Torna alla sezione >>

Introduzione...

La Rivista Trimestrale pubblicava, nelle ultime pagine di ciascun fascicolo, testi aventi attinenza ad argomenti trattati nel fascicolo stesso. Nel n.2/giugno 1960 venne riportato tra l’altro, quasi integralmente, il cap-IV (Sez.A) della Fenomenologia dello Spirito di Hegel, interpretato e commentato da Alexandre Kojève. (Tr. It. La dialettica e l’idea della morte in Hegel, Einaudi, Torino 1948), che trascriviamo qui a nostra volta (le chiose del Kojève tra parentesi quadre). Data la lunghezza di tale testo, lo faremo in più “puntate”.

Hegel (Kojève):
SIGNORIA E SERVITU’

[L’Uomo è autocoscienza. E’ cosciente di sé, cosciente della sua realtà e della sua dignità umane; e in questo differisce essenzialmente dall’animale, che non sorpassa il livello del semplice Sentimento di sé. L’Uomo acquista coscienza di sé nell’atto in cui, per la “prima” volta, dice: “Io”. Comprendere l’uomo per mezzo della comprensione della sua “origine”, significa dunque comprendere l’origine dell’Io rivelato dalla parola. Ora, l’analisi del “pensiero”, della “ragione”, dell’”intelletto” ecc. – in via generale del comportamento conoscitivo, contemplativo, passivo di un essere o di un “soggetto conoscente” – non scopre mai il perché o il come della nascita della parola “Io” e, quindi, dell’Autocoscienza: ossia della realtà umana. L’uomo il quale “contempla” è “assorbito” da quel che contempla; il “soggetto conoscente” si “perde” nell’oggetto conosciuto. La contemplazione rivela l’oggetto, ma non il soggetto. L’oggetto, e non il soggetto, si mostra a se stesso nel e per – o, meglio, come – atto di conoscere. L’uomo “assorbito” dall’oggetto contemplato può essere “richiamato a sé” soltanto da un Desiderio: dal desiderio di mangiare, per esempio.

Ciò che costituisce un essere come Io e lo rivela come tale, spingendolo a dire: “Io…”, è il Desiderio (cosciente). Solo il Desiderio trasforma l’Essere rivelato a sé da se stesso nella conoscenza (vera) in un “oggetto” rivelato a un “soggetto” da un soggetto differente dall’oggetto e “opposto” a lui. Solo nel e per, o meglio ancora, come “suo” desiderio l’Uomo si costituisce e si rivela – a sé e agli altri – come un Io, come Io essenzialmente diverso dal non-Io e radicalmente opposto a esso. L’Io (umano) è l’Io di un Desiderio o del Desiderio. Lo stesso essere dell’Uomo, l’essere cosciente di sé, implica dunque e presuppone il Desiderio. Di conseguenza, la realtà umana può costituirsi e sussistere solo all’interno di una realtà biologica, di una vita animale. Ma il Desiderio animale, pur essendo la condizione necessaria dell’Autocoscienza, non ne è la condizione sufficiente. Da solo, costituisce soltanto il sentimento di sé.

All’inverso della conoscenza, la quale mantiene l’Uomo in una quiete passiva, il Desiderio lo rende in-quieto e lo spinge all’azione. L’azione, nascendo dal Desiderio, mira a soddisfarlo; cosa che può fare solo mediante la “negazione”, la distruzione o, quanto meno, la trasformazione dell’oggetto desiderato: p. es., per soddisfare la fame, bisogna distruggere o, per lo meno, trasformare il nutrimento. Ogni azione è perciò “negatrice”. Nonchè lasciate il dato qual è, lo distrugge: se non nel suo essere, nella sua forma data. E ogni “negatività-negatrice” rispetto al dato è necessariamente attiva. Ma l’azione negatrice non è meramente distruttiva. Invero, se l’azione che nasce dal Desiderio distrugge, per soddisfarlo, una realtà oggettiva, crea tuttavia al suo posto, in e con questa stessa distruzione, una realtà soggettiva. L’essere che mangia, p. es., crea e conserva la propria realtà mediante la soppressione di una realtà diversa dalla propria, mediante l’ “assimilazione”, l’ “interiorizzazione” di una realtà “estranea”, “esteriore”. In via generale, l’Io del Desiderio è qualcosa di vuoto, che riceve un contenuto positivo reale solo dall’azione negatrice che soddisfa il Desiderio distruggendo, trasformando e “assimilando” il non-Io desiderato. E il contenuto positivo dell’Io, costituito dalla negazione, è una funzione del contenuto positivo del non-Io negato. Se, dunque, il Desiderio verterà su un non-Io “naturale”, l’Io sarà anch’esso “naturale”. L’Io creato dalla soddisfazione attiva di un Desiderio di tale specie avrà la stessa natura delle cose cui si volge tale Desiderio: sarà un Io “cosale”, un Io puramente “vivente”, un Io animale. E quest’Io naturale, funzione dell’oggetto naturale, potrà rivelarsi a sé e agli altri solo come sentimento di sé. Non si eleverà mai sino all’Autocoscienza.

Affinché ci sia Autocoscienza, occorre pertanto che il Desiderio verta su un oggetto non-naturale, su qualcosa che ecceda la realtà data. Ora, la sola cosa la quale sorpassi la realtà data è lo stesso Desiderio; giacchè il Desiderio, considerato come tale, prima cioè del suo soddisfacimento, è di fatto solo un nulla rivelato, un vuoto irreale. Il Desiderio - essendo la rivelazione di un vuoto, essendo la presenza dell’assenza di una realtà – è essenzialmente differente dalla cosa desiderata, non è affatto una cosa, un essere reale statico e dato, conservatesi eternamente nella identità con se stesso. Il Desiderio vertente su un altro Desiderio, considerato come tale, creerà pertanto, con l’azione negatrice e assimilatrice intesa a soddisfarlo, un Io essenzialmente diverso dall’ “Io” animale. Tale Io, “alimentantesi” di Desideri, sarà anch’esso Desiderio nel suo stesso essere, creato nella e con la soddisfazione del proprio Desiderio.

E poiché il Desiderio si attua come azione negatrice del dato, l’essere di tale Io sarà azione. Non sarà, come l’“Io” animale, “identità” o eguaglianza con sé, ma “negatività negatrice”. In altri termini, l’essere di un tale Io sarà divenire, e la sua forma universale non sarà spazio, ma tempo. Il suo mantenersi nell’esistenza, significherà perciò: «non essere quel che è (come essere statico e dato, come essere “naturale”, come “carattere innato”) ed essere (ossia, divenire) quel che non è». Tale Io sarà pertanto la sua propria opera: sarà (nel futuro) quel che è divenuto mediante la negazione (nel presente) di quel che fu (nel passato), tale negazione venendo effettuata in vista di quel che esso diverrà. Nel suo stesso essere, tale Io è divenire intenzionale, evoluzione voluta, progresso cosciente e volontario. E’ l’atto di trascendere il dato a lui dato e che esso stesso è. E’ un individuo (umano), libero (nei confronti della realtà data) e storico (rispetto a se medesimo). Tale Io, ed esso soltanto, si rivela a sé e agli altri come Autocoscienza.

Il Desiderio umano deve avere come oggetto un altro Desiderio. Affinché ci sia desiderio umano, è quindi necessario che ci sia anzitutto una pluralità di Desideri (animali). In altri termini: affinché la Coscienza di sé possa nascere dal Sentimento di sé, e la realtà umana si possa costituire all’interno della realtà animale, occorre che questa realtà sia essenzialmente molteplice. L’uomo quindi non può apparire sulla terra che all’interno di un gregge. Ecco perché la realtà umana non può che essere sociale. Ma, affinché il gregge divenga una società, la sola molteplicità dei Desideri non è sufficiente; occorre altresì che i Desideri di ciascuno dei membri del gregge vertano, o possano vertere, sui Desideri degli altri. Se la realtà umana è una realtà sociale, la società è umana solo come insieme di Desideri desiderantisii reciprocamente come tali. Perciò il Desiderio umano o, meglio, antropogenico – costituente un individuo libero e storico, cosciente della sua individualità, della sua libertà, della sua storia e, infine, della sua storicità – differisce dal Desiderio animale (costituente un essere naturale, meramente vivente e avente solo un sentimento della sua vita) perché verte non su un oggetto reale, “positivo”, dato, bensì su un altro Desiderio.

