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Premessa...

La Storia d’Italia. Cronologia 1815-1990 a cura dell’Istituto geografico De Agostini, in calce alla tabella con i risultati ottenuti da ciascun partito alle elezioni politiche del 19-20 maggio 1968, così li commenta:

«Il dato di maggiore rilievo […] fu la sconfitta dell’unificazione socialista: le liste comuni PSI-PSDI [Partito socialista italiano e Partito socialista democratico italiano] persero, rispetto al 1963, il 5,1% al Senato e il 5,4% alla Camera. Il tonfo elettorale costituì la premessa della nuova scissione del 1969. Per contro, lo PSIUP [Partito socialista italiano di unità proletaria], anche grazie all’appoggio di una parte del movimento studentesco, ebbe una discreta affermazione, ottenendo il 4,5% alla Camera. Il PCI guadagnò l’1,6% alla Camera, mentre il 30% conseguito al Senato dalla lista unitaria PCI-PSIUP-Indipendenti di sinistra fu un risultato che andò oltre le previsioni. La DC recuperò l’1,8% al Senato e lo 0,8% alla Camera. Non fu ritenuto, considerata anche l’avanzata delle opposizioni di sinistra, un dato soddisfacente. La responsabilità fu addossata ad Aldo Moro, che non venne riconfermato presidente del consiglio. Il PRI, dopo un declino ventennale, manifestò, sotto la guida di Ugo La Malfa, segnali di ripresa: tornò, dopo quasi dieci anni di assenza, al Senato ed elesse tre deputati in più rispetto al 1963. Nuova repubblica di Randolfo Pacciardi non ebbe eletti. L’opposizione di destra fu penalizzata: il PLI non ripeté l’exploit del 1963, perse lo 0,7% al Senato e l’1,2% alla Camera. Anche il MSI perse voti e seggi, mentre il PDIUM [Partito democratico italiano di unità monarchica] era ormai prossimo alla scomparsa».
In due successivi articoli la Rivista trimestrale (rispettivamente n.24-25/1967-68 e 26-27/1968] prese lo spunto dai suddetti risultati elettorali per approfondite considerazioni sulle «più decisive questioni di fronte alle quali il paese tuttora si trova». Ambedue gli articoli sono redazionali, ma scritti sicuramente da Franco Rodano. In questa puntata, ne trascriviamo per intero il primo. Seguirà il testo del secondo.


DOPO LE ELEZIONI DEL 19 MAGGIO

Un giudizio sul significato dei risultati elettorali del 19 maggio non può non partire da un accertamento delle più decisive questioni di fronte alle quali il paese tuttora si trova: quelle questioni, cioè, che molte volte riconosciute e descritte nelle più varie sedi, non sono state mai, tuttavia, efficacemente affrontate, e che ancora oggi, per­ciò, si presentano con urgenza e gravità particolari.
La prima di tali questioni fondamentali è quella della necessità di conseguire un tipo di sviluppo economico, che sia in grado, nello stesso tempo, di assicurare la piena occupazione del lavoro disponi­bile (ivi inclusi il lavoro attualmente sottoccupato e il lavoro fem­minile), e di conseguire livelli generalizzati di produttività, che con­sentano alla nostra economia il necessario inserimento nel mercato mondiale. È da ricordare, per ciò che concerne l'occupazione, che non sono ancora stati riassorbiti gli effetti della depressione del '62-'63, giacché ci troviamo ancora in presenza di una massa considerevole di disoccupati, mentre è tuttora praticamente bloccato il processo di assorbimento nelle attività produttive di quell'offerta potenziale di lavoro che deriva appunto dai sottoccupati e dalle donne. È anche da ricordare come, sebbene la produttività del lavoro sia mediamente in costante aumento (e sebbene si debba riconoscere che, dopo la depressione di cinque anni fa, molti processi di riorganizzazione e razionalizzazione industriale sono stati effettuati e sono tuttora in corso), la generalità dell'industria italiana sia, per altro, ancora abbastanza lontana da quei livelli di produttività che consen­tirebbero di affrontare con tranquillità sufficiente la concorrenza internazionale, in presenza di livelli salariali paragonabili a quelli degli altri paesi, e in particolare dei paesi del MEC. Il problema è tanto più rilevante, in quanto siamo ormai prossimi all'attuazione piena del Mercato Comune: ossia a quella situazione in cui tra i sei paesi della Comunità non esisteranno più barriere doganali, e in cui la tariffa unificata verso i paesi terzi sarà mediamente inferiore alla vecchia tariffa italiana.
È ovvio che il problema dell'occupazione e quello della produttività non pongono alcun dilemma, qualora l'economia possa disporre di sufficienti risorse investibili, e sia poi capace di investire effettivamente, così da dar luogo a una formazione di capitale sufficiente a perseguire la soluzione dei due suddetti problemi, nella misura di volta in volta necessaria.
La seconda questione fondamentale è anch'essa di tal natura da richiedere una utilizzazione delle risorse ben diversa da quella che ha luogo correntemente. Si tratta dello sviluppo (che occorre promuovere e garantire in misura incomparabilmente maggiore di quanto avviene attualmente) di alcuni servizi civili decisivi, tra cui, in particolare, l'istruzione e l'assistenza sanitaria. Questo problema dei servizi civili, come è noto, è stato riconosciuto da tempo come una delle questioni più rilevanti della nostra situazione: fin dal mag­gio '62, l'allora ministro del Bilancio, La Malfa, presentò al Parlamento una Nota in cui il problema era posto con molta chiarezza. Pochissimo si è tuttavia fatto in questa direzione, e il problema ha assunto ormai aspetti drammatici, che ne rendono non più dilazio­nabile la soluzione.
