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Introduzione...

Su quasi tutti i fascicoli di “Bailamme” vi sono scritti di Romana Guarnieri. In quindici di essi – poi compresi nel volume “Un singolare amicizia”, Marietti, Genova 1998 – ella ricorda, senza seguire l’ordine cronologico, momenti dell’intensa collaborazione con don Giuseppe De Luca, che segnò e determinò il suo lavoro per ventiquattro anni. Ne riportiamo qui a fianco i primi due, particolarmente indicativi sia del tipo e della qualità di quella collaborazione, sia della personalità dell’Autrice. “Katciu-martel” intende anche contribuire, così, alla commemorazione del primo anniversario della morte di Romana

UN INCONTRO
(n.2, dicembre 1987, pp.51-60)

«L’ultimo sguardo che getti su ciò che fu l’inizio è senza uguali. Gli attribuisci un coefficiente assoluto. Poi lo distogli con forza, quasi con rincrescimento. E te lo porti via come l’aria di un canto che non verrà più cantato. Te lo porti via come un segreto»
Elie Wiesel, Al sorgere delle stelle

Domenica, 13 marzo 1938, ore 20

««Pronto! Casa De Luca?»
« Don Giuseppe in persona. Chi parla?»
« Buonasera, reverendo. Lei non mi conosce. Mi chiamo Romana Guarnieri…(Silenzio di attesa) Sono amica di N.N., che mi ha parlato di lei…»
(Interessatissimo, con una punta d’ansia nella voce) «Ah! dica, dica. Come sta? E’ successo qualcosa?»
« No, no. Sta bene. Non è successo nulla. Sono io che…».
« Dica».
« Ecco, io…E’ di me che volevo parlarle».
« Dica, dica. L’ascolto».
« Veramente…, così, per telefono…Avrei bisogno di vederla».
(Esitante) «Ah. Càpita male. Sono occupatissimo. Vediamo… Mercoledì…, no. Giovedì…, nemmeno. Venerdì…, venerdì… Sì. Le va bene venerdì?»
(Perentoria) «Venerdì? Ah, no, davvero! Io ho bisogno di vederla subito. Domani».

(Silenzio perplesso, lunghissimo. Poi, a malincuore) «E va bene. Venga domattina, verso le 11. Vedrò di trovare una mezz’oretta per lei».
(Che una mezz’ora sarebbe stata poco lo pensai, ma mi mancò il cuore per dirlo). «Va bene, grazie, reverendo. A domattina».
Quella sera mi coricai sollevata, sicura di aver ripreso il controllo di una situazione che, inopinatamente e in un modo per me intollerabile, mi era sfuggita di mano. Bisogna sapere che da qualche mese a quella parte, con la furia propria di una giovinezza impetuosa, mi ero cacciata in una situazione bruttissima, che chiedeva decisioni rapide, gravi, da una controparte che invece nicchiava, e più io l’incalzavo, insofferente di ulteriori rinvii, più anguilleggiava e mi sfuggiva. L’ultima scusa era stata avanzata la sera precedente, nel corso di un ennesimo incontro tempestoso. Figurarsi: tutto sarebbe dipeso dal giudizio di un suo amico prete. Lo avrebbe compulsato a giorni, rendendolo arbitro del nostro futuro. A lui la decisione ultima.
«Questa poi! Un prete? E che ho a fare io con un prete?
(In effetti, a parte don Primo Vannutelli, avuto professore di latino e di greco al liceo Visconti – ma quello era un prete sui generis -, nella mia vita di laica, nata e cresciuta in una famiglia totalmente agnostica, preti veri non ne avevo mai incontrati).

«Ma non ti credere! Non si tratta mica di un prete qualunque. Ti parlo di un uomo straordinario, aperto, intelligentissimo… Tu non ci crederai, ma quello è capacissimo di dirci: Andate. Fate. Non abbiate paura… Altrimenti non gli parlerei di noi due».
«E chi è, se è lecito?»
«Non lo conosci. Si chiama don Giuseppe De Luca».
«De Luca? Mai sentito».
Lo odiai sull’istante. Potevo diversamente? Un estraneo, uno sconosciuto, per giunta prete, decidere del mio destino, senza che io neppure potessi interferire, difendere il mio punto di vista… Era davvero troppo. Senza replicare, decisi che, se le cose stavano così, ad affrontarlo sarei stata io, e subito: non certo per consiglio, chè di consigli non sentivo bisogno, ma unicamente per difendere quello che consideravo un mio inalienabile diritto. Fu così che, procuratomi il suo indirizzo e informatami su come ci si rivolge a un prete (“Padre?” “monsignore?” – No, meglio “reverendo”), lo chiamai quella sera fatale. Mai immaginavo che una telefonata a dispetto, decisa lì per lì, sotto l’urto di un’agitazione incontenibile, avrebbe rivoluzionato la mia vita, da capo a fondo, e per sempre.