Così, p. es., nel rapporto tra l’uomo e la donna, il Desiderio è umano solamente se si desideri non il corpo ma il Desiderio dell’altro, se si voglia “possedere” o “assimilare” il Desiderio come tale, cioè se si voglia essere “desiderato” o “amato” o, meglio ancora, “riconosciuto” nel proprio valore umano, nella propria realtà di individuo umano. Similmente, il Desiderio che verte su un oggetto naturale è umano solo in quanto è “mediato” dal Desiderio di un altro vertente sul medesimo oggetto: umano è desiderare quel che desiderano gli altri, perché lo desiderano. Un tale Desiderio non può essere altro che un Desiderio umano; e la realtà umana, come altra da quella animale, si crea solo mediante l’azione la quale soddisfi simili Desideri: la storia umana è la storia dei Desideri desiderati. Ma, a parte questa differenza (del resto, essenziale), il Desiderio umano è analogo al Desiderio animale. Mira anch’esso a soddisfarsi mediante un’azione negatrice, vale a dire trasformatrice e assimilatrice. L’Uomo si nutre di Desideri allo stesso modo che l’animale si nutre di cose reali. E l’Io umano, realizzato dal soddisfacimento attivo dei suoi Desideri umani, è funzione del suo “nutrimento” altrettanto che il corpo dell’animale del proprio.

Affinché l’Uomo sia veramente umano, affinché differisca essenzialmente dall’animale, è necessario che il suo Desiderio umano prevalga effettivamente in lui sul suo Desiderio animale. Ora, ogni Desiderio è desiderio di un valore. Per l’animale, il valore supremo è la sua vita animale. Tutti i Desideri dell’animale sono, in ultima analisi, una funzione del suo Desiderio di conservare la propria vita. Il Desiderio umano deve dunque trionfare di questo desiderio di conservazione. In altre parole, l’uomo si “avvera” umano solo se rischia la propria vita (animale) in funzione del suo Desiderio umano. Solo in e mediante tale rischio la realtà umana si crea e si rivela come realtà; solo in e mediante tale rischio si “avvera” ossia si mostra, si dimostra, si verifica e fa le sue prove come essenzialmente diversa dalla realtà animale, naturale. Perciò, parlare dell’”origine” dell’autocoscienza significa di necessità parlare del rischio della vita (in vista di un fine essenzialmente non-vitale).

L’uomo si “avvera” umano mettendo a repentaglio la propria vita per soddisfare il proprio Desiderio umano, ossia il proprio Desiderio vertente su un altro Desiderio. Ora, desiderare un Desiderio significa voler sostituire se stesso al valore desiderato in quanto Desiderio. Invero, senza tale sostituzione si desidererebbe il valore, l’oggetto desiderato, e non lo stesso Desiderio. Desiderare il Desiderio di un altro significa, dunque, in ultima analisi, desiderare che il valore che io sono o “rappresento” sia il valore desiderato da quest’altro: io voglio che egli “riconosca” il mio valore come il suo valore, voglio che mi “riconosca” come un valore autonomo. In altri termini, ogni Desiderio umano, antropogenico, generatore dell’Autocoscienza, della realtà umana, è, in ultima istanza, funzione del desiderio del “riconoscimento”. E il rischio della vita in virtù del quale si “avvera” la realtà umana è un rischio in funzione di tale Desiderio. Parlare dell’ “origine” dell’Autoscienza, significa dunque necessariamente parlare d’una lotta a morte per il “riconoscimento”.

Senza questa lotta mortale di puro prestigio, non ci sarebbero mai stati sulla Terra esseri umani. Infatti, l’essere umano si costituisce solo in funzione di un Desiderio vertente su di un altro Desiderio, ossia, in fin dei conti, di un desiderio di riconoscimento. Perciò, l’essere umano si può costituire solo se almeno due di tali Desideri si affrontino l’un con l’altro. E, poiché ciascuno dei due esseri dotati di un tale Desiderio è pronto a rischiare la propria vita – e, quindi, a mettere in pericolo quella dell’altro – allo scopo di farsi “riconoscere” dall’altro come valore supremo, il loro incontro non può essere che una lotta a morte. E solo in e mediante una simile lotta l’umanità si genera, si costituisce, si realizza e si rivela a se stessa e agli altri. Essa, pertanto, non si realizza e non si rivela che come realtà “riconosciuta”.

Pure, se tutti gli uomini – o, più esattamente, tutti gli esseri in via di divenire esseri umani – si comportassero nella stessa maniera, la lotta dovrebbe necessariamente condurre alla morte di uno degli avversari, o di tutti e due a un tempo. Nessuno potrebbe cedere di fronte all’altro, ritirarsi dalla lotta prima della morte dell’altro, “riconoscere” l’altro anziché “farsi riconoscere” da lui. Ma, in tal caso, la realizzazione e la rivelazione dell’essere umano sarebbero impossibili. La cosa è evidente nel caso della morte di entrambi gli avversari, perché la realtà umana – essendo essenzialmente Desiderio e azione in funzione del Desiderio – non può nascere e mantenersi che all’interno di una vita animale. Ma l’impossibilità rimane la medesima anche nel caso in cui uno solo degli avversari sia ucciso, perché con lui scompare l’altro Desiderio su cui deve vertere il Desiderio per essere umano. Il superstite, non potendo esser “riconosciuto” dal defunto, non può realizzarsi e rivelarsi nella sua umanità. Affinché l’essere umano si possa realizzare e rivelare come Autocoscienza, non basta perciò che la nascente realtà umana sia molteplice. E’ necessario anche che questa molteplicità, questa “società”, implichi due comportamenti umani o antropogenici essenzialmente diversi.

Perché la realtà umana si possa costituire come realtà “riconosciuta”, occorre che i due avversari sopravvivano alla lotta. Ora, questo è possibile solo a patto che, nella lotta, si comportino in maniera diversa. Con atti di libertà irriducibili, vale a dire imprevedibili o “indeducibili”, essi si debbono costituire, in e mediante questa lotta, come ineguali. Uno di essi, senza esservi in alcun modo “predestinato”, deve aver paura dell’altro, deve cedere all’altro, deve ricusare il rischio della vita in vista della soddisfazione del suo desiderio di “riconoscimento”. Deve sacrificare il proprio desiderio e soddisfare il desiderio dell’altro: deve “riconoscerlo” senza esserne a sua volta “riconosciuto”. Ora, riconoscerlo in questa maniera equivale a “riconoscerlo” come Signore e a riconoscersi e farsi riconoscere come suo Servo. In altri termini, nello stadio del suo nascimento, l’uomo non è mai semplicemente uomo. E’ sempre, necessariamente ed essenzialmente, Signore o Servo. Se la realtà umana si può generare solamente come socialità, la società è umana – per lo meno alla sua origine – solo a patto d’implicare un elemento di Signoria e un elemento di Servitù, esistenze “autonome” ed esistenze “dipendenti”. Perciò, parlare dell’origine dell’Autocoscienza significa necessariamente parlare «dell’autonomia e della dipendenza dell’Autocoscienza, della Signoria e della Servitù».

Se l’essere umano si genera soltanto nella e per la lotta che sbocca nel rapporto tra Signore e Servo, la realizzazione e la rivelazione progressive di tale essere si possono anch’esse effettuare solo in funzione di questo fondamentale rapporto sociale. Se l’uomo non è che il suo proprio divenire, se il suo essere umano nello spazio è il suo essere nel tempo o come tempo, se la realtà umana rivelata non è altro che la storia universale, questa storia deve essere la storia dell’inter-azione tra Signoria e Servitù: la “dialettica” storica è la “dialettica” del Signore e del Servo. Ma, se l’opposizione tra la “tesi” e l’ “antitesi” ha un significato solo all’interno della conciliazione per mezzo della “sintesi”, se la storia nel senso proprio della parola ha un termine finale, se l’uomo che diviene deve culminare nell’uomo divenuto, se il Desiderio deve metter capo alla soddisfazione, se la scienza dell’uomo deve avere il valore di una verità definitivamente e universalmente valida, ne segue che l’inter-azione del Signore e dello Schiavo deve metter capo, alla fine, alla loro “soppressione dialettica”.

Comunque, la realtà umana si può generare e mantenere nell’esistenza solo come realtà “riconosciuta”. Solo venendo “riconosciuto” da un altro, dagli altri e – al limite – da tutti gli altri, un essere umano è realmente tale; sia per sé che per gli altri. E solo parlando di una realtà umana “riconosciuta” si può, chiamandola umana, enunciare una “verità” nel senso proprio e pieno del termine; giacchè solo in questo caso è possibile rivelare con il discorso una realtà. Perciò, nel parlare dell’Autocoscienza, dell’uomo cosciente di sé, bisogna esprimersi nei seguenti termini].