Se si tengono presenti contemporaneamente le due questioni suddette, è facile concludere sulla necessità, innanzitutto, di una forma­zione di risparmio maggiore di quella che attualmente si verifica, e in secondo luogo, sull'indispensabilità di ricorrere a una politica econo­mica seriamente programmata, la quale garantisca la piena e giusta utilizzazione di tutto il risparmio per ipotesi disponibile: una politica insomma che, in quanto sia rivolta ai settori direttamente produttivi, determini, attraverso l'opportuna opera di coordinamento, una formazione di capitale adeguato (e cioè nella misura occorrente per aumentare a sufficienza l'occupazione e la produttività), e che, in quanto sia rivolta alla pubblica amministrazione, renda quest'ultima capace di fornire quei servizi civili la cui carenza è ormai in­tollerabile.
Sul problema, in particolare, della formazione del risparmio, è da tener presente che la sua soluzione dipende, in buona misura, dal modo in cui si viene a configurare la distribuzione del reddito. A sua volta, la realizzazione di una struttura distributiva, che sia massimamente omogenea a una adeguata formazione di risparmio, dipen­de in parte dalla riduzione di tutte le forme improduttive di reddito (che sono sempre legate a strutture arretrate di tipo precapitalistico) e in parte da una ripartizione del reddito capitalistico, tra profitti e salari, la quale può anche richiedere, per determinati periodi di tempo, un controllo dei movimenti salariali.
Ma va anche tenuto presente, in proposito, che un siffatto controllo, mentre non può certo essere imposto dal potere politico ai sindacati, ancora meno, poi, può essere da questi graziosamente concesso, sulla base di una rinunzia, di principio o di fatto, alla propria libertà d'azione. Si tratta dunque, per il governo e per i partiti, di persuadere alla necessità del controllo i lavoratori stessi in quanto cittadini. Ora, perché un tale convincimento possa maturare e consolidarsi, è indispensabile, secondo ogni evidenza, che il sacrificio dei salariati trovi, immancabilmente e tempestivamente, adeguato compenso nello sviluppo economico e nel progresso civile di una comunità nazionale sempre più ordinata a giustizia, in quanto sempre più sottratta al gravame e alle angustie dei diversi privilegi. In altre parole, la legittimità e la stessa pratica realizzazione della politica salariale suddetta dipendono sia dalla previa, o quanto meno contemporanea, risoluzione del problema dei redditi improduttivi, sia dalla garanzia, ottenibile soltanto sul terreno di una seria program­mazione, che il sistema verrà realmente condotto a destinare le risorse disponibili all'aumento dell'occupazione e della produttività e alla fornitura di servizi civili capaci di soddisfare, non più in modo dispendiosamente privatistico, alcune esigenze fondamentali dei salariati.
Tutte le altre questioni (quelle stesse, pur decisive, della politica estera e della stabilità, nello sviluppo, delle istituzioni democratiche) affondano le loro radici in questo problema, veramente centrale, del progresso economico e civile del paese: nel problema, insomma, che si sostanzia e si risolve nella faticosa e difficile costruzione di una struttura finalmente comprensiva di ogni viva energia della nostra società, e che, come abbiamo veduto, si riassume con prosaica concretezza nella necessità di dar luogo a un'adeguata formazione di risparmio. Solo che, a veder bene, tutto ciò comporta l'arresto e la progressiva liquidazione dei meccanismi del processo opulento, fondati appunto sull'indiscriminata dilatazione del consu­mo improduttivo in chiave di privilegio e di privatismo. Anche se lo scabro e asettico linguaggio degli economisti maschera oggettivamente, agli occhi dei più, le proporzioni reali del problema, è chiaro dunque, ci sembra, che siamo invece in presenza, oramai, di una questione rivoluzionaria, le cui scadenze, anzi, si fanno sempre più incal­zanti e minacciano già di divenire indilazionabili.

Il paese non può non avvertire che si trova di fronte alla necessità di risolvere urgentemente problemi seri e gravi, decisivi per il suo sviluppo, e tali infatti, se non risolti, da farlo precipitare in un'involuzione pericolosa. Esso chiede quindi ai partiti di dimostrare la capacità di costruire e di adoperare degli strumenti politici all'altezza delle questioni che sono ormai sul tappeto. Lungi dal poter sopportare un vuoto di potere, il paese pretende, insomma, il dispiegamento pieno dì un'iniziativa politica a livello dei tempi; e in realtà, nella misura in cui ciò non si verificasse, verrebbe comunque a determinarsi un gravissimo e pericoloso distacco non solo tra iI personale politico e il popolo, ma addirittura tra le istituzioni e il paese.
Il voto del 19 maggio è stato appunto tale da condizionare e sollecitare realmente i partiti nel senso e verso le prospettive di cui si è detto. I risultati delle elezioni di quest'anno e i nuovi rapporti di forze, che ne sono conseguiti tra le varie espressioni e correnti politiche, consentono indubbiamente di impedire che si apra un vuoto di potere, che si determini una carenza di iniziativa politica risolutrice.
Non poteva, del resto, non essere così. Le elezioni sono l'atto culminante attraverso cui si esprime immediatamente, oggettivamente, la volontà politica della nazione; sono il riflesso diretto e solenne, l'esplicazione concreta, di quella realtà che abbiamo assunto a principio e fondamento delle nostre istituzioni: la sovranità popolare.
