Introduzione...
Una Chiesa che torni allo spirito del Concilio, che sappia mettersi in ascolto degli altri lungo il problematico cammino comune e non pretenda invece di “produrre certezze su tutto”, di “dettare un’etica pubblica su tutto”, ridotta a una “schematica serie di norme oggettive dettagliatissime, soprattutto nel campo sessuale”. E’ l’auspicio di questa lettera aperta inviata tre anni fa a chi di dovere da un gruppo di cattolici di Pistoia. Non si è trattato certo dell’unica manifestazione del crescente disagio suscitato nei credenti dalla linea, di fatto anti-conciliare, prevalsa ormai nella gerarchia. Di fronte ad essa – lamentavano i 29 firmatari – il laicato cattolico rischia di dividersi in atteggiamenti o di “silenzioso opportunismo”, o di “doloroso scisma sommerso”. L’ammonimento è rimasto inascoltato.
Uno dei firmatari, nell’autorizzarci a inserire nel nostro sito il testo della lettera aperta, ci ha inviato le seguenti precisazioni:
«Tre anni fa, nel settembre 2006, alcuni cattolici di una piccola città toscana, Pistoia, scrissero una lettera aperta al loro vescovo, preoccupati del clima ecclesiale che si stava affermando. Chiedevano, con molto garbo e “moderazione”, che cosa stava succedendo nella Chiesa italiana, che ne era dei fermenti innovatori sorti negli anni del Concilio Vaticano II, che ne era dell’ispirazione profetica ed evangelica in anni di cristianesimo declinato come assordante “religione civile”, chiedevano soprattutto la riapertura di un dialogo che appariva da troppo tempo bloccato o forse, peggio, negato.
A molti cattolici locali sembrò una dichiarazione peregrina, fuori luogo, di cui non si coglievano né necessità né significato. I tempi della Chiesa e della politica, o forse dovremmo dire i tempi della politica ecclesiastica, avrebbero presto chiarito l’urgenza di un dibattito che invade oggi le pagine dei giornali (molto meno la televisione, dove la quasi unica voce recensita resta quella gerarchica) e che è vivo dovunque vi siano due o tre cittadini, credenti o non credenti, pensosi e interessati al futuro dell’Italia, dell’Occidente e della comunità cristiana». [L’espressione «due o tre cittadini…» potrebbe sembrare insolita e un po’ criptica. Ma se non prendiamo abbaglio, vuol riecheggiare un passo della Prima Lettera di S. Paolo ai Corinzi (14, 1-19). Se così è, crediamo che chi scrive voglia rivolgersi ai cattolici invitandoli, nel partecipare all’auspicato dibattito, a parlare con tutta sincerità, apertura e chiarezza, in sintonia con qualunque altro “cittadino” di buona volontà, sia egli, appunto, credente o non credente].
LETTERA APERTA AL VESCOVO E AL CONSIGLIO PASTORALE
DELLA DIOCESI DI PISTOIA
Recenti eventi nazionali e locali e una costante riflessione sulle tematiche ecclesiali, che ci accomuna da tempo e ci trova in sostanziale concordia, ci
sollecitano ad esprimere alcuni pensieri e proporli all’attenzione della Chiesa di Pistoia di cui siamo parte, nell’intento e con la speranza di contribuire
al riaccendersi di un dibattito, di un confronto e di una discussione costruttiva.
Avevamo creduto nel Concilio Vaticano II.
Una chiesa che accettava di rinnovarsi tornando alle origini apostoliche, ma carica di tutte le istanze positive della modernità; che voleva essere soprattutto
comunità di servizio, che dava finalmente voce ai laici, che sapeva mettersi in ascolto degli «altri», del mondo, lasciandosi da questo interpellare, che praticava
il perdono e l’accoglienza, segni visibili della misericordia di Dio e dell’amore di Cristo. Avevamo creduto in una nuova visione della morale, che mettesse al
centro la sequela di Cristo - in un cammino sempre perfettibile - e non fosse più ridotta a una schematica serie di norme oggettive, dettagliatissime soprattutto
nel campo sessuale.