L’Autocoscienza esiste in sé e per sé in quanto e perché esiste (in sé e per sé) per un altro; ossia, esiste soltanto come entità riconosciuta […] Questo concetto puro del riconoscimento - ossia, della duplicazione dell’Autocoscienza all’interno della sua unità – va ora considerato nell’aspetto sotto il quale la sua evoluzione appare all’Autocoscienza. [Ossia, non al filosofo che ne parla, bensì all’uomo cosciente di sé il quale “riconosce” un altro uomo o se ne fa “riconoscere”]. Tale evoluzione renderà anzitutto manifesto l’aspetto dell’ineguaglianza delle due Autocoscienze [cioè, dei due uomini i quali si affrontano in vista del riconoscimento];o, in altri termini, renderà manifesta l’espansione del medio [il riconoscimento mutuo e reciproco] nei due estremi [i due esseri i quali si affrontano]: questi, considerati come estremi, sono opposti l’uno all’altro, uno è esclusivamente entità-riconosciuta, e l’altro è unicamente entità-riconoscente. [Inizialmente, l’uomo che si vuol far “riconoscere” da un altro, non vuole menomamente “riconoscerlo” a sua volta. Se vi riesce, il riconoscimento non sarà dunque mutuo e reciproco; egli sarà riconosciuto, ma non riconoscerà colui che lo riconosce].

Dapprima, l’Autocoscienza è essere-per sé semplice-o-indiviso; è identica-a sé perché esclude da sé tutto quel che è altro [da essa]. La sua realtà essenziale e il suo oggetto-cosale assoluto sono, per essa, Io [Io isolato da tutto e opposto a tutto quel che non è Io]. E, in questa immediatezza, cioè in questo essere-dato [non prodotto da un processo attivo creatore] del suo essere-per-sé è un’entità-particolare-e-isolata. Ciò che per lei è altro da lei, esiste per lei come un oggetto-cosale privo-di-realtà-essenziale, segnato col carattere del negativo. Ma [nel caso che studiamo] l’altro è anch’esso un’Autocoscienza: un individuo-umano sorge di fonte a un individuo-umano. Presentandosi così in-maniera-immediata, tali individui esistono l’uno per l’altro a guisa di oggetti-cosali qualunque. Sono forme-concrete , Coscienze immerse nell’essere-dato della vita-animale: come vita-animale si è qui determinato, infatti, l’oggetto-cosale esistente-come-un-essere-dato. Sono Coscienze che non hanno ancora compiuto, l’una per l’altra, il movimento [dialettico] dell’astrazione assoluta, consistente nel sopprimere qualsiasi essere-dato immediato e nell’essere soltanto essere-dato puramente negativo-o-negatore della coscienza identica-a-sé. Sono, in altri termini, entità le quali non si sono ancora manifestate reciprocamente come puro essere-per-sé, vale a dire come autocoscienza.

[Quando due “primi” uomini si affrontano per la prima volta, l’uno scorge nell’altro soltanto un animale, d’altronde pericoloso e ostile, che bisogna distruggere, e non un essere cosciente di sé costituente un valore autonomo]. Senza dubbio, ciascuno di questi due individui-umani è soggettivamente-certo di sé, ma non dell’altro: quindi la sua certezza-soggettiva di sé non ha ancora nessuna verità [ossia, non rivela ancora una realtà; o, in altri termini, un’entità oggettivamente, inter-soggettivamente, vale a dire universalmente riconosciuta e, quindi, esistente e valida]. Infatti, la verità della sua certezza-soggettiva [dell’idea che l’individuo si fa di sé, del valore che si attribuisce] non sarebbe potuta esser altro che il fatto che il suo proprio essere-per-sé si sia manifestato a lui come un oggetto-cosale autonomo; ovvero, che è lo stesso, che l’oggetto-cosale si sia manifestato a lui come questa certezza-soggettiva di sé; [bisogna, dunque, che esso ritrovi nella realtà esteriore, oggettiva, l’intima idea che si fa di sé]. Ma, secondo il concetto del riconoscere , ciò è possibile soltanto se egli effettui per l’altro (come l’altro per lui) questa astrazione pura dell’essere-per-sé: ciascuno compiendola in se medesimo per un verso con la propria attività, per l’altro, come mezzo dell’attività dell’altro.

[il “primo” uomo che incontra per la prima volta un altro uomo, attribuisce già a se stesso una realtà e un valore autonomi, assoluti: si può dire che si crede uomo, che ha la “certezza-soggettiva” di esser tale. Ma la sua certezza non è ancora un “sapere”. Il valore ch’egli si attribuisce può essere illusorio; l’idea che si fa di sé, sbagliata o folle. Affinché questa idea sia una verità, bisogna che riveli una realtà oggettiva, cioè un’entità la quale valga ed esista non solo per sé, ma anche per realtà altre da essa. Nel caso che ci interessa, l’uomo, per essere veramente, veracemente “uomo” e per sapersi tale, deve perciò imporre ad altri la sua idea di sé; deve farsi “riconoscere” dagli altri (nel caso limite ideale: da tutti). Ovvero, deve trasformare il mondo (naturale e umano in cui non è riconosciuto, in un mondo nel quale tale “riconoscimento” avvenga. Questa trasformazione del mondo ostile a un progetto umano in un modo a esso conforme, si chiama “azione, “attività”. Tale azione – essenzialmente umana, perché umanizzatrice, antropogenica – s’inizierà con l’atto di imporsi al primo “altro” in cui ci si imbatterà. E, poiché questo “altro”, se è (o, più esattamente, se vuol essere, e si crede) un essere umano, deve fare altrettanto, la “prima” azione antropogenica assume di necessità la forma di una lotta; d’una lotta mortale tra due esseri che pretendono di essere uomini; di una lotta di puro prestigio combattuta in vista del “riconoscimento” da parte dell’avversario. Infatti:]

La manifestazione dell’individuo-umano considerato come pura astrazione dell’essere-per-sé consiste nel mostrare sé come pura negazione del suo modo-d’essere oggettivo-o-cosale; o, in altri termini, nel mostrare che essere-per-sé, o essere uomo, significa non essere attaccato a nessuna esistenza determinata, né all’universale particolarità-isolata dell’esistenza come tale, e neppure alla vita stessa. Tale manifestazione è un operare duplicato: operare dell’altro e operar mediante se stesso. In quanto è operare dell’altro, ciascuno dei due mira alla morte dell’altro. Ma, nell’operare dell’altro, è presente anche il secondo aspetto, ossia l’operare mediante se stesso, giacchè esso implica il rischio della vita di colui che agisce. Il rapporto delle due Autocoscienze è dunque tale che esse si avverano – ciascuna per sé e l’una per l’altra – attraverso una lotta per la vita e per la morte.

[“Si avverano”: ossia fanno le loro prove, cioè trasformano in verità oggettiva, o universalmente valida e riconosciuta, la certezza meramente soggettiva che ciascuna ha del proprio valore. La verità è rivelazione di una realtà. Ora, la realtà umana si crea, si costituisce soltanto nella lotta per il “riconoscimento” e in virtù del rischio della vita che essa implica. La verità dell’uomo, o la rivelazione della sua realtà, presuppone dunque la lotta a morte. Per questo] gli individui umani debbono affrontare questa lotta: perché debbono – ognuno nell’altro e in se stesso – elevare a verità la loro certezza soggettiva di esistere per sé. E solo col mettere a repentaglio la vita si avvera la libertà, si dà prova che realtà-essenziale dell’Autocoscienza non è l’essere-dato [non creato dall’azione cosciente e volontaria], né il modo-d’essere immediato [naturale, non mediato dall’azione (negatrice del dato)] in cui essa si presenta [nel mondo dato], né l’esser sommersa nell’espansione della vita-animale; ma che, al contrario, in essa non c’è nulla che non sia, per lei, un elemento-costitutivo dileguante. In altri termini, solo mediante il rischio della vita si avvera il fatto che l’Autocoscienza è soltanto un puro essere-per-sé. L’individuo-umano che non abbia osato rischiare la vita può, certo, esser riconosciuto come una persona umana; ma non ha raggiunto la verità di questo riconoscimento come di un’Autocoscienza autonoma.