Sempre, pertanto, ciò che il paese avverte e vuole — ma dun­que ciò che va fatto — si definisce e viene alla luce attraverso le ele­zioni. E poiché oggi la questione più urgente, quella fra tutte deci­siva, sta nella costituzione di un potere adeguato al problema rivo­luzionario dell'arresto dell'opulenza, il paese ha appunto indicato i modi, e ha sostanzialmente aperto le vie, attraverso cui può for­marsi un articolato insieme di forze politiche e sociali — un blocco storico — capace di dare inizio all'opera necessaria.
Ma, allora, perché ci troviamo oggi di fronte a questo squallido governo, che non si sa bene se sia di emergenza o di affari, e che, proclamandosi di «attesa», denuncia e mette in rilievo — invece di ricoprire — un vuoto di potere improvvisamente e paradossalmente determinatosi dopo il voto del 19 maggio? La risposta tuttavia non è difficile: i partiti hanno valutato gli ultimi risultati elettorali secondo inveterati pregiudizi e preconcetti ideologici, che li hanno resi sordi rispetto alla pur esplicita dichiarazione di volontà, espressa dall'elettorato.
Tre sono state infatti le interpretazioni fornite sul significato generale del voto dal personale politico nel suo insieme; e tutte e tre — sarà facile dimostrarlo — conducono proprio a determinare quel vuoto di iniziativa politica, che, come ormai più volte si è detto, andrebbe invece evitato a ogni costo. Esaminiamole allora distintamente, anche perché, nel corso di una simile analisi critica, ci accadrà di verificare e di ribadire la nostra tesi: che cioè il paese, attuando nelle elezioni la propria sovranità, ha oggettivamente indicato modi e vie per dar vita a una nuova gestione del potere, realmente all'altezza dei tempi.

Secondo la prima interpretazione, quella che sembra attualmente prevalere nel Partito comunista, i risultati elettorali del 19 maggio, avendo sancito una chiara sconfitta socialista e una sorprendente avanzata dei comunisti, avrebbero essenzialmente confermato l'uti­lità della scissione operata dal PSIUP. Anzi, poiché si può anche parlare dell'affermazione di nuovi gruppi di sinistra, cattolici e laici, formatisi all'esterno dei partiti della coalizione governativa, i risultati starebbero a dimostrare la disfatta definitiva del centro-sinistra, e suonerebbero quindi definitiva conferma di quel giudizio sul «fallimento» di tale formula, che ha costituito il leit motiv del Partito comunista durante tutta la precedente legislatura.
In altri termini, per i comunisti il centro-sinistra non è stato, e non è, un esperimento suscettibile di costituire, per un congruo periodo di tempo, un terreno di maturazione storica della democrazia italiana, un'oggettiva piattaforma di partenza per l'avvio di nuove forme di iniziativa politica. Sarebbe stato e rimarrebbe, invece, un errore, un madornale abbaglio (se non un tradimento), nel quale sarebbe appunto caduta una parte del Partito socialista unificato. Questo non ne ha forse dovuto pagare duramente il fio, proprio sul piano elettorale?
Sulla base di un simile giudizio, la soluzione politica, quale viene ora indicata dai comunisti, può semplicemente consistere in un approfondimento della crisi del PSU (affinché sia portato a prendere definitivamente coscienza e a saldare per intiero lo scotto del suo errore) e in un allargamento dell'area della sinistra, che viene meccanicamente connesso a una ulteriore scissione del PSU. In sostanza, sembrerebbe che i comunisti, oggi, vogliano limitarsi a rinverdire — con gli opportuni ammodernamenti — l'antica parola d'or­dine uscita dal Congresso di Livorno del '21, e ripresa, tre anni più tardi, da Giacomo Matteotti: «I comunisti con i comunisti e i socialisti con i socialisti».
Almeno finora, dunque, si è portati a ritenere che i comunisti non abbiano alcun interesse a influire concretamente sulla formazione del governo che deve presentarsi dinanzi al nuovo Parlamento e ottenervi la fiducia; sembrerebbe, in altre parole, che oggi i comu­nisti preferiscano lasciar tutto dipendere da ciò che farà un partito sconfitto — il PSU — allorquando fra qualche mese, in autunno, si compiacerà di tenere il suo Congresso. Quella comunista è in­somma una interpretazione del voto, dalla quale scaturisce una linea politica che, puntando su una soluzione seccamente «alternativa» al centro-sinistra (e cioè sulla formazione di una «nuova maggioranza» costituita da tutte le «sinistre laiche e cattoliche»), è quanto meno una linea di lunga prospettiva, priva di ogni presa immediata: una linea, in conclusione, la quale lascia che intanto si apra quel vuoto politico esiziale, chiaramente non voluto dal paese(1).

Il secondo giudizio è quello prevalso sinora all'interno del PSU. Per i socialisti, il voto del 19 maggio ha segnato una grave sconfitta non solo e non tanto del loro partito, ma, più in generale, dell'intiero esperimento di centrosinistra. Tale sconfitta, anzi, sarebbe esclu­sivamente imputabile a un «moderatismo» intrinsecamente conna­turato alla Democrazia cristiana e in essa affermatosi in misura massiccia. Ciò che occorre fare adesso, quindi, è — da un lato — la­sciare che il partito cattolico fornisca, da solo, le prove di una sua volontà riformatrice, e — dall'altro lato — dare tempo e modo ai socialisti unificati di riassestarsi e ritemprarsi attraverso un «bagno di disimpegno», che li sottragga, per un certo periodo, a ogni responsabilità di governo. Realizzate queste due condizioni — ma sol­tanto allora — si potrà giungere, sostiene il PSU, a un centrosinistra «vero», o come oggi si ama dire «più incisivo», e che sarà tale appunto perché fondato sulla prova acquisita di una effettiva volontà riformatrice nella DC e su un Partito socialista rinsaldato e rinvigorito dalla sua permanenza fuori dell'area governativa.
