trimestrale”. La prima parte è in archivio, sezione “Lezioni da un recente passato”.
Premessa...
Completiamo la nostra trascrizione dell’articolo che apriva il n. 26-27/1968 della “Rivista Trimestrale”. La prima parte è in archivio, sezione “Lezioni da un recente passato”.
Franco Rodano:
DOPO LA PRESA DI POSIZIONE DELL’ON. MORO. IL PARLAMENTO E I PARTITI
(seconda parte)
Precisamente questa riflessione ci riporta, in modo esplicito e pieno, all'argomento che avevamo individuato come punto critico subito dopo le elezioni, vale a dire al tema della delimitazione della maggioranza. Che cosa vuol dire in sostanza questo problema? Quali sono le sue implicazioni profonde nel quadro politico e nella vicenda storica della nostra vita democratica?
La questione viene ridotta ordinariamente nei suoi termini formali e viene presentata allora come un mero problema di correttezza democratico-parlamentare. Ogni governo — si dice — nasce sulla base di una maggioranza. Quando nel corso della sua azione parlamentare si inseriscono i voti della opposizione in funzione sostitutiva di voti mancanti, questa maggioranza è in crisi. Sino a questo punto il ragionamento è anche troppo ovvio. Assai meno corretta però, al di là delle apparenze, è la conseguenza che se ne trae, addirittura a priori: poiché infatti, sulla base appunto del principio della delimitazione, se ne fa discendere la necessità ineluttabile della crisi di governo.
Ora, a ben guardare, e se ci si vuol mantenere nell'ambito di una effettiva correttezza, ciò che va in crisi è solo la fiducia di una parte dei gruppi parlamentari della maggioranza, non il governo che mantiene tuttavia una maggioranza parlamentare, ancorché mutata rispetto a quella originaria. Anche una simile questione può sembrare meramente formale. Ma il suo carattere concreto e profondo si rivela subito quando si passi a una interpretazione generale, di principio, dell'intiero fenomeno. Non a caso, infatti, tutte le volte che, in questo ventennio, si è pervenuti al punto sopra descritto, anziché fare il Parlamento arbitro della situazione, anziché trarre cioè dal Parlamento l'indicazione che scaturisce dalla sua manifestazione di volontà, si è sempre determinato un rinvio alla volontà dei partiti. E questi non possono che cercare di ricomporre fuori del Parlamento, praticamente escludendolo, i loro rispettivi contrasti, ricreando così, in genere, la situazione preesistente. In tal modo la crisi, pur sempre legittima qualora il Presidente del Consiglio dichiarasse di non voler più governare con la nuova maggioranza, non si risolve mai — né mai in questi vent'anni si è risolta — secondo l'indicazione del Parlamento, bensì secondo le vedute di una parte sola di esso, e per di più mediata, in maniera impropria, da una realtà esterna che le si sovrappone.
Si interrompe così un nesso che è invece vitale e organico per la vita stessa di un ordinamento che voglia essere effettivamente democratico: che consideri cioè il Parlamento come un punto di riferimento centrale, come « specchio del Paese » per usare le parole di Togliatti, come il momento che interpreta la volontà generale espressa nel suffragio. E naturalmente ciò diviene tanto più grave quando appunto si riconosca, come riconosce nel suo discorso l'on. Moro, la particolare inquietudine, il particolare stato di movimento di una società civile, che ha subito e subisce trasformazioni e spinte profonde.
Qui è in sostanza il paradosso: che ordinariamente la delimitazione della maggioranza viene indicata come una garanzia e una salvaguardia della vita democratica, mentre in realtà rappresenta lo scavalcamento e l'alterazione del suo momento centrale e decisivo: quello parlamentare. Certamente, la dialettica tra maggioranza e opposizione risulta di fatto, può cioè risultar di continuo, dal funzionamento stesso, corretto e organico, delle istituzioni democratico-parlamentari. Ma un tale aspetto rimane decisamente prevaricato quando la distinzione fra maggioranza e opposizione viene cristallizzata in una separazione nella quale direttamente si rispecchia quella fra partiti «pro-sistema» e partiti «anti-sistema», trasferendosi così sul piano parlamentare (secondo la cui prospettiva tutti i partiti costituzionalmente ammessi al suffragio sono per definizione «nel sistema»), una valutazione di tipo «ideologico», che oltretutto nel caso del Partito comunista italiano risulta profondamente antistorica.