Ognuno, dunque, dei due individui-umani deve mirare alla morte dell’altro, quando arrischia la propria vita, perché per lui l’Altro non vale più di lui stesso. La sua realtà-essenziale [che è la sua realtà e la sua dignità umane riconosciute] gli si manifesta come un’entità-altra [come un altro uomo, il quale non lo riconosce, ed è perciò indipendente da lui]. Egli è fuori-di-sé [finchè l’altro non lo abbia “restituito” a lui stesso, riconoscendolo, rivelandogli di averlo riconosciuto, e mostrandogli anche che dipende da lui, che non è assolutamente altro da lui]. Egli deve sopprimere il suo esser-fuori-di-sé. L’Altro è qui una Coscienza esistente-come-un-essere-dato e impigliata [nel Mondo naturale] in maniera molteplice e varia. Ora, egli deve contemplare il suo esser-altro come puro esser-per-sé, ossia come negatività-negatrice assoluta. [Ciò significa che l’uomo è umano solo in quanto vuole imporsi a un altro uomo, e farsene “riconoscere”. Da principio, finchè non è ancora effettivamente riconosciuto dall’Altro, lo scopo della sua azione è l’Altro; dall’Altro, dal suo “riconoscimento”, dipendono il suo valore e la sua realtà umana; nell’Altro si condensa il senso della sua vita. Egli è dunque “ fuori di sé”. Ma quel che a lui importano sono la sua realtà e il suo valore, ed egli le vuole avere in sé. Dunque deve sopprimere il suo “esser-altro”: cioè, farsi riconoscere dall’Altro, avere in sé la certezza d’essere riconosciuto da un altro. Ma, affinché tale riconoscimento possa soddisfarlo, bisogna ch’egli sappia che l’Altro è un essere umano.

Ora, inizialmente, egli non scorge in lui che l’aspetto della vita animale. Per sapere che questo aspetto rivela una realtà umana, deve vedere che anche l’Altro mira a farsi riconoscere ed è disposto ad arrischiare, a “negare” la propria vita animale, in una lotta per il riconoscimento del suo esser-per-sé umano. Deve dunque “provocare” l’Altro, costringerlo a impegnare una lotta mortale di puro prestigio. E, fattolo, per non essere ucciso è obbligato a uccidere l’Altro. In tali condizioni, la lotta per il “riconoscimento” non può dunque terminare che con la morte di uno dei due avversari o di tutt’e due a un tempo]. Ma questo avverarsi mediante la morte sopprime la verità [o realtà rivelata] che si presumeva ne dovesse scaturire; e, per ciò stesso, sopprime anche la certezza-soggettiva di sé in generale. Infatti, allo stesso modo che la vita-animale è la posizione naturale della Coscienza, ossia l’autonomia priva della negatività-negatrice assoluta, così la morte è la negazione naturale della Coscienza, ossia la negazione priva dell’autonomia; negazione che, perciò, continua a rimanere priva del richiesto significato del riconoscimento. [Vale a dire: se i due avversari periscono nella lotta, la “coscienza” è completamente soppressa, perché l’uomo, dopo la morte, non è più che un corpo inanimato.

E se uno dei due avversari rimane in vita, ma uccide l’altro, non può più essere riconosciuto da lui; morto, il vinto non può riconoscere la vittoria del vincitore. La certezza che questi ha del suo essere e del suo valore rimane dunque puramente soggettiva, priva di “verità”]. Mercè la morte, si è costituita bensì la certezza-soggettiva del fatto che entrambi hanno messo a repentaglio la propria vita e che ognuno l’ha spregiata in sé e nell’altro; ma tale certezza non si è costituita per quelli che hanno sostenuto questa lotta. Con la morte, essi sopprimono la loro coscienza posta in quell’entità estranea che è l’esistenza naturale: sopprimono cioè se stessi. [Invero, l’uomo è reale solo in quanto vive in un modo naturale. Certo, tale mondo gli è “estraneo”; egli deve “negarlo”, trasformarlo, combatterlo per realizzarvisi. Ma, senza di esso, fuori di esso, l’uomo è nulla]. E sono soppressi come estremi miranti a esistere per sé [ossia, coscientemente e indipendentemente dal resto dell’universo]. Ma per ciò stesso scompare dal gioco delle variazioni l’elemento-costitutivo essenziale: ossia, l’atto di scomporsi in estremi con determinazioni opposte. E il termine-medio si riduce a un’unità morta, scomposta in morti estremi, esistenti solo come esseri-dati, e non già opposti [l’uno all’altro, mediante e per una azione nel corso della quale ognuno tenti di “sopprimere” l’altro “ponendosi” e di “porsi” sopprimendo l’altro].

E ambedue non si danno reciprocamente l’uno all’altro, né si accolgono l’uno con l’altro mediante la coscienza. Anzi, non fanno che liberarsi a vicenda in-maniera-indifferente. Quasi fossero semplici cose. [Il morto non è più che una cosa incosciente, da cui il vivo si allontana con indifferenza, poiché nulla può più attendersi da lui]. La loro azione omicida è la negazione astratta; e non la negazione [effettuata] dalla coscienza, la quale sopprime in modo da conservare l’entità soppressa, e con ciò sopravvive al suo venir-soppressa. [Tale è la “soppressione dialettica”. “Sopprimere dialetticamente” significa: sopprimere conservando ciò che viene soppresso, il quale viene sublimato in e mediante questa soppressione conservante o questa conservazione sopprimente. L’entità soppressa dialetticamente è annullata nel suo aspetto contingente (e privo di senso, “insensato”) di entità naturale data (“immediata”); ma viene conservata in quel che ha di essenziale (e di significante, di significativo); venendo così mediata dalla negazione, è sublimata o innalzata a un modo d’essere più “comprensivo” e comprensibile di quello della sua realtà immediata di puro e semplice dato positivo e statico, il quale non è il risultato di un’azione creatrice, ossia negatrice del dato.

All’uomo della Lotta, l’uccidere il proprio avversario non serve dunque a nulla. Egli deve sopprimerlo “dialetticamente”. Deve cioè lasciargli la vita e la coscienza, e distruggere soltanto la sua autonomia. Deve sopprimerlo solo in quanto si oppone a lui e agisce contro di lui. In altri termini, deve asservirlo]. Quel che si costituisce per l’Autocoscienza in questa esperienza [della lotta mortale] è il fatto che per lei la vita animale è altrettanto essenziale della pura coscienza di sé. Nell’autocoscienza immediata [ossia, nel ” primo” uomo non ancora “mediato” da quel contatto con l’Altro cui dà origine la Lotta] l’Io semplice-o-indiviso [dell’uomo-isolato] è l’oggetto-cosale assoluto. Ma, per noi in sé [per l’autore o il lettore di queste righe, che vedono l’uomo quale si è costituito definitivamente, al termine della storia, mercè l’inter-azione sociale], questo oggetto, ossia l’Io, è la mediazione assoluta, e ha come essenziale elemento-costitutivo l’autonomia sussistente. [Vale a dire, l’uomo reale e verace è il risultato della sua inter-azione sociale; il suo Io e la sua idea di se stesso sono “mediati” dal riconoscimento ottenuto in funzione della sua azione. E la sua vera autonomia è quella che egli mantiene salda nella realtà sociale con lo sforzo di tale azione].

La dissoluzione di quest’unità semplice-o-indivisa [l’Io isolato] è il risultato della prima esperienza [che l’uomo fa con la “prima” lotta, ancora mortale]. Mediante una tale esperienza sono poste un’Autocoscienza pura [o “astratta”, la quale ha fatto “astrazione” della sua vita animale mediante il rischio della lotta]; e una Coscienza, la quale [essendo di fatto un cadavere vivente: il vivo, a cui è stata risparmiata la vita] esiste non semplicemente per sé, ma anche per un’altra [per quella del vincitore]: vale a dire, che esiste come Coscienza-esistente-come-un-essere-dato o, in altri termini, nella forma concreta della cosalità. Entrambi gli elementi-costitutivi sono essenziali; siccome inizialmente sono ineguali e opposti l’uno all’altro e la loro riflessione nell’unità non è ancora risultata [dalla loro azione], esistono come due opposte forme-concrete della Coscienza. L’una è la Coscienza autonoma, per la quale realtà-essenziale è l’essere-per-sé; l’altra, la Coscienza dipendente, per la quale realtà-essenziale è la vita animale, ossia l’essere-dato per un altro. L’una è il Signore, l’altra il Servo. [Quest’ultimo è l’avversario vinto, che nel rischio della vita non si è spinto sino all’estremo, non ha accettato il principio del Signore: vincere o morire. Egli ha accettato la vita accordatagli da un Altro; perciò dipende da lui. Ha preferito alla morte la schiavitù, e perciò, rimanendo in vita, vive da Servo].

Segue Hegel (Kojève)

Il Signore è la Coscienza esistente per sè; ma non più soltanto il concetto [astratto] della Coscienza, ma una Coscienza [reale] esistente per sé, la quale con sé è mediata da un’altra Coscienza: cioè, da una Coscienza tale che appartiene alla sua realtà-essenziale di essere sintetizzata con l’essere-dato, vale a dire con la cosalità in generale. [Questa “Coscienza” è il Servo, il quale, facendosi solidale con la sua vita-animale, fa tutt’uno con il mondo naturale delle cose. Ricusando di rischiare la propria vita in una lotta di puro prestigio, esso non s’innalza al di sopra dell’animale.