A questo discorso, a questa condotta dei socialisti si potrebbe muovere più di una obbiezione, per l'evidente contraddittorietà che li caratterizza. Se è vero, per esempio, che la Democrazia cristiana è intrinsecamente e organicamente moderata, come si può pensare che essa, da sola, riuscirà a dar prova di volontà e di capacità riformatrici? Ma se la DC non si risolve, di per sé, in una formazione moderata, e se invece si è rivelata tale proprio durante il centro­sinistra (ossia in conseguenza della sua alleanza col PSU) il mode­ratismo dei passati governi non sarebbe allora imputabile ai socia­listi piuttosto che non ai democristiani?
Si potrebbe continuare; lasciando da parte, tuttavia, il carattere contraddittorio dell'interpretazione socialista del voto, rimane peraltro evidente come la linea politica che il PSU ha dedotto dai risultati del 19 maggio porti a disinteressarsi del problema della formazione del governo. I socialisti, insomma, fanno dipendere una ripresa e uno sviluppo della situazione politica italiana dal determi­narsi di condizioni future o addirittura futuribili: quelle, appunto, che — come si spera — conseguiranno, sul piano della «chiarificazione interna», dai lavori del Congresso di novembre del loro partito. Anche quella socialista, dunque, è una linea che apre un rischioso vuoto politico,insostenibile per il paese (2).

Il terzo giudizio sui risultati è stato espresso soprattutto dai giornali che sono portavoce di quelle forze sociali il cui atteggiamento, le cui reazioni e la cui linea politica sono ormai da gran tempo dettati essenzialmente dalla paura; ed è curioso che, ciò malgrado, tutta la sinistra si ostini a considerare ancora tali forze, nel loro insieme, come «la vecchia classe politica dirigente», la quale dunque rimarrebbe «dirigente» ancorché divenuta «vecchia».
Tali forze, come è noto, avevano dapprima avversato l'esperimento di centro-sinistra; ma l'hanno poi accettato obtorto collo e l'hanno infine sostenuto, e pensino applaudito, essenzialmente per­ché è rimasto ancorato a una «delimitazione della maggioranza» rigidamente prefissata, e dunque al più assoluto esclusivismo anticomunista.
Per la grande stampa indipendente, dunque, il 19 maggio le cose non sarebbero andate poi tanto male. In fondo, il centro-sinistra a maggioranza precostituita (nella formula, cioè, in cui si è esplicato negli ultimi cinque anni) ha mantenuto pressoché intatta la sua base parlamentare. Anzi, fatti tutti i calcoli, questi giornali si spingono a dire che la situazione odierna non è sostanzialmente diversa da quella determinatasi venti anni fa, nel lontano 18 aprile 1948. Il blocco dei partiti di governo e quello delle opposizioni di sinistra non si mantengono forse — anche oggi — attorno alle percentuali di allora?
Su questo medesimo giudizio si è ormai allineata anche la Segreteria della DC, dopo i primi commenti di intonazione ditirambica e trionfalistica all'indomani delle elezioni, e dopo un successivo periodo di imbarazzato silenzio(3). Certo, i partiti del centro-sinistra — lo ammettono con rammarico i dirigenti democristiani e la «grande stampa» — non hanno registrato un'avanzata e, per conseguenza, la minaccia dell'opposizione non solo permane, ma si è fatta ancor più preoccupante. Tuttavia — così ci si consola —, scontati gli errori e i ritardi del passato, i partiti del centro-sinistra possono adesso, se nessuno «perde la testa», cominciar finalmente a «incidere» su questa così pertinace opposizione. La soluzione politica, dunque, diviene a questo punto ovvia e naturale: sta nella rapida ricostituzione — contro gli «isterismi socialistici» — di un altro governo di centro-sinistra, che, fondato sempre sulla «delimitazione della maggioranza», sappia però, questa volta, dimostrarsi più incisivo.
A prima vista, una interpretazione e una linea siffatta sem­brano tali da non determinare un vuoto politico nel paese; ma non è così. La linea suggerita dalla Segreteria della DC e dalla stampa «indipendente» si risolve (per accogliere proprio la terminologia di un illustre rappresentante delle forze sociali della paura, Luigi Einaudi) in una «predica inutile». Si esortano democristiani e socialisti a essere oggi più «incisivi» di ieri, senza domandarsi come mai e senza spiegare perché non lo siano stati sinora. Insomma, il di­scorso risulta meramente predicatorio, perché non ci si pone assolutamente il problema di individuare e di rimuovere le cause di quella mancanza di «incisività», che ha sempre caratterizzato un centro-sinistra a «maggioranza precostituita».
Ne è prova il fatto che tutte le perorazioni dei giornali «indipendenti» (e le ammiccanti lusinghe dell'on. Rumor) non hanno fatto minimamente superare al PSU la sua attuale riluttanza a rimanere al governo. E ciò per la semplicissima ragione che quelle esor­tazioni non posson certo fornire alcuna arma ai socialisti per fronteggiare e assorbire la surenchère politica e sociale, cui, in presenza di un centro sinistra esclusivistico, non potrebbero non determinarsi di nuovo il PCI e il PSIUP, e che, va subito detto, ha già posto e continuerebbe a porre il Partito socialista unificato di fronte a un'alternativa, a una scelta, comunque insostenibili. Allo stato delle cose, i socialisti, infatti, o possono tornare all'opposizione, rientrando così nei ranghi (e a capo chino, da parenti poveri) di uno schieramento delle sinistre, che, in quanto si definisce e si propone come «blocco della nuova maggioranza», viene a presentarsi, oggettivamente, come una coalizione di tipo «frontista» (anche se oggi ambisce a configurarsi «più articolata» e più duttile rispetto a quella del 1948); oppure possono rimanere in un governo fondato, al pari dei precedenti, sulla «delimitazione della maggioranza»; ma soggiacendo allora, come per il passato (e ancora di più, perché sono usciti più deboli dalle elezioni), alle pressioni e alle imposizioni di quelle forze moderate, che sono indubbiamente presenti nella Democrazia cristiana.