Fino a quando la democrazia è intesa in questo modo, non supera in effetti i suoi limiti «formali», per cui di fatto essa finisce con l'esprimere in maniera esclusiva il potere di una parte, mentre istituzioni così funzionanti non potranno evidentemente dar luogo a uno Stato di tutti i cittadini, e insomma a un potere statuale adeguato alle questioni sempre più gravi e difficili che la società civile pone nel suo complesso. Il problema del superamento della delimitazione della maggioranza perciò, pur nella sua apparente limitatezza rispetto alle angustie presenti, ha in sé e può assumere una portata decisiva; e ciò precisamente proprio in quanto, finché si accettano aprioristiche delimitazioni, dietro lo schermo della «correttezza parlamentare» una parte dei cittadini, e proprio quella che esprime le inquietudini e le sofferenze determinate dal presente assetto sociale, viene per principio esclusa da un effettivo potere nella direzione del Paese.
La questione dunque non sí riduce ad un problema di governo in senso tecnico, di potere nel senso, per esprimerci così, occupazionale del termine: un senso degradante ancorché non privo di conseguenze oligarchicamente efficaci. Attraverso la delimitazione della maggioranza, infatti, è il potere stesso della opposizione che viene amputato, poiché essa viene esclusa da ogni possibilità di influire concretamente: come se la parte dei cittadini che la esprimono non contasse, come se i loro voti non contribuissero a formare la volontà generale; e come se l'influenza dell'opposizione dovesse essere relegata, per principio, nell'ambito della «pressione indiretta», che spesso, peraltro, le viene poi rimproverata come «illegale».
E' perciò il problema intero del potere politico in un sistema democratico che viene in questo modo distorto. Ma dove sta il vizio di fondo, per così dire, di questa distorsione che rischia di lasciare la nostra vita civile in balia delle spinte irrazionali, di impedire che il suo sviluppo e la sua crescita, pur evidenti, abbiano uno sbocco politico sano e proporzionato alle esigenze del Paese? Secondo noi, questo vizio di fondo, che impedisce di esprimere tutte le potenzialità di un'autentica democrazia, sta proprio nel fatto che i partiti italiani non appaiono ancora in grado di superare una concezione prevaricante e ormai anacronistica della loro funzione rispetto alla società e alle istituzioni.
Si può riconoscere che un discorso come quello dell'ex-presidente del Consiglio, ha condotto ben avanti i temi che qui veniamo svolgendo. L'on. Moro ha cioè cominciato a individuare i nodi della situazione, ma è rimasto ancora al di qua del passo decisivo.
Esiste un limite storico, un pregiudizio che accompagna ormai da oltre un ventennio lo sviluppo della nostra vita politica, e che è come connaturato in quella stessa visione «ideologica» secondo cui i partiti presumono di interpretare la realtà in modo esclusivo e totalizzante. Risorti nel quadro di una società civile immiserita nelle sue strutture, disarticolata, quasi rasa al suolo dal fascismo, i partiti politici hanno assunto di necessità, nei suoi confronti, un ruolo pedagogico o meglio di supplenza: ruolo prezioso e insostituibile, che ebbe la sua proiezione naturale e organica nel momento costituente, il quale è stato e resta, non a caso, il momento più alto del parlamentarismo in Italia; laddove cioè i partiti, pur carichi della loro responsabilità pressocché totale nella gestione della società, hanno tuttavia esaltato e rispettato il momento della mediazione parlamentare.
Successivamente però, in coincidenza con la rottura della alleanza antifascista sul piano internazionale e sul piano interno, mentre nella società civile riprendevano vigore le strutture sopravvissute — quelle appunto delle forze proprietarie e della Chiesa cattolica, entrambe animate dallo spirito di crociata anticomunista —, il tessuto della democrazia italiana, scaturito nella sua articolata unità dalla lotta contro il fascismo, è stato lacerato. Respinta l'espressione politica delle forze proletarie nel ghetto di una opposizione invalicabile, il partito di maggioranza ha allora vissuto sempre più il proprio ruolo come un ruolo istituzionale di interprete ed esecutore immediato della volontà politica generale; sicché la stessa proporzionalità del suffragio, che avrebbe potuto garantire la pienezza della vita democratica, è stata in certo senso amputata e comunque è rimasta distorta.