Lunedì, 14 marzo 1938, ore 11

Via Barnaba Tortolini – poi dai romanisti del fascismo imperante ribattezzata in via del Fagutale – è una strana via, al margine del rione Monti; una via rimasta lì per sbaglio, come un residuato bellico, a ricordo di una Roma sparita, di quando a’ Monti le case e le chiese sorgevano tra vigne e orti, su balze e declivi non ancora squadrati e tagliati con l’accetta dai rozzi urbanisti umbertini. Simile a una cengia a mezza costa, tra pareti dirupate, si diparte in austera solitudine dalla Chiesa di S.Francesco di Paola, sospesa con il suo convento dei Minimi come un remoto romitorio sopra la via Cavour, e, fiancheggiando quella specie di cañon incassato tra mura spropositate che è la via degli Annibaldi, corre dritto dritto verso il Colosseo, ancor oggi incastonato qua e là tra qualche superstite ciuffo di verde. Al n.4 una porticina, inserita in uno strano muro cieco, lungo quanto l’intera via, per una buia scalicciola, stretta tra due pareti, immette in un minuscolo spiazzo verde, cui d’estate fa ombra una deliziosa pergola vitata a pie’ di una casettuccia a parallelepipedo regolare, adibita allora – adesso non so – ad abitazione del cappellano delle Piccole Suore dei Poveri. Dietro s’indovinava un orto bellissimo, chiuso a mo’ di fondale da un gran casamento a logge: la casa dei “poveri vecchi”.

Alle undici in punto, piacevolmente stupita, quasi disorientata per la serena modestia di quell’insolito luogo campestre nel cuore dell’Urbe, mi ritrovai in una quieta saletta, tappezzata di libri, stipati su tavole di grezzo abete, perfettamente ingnara di aver varcato la soglia di uno dei templi sacri dell’intellighentsia romana e italiana di quegli anni. Annunziata a “monsignore” dalla servetta che mi aveva aperto, fui pregata di attendere un momento. Ne profittai per esplorare con occhio avido i palchetti di libri intorno a me. Letteratura, quasi tutta letteratura, e di ottima qualità: moderna, anzi contemporanea la più parte, italiana e francese, ma anche inglese, spagnuola, tedesca, russa, e parecchia in lingua originale; e poi, vecchie edizioni rare, otto-sette-secentesche, persino cinquecentine… Roba da mozzafiato per una patita del libro come me. Il sentimento di avversione sdegnata, esploso neanche ventiquattr’ore prima all’idea odiosa del “prete” sconosciuto, arbitro del mio destino in virtù di un’autorità che io in nessun modo gli riconoscevo, cedeva il passo a un disarmante senso di simpatia ammirata per l’uomo, del quale un séguito di segnali univoci mi parlava con un linguaggio ancora oscuro, è vero, ma attraente, degno di rispettosa attenzione.

L’attesa non fu lunga. Di lì a poco, apertasi un’altra porta, fui invitata ad accomodarmi, cosa che feci di buon grado, animata da trepida curiosità. Da dietro una semplice scrivania in noce, seduto quietamente tra libri e carte sistemate in bell’ordine, l’odiato “reverendo”, senza cerimonie, mi fe’ cenno di accomodarmi su una sedia dall’altra parte del tavolo. Ci scrutavamo a vicenda, in un silenzio protratto senza imbarazzo visibile. Lui, rilassato, sorridente, con grandi occhi scuri, mobili e intensi, fatti più grandi e profondi da spesse lenti da miope. Io, un po’ in tralice, senza averne l’aria, ma con addosso una gran tensione. Avevo davanti a me un uomo sulla quarantina. Massiccio, ma non pesante. Sotto la fronte ampia, nel volto ben fatto, dai tratti vigorosi, puliti, una barba nera di almeno due giorni dava risalto a una bocca piena, morbida e pur ferma, con un che d’infantile. Poggiate tranquille sul tavolo, due mani quadrate, solide, accrescevano l’impressione di una forza pacata che promanava da tutta la persona, non fosse stato per un dettaglio sconcertante: una bizzarra coperta di lana rasata, vermiglia a righe bianche nere, che – in tutto e per tutto simile a quella che il fantino suol gettare sul suo cavallo fumante e brividoso a corsa terminata – gli avvolgeva braccia e spalle, dandogli un’aria indifesa.