Ecco perché i socialisti, assumendo ad alibi la loro decisione di convocare il Congresso, non sanno né posson far altro che chiudersi sterilmente in una posizione di attesa. Ma ecco anche perché la terza interpretazione dei risultati elettorali — la interpretazione della «grande stampa» e dell'inquieto on. Rumor — si risolve in una predica inutile, e suggerisce, comanda una politica che, contro ogni suo apparente realismo, apre un vuoto di potere.

In realtà, il paragone istituito frettolosamente dalla «grande stampa» tra il voto del 19 maggio di quest'anno e quello del 18 aprile 1948, è superficiale e ingannevole, perché trascura due grosse differenze di fatto. La prima è che oggi, anno 1968, il Partito comu­nista italiano è divenuto, nell'ambito delle forze politiche all'oppo­sizione, incomparabilmente più decisivo che non venti anni fa; la seconda è che, per converso, nell'ambito dell'area governativa il partito guida, la DC, ha perduto, e di gran lunga, la maggioranza assoluta dei voti, raccolta invece alle elezioni del 1948.
Perciò, votando come ha votato il 19 maggio, il popolo italiano non ha per nulla ripetuto il 18 aprile; ben al contrario, ha creato una situazione nuova, caratterizzata essenzialmente dal peso, ben più determinante, raggiunto dal Partito comunista nell'area dell'op­posizione, e dal ribadimento della decisività della presenza di questa grande forza politica nella vita del paese. E si potrà anche dire che l'aumento relativo dei voti comunisti non è stato eccezionale, che anzi è stato minore di quello del 1963; ma si dovrà convenire che, mentre rimane comunque consistente, è senza dubbio giunto così inatteso e imprevisto, da costituire davvero «il fatto nuovo» di quest'ultima consultazione elettorale.
Il discorso dei giornali «indipendenti» (cui, come s'è detto, si è poi accodata l'attuale Segreteria della DC) è dunque inutile, e politicamente dannoso, non solo perché lascia che si apra un vuoto di potere (vanamente ricoperto da qualche trovata retorica sull'at­tualità delle «grandi riforme» e sulla possibilità di dimostrare una «maggiore incisività»), ma perché è soprattutto un discorso mistificatorio, che appunto, manipolando i dati della realtà, tende a nascondere la situazione politica nuova, creata dal voto del 19 maggio. Ora, invece, da tale situazione nuova scaturisce la vera questione primaria e capitale, cui sono chiamate a rispondere oggi tutte le forze politiche: si può ancora pensare di risolvere i problemi del paese sulla base della rottura e della secca contrapposizione tra i partiti della cosiddetta «area democratica» e il Partito comunista?
La risposta dell'elettorato a questa domanda è stata chiaramente negativa. A essa invece vogliono rispondere ancora affermativamente non solo i giornali «indipendenti», ma i democristiani, i socialisti e gli stessi comunisti, poiché tutti si fondano, appunto, su una medesima ipotesi di rottura e di assoluta contrapposizione tra partiti «democratici» e Partito comunista. Di fatto, i tre giudizi sul voto, che abbiamo prima esaminato, partono tutti, in definitiva, da questo presupposto politicamente sterile; ma si è anche visto che, muovendosi sulla base di simili interpretazioni del 19 maggio, democristiani, socialisti e comunisti hanno assunto, sinora almeno, una posizione «di attesa», una posizione cioè che determina un vuoto di potere, una vera e propria paralisi politica.
La reazione delle forze politiche ai risultati elettorali è però tanto più grave e ingiustificata, in quanto l'intiera esperienza delle passate legislature ha dimostrato che non si può davvero governare il paese mantenendo un rapporto di estraneità e di frattura tra mag­gioranza «democratica» e minoranza comunista: ed è inutile sottolineare di quale massiccia «minoranza» si tratti. La domanda che più sopra abbiamo formulato, non è infatti divenuta attuale solo oggi: si poneva già all'indomani delle elezioni politiche del 1963, e sin da allora esigeva una risposta negativa, di fronte alla possente avanzata comunista.
A che cosa ha condotto, in definitiva, la scelta sbagliata di cinque anni fa? Quali risultati ha dato l'aver voluto escludere i comunisti dall'«area democratica», l'aver tentato di prescindere da ogni loro concorso nella generale gestione del potere, la quale non si riduce né può esser ridotta, con ogni evidenza, al solo momento governativo? La risposta è fin troppo facile: per cinque anni non si sono affrontati né risolti i reali problemi del paese e, al termine dei cinque anni, si è avuta una nuova avanzata elettorale dei comunisti.

Il paese dunque, da parte sua, con il voto del 19 maggio ha ribadito la propria volontà e ha posto tutte le condizioni material­mente necessarie a che si abbia un disgelo: a che muti insomma il rapporto di fondo su cui si è basata la vita politica italiana da venti anni in qua. Si tratta — come è noto — di un rapporto di irriducibile e compatta estraneità tra governo e opposizione di sinistra: amaro frutto del proposito, tipico delle maggioranze governative, di contrapporre una «diga al comunismo»; proposito che ha avuto come suo riflesso inevitabile, nell'ambito delle forze della sinistra proletaria, la formulazione di un giudizio sbrigativo e sprezzante sulla Democrazia cristiana, troppo spesso definita, nel modo più rigido e dogmatico, il «partito della borghesia e del capitalismo».