Attendevamo una chiesa che piano piano si spogliasse dei privilegi e si mettesse, povera con i poveri, a servizio degli ultimi, rendendosi credibile per il suo
stile «altro» dal mondo. Una chiesa che sapesse anche tacere, che non producesse certezze su tutto ma anzi riconoscesse di non avere immediate risposte per ogni
questione posta dai tempi; che sapesse umilmente ammettere i propri errori e peccati (passati ma anche attuali) senza nascondere la mediocrità che è presente
anche in lei e che le impone – secondo il dettato conciliare – una tensione continua verso il Regno. Oggi ci sembra di cogliere orientamenti e scelte di
tutt’altro segno, che suscitano in noi inquietudine e disagio.
Guardando agli spazi interni alla Chiesa, la mancata realizzazione di quel clima di dialogo inaugurato dal Concilio, di cui è segno lo scarso ascolto della
voce dei laici, relega molti in una condizione di marginalità: dalla quale possono originarsi atteggiamenti sia di silenzioso opportunismo, sia di doloroso
«scisma sommerso», secondo la definizione di un anziano autorevole cattolico come il filosofo Pietro Prini.
Guardando al rapporto chiesa-mondo, si nota l’affermarsi della cosiddetta «religione civile», un cristianesimo da assumere – da parte di atei
dichiarati – come riserva di identità culturale in società prive di punti di riferimento, un cristianesimo da utilizzare, accantonandone lo specifico
religioso, come baluardo di valori di un Occidente minacciato. Come non avvertire che il prezzo di una maggiore visibilità della chiesa nella società,
di un suo accresciuto peso politico, è la perdita del primato del Vangelo, il venir meno della sua carica profetica, la sua rinuncia a giudicare i poteri?
(L’esempio dell’America di Bush è eloquente: gruppi cristiani fondamentalisti hanno barattato leggi rassicuranti in materia di etica sessuale con
un ‘silenzio assordante’ sulla guerra in Iraq e sullo scandalo della povertà.)
Guardando infine alla «teologia delle realtà terrestri», ci sembra talvolta dimenticata la preziosa distinzione dei ruoli operata dal Concilio Vaticano
II: ai pastori una predicazione evangelica incentrata sui principi, la forza del discernimento ma salvaguardando l’ispirazione unitaria propria del messaggio
di Cristo; ai laici cristiani la ricerca di faticose e sempre provvisorie soluzioni normative ai problemi sociali, economici e politici emergenti.
Ricerca da compiere nel cammino comune con gli altri uomini, nel confronto con componenti della società non religiose o espressione di religiosità
diverse: consapevoli di non poter avanzare, in un clima non più di «cristianità», il diritto di dettare un’etica pubblica, cristiana, per tutti i cittadini.
Illuminanti e degne di meditazione ci appaiono, a questo proposito, alcune parole di Carlo Maria Martini raccolte in un recente articolo di Enzo Bianchi
(apparso su La Stampa il 7 agosto scorso, con il titolo “Siate profeti ma non entrate in politica”): «Per l’annuncio profetico e coraggioso del vangelo,
a volte sono necessari ‘grandi silenzi’, a volte ‘una parola chiara’, ma gli uni e l’altra dovrebbero avere sempre e solo un’eloquenza profetica.
Questo pare teoricamente assodato, ed è ribadito anche dal consenso ecclesiastico che vieta ai ministri del culto la militanza politica, però di fatto
è costantemente contraddetto da parole che non stanno nello spazio della profezia». Ci sembra che la chiesa delineata dal Concilio sia ancora troppo
lontana dall’esistere e che invece solo ripartendo da quell’evento cruciale la comunità cristiana potrebbe tornare a toccare il cuore di tanti uomini
e donne di buona volontà, che al contrario si chiudono nella dimensione privata oppure si rivolgono altrove per cercare nutrimento alla propria ricerca
esistenziale e religiosa. Il nostro vuole essere solo l’invito a un dialogo aperto in una chiesa che avvertiamo oggi troppo silenziosa al suo interno,
un modesto segno di parresia [libertà di parlare francamente – n.d.c.], virtù eminentemente cristiana troppo spesso dimenticata.