Fu lui a rompere il silenzio: «Sicchè lei è venuta a trovare questo vecchio prete…»
«Ahi, pensai io, incominciamo male». Ma, risoluta a non menare il can per l’aia, «Si, risposi. Debbo parlarle di N.N. e di me». E senza indugio cominciai a esporgli la vicenda drammatica che stavo vivendo e il motivo pratico per cui avevo chiesto udienza. Non avevo esperienza di preti, né tampoco di confessioni. In compenso, possedevo un mio proprio ingenuo codice d’onore, e su quello mi conducevo. Vi presiedeva un’intelligenza vivace, che a sua volta obbediva a un bisogno rigoroso di chiarezza onesta e di verità sincera, senza infingimenti, né maschere o vili coperture; virtù suprema appariva allora ai miei occhi un coraggio fiero, cavalleresco, accompagnato da un forte senso di lealtà fedele. Virtù laiche quant’altre mai, impastate di orgoglio e di presunzione; questo l’ho capito da molto tempo, e ne diffido, temendo insidie e trabocchetti senza fine; allora no, allora erano loro a regolare ogni mio pensiero e azione.

Fu, il mio, un racconto netto, deciso e impietoso, aggressivo come una sfida; una messa a nudo dura, orgogliosa, che non scansò nessun dettaglio, nessuna precisazione, per difficile che fosse a dirsi. Ma ancorchè rivolto a un sacerdote cattolico, il mio dire non somigliò in nulla a una confessione cristiana, mancandogli il più e il meglio: l’umiltà e il senso di colpa, la certezza di dire la propria miseria, non tanto a un uomo in benevolo ascolto, bensì – tramite quell’uomo – al proprio Padre e giudice e di implorarne il perdono. Io non cercavo perdono. Cercavo intelligenza (e ne trovai più di quanto mai avessi osato sperare!). Terminato il mio resoconto, e caduta la tensione aggressiva che mi aveva sostenuta, mi sentii leggera, come svuotata, e guardai curiosa in faccia al prete che mi aveva ascoltato in silenzio, senza batter ciglio, con un vago sorriso sul volto, come se si fosse trattato di acqua fresca. Ma quello non fiatava, né commentava. Continuava a guardarmi in quel suo modo curioso che non dava disagio, ma neppure soddisfazione, senza profferire verbo, simile a un intendente d’arte che contempla un quadro o una scoltura: pensieroso e compiaciuto.

Poi, senza alcun nesso apparente con quanto avevo appena esposto, volle sapere da me:
-Nata quando?
-Ventiquattro anni prima.
-Dove?
-In Olanda.
-Genitori?
-Padre italiano, madre olandese; divorziati ed entrambi risposati.
-Ah! Fratelli?
-Si, uno. Rimasto in Olanda con mio padre, quando io nel ’25 avevo seguito a Roma mia madre, risposatasi con un altro italiano: un trapianto traumatico, di cui portavo ancora il segno, non sentendomi in nessun modo italiana, ma neppure più olandese: un’apolide, sradicata, priva di una propria identità nazionale, di un popolo in cui riconoscermi, con cui solidalizzare.
-E gli studi?
-Bilingue si può dire sin dalla nascita, ero ormai una poliglotta. Laureanda in lingua e letteratura tedesca, avevo però fatto pure un anno di matematica e fisica… -Matematica???

Mi guardò finalmente sgomento, quasi ravvisando in me un mostro ripugnante. Lui, di matematica non aveva capito mai nulla, tanto che a scuola il professore, nello spiegare un problemino semplice semplice, soleva dire: «E’ tanto facile che lo capisce persino De Luca!». Del pari non aveva mai sentito i nomi di Amaldi, di Pontecorvo, di Fermi; quei nomi mitici che avevano stregato e riempito di strani sogni i miei anni di liceo e poi di via Milano…Provai il bisogno di rassicurarlo, narrando del provvido tifo che al termine del primo anno di università mi aveva confrontata per la prima volta seriamente con la morte, scatenando in me una fuoriosa voglia di vivere, ma non sui libri, in biblioteca o in laboratorio…Maglio dar spazio all’altra passione che covavo da anni: l’arte, la letteratura…Così ero passata a lettere. Accolse con visibile sollievo questa informazione e incominciò a interrogarmi cauto sulle mie letture attuali. Ci trovammo subito su un terreno dove l’intesa fu facile. Gli raccontai delle mie cotte giovanili per Soffici e Rimbaud, per Viani e Campana, per Cézanne e van Gogh, per Dufy e Chagall, Verlaine e Lautréamont, Rilke e Holderlin, Nietzsche e Kierkegaard…, nel pêle-mêle allegro e confuso di chi è da poco partito pieno d’entusiasmo alla scoperta di un mondo meraviglioso, senza confini.