Certo, tutto questo ha garantito sino a oggi le fortune corporative dei due maggiori partiti; anche se — e non a caso — soprat­tutto del Partito comunista, ossia proprio della formazione politica che, respinta a priori dall'«area democratica», per ciò stesso po­neva, quanto meno oggettivamente, il problema del disgelo: insomma, di un normale e aperto rapporto (nel paese e dunque, in primo luogo, nel Parlamento) tra le correnti al governo e quelle all'opposizione. Tuttavia, poiché tra queste forze la frattura è invece rimasta (facendosi, di anno in anno, sempre più incomportabile di fronte al progressivo maturarsi della situazione civile e sociale), ne sono derivate tre conseguenze gravissime, che hanno compromesso non solo la pienezza e l'organicità dello sviluppo del paese, ma la possibilità stessa di governarlo effettivamente.
Innanzitutto si é determinata una mortificazione profonda delle istituzioni democratiche, e in primo luogo del Parlamento. Da vent'anni (dopo la fase edificatrice e costituente del grande Tripartito), l'Italia ha dei governi da cui viene sistematicamente scavalcato, o aggirato di fatto, quel banco di prova e di verifica che sono appunto le Assemblee legislative, «specchio della nazione»; così, si è ridotta e immiserita la dimensione stessa del governare, poiché la si è commisurata, artificialmente e artificiosamente, a un «parlamentino» ritagliato, come maggioranza rigidamente precostituita, lungo i banchi dei partiti al governo.
Ma la seconda conseguenza è risultata, e risulta, forse ancor più negativa per lo sviluppo della vita politica italiana. All'interno della DC e del PCI sono sempre esistite, e si accrescono di continuo, forze profondamente legate alla concretezza vivente (e perciò al progressivo maturarsi) della nostra realtà sociale, le quali dunque, proprio per questo, sono contraddistinte dal fatto che il tradizionale patrimonio ideologico viene da esse razionalmente vissuto come prezioso ancoraggio (e come organica e illustre lezione per capir meglio le cose), non come formulario dogmatico, come irrigidito prontuario di ricette prestabilite. Ora, la contrapposizione assoluta tra governo e opposizione di sinistra ha finito necessariamente per raccogliere e polarizzare tutte queste forze sotto il dominio dei gruppi più settari e più corporativi dei due grandi partiti, sulla base appunto, e in virtù, di un non eludibile «patriottismo di parte».
È venuto a mancare in tal modo ogni sufficiente supporto a una politica che non fosse soltanto democratica, ma anche di movimento, di innovazione e di sviluppo: pienamente omogenea, cioè, all'incessante progresso oggettivo della società italiana. E come è logico e ovvio, tutto questo si è ripercosso puntualmente nella deplorevole e mortificante situazione delle varie correnti sociali e politiche — la socialistica e quella del radicalismo laicista — che costituiscono di volta in volta, a seconda delle congiunture, le naturali alleanze di uno dei due maggiori partiti.
Sono in definitiva, queste forze e queste correnti, una delle espressioni storicamente reali, una delle componenti oggi non eli­minabili (e dunque uno degli aspetti che non può essere cancellato con prevaricatrici operazioni di potere) della vita della nazione. Senza di esse, senza l'esplicarsi di una loro definita autonomia, entro una area distinta e specifica, il paese non trova più adeguata espressione politica, la democrazia non riesce più a organizzarsi in modo pieno e secondo le forme di un effettivo consenso: le istituzioni, insomma, cessano di essere lo «specchio della nazione», e il grande strumento, intrinsecamente rivoluzionario, della «proporzionale» viene svuotato della sua sostanza, della sua potenzialità innovatrice.
Ma le forze della tradizione socialdemocratica e massimalistica, come quelle del radicalismo, hanno accettato la «delimitazione della maggioranza», hanno ricusato aprioristicamente l'apporto comunista alla gestione del potere, e si sono pertanto ridotte a una condizione di partiti subalterni, fungendo di fatto da mera copertura della volontà e degli interessi corporativi della Democrazia cristiana. Almeno dal 1963, esse si sono insomma rassegnate a indorare gli spicchi laicali del blasone del partito cattolico, rimanendo succubi, da un lato, delle forze moderate della DC, e dall'altro esponendosi, disarmate e impotenti, all'inevitabile surenchére comunista.
Sulla base dunque della «delimitazione della maggioranza» — dell'ultima forma, cioè, che ha assunto la pietrificazione dei rapporti tra governo e opposizione —, è logico, è anzi necessario che all'interno dei due massimi partiti italiani si affermino sempre più dei gruppi di potere, il cui corporativismo dogmatico non può non risolversi oggi (dato il livello delle coscienze e la maturità delle cose) nell'empiria affannosa e agnostica della funzionalità burocratica. Ma allora — è questa la terza conseguenza di cui si è detto — simili gruppi di potere, mentre sono naturalmente indotti alla strumentalizzazione più spregiudicata dei propri alleati, non possono non vedere coincidere il trionfo dei propri partiti con la mortificazione di quanto di più vivo, all'interno di questi, si viene enucleando e cerca di affermarsi. In altre parole, l'intiero personale politico finisce per essere afferrato in un esiziale ingranaggio. Esso viene condotto a perseguire dei meri problemi di potere e di potenza, non riuscendo più, nonché a riconoscere, neppure a vedere che la via regia per assicurare il successo di qualsivoglia partito sta nel renderlo strumento efficace degli interessi generali, sta insomma nel servire il paese e non nel servirsene. In questo modo, però, i problemi reali di un sistema sociale in rapida e tumultuosa espansione finiscono inevitabilmente per esser trattati in chiave demagogica, e si determina così una preoccupante, pericolosissima divaricazione tra società civile e società politica.