Ma in questa costrizione anche la composita spinta sociale e ideale del partito cattolico si è come cristallizzata. Sempre meno è risultato capace di dare espressione politica alle particolari visioni e ai diversi interessi di quanti tendevano a riconoscersi in esso, per trasformarsi così da singoli individui in cittadini. Sempre più ha preteso invece di consegnare esclusivamente la realtà politica sotto il segno di quell'unico «valore» cui si veniva riducendo, a ben vedere, la sua ideologia: vale a dire la libertà, decaduta a rispetto formale del gioco democratico.
Il centrismo può dirsi la prima espressione caratteristica, dopo la ripresa della vita democratica, di una tale alterazione del sistema istituzionale. Questo ha bensì funzionato, ma solo all'interno di un settore arbitrariamente ritagliato nel Parlamento. Anzi, persino in quest'ambito ristretto e sostanzialmente omogeneo della realtà parlamentare, l'unificante e mediatrice direzione degasperiana ha potuto agire solo poggiandosi sulla necessità — allora avvertita in ultima istanza anche dall'opposizione — di controbattere le vecchie spinte reazionarie, che continuavano a sprigionarsi dall'interno della società civile, per assorbirle gradualmente nella vita democratica. E comunque De Gasperi, nonché arroccarsi dietro la «diga» mortificante dell'anticomunismo, è stato costretto anche a pagare un grave costo interno: egli ha dovuto comprimere seccamente l'ala integralista, ma socialmente più avanzata del partito cattolico, riducendola subalterna al proprio disegno, e ha dovuto sforzarsi altresì di rendere irrimediabile la separazione in due tronconi del pur possibile alleato socialista.
Certo, nonostante questi gravi limiti, il blocco centrista ha potuto sopravvivere, se non a lungo, almeno per un quinquennio: e ciò essenzialmente perché l'area parlamentare, entro cui si era ritagliato il proprio spazio politico, era contraddistinta da una omogeneità ideale sia pure di segno negativo, come quella in cui si rispecchiava una sostanzialmente comune paura di classe. Ma l'utilizzazione subalterna della parte più avanzata del partito cattolico (resa possibile dal suo integralismo), se garantiva in una certa misura l'equilibrio centrista fornendogli un opportuno schermo sociale, rinvigoriva d'altra parte, e rendeva alla fine irresistibile, la pressione esterna — di comunisti e massimalisti — sul blocco degasperiano. All'interno infatti ne era minacciata la stabilità dall'irrequietezza medesima delle vecchie e nuove espressioni del cristianesimo socializzante.
Non é caso perciò che i partiti del centrismo, nel cercar di salvare a ogni costo la formula, dovettero tentar di creare anche in Italia una democrazia protetta, attraverso appunto il varo di una legge maggioritaria. Ma il tentativo fu battuto dal voto popolare del '53.
Proprio da questo momento entra in crisi il sistema degasperiano e inizia il cammino faticoso verso il centro-sinistra. Il disegno di rompere il diaframma tra il partito cattolico e le forze popolari di tradizione massimalista ha senza dubbio aperto nuove speranze e in primo luogo nuove possibilità di espressione a tutte le correnti socialmente e politicamente più avanzate della democrazia italiana. Dopo le troppo artificiali chiusure e le calcolate discriminazioni del blocco centrista, diveniva infatti possibile intravedere una diversa dimensione del potere, che accogliesse il contributo di nuove forze nella concreta gestione degli affari del Paese. Così lo sforzo compiuto dalla Democrazia cristiana per ríaffermare la propria egemonia in un mondo cattolico che già entrava in movimento, e la stessa volontà (o velleità) del Partito socialista di superare í limiti storici del proprio massimalismo, resero in certa misura fondate le attese di rinnovamento e dettero una positività reale alla formula del centrosinistra: non a caso l'on. Togliatti preannunciava nel '62 una «opposizione di tipo nuovo».
E' anche troppo evidente, però, che era ben più difficile dar vita a un governo — e prima ancora organizzare una struttura del potere — da cui potesse venir regolata e guidata, compresa e via via ordinatamente risolta, la nuova realtà sociale e civile che era sottesa all'esperimento del centro-sinistra e che ne costituiva l'oggettivo supporto. Non soltanto infatti essa non era più ridotta entro una arbitraria e violentatrice omogeneità di classe (poiché si era lasciata alle spalle le più aprioristiche discriminazioni), ma ormai raggiungeva, altresì, una sostanziale pienezza, misurata appunto dal coincidere stesso dei suoi limiti con quelli della democrazia. E in realtà anche la separazione dai comunisti — che il personale del centro-sinistra si sforzava di ribadire politicamente e ideologicamente — veniva in pratica ad attutirsi, se non a dissolversi, nella concretezza quotidiana della vita del Paese; basti pensare, in proposito, alla decisiva esperienza dei sindacati.