Il monologo era diventato dialogo. Ci scoprimmo degli amici in comune: tra gli altri, un giovane libraio, Paolo Tombolini, complice divertito delle mie pazze letture di quegli anni e conosciuto da me sin da quando era alle prime armi nella Libreria Modernissima a San Silvestro, fidanzato alla cassiera timida e gentile che gli fu poi moglie e preziosa collaboratrice: resteranno nostri amici e consiglieri per tutta la vita. E lì, sui banchi della “Modernissima”, avevo scoperto una rivista fiorentina, di un gusto e di un’intelligenza straordinaria, Il Frontespizio. Non ne perdevo una copia, con tutto che fosse cattolica, cattolicissima, e glie lo dissi. Sorrise comprensivo, quasi grato per tanta mia degnazione. Gustavo gli articoli di Giovanni Papini, insieme a Prezzolini vecchio amico di mio padre, sin dai tempi della Voce; non mi dispiacevano gli scritti di tal Piero Bargellini, che non conoscevo; apprezzavo le note e noterelle polemiche e scanzonate, di cui la rivista traboccava; belli gli scritti di Carlo Bo e di Nicola Lisi; soprattutto, ammiravo certi articoli di fondo a firma Ireneo Speranza, senza dubbio uno pseudonimo: per quello là avevo concepito un’autentica cotta.

Mi guardò divertito:
«Ireneo Speranza sono io!».
Restai a bocca aperta, sbalordita, non sapendo che dire, non so se più confusa o vergognosa per il tono di sufficienza saccente con cui lo avevo sinora trattato; poi disarmai di colpo, presa da un’allegria piena di gioia liberatoria:
«Ireneo Speranza! Lei! Un mio amico clandestino! Che roba, gente, che roba!».
Era fatta. Fummo amici. Per la vita e per la morte.
Nel frattempo era passato ben più che la fatidica mezz’ora concessami la sera prima, per telefono. Me ne avvidi e glie lo feci notare con finto rammarico: «Povero lei, con tanto che aveva da fare; e io qui, a rubarle il suo tempo prezioso…»
«Eh, già, succede».

Senza scomporsi, continuò a chiacchierare e io, dopo qualche altra moina ipocrita, ci stetti, senza pensarci più su. E così finalmente, dolce dolce, senza che io me ne avvedessi, arrivammo a parlare anche di religione. Dimenticato del tutto il movente primo della mia visita, ormai non avevo più ritegno a confidarmi con il mio nuovo amico: prete, sì, certo, ma anzitutto amico. E a un amico si dice tutto, no? Sennò, che amicizia è? Eppoi, qualcosa avevo da raccontargli, che poteva interessarlo. Dopotutto, da un anno a quella parte, mi erano successi certi fatti stranissimi: quasi delle folgorazioni, a ciel sereno; così, d’un tratto, quando meno te l’aspetti. Come quella domenica mattina, che, accesa a caso la radio, sentii trasmettere il ‘Pater Noster’ in gregoriano (avevo captato, immagino, la radio vaticana) e pensai di colpo: «Ecco, in questo momento, in tutto il mondo c’è gente che prega con queste stesse parole!» Non era vero. Se non altro, per via dei fusi orari. Ma io avevo capito d’un colpo e senza l’ombra di un ragionamento che cosa è l’universalità della Chiesa.

Fortuna che ero sola in camera, perché scoppiai in un pianto dirotto, a singhiozzi irrefrenabili; un pianto che mi lasciò stremata. Oppure come quella volta che, entrata in una chiesa al solo scopo di studiarla da un mero punto di vista artistico, ai fini di un imminente esame di storia dell’arte con Toesca, d’un tratto avvertii un senso di mistero, mai avvertito prima d’allora; «Ma che arte e non arte, mi venne fatto di pensare, questo è un luogo di preghiera, qui la gente entra per pregare», e osservai per la prima volta con attenzione partecipe una vecchietta che davvero non sapeva che farsene di tutti i miei problemi culturali, ma stava lì seduta tranquilla, raccolta, beata, sgranando un rosario, le labbra appena mosse in una preghiera silenziosa, di cui io ignoravo tutto. Invidiai la felicità manifesta di quella vecchina, e uscii, sentendomi triste, anzi profondamente infelice. Di fatti così me ne erano capitati almeno altri due o tre, che sarebbe lungo enumerare qui, ma che, visto l’interesse e la comprensione dimostrata dal mio interlocutore, narrai tutti, con dovizia di particolari.