Ma l'elettorato, esprimendosi nella sua sovranità, ha posto il 19 maggio tutte le condizioni necessarie a superare una simile frat­tura. Rafforzando ulteriormente la posizione comunista, punendo la «cupidigia di servilismo» delle correnti socialdemocratiche e massimaliste, riconfermando la decisività, nell'area di governo, del Partito democratico cristiano, gli elettori hanno chiaramente detto che è divenuto possibile, e anzi inevitabile, procedere al pieno superamento di quelle forme di assoluta estraneità, di rispettiva ermetica chiusura, che hanno per troppo tempo regolato, o meglio deformato e distorto, le relazioni tra i due massimi partiti italiani.
Solo che, per procedere a questo — e per procedervi, naturalmente, nelle forme dovute, secondo i tempi, cioè, della maturazione politica reale —, bisogna allora, ín primo luogo, che non vi siano più «dighe» o «cordoni sanitari» o «barriere» in Parlamento, e che dunque si riconosca l'ormai assoluta impossibilità del troppo abusato disegno per cui ci si è ostinati a ritagliare e fissare, all'in­terno delle nostre istituzioni rappresentative, una maggioranza rigidamente precostituita. Il Parlamento è un tutto unico, che si distingue in governo e in opposizione per meglio riflettere la totalità del paese, quale si esprime nella sua continua ricerca dell'equilibrio e nelle sue sempre risorgenti sollecitazioni al rinnovamento: è la massima istituzione unitaria che — sulla base appunto di quella ri­cerca e di quelle sollecitazioni — ha la possibilità concreta di fornire le soluzioni positive, al livello di governo, dei grandi problemi del paese. Non si può pertanto governare effettivamente, se non si è capaci di interpretare le opposizioni a seconda della loro forza e del loro valore: se, quindi, non si è pronti ad accettarne, insieme al condizionamento, l'appoggio puntuale, nella misura, precisamente, in cui punto per punto si riesce a interpretarle.
Ove non si sappia agire così, il governo — quale che sia l'«allargamento» di quell'«area democratica» su cui intende poggiarsi — si riduce a un gruppo di potere che non è più in grado di guidare e di amministrare la nazione, essendosene separato di fatto. La cosiddetta «area democratica» — occorre sottolinearlo con tutta chiarezza — altro non è, in definitiva, che una gabbia per quelle mede­sime forze politiche che l'hanno voluta e che magari ne hanno per. seguito e realizzato l'«allargamento». La logica entro la quale esse si vengono a imprigionare, è comandata infatti dalla necessità di garantire e di mantenere a ogni costo una simile «area»; e sull'altare di questo feticcio continueranno allora a sacrificarsi (e a sacrificare il paese), accettando supinamente, al più basso livello, tutti i compromessi via via proposti da quel gruppo di potere, che più rigo­rosamente impersoni l'esigenza della «diga» o della «sfida»: di quanti insomma intendono resistere all'opposizione semplicemente perché è opposizione. E in realtà non esiste un'«area democratica»: l'«area democratica» è il paese stesso in tutte le sue responsabili espressioni politiche.
Il ripristino della pienezza della dimensione parlamentare e la critica spietata, senza mezzi termini, dello pseudoconcetto di «area democratica» sono, a veder bene, i presupposti e a un tempo le conseguenze più immediate di una seria e corretta interpretazione del voto del 19 maggio. Ne è controprova definitiva proprio il fatto che, su queste basi, è possibile dar vita a un governo di centrosinistra aperto (non più fondato, cioè, sull'integralistica formula dell'assoluta e rigida delimitazione della maggioranza), e insomma a un governo che non entri in crisi quando, per varare un provvedimento necessario al paese e contemplato nel suo stesso programma, debba chiedere e accettare una maggioranza diversa da quella cui normalmente si richiama e da cui è sorto.
In parole più precise, tutto ciò significa che, recuperata sino in fondo la verità del Parlamento, si conquista anche la possibilità di costituire un governo finalmente capace di ottenere e accettare il puntuale appoggio del Partito comunista. Questo infatti, ci sembra, non può non rimanere ancora a lungo la opposizione. E in realtà, per la sua tradizione medesima, per la sua storia, per il suo irrinun­ciabile carattere rivoluzionario, spetta a un tale partito il compito, decisivo per il paese, di raccogliere attorno a sé, di organizzare, interpretare ed esprimere — nei termini di una prima mediazione politica — tutte quelle tensioni e quelle aspirazioni innovatrici, che certo (come appunto stanno a indicare gli stessi risultati delle elezioni) sommuovono dal profondo la società italiana, e che però non possono davvero essere risolte, assunte, pienamente comprese d'un colpo solo (e, per così esprimerci, dall'oggi al domani), poiché implicano e pretendono la costruzione di un sistema compiutamente rinnovato.
Ora un simile governo — mentre discende in linea materiale, diretta, dalle risultanze concrete del voto del 19 maggio — non è forse tale da impedire che si determini quel vuoto di potere di cui più volte si è detto? Di fatto, proprio perché si fonda sull'articolato contributo di tutti i partiti interessati ad affrontare i problemi centrali del paese, e capaci di risolverli, esso è anzi il solo in grado di richiudere rapidamente quel vuoto politico che, consule Leone, si è purtroppo già aperto.