L'operazione allora di fondare un governo, e un potere, storicamente all'altezza della nuova maturità raggiunta dal Paese, poteva e doveva essere affrontata — evidentemente — solo secondo la logica e per così esprimerci nel quadro di quelle leggi e di quelle forme, che reggevano il grande moto dell'affermazione democratica. In altre parole, l'adeguatezza, la capacità di incidenza, la stabilità medesima del governo dipendevano ormai dal fatto che i partiti del centrosinistra, e la maggioranza parlamentare in cui si rispecchiavano, fossero in grado di costituire il luogo di riferimento, di responsabile assunzione e per così dire di filtraggio, di quella volontà politica che, punto per punto, venisse espressa dall'intiero Parlamento.
Certo, il confine della maggioranza poteva, in tal modo, anche rapidamente spostarsi. E tuttavia non per questo si sarebbe dovuto ritenere che venisse altresì a trovar la sua fine lo storico esperimento del centro-sinistra. Contingenti o irreversibili possono essere infatti gli spostamenti di maggioranza, e possono verificarsi, ínsomma, o per circostanze limitate e definite e su singoli problemi, ovvero per un mutamento radicale di linee e di indirizzi politici di fondo. Sta naturalmente agli uomini di Stato ( che tali siano sul serio) soppesare e valutare di quale modificazione si tratti: se cioè sia venuto il momento di passare a nuove formule generali (come già del resto accadde al momento della crisi del centrismo), o se invece si possa e si debba semplicemente sviluppare e rinvigorire la formula esistente, attraverso la ricomprensione in essa delle nuove particolari soluzioni e dei nuovi contributi specifici prodottisi in Parlamento. In questo secondo caso però — e sta qui il vero nocciolo della questione — mutamenti profondi non possono non determinarsi in quei partiti che si riverberavano, a livello parlamentare, come maggioranza. Del resto, proprio in ciò si concreta quella necessaria e positiva dialettica tra la dimensione dei partiti e quella delle istituzioni, che è storicamente affiorata sulla base della proporzionalità del suffragio e che è condizione primaria e decisiva di una democrazia vitale.
Così, a veder bene, col centro-sinistra si poneva finalmente il problema della fine (o quanto meno dell'inizio della fine) di quel rapporto di supplenza, storicamente indispensabile e positivo, ma ormai — come si è detto — divenuto anacronistico, che i partiti avevano dovuto intrattenere verso il Paese, verso la società civile e verso le istituzioni. Solo che proprio a questo i partiti del centrosinistra non hanno voluto o saputo rinunziare. Non è tanto, dunque, per la paura del comunismo o per la velleità di sfidarlo che essi si sono chiusi, si sono arroccati entro il bastione della «maggioranza delimitata»; piuttosto, anche se forse inconsapevolmente, per resistere al Paese e per continuare a imporglisi: insomma per mantenere le proprie posizioni di potere corporativo, per continuare a servirsi della società italiana, sulla base del vecchio titolo di averla salvata in un momento di crisi estrema e quindi di averla servita.
Ma per continuare a servirla oggi, occorre proprio sciogliere definitivamente il tradizionale rapporto di supplenza; il che poi in concreto significa trarre tutte le conseguenze implicite nella svolta del centro-sinistra. Se si respinge una simile prospettiva, non si può non ricercare allora (precisamente per seguitare a occupare il potere) un massimo di solidarietà tra quanti appunto si trovano su posizioni di governo. E poiché una tale solidarietà non la si può conseguire sulla base e in nome di una comune ispirazione di classe (essendo la democrazia il dispiegamento stesso del più indiscriminato e tumultuoso pluriclassismo), ecco allora che si deve ricorrere alla mitologia, alla dogmatica anzi, del «programma di governo», nel quale si rispecchia semplicemente, in definitiva, l'omertà dei partiti che si spalleggiano per conservare iI potere sulla società civile e che si garantiscono a vicenda dal possibile rischio di mutui scavalcamenti.