Né il mio racconto si limitò ad essi, ma finii per rievocare le mie due nonne, religiosissime entrambe: cattolica praticante quella italiana, mai conosciuta (a lei dovevo se ero stata battezzata, nata come ero da un matrimonio misto celebrato con la dispenza paolina); di nessuna religione ufficiale quella olandese, ancorchè figlia di due missionari protestanti, morti giovani nel “rimbu” giavanese, stroncati da una delle tante febbri infettive che infestavano le colonie olandesi nella seconda metà del secolo passato: di nessuna religione ufficiale, dicevo, ma fanatica teosofa, prima, antroposofa poi, a grande dispetto e disgusto di mia madre che temeva la sua “nefasta” influenza sulla nipotina, fantastica la sua parte e patita della nonna. Finii addirittura per raccontare del mio unico findanzato, mandato a spasso dopo nemmeno un mese, per incompatibilità e insofferenza invincibile da parte mia, ma «tanto religioso, poverino!», che «chissà quanto avrà pregato per me!»

A questa ipotesi che mi venne fatto di avanzare per una ispirazione del momento, forse pensando di far piacere al reverendo che avevo di fronte, lo guardai in faccia interrogativa, ma quello non se ne diede per inteso e replicò si e no con un vago cenno di assenso, alzando le spalle e chiando appena la fronte. Niente. Non funzionava. Mi capitò di guardare ancora una volta l’orologio.
«Misericordia, don Giuseppe! Ha visto l’ora?»
Guardò pure lui e si rese conto che stavolta la cosa si era fatta seria. Dovemmo accomiatarci in fretta e furia. Io, profondendomi in mille scuse e offrendo ogni possibile riparazione:
«Guardi, qualsiasi cosa io possa fare per lei, per darle modo di recuperare un poco del tempo che ha speso per me, la faccio volentieri».
«Davvero?»
Mi scrutò soprappensiero; poi, esitante:
«Senta, se dice davvero, un piacere me lo potrebbe fare, un piacere grandissimo».
«Dico davvero. Se posso, glie lo faccio senz’altro, con gioia».
«Allora guardi. Io ho un amico carissimo, che vorrei tanto andar a trovare tutti i giorni, ma lo vede lei stessa come mi succede, non mi riesce mai. Ci andrebbe lei per me, a portargli i miei saluti?»

«Certo! Se non è che questo! Penso che per lui non sarà la stessa cosa, ma se lei lo desidera, mi dica dove debbo andare e vado».
Mi sogguardò un’altra volta nello stesso modo esitante, curioso. Quindi si spiegò di netto.
«Ecco. Entri nella prima chiesa che incontra, uscendo di qui; si fermi davanti al tabernacolo e dica: ‘Ti porto i saluti di quel tale amico che tu sai. Lui non è potuto venire, sai come è fatta la sua giornata. In cambio ha mandato me, per farti un poco di compagnia’; poi si fermi lì, non meno di tre minuti, non più di cinque. E questo favore me lo faccia tutti i giorni. Si ricordi: davanti al tabernacolo, non meno di tre minuti, non più di cinque».
Ero sbalordita, lo confesso; ma orgogliosa come sempre, non lo diedi a divedere. E poi la faccenda del tabernacolo!
«Bene, don Giuseppe, se non è che questo sarà servito. Ma…, ma…, il tabernacolo che cos’è?»
Stavolta toccò a lui restare sbalordito: non immaginava tanta ignoranza. Ma non fece commenti né meraviglie. Riflettè un momento e spiegò:
«Bene. Entrando in chiesa, vedrà che da una parte c’è un altare con un lumino rosso acceso. Si fermi lì, e riferisca il mio messaggio».
«D’accordo, sarà servito».

Così ci lasciammo, con l’impegno che mi sarei fatta viva io di lì a due settimane, non prima, non dopo.
Ricordo che uscii alquanto disorientata: le cose avevano preso una piega così diversa da quello che mi ero figurata, chiedendo udienza! Ma sono donna d’onore, e quando prometto mantengo. Percorsi dunque a ritroso la strada fatta due ore prima e mi ritrovai davanti alla chiesa di San Francesco di Paola. Entrai. Cercai nella penombra il lumino rosso e lì davanti, imbarazzata oltremodo, pronunciai il singolare messaggio per l’amico del mio nuovo amico. Non so che cosa pensassi, parlando così, rivolta a quello che per me era un puro nulla, un vuoto insensato, compiendo un atto assolutamente assurdo; so solo che appena finito di pronunziare a bassa voce le parole fatali, mi sentii stringere lo stomaco da una mano di ferro, mentre un groppo alla gola mi strangolava, e che fuggii brancolando a tentoni verso l’uscita, sbattendo contro banchi e sedie, finchè non fui fuori a riprendere fiato, sgomenta per quanto era accaduto. Ma sono donna d’onore, e quel che prometto mantengo. Sicchè l’indomani entrai di nuovo in chiesa, fedele all’impegno preso: non meno di tre minuti, non più di cinque. Ma stavolta non fuggii, chè anzi alle parole del messaggio unii altre parole, mie. Si avviò così un dolce colloquio, mai più intermesso da allora. Avevo imparato a pregare.