Si considera, quindi, come tale: e tale è considerato dal Signore. Ma il Servo, a sua volta, riconosce il Signore nella sua dignità e nella sua realtà umane, e si comporta in conformità. Pertanto la “certezza” del Signore non è meramente soggettiva e “immediata”, ma oggettivata e “mediata” dal riconoscimento di un altro, del Servo. Mentre questi resta ancora un essere “immediato”, naturale, “bestiale”, il Signore – mercè la sua lotta – è già un essere umano, “mediato”. E il suo comportamento è ugualmente “mediato” o umano, sia rispetto alle cose che rispetto agli altri uomini: i quali, del resto, non sono per lui che servi]. Il Signore si rapporta ai due seguenti elementi-costitutivi: da una parte, a una cosa considerata come tale, cioè all’oggetto-cosale del Desiderio; dall’altra, alla Coscienza per cui la cosalità è la realtà-essenziale [al Servo, che col suo rifiuto del rischio si fa solidale delle cose da cui dipende, mentre il Signore non vede nelle cose che un semplice mezzo di soddisfare il proprio Desiderio.

E, soddisfacendolo, le distrugge]. Dato che: a) il Signore, considerato come concetto dell’Autocoscienza, è il rapporto immediato dell’esser-per-sé; e che b) esiste adesso [dopo la vittoria riportata sul Servo] in pari tempo come mediazione – cioè come un Essere-per-sé il quale non esiste per sé che mediante un Altro [giacchè il Signore è tale solo perché c’è un Servo che lo riconosce come Signore] –, il Signore si rapporta: a) in maniera immediata ad ambedue [alla cosa e al Servo]; b) mediatamente, a ciascuno mediante l’altro. Il Signore si rapporta in-maniera-immediata al Servo, attraverso l’essere-dato autonomo, chè proprio a questo è legato il Servo; questo essere-dato è la sua catena, da cui non ha potuto fare astrazione nella lotta, nella quale egli si è rivelato – a causa di ciò – come dipendente, come avente la propria autonomia nella cosalità. Invece il Signore è la potenza che regna su questo essere-dato, giacchè nella lotta ha rivelato che questo essere valeva per lui soltanto come un’entità-negativa. Siccome il Signore è la potenza che domina su questo essere-dato, e questo è a sua volta la potenza che domina sull’Altro [sul Servo], in questo sillogismo [reale e attivo] il Signore ha sotto il proprio dominio l’Altro. Parimenti, il Signore si rapporta in-maniera-mediata alla cosa, attraverso il Servo. Considerato come Autocoscienza in generale, il Servo si rapporta anch’esso alla cosa in maniera-negativa-o-negatrice, e la sopprime [dialetticamente].

Ma, per lui, la cosa è, in pari tempo, autonoma: perciò, col suo negarla, non potrà mai distruggerla completamente [come fa il Signore, il quale la consuma]. Egli può solo trasformarla con il lavoro [può prepararla per il consumo, ma non consumarla egli stesso]. Invece, per il Signore, il rapporto immediato [con la cosa] si costituisce in virtù di tale mediazione [ossia, del lavoro del servo, il quale trasforma la cosa naturale, la “materia prima”, in vista del suo consumo (da parte del Signore)], come negazione pura dell’oggetto-cosale, ossia come godimento. [Dacchè l’intero sforzo viene compiuto dal Servo, il Signore ha soltanto da godere della cosa che il Servo ha preparata per lui, e da “negarla”, da distruggerla, “consumandola”: p. es., mangia una vivanda già preparata]. Ciò che non riusciva al Desiderio [all’uomo isolato ante-“lotta”, il quale si trovava da solo a solo con la Natura, e i cui desideri vertevano direttamente su di essa], riesce invece al Signore [i cui desideri vertono sulle cose trasformate dal Servo]. Il Signore riesce a venire a capo della cosa e a soddisfarsi nel godimento. [Perciò, solo grazie al lavoro di un altro (del Servo), il Signore è libero rispetto alla Natura e, quindi, soddisfatto di sé. Ma è padrone del servo solo perché, in precedenza, s’è liberato della (e della propria) natura, mettendo a repentaglio la propria vita in una lotta di puro prestigio, non avente, come tale, nulla di “naturale”]. Il Desiderio non vi riesce, a causa dell’autonomia della cosa. Invece, il Signore, il quale ha introdotto il Servo tra la cosa e se stesso, si unisce solo all’aspetto della dipendenza della cosa, e quindi ne gode puramente. L’aspetto dell’autonomia della cosa è da lui abbandonato al Servo, il quale la trasforma-col-lavoro.

In questi due elementi-costitutivi di attua, dunque, per il Signore, il suo essere-riconosciuto da un’altra Coscienza. Questa infatti si pone, in tali due elementi-costitutivi, come un’entità-inessenziale: è inessenziale, per un verso, nell’atto-di-elaborare la cosa; per l’altro, nella sua dipendenza da un’esistenza determinata. In entrambi i casi, tale Coscienza [servile] non può padroneggiare l’essere-dato e pervenire alla negazione assoluta. Qui è dunque presente quell’elemento-costitutivo del riconoscere, per cui l’altra Coscienza si sopprime come essere-per-sé, facendo così anch’essa ciò che la prima Coscienza fa rispetto a lei. [Cioè: non soltanto il Signore ravvisa nell’Altro il proprio Servo, ma l’Altro si considera come tale]. L’altro elemento-costitutivo del riconoscere è parimenti presente nel rapporto considerato, e consiste nel fatto che quest’attività della seconda Coscienza [della Coscienza servile] è l’attività propria della prima [di quella del Signore]; perché tutto ciò che il Servo fa, è propriamente un’attività del Signore. [Invero, poiché il Servo lavora soltanto per il Signore, per soddisfare i desideri di questo e non i suoi propri, in lui e per lui opera il desiderio del Signore]. Per il Signore, solo l’essere-per-sé è la realtà-essenziale. Esso è la potenza negativa-o-negatrice pura, per la quale la cosa è niente; ed è quindi, per questo rapporto tra Signore e Servo, l’attività essenziale pura. Il Servo, invece, è non già attività pura, ma attività inessenziale. Ora, affinché vi sia vero e proprio riconoscimento, è necessario un terzo elemento-costitutivo, il quale consiste in questo: che il Signore fa verso se stesso quel che fa verso l’Altro, e il Servo fa verso l’Altro quel che fa verso se stesso. Con questo rapporto tra Signore e Servo si è prodotto dunque un riconoscimento unilaterale e ineguale. [Infatti, se il Signore tratta l’Altro alla stregua di un Servo, non si comporta però egli stesso da Servo; e, se il Servo tratta l’Altro da Signore, non si comporta egli stesso da Signore. Il Servo non rischia la propria vita, e il Signore non lavora.

Il rapporto Signore-Servo non è, dunque, un riconoscimento vero e proprio. Per intenderlo, analizziamo il rapporto dall’angolo visuale del Signore. Il signore non è solo a considerarsi come tale; anche il Servo lo considera tale. E’ dunque riconosciuto nella sua realtà e dignità umane. Ma tale riconoscimento è unilaterale, perché egli non riconosce a sua volta la realtà e dignità umane del Servo. Il Signore è, dunque, riconosciuto da uno che egli non riconosce. Qui sta l’insufficienza – e la tragicità – della sua condizione. Il Signore ha lottato e messo a repentaglio la propria vita, ma ha ottenuto soltanto un riconoscimento per lui senza valore, giacchè egli può esser soddisfatto solo mediante il riconoscimento da parte di uno ch’egli giudichi degno di riconoscerlo. La posizione del Signore è, quindi, un vicolo cieco esistenziale. Da una parte, egli è tale solo perché il suo desiderio si è volto non verso una cosa, ma verso un altro desiderio, ed è stato così un Desiderio di riconoscimento. D’altra parte, essendo poi divenuto Signore, egli deve desiderare di esser riconosciuto come Signore, ma può esserlo solo facendo dell’Altro il proprio schiavo. Ma il Servo, per lui, è un animale o una cosa. Egli è dunque “riconosciuto” da una cosa. Quindi, il suo Desiderio finisce, in ultima analisi, col vertere su una cosa, e non – come sembrava da principio – su un Desiderio (umano). Il Signore ha perciò sbagliato strada.