Mentre dunque con il centro-sinistra sono state poste oggettivamente le premesse per riprendere un discorso politico che i tempi riproponevano nella sua maturità, queste premesse medesime sono state poi smentite o mortificate nel concreto della prassi politica. Che poi, una volta sceso sul terreno da noi sopra definito, il Partito socialista (proprio per la generosità stessa delle sue idealità massimaliste, le quali certo non possono garantire ma pretendono uno sviluppo unitario della nazione) abbia finito per risultar soccombente e per ridursi a un ruolo subalterno della Democrazia cristiana, ebbene, tutto questo oramai è poco più dí un fatto di cronaca. Quanto invece importa sottolineare è che, ancora una volta, si sono affermati come prioritari e decisivi gli interessi e le visioni particolari dei partiti rispetto alle esigenze e ai bisogni della società civile. Ora però, da un lato, questa mostra, attraverso la spinta sempre più acuta e incisiva, anche se tumultuosa, dei suoi movimenti spontanei, la necessità di affrontare finalmente i problemi, ormai indilazionabili, che derivano dallo stesso dispiegarsi della democrazia, cui logicamente si accompagna lo sviluppo spontaneo di un'economia regolata dai moduli del consumismo. Dall'altro lato poi ha fornito, con il voto del 19 maggio, una precisa indicazione politica per creare quel potere stabile che è il solo sufficiente ad affrontarli.
Proprio a questi due ultimi aspetti ha voluto far riferimento l'on. Moro nel suo discorso al Consiglio nazionale, dimostrando di aver inteso, in linea essenziale, la lezione degli avvenimenti. E tuttavia, come si diceva, quel discorso è rimasto bloccato: poiché il leader democristiano, se anche avverte che la società civile si è sviluppata e pretende qualcosa di profondamente diverso, se sembra cioè comprendere pienamente i caratteri della fase nuova cui é giunta la maturazione sociale del Paese, non si decide però a rompere quel cordone ombelicale, per cui questo sviluppo viene visto in modo ancora corporativo dall'angolo prospettico della dimensione partito, alla quale si assegna evidentemente una funzione preponderante rispetto alle stesse istituzioni e allo stesso Parlamento. L'on. Moro, insomma, finisce per rimanere tuttora condizionato da una visione della Democrazia cristiana che la definisce tutrice pressoché esclusiva della vita democratica, e che quindi presume ancora, per il partito cattolico, un ruolo di supplenza storica interpretato in modo unilaterale e ideologistico.
Ma l'on. Moro, il quale pur riconosce il processo di movimento della società e la crisi della vita politica, non si libera del tutto da un tale pregiudizio ideologico, perché non riesce a individuare la strada per realizzare, per mettere in atto un potere sufficiente ad affrontare i problemi che stanno oggi sul tappeto. Non vede cioè il nodo istituzionale che può rimettere in sella un potere oggi sempre più disgregato: incapace di resistere sia alla spinta di una contestazione che abbandonata a se stessa ripropone vanamente i miti di una rivoluzione «dal basso» delle forze «spontanee», sia alla reazione eversiva del qualunquismo, alimentata dall'effettivo vuoto di potere.
Così si spiega perché dopo lo sforzo di una diagnosi efficace e di una vigorosa critica politica, contenute appunto nell'intervento dell'ex-presidente del Consiglio, la Democrazia cristiana sia decisamente ricaduta nelle vecchie pratiche, nella contrattazione puntigliosa e inutile di un programma, nell'assurda pantomima degli incontri delle delegazioni, eccetera. Il non aver individuato e perciò superato quel limite su cui più volte si è insistito, ha dunque ricondotto la situazione al punto di partenza.
Tutto di nuovo sembra deperire irrimediabilmente. Officiata dall'on. Rumor la crisi di governo si è risolta secondo il consueto cerimoniale: il programma governativo è stato ancora una volta precisato nei punti e nelle virgole e avallato dall'ennesimo giuramento di Pontida, come se le riforme fossero indipendenti, nonché dalla storia, persino dalla congiuntura, e come se il corpo vivo della società si congelasse alla data di un culminante incontro di vertice fra i segretari dei partiti. E se pur si fanno dichiarazioni di disponibilità al contributo delle opposizioni, aperture siffatte divengono sempre più improbabili quando la solidarietà governativa rimane legata alle paginette degli «esperti», ai commi e alle glosse dei diversi promemoria.