Nella nostra preghiera solitaria
[Brano aggiunto in calce dall’Autrice]

Erat docens quotidie in templo. – Gesù «est docens» in chiesa, nella nostra preghiera solitaria. Quando preghiamo ci pare di parlare noi a Dio, ed è invece Iddio che parla a noi, nelle nostre stesse parole. Dio non ha nessun bisogno di preghiera, per sapere ciò che ci occorre e per donarcelo: egli sa e dà, nella sua infinita sapienza e misericordia. Ma vuole che noi lo preghiamo, perché siam noi ad aver bisogno della nostra preghiera. La nostra preghiera, quando è buona e ben fatta e non è soltanto uno sfogo naturale di esaltazione o di angoscia, la nostra preghiera è Gesù che la fa in noi. «Misit Deus Spiritum Filii sui in corda vestra clamantem: Abba, Pater» . Or quante volte noi ci rechiamo in chiesa, a pregare da soli, anche se non ci chiamano le campane? Quante volte togliamo alla nostra indaffaratissima giornata (e quanto più attiva, tanto forse più vana) un cinque minuti per andarli a trascorrere nella casa di Dio? Quante volte concediamo all’anima nostra un incontro col suo solo amore, Iddio? Quante volte abbandoniamo un poco, un poco soltanto, del nostro labile e triste tempo, nel fuoco dell’eternità?

Don Giuseppe De Luca

NASCE L’ARCHIVIO ITALIANO PER LA STORIA DELLA PIETA’ (n.1, aprile 1987, pp.95-99)

Scendevamo a passo spedito da Monteverde a Trastevere, fiancheggiando i cipressi di Villa Sciarra. Davanti a noi la Città Eterna, silenziosa nel grigio crepuscolo di quel 23 marzo 1944. Aboliti i mezzi di trasporto, vietato persino l’uso della bicicletta, per muoverci non restava che il caval di san Francesco. Il pomeriggio era passato lavorando insieme in casa mia a non ricordo più quale traduzione dal fiammingo antico: Hadewijch? Ruusbroec? Non so. Ora lo accompagnavo per un tratto di strada verso la sua bella casetta di cappellano delle Piccole Suore die Poveri, con vista sul Colosseo, prima che scattasse il coprifuoco: avevamo tanto da dirci, e il tempo a disposizione era sempre troppo breve. A un tratto avvertimmo il rombo cupo di uno scoppio, giù nella città ai nostri piedi; sostammo un attimo a scrutare se mai si capisse donde veniva, ma non si vedeva nulla e non ci facemmo caso più di tanto: si era abituati ormai al rumore di scoppi lontani, or qua or là nella città, un po’ come oggi ci stiamo abituando alla presenza in città del terrorismo. Il giorno dopo apprendemmo che in via Rasella eran state lanciate alcune bombe sopra un plotone di anziani soldati altoatesini.

Ma noi quella sera avevamo la testa a tutt’altro. Don Giuseppe, avviluppato, freddoloso com’era, nel suo gran mantello nero a ruota, mi diceva un’ennesima volta la propria tristezza per via di quel suo sogno tradito, quella grande storia della pietà in Italia, vagheggiata sin dalla prima giovinezza, allorchè l’opera famosa del Bremond , letta in seminario, quand’era ancora, si può dire, un ragazzo, aveva risvegliata in lui l’ambizione di fare qualcosa di simile in Italia: di simile, o forse addirittura di meglio… In fatto di sogni ambiziosi il giovane De Luca non fu secondo a nessuno. Così come, d’altronde, non lo fu da vecchio. Quel discorso non era davvero nuovo per me. Troppe volte me ne aveva parlato, nei sei anni trascorsi da quando, nel tumulto di una giovanile crisi sentimentale e insieme religiosa, sfociata nel giro di un anno in una regolare “conversione”, mi ero accostata di prepotenza a lui, affidandomi alla sua direzione, come suol dirsi, “anima e corpo”. Laureata in lingua e letteratura tedesca, sotto la sua guida a poco a poco avevo abbandonato i miei vecchi interessi letterari, per passare allo studio della mistica e dei movimenti spirituali in seno alla Chiesa cattolica, nel contempo apprendendo i rudimenti della tecnica filologica e storica e formandomi una elementare cultura teologica, della quale sino allora ero stata completamente digiuna. Nel ’41 la vita mi aveva posta davanti a una scelta di fondo.