Non potrebbe d'altro canto non essere così. La liquidazione della maggioranza precostituita — vogliamo sottolinearlo a conclu­sione di questa analisi della situazione postelettorale — non com­porta semplicemente la fine di una distorta formula parlamentare e di governo, ma assume il significato e il valore di una vera e propria svolta. Si chiude cioè la fase, iniziatasi con il centrismo e proseguitasi con il vecchio centrosinistra integralistico, della frattura nel Par­lamento e della conseguente divaricazione fra i partiti e il paese. Si apre invece un periodo in cui si può servir la nazione e cessar di servirsene, e in cui quindi — poiché si abbandonano finalmente i chiusi termini corporativi di una prassi sempre più ridotta allo ste­rile gioco di un'interna dialettica di potere — si può in modo nuovo, e con più sicure prospettive rivoluzionarie, riprendere a tessere la grande tela audacemente impostata, nei primi anni di questo dopo­guerra, dall'unità tripartita di quelle che erano allora le massime espressioni politiche della società italiana.

N O T E

(1)Va segnalato, tuttavia, un passo del discorso pronunciato dall'on. Luigi Longo a chiusura dei lavori del CC comunista del 24 giugno: «Noi siamo convinti — egli ha detto — che in una fase di crisi governativa [...], spetti al Parlamento una iniziativa propria [...]. Noi concordiamo con il compagno Lombardi quando egli afferma che nell'attuale situazione politica"la delimitazione della maggioranza non può più essere proposta", e quando sostiene, per quel che riguarda il Partito socialista, che questa delimitazione è soltanto lo strumento attraverso il quale i socialisti "perdono contatto con lo schieramento articolato della sinistra italiana e vengono usati dalla DC come copertura della sua politica moderata". Una politica di delimitazione della maggioranza, ha ancora detto Lombardi, non è più giustificabile in nessuna sede, non in Parlamento, non nel Paese, non nelle Giunte, dove impedisce "una sincera espressione della volontà popolare"[...]. Questo è uno dei dati essenziali di questa situazione nuova[...]. Il gran timore dei dirigenti conservatori della Democrazia Cristiana è che le forze di sinistra sappiano cogliere questa possibilità nuova, e proprio questo timore indica la strada sulla quale dobbiamo camminare[...]».
(2) Per la verità, una posizione diversa, certo tra le più interessanti, è stata assunta dall'on. Antonio Giolitti che, sia alla direzione del PSU che al Comitato Centrale, si è così espresso: « Il problema essenziale che dobbiamo risolvere non è, a mio avviso, quello dell'impegno o del disimpegno rispetto al governo, bensì quello di definire il nuovo indirizzo politico che, secondo il giudizio autonomo del Partito socialista, dovranno avere una maggioranza e un governo che vogliano rispondere allo spostamento a sinistra índicato dal corpo elettorale[...]. Questo discorso politico autonomo del Partito socialista deve partire dalla enunciazione di un nuovo rapporto con l'opposizione di sinistra, che resta opposizione, ma che non può essere affrontata in termini di esclusione da una presunta area democratica[...]. Se è improponibile qualsiasi forma, esplicita o mascherata, di "fronte popolare"[...], è altresì inaccettabile la formula della "nuova maggioranza"[...]. Ma nemmeno pos­siamo accettare un "integralismo di coalizione" che pretenda di comprendere ed esaurire in se stesso l'intera realtà sociale e politica del Paese, come avviene con la concezione, appunto integralista, della "delimitazione della maggioranza",[...] . È stata questa concezione integralista e manichea che ci ha portato, di fatto, a quell'alleanza politica generale, o "alleanza organica" con la DC, che in linea di principio avevamo sempre detto di voler escludere. Essa ci ha portato a una deleteria menomazione e mortificazione dell'autonomia del partito, specie quando è stata indebitamente estesa agli Enti locali. La costituzione sistematica delle giunte di centro-sinistra ha significato distruzione sistematica dell'aútonomia del Partito socialista[...]. La conclusione essenziale che dobbiamo trarre da questa esperienza è la seguente: il Partito socialista, in una coalizione di centro-sinistra, non può essere prigioniero del "centro", ma deve essere "sinistra al governo", nel senso che deve sentirsi investito del compito di dare sbocco politico democratico, nell'azione di governo, a tutte le legittime esigenze di progresso sociale e di partecipazione al potere, espresse dalla sinistra anche in forme di protesta[...]».
(3) L'on. Giovanni Galloni, nel corso di una riunione della direzione della DC, tenutasi pochi giorni dopo le elezioni, ha però dimostrato una ben diversa sensibilità per la situazione creata dal voto del 19 maggio. In un suo intervento, pronunciato in quella sede, egli ha detto: «Lo svolgimento della crisi ha confermato che due soluzioni si sono rivelate impossibili. La prima è quella di una ripresa della collaborazione di centro-sinistra negli stessi termini precedenti alle elezioni, quasi che le elezioni non avessero significato nulla nel Paese. La seconda è quella di un governo monocolore comunque qualificato[...]. L'unica soluzione possibile è, e rimane, quella di un centro-sinistra diversamente qualificato dalla volontà politica delle forze che lo sorreggono e per una più chiara e aperta iniziativa politica della maggioranza nell'ambito del Parlamento e del Paese. Questa soluzione può essere realizzata subito se vi sono le condizioni interne ai partiti di centro-sinistra, o può essere realizzata in un momento successivo non appena queste condizioni si verifichino. In realtà, se il Partito socialista chiede il tempo necessario alla celebrazione del suo congresso, anche la DC ha la necessità di portare avanti il processo apertosi con il congresso di Milano, e non ancora concluso, della funzione di una nuova maggioranza interna».

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