Dopo la lotta, la quale ha fatto di lui un Signore, non è quale voleva essere iniziandola: un uomo riconosciuto da un altro uomo. Dunque: se l’uomo può trovare il proprio soddisfacimento solo nell’esser riconosciuto, l’uomo comportantesi da Signore non lo troverà mai. E poiché – in principio – l’uomo è o Signore o Servo, l’uomo soddisfatto sarà di necessità Servo; o, più esattamente, colui che sia stato Servo, che sia passato per la schiavitù e l’abbia “soppressa dialetticamente”. Infatti:] La Coscienza inessenziale [o servile] è, quindi, per il Signore, l’oggetto-cosale costituente la verità [o realtà rivelata] della sua certezza-soggettiva di sé [giacchè può “sapersi” Signore solo facendosi riconoscere tale dal Servo. Ma è evidente che quest’oggetto-cosale non corrisponde al suo concetto: giacchè proprio là dove il Signore ha trovato il suo compimento, si è costituita tutt’altra cosa che una Coscienza autonoma [dacchè è in presenza d’un Servo]. Non una Coscienza autonoma, ma, tutt’al contrario, una Coscienza dipendente esiste per lui. Egli non è dunque soggettivamente-certo dell’Esser-per-sé come di una verità [o di una verità oggettiva rivelata]. Anzi, la sua verità è piuttosto la Coscienza inessenziale, e l’attività inessenziale di questa. [Cioè: la “verità” del Signore è il Servo, e il suo Lavoro. Infatti, gli altri lo riconoscono come Signore soltanto perché ha un Servo; e la sua vita consiste nel consumare i prodotti del Lavoro servile, nel vivere di tale Lavoro e in virtù di esso].

Di conseguenza, la verità della Coscienza autonoma è la Coscienza servile. Questa, è vero, appare dapprima come esistente fuori di sé, e non come la verità della stessa Autocoscienza, [giacchè il Servo riconosce la dignità umana non in sé, ma nel Signore, da cui dipende la sua esistenza]. Ma, allo stesso modo che la Signoria ha mostrato che la sua realtà-essenziale è l’inverso di ciò che essa vuol essere, così la Servitù – lo si può ben supporre – diventerà, nel proprio compimento, il contrario di ciò che immediatamente è. Come Coscienza ricompressa in se stessa, penetrerà all’interno di sé, e si rovescerà in guisa da diventare autonomia vera. [L’uomo integrale, assolutamente libero, definitivamente e compiutamente soddisfatto da quel che egli è, l’uomo che trova il proprio compimento in e mediante tale soddisfazione, sarà il Servo che avrà “soppresso” la propria servitù. Se la Signoria oziosa è un vicolo cieco, la Servitù laboriosa è, invece, la fonte di qualsiasi progresso umano, sociale, storico. La Storia è la Storia del Servo lavoratore. Per comprenderlo, basta considerare il rapporto tra Signore e Servo (ossia, il primo risultato del “primo” contatto umano, sociale, storico) non più dall’angolo visuale del Signore, ma da quello del Servo]. Noi abbiamo veduto soltanto quel che la Servitù è in relazione alla Signoria. Ma, siccome anche la Servitù è Autocoscienza, dobbiamo ora considerare ciò che è in sé e per sé. Inizialmente, per la Servitù realtà-essenziale è il Signore. La Coscienza autonoma esistente per sé è, dunque, per lei la verità [o una realtà rivelata]: verità, tuttavia, che per lei non esiste ancora in sé. [Il Servo si subordina al Signore: stima e riconosce, perciò, il valore e la realtà dell’”autonomia”, della libertà umana. Solo, non la trova realizzata in se stesso; la trova soltanto nell’Altro.

E qui sta la superiorità della sua posizione. Il Signore, non potendo riconoscere l’Altro che lo riconosce, si trova in un vicolo cieco. Il Servo, invece, riconosce sin da principio l’Altro (il Signore). A lui, quindi, basterà imporsi all’Altro, farsene riconoscere, perché si stabilisca il riconoscimento reciproco che solo può soddisfare pienamente e definitivamente l’uomo. Certo, perché ciò avvenga, il Servo deve cessare di essere tale: deve trascendersi, sopprimersi come “ Servo”. Ma, mentre il Signore non ha nessun desiderio – e, quindi, nessuna possibilità – di “sopprimersi” come Signore (perché, per lui, ciò significherebbe divenir Servo), il Servo ha invece tutto l’interesse di cessare di essere tale. D’altro canto, la stessa esperienza della lotta che fece di lui uno schiavo, lo predispone a quest’atto di auto-soppressione, di negazione di sé, del proprio Io dato (il quale è un Io servile). Certo, inizialmente, il Servo, il quale si fa solidale col suo Io dato (servile), non ha ancora in sé tale “negatività”. La scorge soltanto nel Signore, il quale ha realizzato la “negatività-negatrice” pura rischiando la propria vita nella lotta per il riconoscimento]. Tuttavia, di fatto, la servitù ha in se medesima questa verità della negatività-negatrice pura e dell’essere-per-sé, giacchè ha fatto in sé l’esperienza di questa realtà-essenziale. Vale a dire, la Coscienza servile ha avuto paura non per la tale o la tal’altra cosa, e neppure durante questo o quel momento, ma per l’intera sua realtà-essenziale: giacchè ha provato l’angoscia della morte, signora assoluta. In tale angoscia, la Coscienza servile è stata interamente dissolta, ha profondamente tremato in sé, e tutto quanto era fisso-e-stabile ha in lei vacillato.

Ma tale puro e universale movimento [dialettico], tale liquefazione assoluta di qualsiasi assetto-stabile, è la realtà-essenziale semplice-o-indivisa dell’Autocoscienza, la negatività-negatrice assoluta, il puro Essere-per-sé: il quale, perciò, esiste in quella Coscienza servile. [Il Signore è irrigidito nella sua signoria: non può sorpassarsi, mutare, progredire. Non gli rimane altra alternativa che vincere – divenire Signore o sembrarsi tale – o morire. Può venir ucciso; ma non può esser trasformato, educato. Ha messo a repentaglio la propria vita per essere Signore: perciò, la sua signoria è per lui il valore dato supremo, insuperabile. Invece, il Servo non ha voluto esser tale: è divenuto tale per non aver voluto mettere a repentaglio la propria vita per essere Signore. Nell’angoscia mortale, ha compreso (pur senza rendersene conto) che una condizione data, fissa e stabile, fosse pur quella del Signore, non può esaurire l’esistenza umana. Ha “compreso” la “vanità” delle condizioni date dell’esistenza. Non ha voluto farsi solidale con la condizione di Signore, e non si fa solidale nemmeno con quella di Servo. Nulla di fisso in lui. Egli è pronto a mutare: anzi, nel suo stesso essere, è cangiamento, trascendenza, trasformazione, “educazione”; è divenire storico sin dalla sua origine, nella sua essenza, nella sua stessa esistenza. Da una parte, non si fa solidale con quel che è: vuole trascendersi mediante la negazione del suo essere-dato. Dall’altra, ha un ideale positivo da conseguire: quello dell’autonomia, dell’essere-per-sé, che egli trova, all’origine stessa della sua servitù, incarnato nel Signore]. Questo elemento-costitutivo dell’Essere-per-sé esiste anche per la Coscienza servile: giacchè, nel Signore, l’Essere-per-sé è, per lei, il suo oggetto-cosale. [Un oggetto che essa sa esteriore, opposto a lei, e che tende ad appropriarsi. Il Servo sa che cosa significa essere libero. Sa anche di non esser tale, e di voler diventare tale.

E, se l’esperienza della Lotta e del suo risultato predispone il Servo alla trascendenza, al progresso, alla Storia, la sua vita di Servo lavoratore al servizio del Signore realizza tale predisposizione]. Inoltre, la Coscienza servile non è soltanto questa dissoluzione universale [di tutto quanto è fisso, stabile e dato], considerata come tale; chè, nel servire, essa compie tale dissoluzione in-maniera-oggettivamente-reale [ossia, concreta]. Nel servire [nel lavoro forzato eseguito al servizio di un altro, del Signore], la coscienza servile sopprime [dialetticamente] il proprio attaccamento all’esistenza naturale in tutti gli elementi-costitutivi particolari-e-isolati; e, col lavoro, elimina tale esistenza. [Il Signore obbliga il Servo a lavorare. Ma il Servo, lavorando, diventa signore della Natura. Ora, egli è divenuto Servo del Signore solo perché – inizialmente – era schiavo della Natura, facendosi solidale con essa e subordinandosi alle sue leggi con l’accettare l’istinto di conservazione. Diventando, mediante il lavoro, signore della Natura, il Servo si libera dunque dalla sua propria natura, del suo istinto, che lo teneva legato alla Natura e faceva di lui lo schiavo del Signore. Il lavoro, liberando il Servo dalla Natura, lo libera anche da lui stesso, dalla sua natura di Servo: lo libera dal Signore. Nel mondo naturale, dato, bruto, il Servo è schiavo del Signore; nel mondo tecnico, trasformato dal suo lavoro, egli regna – o, per lo meno, regnerà un giorno – da Signore assoluto. E questa signoria nascente dal lavoro, dalla trasformazione progressiva del Mondo dato, sarà tutt’altra cosa dalla signoria “immediata” del Signore. L’avvenire e la storia appartengono pertanto non al Signore guerriero, che muore o permane indefinitamente nell’identità con se medesimo, bensì al Servo lavoratore. Il quale, trasformando col suo lavoro il Mondo dato, trascende il dato stesso e quanto in lui è determinato da esso; e sorpassa quindi se medesimo, sorpassando anche il Signore, legato al dato che egli, non lavorando, lascia intatto. L’angoscia della Morte, incarnata per il Servo nella persona del Signore guerriero, è la condizione sine qua non del progresso umano, unicamente perché il lavoro dello Schiavo lo realizza e lo conduce a compimento].