Né è a caso che si sia dovuto assistere allo spettacolo poco edificante del moltiplicarsi degli incarichi ministeriali. Solo così infatti si può rispondere, nel quadro sopra descritto, alla esigenza di pacificare, in una corresponsabilità il cui significato rimane profondamente ambiguo, le tensioni delle diverse correnti dei partiti protagonisti. Si perde, in questo gioco che offre alimento alla protesta qualunquistica, ogni senso politico del pur necessario dosaggio di un ministero, della scelta degli uomini che collegialmente ne interpretano la volontà: sopraprattutto è la stessa figura del Presidente del Consiglio che si stravolge. Egli è sempre meno l'uomo designato dal Parlamento per guidare l'esecutivo che mediante il Parlamento governa, ed è sempre più il mediatore dei contrasti fra i partiti di maggioranza o le loro correnti: contrasti che hanno fuori del Parlamento la loro espressione politica e che anzi, nel Parlamento, o vengono artatamente dissimulati o si riducono a una pura manifestazione formale, senza incidenza pratica al momento del voto se non nella forma patologica del « franco tiratore ».
Confidiamo che questa nostra interpretazione della generale crisi politica (nonché di quella governativa e della sua ultima soluzione che, è facile prevederlo, avrà vita breve e comunque ingloriosa) può ormai risultare non riduttiva né semplicistica. In realtà, l'essenza stessa della questione politica può oggi esser senz'altro ricondotta a questo nodo istituzionale della delimitazione o non delimitazione della maggioranza, che è formale solo in apparenza. L'avvio a soluzione dei formidabili problemi da noi e non solo da noi più volte individuati, e che sono proposti dallo sviluppo sociale ed economico di tipo opulento, può infatti derivare unicamente dallo scioglimento di un simile nodo. Ciò non significa altro, in effetti, che porre la questione, a tutte pregiudiziale, di un potere sufficiente a padroneggiare e risolvere, nella loro concretezza, quelle necessità di rinnovamento, le quali in sua assenza non possono non manifestarsi — come accade attualmente — nella forma di una diversità troppo spesso antinomica o meglio di un contrasto atomistico di pressioni corporative: quando non addirittura di una contestazione globale (da parte delle élites più impazienti della società civile) dell'intiera dimensione politica e quindi di ogni possibile ordine costituito.
Che i partiti, ciascuno per sé, siano assolutamente incapaci, nonché di risolvere, persino di affrontare il problema di una fuoriuscita dalla presente situazione di decadimento e di tumultuosa staticità, è ormai cosa anche troppo evidente: del resto, proprio l'on. Moro ne è tra i più consapevoli. Ma allora, secondo noi, quando si voglia sul serio risolvere — in uno spazio e con un metodo democratici, e dunque in tutta la pienezza della realtà politica — la questione pregiudiziale e decisiva della fondazione di un potere adeguato, diviene inevitabile giungere a una vera rivalutazione del momento parlamentare, in quanto è nel Parlamento che il Paese esprime nella sua totalità la propria volontà politica. E per restituire al Parlamento la sua reale natura, che è quella di essere specchio del Paese, è necessario che i partiti (tutti i partiti interessati a una simile operazione di ritrovamento o meglio di piena esplicitazione storica dell'essenza dell'istituzione parlamentare) superino finalmente il limite da noi individuato come «ideologistico» e che, sopravvivendo al progressivo esaurirsi delle spinte ideali delle forze politiche, determina la loro pretesa di risolvere in se medesime tutta la molteplice varietà della società civile, e le stesse funzioni istituzionali.
Non a caso abbiamo parlato di tutti i partiti, cioè di quelli della maggioranza come di quelli dell'opposizione. A nostro avviso, infatti, l'opposizione comunista, come è massimamente interessata a questo problema, così è decisiva per una soluzione di esso. Il superamento dell'attuale situazione di sgretolamento del potere non può avvenire a opera del solo partito cattolico, o dei partiti del centro-sinistra; occorre che anche l'opposizione superi quello stesso limite storico, che abbiamo individuato nel discorso dell'ex presidente del Consiglio e che è anche proprio, indubbiamente, del Partito comunista italiano: occorre cioé che questo rompa quel cordone ombelicale per cui rimane legato a un certo modo di intendere il proprio rapporto con la società.