Di concerto con Giuseppe Gabetti, titolare della cattedra di germanistica all’Università di Roma, e con il direttore dell’Istituto Storico Olandese, Johannes Hoogewerff, il Ministero della Pubblica Istruzione aveva creato proprio per me, figlia di un noto professore di lingua e letteratura italiana in Olanda, un lettorato di olandese: nonostante le rimostranze in famiglia e il grave disappunto dei due professori che si erano adoperati per la riuscita del progetto, rinunziai alla carriera universitaria che mi si era aperta così, appena laureata, per inoltrarmi invece nel campo di ricerche del tutto nuove, e tanto più affascinanti e avventurose, prospettatemi dal mio nuovo amico, il quale di conseguenza si assunse la responsabilità morale e materiale del mio avvenire. Si era stabilita così tra noi una di quelle rare intese dell’anima, di vita e di studio, quali a volte sappiamo posson nascere appunto tra un sacerdote e un convertito affidatosi alla sua direzione. Quanto a me, per la via traversa di un saggio sul sacerdote e massimo poeta fiammingo dell’800 Guido Gezelle e di alcune versioni di testi della dugentesca poetessa e mistica brabantina Hadewijch, avevo finito per sposare in tutto e per tutto i sogni del mio straordinario amico-maestro, specie dopochè ebbi la ventura di scoprire – appunto nel ’41 – l’autrice di un piccolo, ma capitale testo mistico di una beghina francese morta sul rogo nel 1310, madre di tutto il quietismo posteriore, sino alla grande esplosione seicentesca.

Quella scoperta decise definitivamente dei miei studi. Più di quarant’anni son trascorsi da allora e oggi che ho i capelli bianchi comprendo come quel mio giovanile fervore aveva infuso nuovo slancio e nuova gioia di vivere al maturo sacerdote al mio fianco, stanco, deluso, sfiduciato; ero entrata nella sua vita – come ebbe a dirmi una volta – come un gran vento che gli aveva buttato all’aria tutte le carte, poggiate in bell’ordine sulla sua scrivania. Oggi capisco. Allora capivo poco o niente. Ma torniamo a De Luca e al suo grande sogno tradito: è di questo che intendo parlare, non di me, anche se la qualità di chi testimonia ha il suo peso per chi debba giudicare del valore di una testimonianza resa. E il compito mio oggi è più che mai ricordare, testimoniare. Molti anni prima d’incontrare me, intatto ancora di forze e giovane di entusiasmo e di grazia, egli se ne era confidato con amici di lui più anziani, in grado di capirlo e di spronarlo, ciascuno a proprio modo, all’impresa vagheggiata: con Papini, col Bremond, col De Guibert, con il Wilmart, con Croce, con lo stesso Prezzolini, e da ciascuno aveva ricevuto incoraggiamenti e consigli. Ma gli anni eran passati; gli amici, chi morto, chi lontano, chi sviato…

E lui, ancora sempre lì, sempre a studiare, sempre sulle mosse, sempre esitante, sempre ad appoggiarsi ad altri nella sua azione di prete nella cultura, sempre in cerca di alibi imputabili ai casi della vita (i quali, si sa, non mancano mai), bloccato da una paralisi complessa, apparentemente senza via d’uscita. A chi dirsi ormai, se non alla giovane donna, alla neofita da lui conquistata ai suoi studi prediletti, a colei che con lui condivideva i suoi sogni di cristiano e di sacerdote, innamorato di Gesù e della Chiesa, ma con tutta l’arte, tutta la poesia, tutta la scienza, tutto l’umano pensiero? Ricordo ogni suono, ogni ombra, ogni luce, di quel lontano crepuscolo ovattato, segnato da scoppi sinistri. Nella vita di ciascuno di noi vi sono momenti privilegiati che si imprimono nella memoria per sempre, cruciali, definitivi: io, di quel nostro andare spediti, assorti, rammento ogni mossa, ogni parola, ogni silenzio. L’uomo che tristemente mi si confidava, soffriva, torturato nel profondo dell’anima: non si trattava ormai di un vecchio sogno sempre riaffiorante nella memoria; no, era, il suo, un caso di coscienza grave, che chiedeva di essere risolto, una volta per sempre.