Tuttavia, il sentimento della potenza assoluta come tale, che il Servo ha provato nella Lotta e prova altresì nelle particolarità del servizio del Signore [da lui temuto], è ancora soltanto la dissoluzione effettuata in sé. [Senza tale sentimento della potenza, ossia senza l’angoscia, senza il terrore ispirato dal Signore, l’uomo non diverrebbe mai Servo, e quindi non potrebbe mai conseguire la perfezione finale. Ma questa condizione “in sé”, cioè oggettivamente reale e necessaria, non è sufficiente. La perfezione (la quale è sempre cosciente di sé) può essere conseguita solo nel e col lavoro. Infatti, solo nel e col lavoro l’uomo finisce con l’acquistar coscienza del significato, del valore e della necessità dell’esperienza ch’egli compie temendo il potere assoluto, incarnato, per lui, nel Signore. Solo dopo aver lavorato per il Signore, comprende la necessità della lotta tra Signore e Servo e il valore del rischio e dell’angoscia che essa implica]. Così, sebbene il timore del Signore sia l’inizio della saggezza, si può dire solo che, in tale angoscia, la Coscienza esiste per se stessa, ma non è ancora l’Essere-per-sé. [Nell’angoscia mortale l’uomo acquista coscienza della propria realtà, del valore che ha per lui il semplice fatto di vivere; e solo così si rende conto della “serietà” dell’esistenza. Ma non acquista ancora coscienza della propria autonomia, del valore e della “serietà” della sua libertà, della sua dignità umana]. Ma, mercè il lavoro, la Coscienza giunge a se stessa. Sembrava, è vero, che alla Coscienza servile toccasse l’aspetto del rapporto inessenziale verso la cosa nell’elemento-costitutivo corrispondente, in lei, al Desiderio nella Coscienza del Signore: perché, in questo elemento, la cosa conserva la propria indipendenza. [Sembra che, nel e col lavoro, lo Schiavo sia asservito alla Natura, alla cosa, alla “materia prima”, mentre il Signore, il quale si limita a consumare la cosa preparata dal Servo e a goderne, è perfettamente libero rispetto ad essa.

Ma, di fatto, non è così. Certo,] il Desiderio [del Signore] si è riservata la pura negazione dell’oggetto [che egli “nega” consumandolo] e, per ciò stesso, l’intatto sentimento-di-sé-e-della-sua-dignità [provato nel godimento]. Ma, per la stessa ragione, tale soddisfazione è essa stessa soltanto un dileguare, giacchè le manca l’aspetto oggettivo-o-cosale, ossia lo stabile-sussistere. [Il Signore, il quale non lavora, non produce niente di stabile fuori di sé: distrugge solamente i prodotti del lavoro del Servo. Perciò il suo godimento e il suo soddisfacimento restano puramente soggettivi: interessano soltanto lui e possono essere riconosciuti soltanto da lui: non possiedono “verità”, realtà oggettiva rivelata a tutti. Quindi, tale “consumo”, tale ozioso godimento del Signore, risultante dalla soddisfazione” immediata” del Desiderio, Può tutt’al più procurare all’uomo qualche piacere, ma non mai dargli la soddisfazione completa e definitiva]. Il lavoro è invece un Desiderio represso, un dileguar trattenuto; in altri termini, forma-o-educa. [Il lavoro trasforma il Mondo e incivilisce, educa l’Uomo. L’uomo che vuole – o deve – lavorare, deve reprimere l’istinto che lo spinge a “consumare” “immediatamente” l’”oggetto” bruto. E il Servo può lavorare per il Signore, cioè per un Altro, solo reprimendo i propri desideri. Egli dunque si trascende, lavorando; o, se si preferisce, si educa, “coltiva”, “sublima” i propri istinti reprimendoli. D’altra parte, non distrugge la cosa qual è data. Ne differisce la distruzione, trasformandola anzitutto con il lavoro; la prepara per il consumo, la “foggia”. Nel lavoro, egli trasforma le cose e trasforma insieme se stesso: forma le cose e il Mondo trasformando, educando se stesso; e si educa, si forma, trasformando le cose e il Mondo]. Così, il rapporto negativo-o-negatore verso l’oggetto-cosale diventa forma di quest’oggetto, diventa un’entità-permanente, precisamente perché, per il lavoratore, l’oggetto-cosale ha un’autonomia. In pari tempo, tale termine-medio negativo-o-negatore, ossia l’attività formatrice [del lavoro], è la particolarità-isolata o il puro Essere-per-sé della Coscienza. E questo Essere-per-sé penetra ora, mediante il lavoro, in quel che è fuori della Coscienza, nell’elemento della permanenza. Così la Coscienza che lavora perviene a una contemplazione dell’essere-dato tale che vi contempla se medesima.

[Il prodotto del lavoro è l’opera del lavoratore; è la realizzazione del suo progetto, della sua idea; egli stesso dunque si è realizzato in e mediante tale prodotto e, quindi, contemplandolo, egli contempla se stesso. Ora, tale prodotto artificiale è in pari tempo altrettanto autonomo, altrettanto “oggettivo”, altrettanto indipendente dall’uomo che la cosa naturale. Perciò, solo per mezzo del lavoro l’uomo si realizza oggettivamente come uomo. Solo dopo aver prodotto un oggetto artificiale l’uomo è realmente e oggettivamente qualcosa di più e di diverso da un essere naturale; e solo in tale prodotto reale e oggettivo acquista veramente coscienza della sua realtà umana soggettiva. Solo in virtù del lavoro, quindi, l’uomo è un essere meta-naturale e cosciente della propria realtà: lavorando, egli è Spirito “fattosi carne”, “Mondo” storico, Storia “oggettivata”.

Quel che forma-o-educa l’uomo, movente dall’animalità, è dunque il lavoro. L’uomo “formato-o-educato”, l’uomo compiuto e soddisfatto del suo proprio compimento, è quindi necessariamente non il Signore, bensì il Servo: o, per lo meno, l’uomo passato attraverso la servitù. Ora, non c’è Servo sensa Signore. Il Signore è dunque il catalizzatore del processo storico, antropogenico. Non partecipa attivamente a tale processo; ma questo non sarebbe possibile senza di lui, senza la sua presenza. Chè, se la storia dell’uomo è storia del suo lavoro e questo lavoro è storico, sociale, umano, solo se si effettui contro l’istinto o l’”interesse immediato” del lavoratore, il lavoro si deve effettuare al servizio di un Altro e dev’essere un lavoro forzato, stimolato dall’angoscia della morte. Quel che libera, ossia umanizza, l’uomo (il Servo), è questo lavoro, ed esso soltanto. Da una parte, esso crea un Mondo reale oggettivo, il quale è un mondo non-naturale, un Mondo culturale, storico,umano: il solo nel quale l’uomo viva una vita essenzialmente diversa da quella dell’animale (e dell’uomo “primitivo”) in seno alla Natura. D’altra parte, affranca il Servo dall’angoscia che lo teneva vincolato alla Natura data e alla sua natura innata di animale. Col lavoro effettuato nell’angoscia al servizio del Signore, il Servo si libera dall’angoscia che lo asserviva al Signore].

Ma il formare [la cosa con il lavoro] non ha soltanto questo significato positivo, consistente nel fatto che in esso la Coscienza servente, considerata come puro Essere-per-sé, si costituisce per sé in un’entità-esistente-come-un-essere-dato [vale a dire: il lavoro è anche tutt’altra cosa che l’azione con la quale l’uomo crea un Mondo tecnico essenzialmente umano, altrettanto reale del Mondo naturale in cui vive l’animale]. Il formare [la cosa con il lavoro] ha anche un significato negativo-o-negatore diretto contro il primo elemento-costitutivo della Coscienza servente, ossia contro l’angoscia. Infatti, nel foggiare la cosa, la negatività-negatrice propria di quella Coscienza, con il suo Essere-per-sé, si costituisce per lei in oggetto-cosale [o in Mondo] solo perché essa sopprime [dialetticamente] la forma opposta esistente-come-un-essere-dato [naturale]. Ora, tale entità-negativa-oggettiva-o-cosale è appunto la realtà-essenziale estranea, dinnanzi alla quale la Coscienza servente ha tremato. Ora, invece, essa distrugge [nel e col lavoro] tale entità-negativa estranea. Pone se medesima come entità.negativa nell’elemento del permanere; e si costituisce così per se stessa, diventa un’entità-esistente-per-sé. Per la Coscienza servile, l’Essere-per-sé che sta nel Signore è un altro Essere-per-sé; ossia, l’Essere-per-sé vi esiste unicamente per lei.