Difatti, mentre la funzione di supplenza della Democrazia cristiana e dei partiti non comunisti è stata vissuta e si è risolta, in modo pressoché esclusivo, nella preservazione degli schemi della democrazia formale (a essa riducendo tutta la politica), questa medesima funzione di supplenza è stata vissuta dal Partito comunista, in ultima istanza, come attesa e preparazione dell'assoluto «salto qualitativo» in una realtà sociale e umana, che venisse finalmente a esaurire la storia (a «scoprirne l'enigma») e a dar vita così a una èra nuova, l'èra «della libertà» contrapposta all'èra « della necessità ».
Ora, proprio questa idea demiurgica della rivoluzione come conquista e conseguimento dell'assoluto, impedisce evidentemente, nonché di realizzare, persino di concepire l'obbiettivo, per dirla con Gramsci «discreto e raggiungibile», di un potere effettualmente all'altezza dei problemi, sia pure di radicale rinnovamento, via via proposti dalla storia. Una simile idea, in realtà, come quella che di fatto traspone il discorso politico nei termini di una visione religiosa, non può non alimentare incessantemente ogni possibile esclusivismo ideologico, non può non erigere di continuo la parte alla dignità del tutto. Sotto il suo segno qualsivoglia forma di potere che permanga nella storia e la serva, invece di determinarne la svolta definitiva e l'impennata verso l'assoluto, è qualcosa di manchevole in sé, e può essere accettata e vissuta solo sotto la legge hegeliana per cui «tutto ciò che esiste merita di morire». Ma è anche chiaro allora, per ritornare ai termini modesti e realistici del nostro discorso, che ove ci si chiuda acriticamente entro la suddetta idea di rivoluzione, il Parlamento si identifica senza residui con il parlamentarismo.
E' possibile il superamento del proprio limite da parte dell'opposizione comunista? Crediamo di sì per due ragioni.
Anzitutto perché questo sforzo è omogeneo con la tradizione migliore del Partito comunista italiano, con quella «linea generale» che il suo leader Palmiro Togliatti, lasciandogliela quale robusta e preziosa eredità, ha portato a un punto assai alto di individuazione concreta, se pur attraverso delle scelte di politica pratica e non sulla base di una elaborazione teorica compiutamente dispiegata. In secondo luogo, perché quella linea è l'unica strada autenticamente rivoluzionaria che oggi è aperta alle forze del proletariato italiano, oggettivamente e soggettivamente interessate alla trasformazione del presente assetto sociale.
Nelle parole e negli atti di Palmiro Togliatti è sempre rintracciabile, in effetti, questo filone, questa trama sottesa: che non si dà una rivoluzione astrattamente concepita come modello di «presa» del potere e tanto meno come modello programmatico. Essa vi appare piuttosto come un compito costante, progressivo, per cui, sulla base della situazione oggettiva, si individuano via via le forze potenzialmente rivoluzionarie e ci si sforza allora di collegarle e metterle in movimento per la conquista di obiettivi determinati e per la realizzazione così, in un processo continuo, dell'egemonia (non della dittatura) del proletariato.
Nel '62, tenendo la relazione al X Congresso, l'on. Togliatti sottolineava: «Nulla è riuscito a sopprimere o cancellare le fondamentali conquiste della Resistenza: non soltanto il regime democratico, pur minacciato da tante parti; ma la combattività, la capacità di organizzazione e di lotta, l'aspirazione a un decisivo rinnovamento sociale, l'animo antifascista e l'attaccamento alla causa della democrazia e della pace [ ... ] . Perciò la prospettiva che ci guidò nella Resistenza e nel dar vita all'attuale regime repubblicano non é chiusa, anzi, rimane più che mai aperta davanti a noi. Essa è la prospettiva di una lotta politica [ ... ] per trasformare gli ordinamenti attuali spingendo tutta la società (nostro corsivo) nella direzione del socialismo [ ... ] . L'unità del movimento democratico non era dunque necessaria e giustificata soltanto per far fronte a tentativi di rinascita fascista, ma per rendere possibile questa radicale opera di rinnovamento della vita nazionale ».
Ci sembra che qui, malgrado qualche inevitabile cedimento al formulario ideologico della propria parte, risulti chiaro lo sforzo di costituire processualmente, fuori da ogni tentazione esclusivistica, una nuova realtà dí potere in termini di vera e propria egemonia. Togliatti non persegue cioè l'affermazione unilaterale di principi dottrinari; quel che per lui conta, nella determinazione di una politica rivoluzionaria, è sempre l'esame delle «forze reali — Stati, governi, organizzazioni, coscienze individuali, movimenti di varia natura — al fine di studiare se e in qual modo, di fronte alle rivoluzioni del tempo presente e alle prospettive di avvenire, siano possibili una comprensione reciproca, un reciproco riconoscimento di valori e quindi una intesa e anche un accordo per raggiungere fini comuni in quanto siano necessari, indispensabili» per la nazione o per tutta l'umanità (Conferenza di Bergamo, 20 marzo '63).