Era mai lecito – così egli si chiedeva e chiedeva a me che lo ascoltavo attenta -, era mai lecito che egli continuasse a vivere come era vissuto sino allora, dissipando in mille rivoli (tutti santissimi, per carità!) il meglio delle sue forze, il grande sapere, accumulato in anni e anni di studio assiduo, appassionato; umiliando, gettando allo sbaraglio di una attività giornalistica frenetica quella sua intelligenza che sapeva di una qualità rara, eccezionale, ancorchè quasi non osasse dirselo, sì che, quando uno vi accennava, sembrava sinceramente incredulo e si schermiva vergognoso? Non rischiava per caso di perdere insieme all’intelligenza anche l’anima? E con l’anima, la ragione profonda della sua vita sacerdotale? Che cosa si attendeva davvero da lui il Signore? Si rammenti che da oltre due anni ormai don Giuseppe si era impegnato in un’ennesima impresa editoriale: la creazione – in una con Alfredo Schiaffini e tra mille difficoltà di ordine pratico dovute alla guerra – di quella collana di studi eruditi, il cui nome, “Storia e Letteratura”, è oggi famoso tra i cultori di materie storico-filologiche e i cui volumi sono presenti in tutte le maggiori biblioteche del mondo.

Tale collana darà poi vita, attraverso a vicende da me già narrate in altra sede, all’omonima casa editrice, ma allora – semiclandestina – non diceva ancora nulla a nessuno, mentre comunicava al suo ideatore e promotore un senso di angosciata precarietà, quasi di un’ennesima follia destinata a sicuro fallimento. Ma quella sera fra noi due non si trattava della neonata serie; si trattava di lui, del suo personale destino di studioso e di prete negli studi. «Che debbo fare, Romana? Te lo chiedo davanti a Dio, dimmelo tu. Quel che tu mi dirai, io farò». Ero turbata. Avvertivo il grave impegno a cui mi chiamava. Non so come né da chi ispirata rispondessi: so solo che la mia risposta fu davvero, come diceva lui, determinante, definitiva, starei per dire irreparabile, per la sua e la mia vita successiva. Dopotutto, poco avevo potuto intravvedere del campo di studi nel quale il mio maestro e donno si muoveva con così superba agevolezza; ma quel poco, da quel che gli stesso me ne aveva detto, era sufficiente a farmene comprendere la sterminatezza, ancora tutta o quasi da esplorare.

Risposi con semplicità. «Don Giuseppe, dissi, a me sembra che – per quanto lei abbia potuto vedere, studiare, meditare – i tempi non siano ancora maturi per un lavoro di sintesi, per una storia complessa e completa, come la sogna lei. Occorrono ancora ricerche particolari senza fine, se si vuol dire una parola attendibile, seria, e non già improvvisata, alla maniera dei tanti libri, ispirati da santa devozione, non ne dubito, ma abborracciati con irresponsabile leggerezza da studiosi improvvisati, che vediamo nelle librerie oggi». Sin qui nulla da eccepire: il gudizio, ancorchè severo, non faceva una grinza. Il bello viene ora. Sempre non so come, ispirata non so da chi, continuai a oracolare e lui ad ascoltare. «Perché – seguitai dunque, sulla spinta dell’abbrivo preso con tanto slancio, in una specie di raptus incosciente -, perché, invece di scriverla lei quella storia impossibile, non mette a frutto le sue vaste conoscenze in materia e, insieme, le sue relazioni senza fine nel mondo dei filologi, degli storici, degli eruditi, per dar vita a una rivista che chiami a raccolta i giovani nello studio di un così grande e santo tema?».

Don Giuseppe si fermò di botto e mi scrutò in volto a lungo, in silenzio, pensoso. Poi sentenziò perentorio: «No, una rivista no. Sarà un archivio. Lo farò. Mi ci impegno sin da ora, davanti a Dio. A un patto, però: che tu ti ci metti, assieme a me, impegnandotici tutta». Non me l’aspettavo. Fra l’altro, quasi non distinguevo la differenza che corre tra una rivista e un archivio, tanta era la mia ignoranza allora, così come d’altra parte ero all’oscuro dei suoi vecchi dibattiti interiori circa l’opportunità di creare una rivista ad hoc o non piuttosto un archivio: a me aveva sempre parlato di un’opera in più volumi. Ma messe le cose in questi termini, non esitai. «Va bene, don Giuseppe. Conti su di me». «Per la vita?». «Per la vita». Nasceva così, imprevedibilmente, come per una folgorazione improvvisa, l’ Archivio Italiano per la Storia della Pietà, la grande impresa che costituirà di lì a poco il secondo pilastro sul quale don Giuseppe De Luca poggerà la sua casa editrice, espressione di un pensiero profondo e originale, destinato a fecondare e arricchire in mille modi e – presumo – ancora a lungo la conoscenza, anzi la coscienza più profonda e misteriosa della propria storia segreta di tanti cristiani, di innumerevoli uomini, in una maniera o l’altra avvertiti e consapevoli, più o meno, del proprio amore per Dio, ragione ultima – come senso e come fine – della loro stessa esistenza.

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