Dunque, la prassi rivoluzionaria, se intendiamo le parole del leader comunista scomparso, non sta nell'applicazione di un meccanismo di potere sulla cui base sia dato di fuoriuscire rapidamente dalla necessità, dalla storia, per appagarsi finalmente in una situazione di libertà assoluta. Sta invece nella ricerca continua di una forza, o meglio nella determinazione di un processo di ininterrotta formazione e gestione del potere, che sia tale da sospingere la società nel suo insieme verso quelle mete che sono comuni in quanto storicamente necessarie, e che perciò sono giuste.
C'è pertanto nella dottrina e nella prassi del Partito comunista italiano una tradizione precisa, ma quindi una disponibilità, per cui si può ritenere possibile, entro il quadro del partito proletario, l'affermazione finalmente piena di un concetto autentico e realistico di rivoluzione. E questa naturalmente non potrà non passare, per liquidarle, su quelle tentazioni in parte estremistiche e in parte rinunciatarie, attraverso le quali, sulla spinta immediatamente recepita (e perciò non compresa) della contestazione, si ritiene di mantenere intatta la via rivoluzionaria inseguendo il massimalismo politico.
Scriveva ancora Togliatti nel gennaio del 1964, di fronte alla prospettiva della scissione del PSI: «Due errori seri sono oggi da evitare. Il primo è di ritenere che il processo di degenerazione socialemocratica del partito socialista sia, nelle attuali condizioni, ormai inarrestabile, fatale [ ...]. L'altro errore, anche più serio, è quello di ritenere che, scheggiandosi a poco a poco il partito socialista, l'unica prospettiva unitaria sia quella del rafforzamento del partito nostro con apporti nuovi, provenienti da tutte le direzioni. Il legittimo senso della nostra accresciuta responsabilità diverrebbe, in questo caso, vano e settario orgoglio di partito».
C'è in nuce il concetto che cerchiamo di svolgere, guardando alle responsabilità del Partito comunista in questa fase politica e al salto che esso deve compiere perché anche da parte della stessa Democrazia cristiana, e dei partiti del centrosinistra, possano venir effettivamente superate le difficoltà che si frappongono a rompere il vincolo della delimitazione. Certo, non si esaurisce così il processo della rivoluzione, della storia; ma in questo si concreta oggi l'obiettivo rivoluzionario e dunque quel processo si fa attuale.
C'è insomma nel pensiero di Togliatti la denuncia ante litteram di quella certa ricerca di una « alternativa », che dovrebbe nascere appunto per la successiva convergenza di «schegge» provenienti un po' da tutte le direzioni e che, si dice, la contestazione sembra agevolare. Ma una simile strada non può condurre alla fondazione di un potere sufficiente ad affrontare gli obiettivi di fondo, e non garantisce quindi né la razionalità né il reale sviluppo del potere, in condizioni democratiche. Essa rappresenta la via di quel «settario orgoglio» di partito, che pretende di esprimere la totalità del Paese e si riassume nella cristallizzazione della storia e della cultura politica a un momento dato: alle formule, precisamente, dell'ideologia di una parte.
Non solo dunque il partito cattolico, ma anche quello comunista è oggi di fronte a un bivio. Porterà esso avanti il discorso impostato dall'on. Togliatti, dimostrerà cioè di saper esercitare responsabilmente e fattivamente il proprio potere, o si perderà in una ambiguità stagnante tra l'attesa illusoria di una alternativa da gestire in proprio e il continuo rilancio delle rivendicazioni corporative sul piano sociale? E' chiaro che solo nel primo caso il Partito comunista potrà offrire un punto di riferimento preciso e responsabile all'intiero personale politico del nostro Paese e che allora il discorso avviato con singolare energia dall'on. Moro potrà superare il suo limite storico. Altrimenti si seguiterà a rimanere allo squallido livello di pasticci governativi, presieduti da un Rumor di turno, e ci si continuerà a mascherare dietro un programmismo inconcludente perché privo della forza politica capace di realizzare i programmi.