Nell’angoscia, l’Essere per sé è [già] in lei stessa. Ma nel formare [col lavoro] , l’Essere-per-sé si costituisce per lei come suo proprio, ed essa giunge alla consapevolezza di essere essa medesima in sé e per sé. La forma [l’idea-progetto concepita dalla Coscienza], per il fatto di venire esteriorizzata [di venire inserita – mediante il lavoro – nella realtà oggettiva del Mondo], non diventa per la Coscienza [che lavora] un’entità altra da essa: giacchè proprio questa forma è il suo puro essere-per-sé; e, in questa forma, tale Essere-per-sé si costituisce per lei come verità [o realtà oggettiva rivelata, cosciente. L’uomo che lavora riconosce nel Mondo effettivamente trasformato dal suo lavoro la propria opera, riconosce se medesimo; ravvisa la propria realtà umana; scopre e rivela agli altri la realtà oggettiva della sua umanità, dell’idea inizialmente astratta e puramente soggettiva che ha di sé]. Con questo ritrovamento di sé mediante se stessa, la Coscienza [che lavora] diventa quindi senso-o-volere proprio, e diventa tale precisamente nel lavoro, in cui sembrava che fosse soltanto senso-o-volere estraneo. [L’uomo non consegue la sua vera autonomia, la sua autentica libertà, che dopo esser passato attraverso la Servitù, dopo aver superato l’angoscia della morte per mezzo del lavoro al servizio di un Altro (il quale, per lui, incarna tale angoscia). Il lavoro liberatore è dunque di necessità, inizialmente, il lavoro forzato d’un Servo al servizio d’un Signore onnipotente, detentore di qualsiasi potere reale].

Per tale riflessione [della Coscienza su se stessa], sono egualmente necessari i due elementi-costitutivi [seguenti: anzitutto quello] dell’angoscia e [in secondo luogo quello] del servizio come tale, nonché della formazione-educatrice [per mezzo del lavoro]; e necessari entrambi in maniera universale. [Da una parte] senza la disciplina del servizio e dell’obbedienza, l’angoscia si arresta all’aspetto formale e non si riversa nella realtà-oggettiva cosciente dell’esistenza [Non basta cioè aver avuto paura, e nemmeno aver avuto paura rendendosi conto del fatto che si è avuto paura della morte. Bisogna vivere in funzione dell’angoscia. Ora, vivere così significa servire qualcuno di cui si ha paura, qualcuno che ispira o incarna l’angoscia; servire un Signore (reale, ossia umano, o il Signore “ sublimato”: Dio). E servire un Signore, significa obbedire alle sue leggi. Senza tale servizio, l’angoscia non potrebbe trasformare l’esistenza; e l’esistenza non potrebbe quindi superare il suo stadio iniziale angosciato. Solo servendo un Altro, ossia esteriorizzandosi, facendosi solidali con gli altri, ci si affranca dal terrore asservente ispirato dall’idea della morte. D’altra parte,], senza la formazione-educatrice [per mezzo del lavoro], l’angoscia rimane interiore e muta, e la Coscienza non si costituisce come tale per lei stessa. [Senza il lavoro, il quale trasforma il Mondo oggettivo reale, l’uomo non può trasformare realmente se medesimo. Anche se cambia, il suo cambiamento rimane “interiore”, meramente soggettivo, rivelato soltanto a lui, “muto”, non comunicatesi agli altri.

E un tale cambiamento “interiore” lo mette in disaccordo col Mondo, il quale non è mutato, e con gli altri, i quali si fanno solidali con tale Mondo non mutato. Lo trasforma quindi in un pazzo o in un criminale, presto o tardi annientato dalla realtà oggettiva naturale e sociale. Soltanto con il lavoro, mettendo finalmente il Mondo oggettivo d’accordo con l’idea soggettiva che inizialmente lo supera, annulla l’elemento di follia o di criminalità implicito nell’atteggiamento di qualsiasi uomo; il quale – spinto dall’angoscia – tenti di superare il mondo dato di cui ha paura, in cui si sente in preda all’angoscia e dove, di conseguenza, non può trovare la propria soddisfazione]. Ma se la Coscienza forma [le cose con il lavoro] senza aver provato l’angoscia originaria assoluta, essa è soltanto un vano-o-vanitoso senso-o-volere proprio, giacchè la forma o la negatività-negatrice di essa non è la negatività-negatrice in sé; e, quindi, il suo formare non può darle la consapevolezza di sé come di quel che è la realtà-essenziale. Se la Coscienza ha provato non l’angoscia-assoluta, ma soltanto una certa paura, la realtà-essenziale negativa-o-negatrice è rimasta per lei un’entità-esteriore, e la sua sostanza non se ne è interamente compenetrata. Siccome non tutti gli elementi onde è riempita la sua coscienza naturale hanno vacillato, tale Coscienza appartiene ancora, in sé, all’essere-dato determinato. Il senso-o-volere proprio [der eigene Sinn] è allora capriccio-pervicace [Eigensinn], libertà ancora irretita entro la servitù.

La forma pura [imposta al dato da tale lavoro] non si può costituire, per tale Coscienza, in realtà-essenziale. Del pari, considerata come estesa sulle entità-particolari-e-isolate, questa forma non è [una] formazione-educatrice universale; non è Concetto assoluto. E’, invece, solo un’abilità dominante soltanto su alcune cose, e non la potenza universale e l’insieme della realtà-essenziale oggettiva-o-cosale. [L’uomo il quale non abbia provato l’angoscia della morte non sa che il Mondo naturale dato gli è ostile, che tende a ucciderlo, ad annichilirlo, che è essenzialmente incapace di soddisfarlo realmente. Resta in fondo solidale con il Mondo dato. Tutt’al più vorrà “riformarlo”, ossia mutarne le particolarità, compiere alcune trasformazioni particolari, ma senza modificarne i caratteri essenziali. Agirà da riformatore “abile”, vale a dire da conformista; mai da vero rivoluzionario. Ora, il Mondo dato in cui egli vive appartiene al Signore (umano o divino), e in questo mondo egli è di necessità Servo. Perciò, non la riforma, ma la soppressione “dialettica”, vale a dire rivoluzionaria, del Mondo, può liberarlo e, successivamente, soddisfarlo. Ora, questa trasformazione rivoluzionaria del Mondo presuppone la “negazione”, la non-accettazione del Mondo dato nella sua interezza. E l’origine di questa negazione assoluta non può essere che il terrore assoluto ispirato dal Mondo dato, o più esattamente da ciò – o da colui – che lo domina, dal Signore di tale Mondo. Ora, il Signore che genera (involontariamente) il desiderio della negazione rivoluzionaria, è il Signore del Servo.

L’uomo può, quindi, affrancarsi dal Mondo dato, che non lo soddisfa, solo se questo Mondo appartiene in proprio a un Signore (reale o “sublimato”). Ora, finchè il Signore vive, è egli stesso sempre asservito al Mondo di cui è il Signore. Poiché egli trascende il mondo dato solo nel e col rischio della sua vita, solamente con la sua morte “realizza” la sua libertà. Finchè vive, dunque, egli non conquista mai la libertà che lo innalzerebbe al di sopra del Mondo dato. Il Signore non si può mai staccare dal Mondo nel quale vive; e, se tale Mondo perisce, perisce con esso. Solo il Servo può trasformare il Mondo che lo forma e lo fissa nella servitù, e creare un Mondo da lui formato in cui sarà libero. E vi riesce soltanto mediante il lavoro forzato e l’angoscia provata al servizio del Signore. Certo, il lavoro da solo non lo libera. Ma, trasformando con esso il Mondo, il Servo trasforma se stesso e crea così le condizioni oggettive nuove, le quali gli rendono possibile riprendere la Lotta liberatrice per il riconoscimento, inizialmente rifiutata per paura della morte. Per tal modo, ogni lavoro servile realizza, in ultima analisi, non la volontà del Signore, ma quella, all’inizio incosciente, del Servo, il quale – alla fine – si afferma, mentre il Signore, necessariamente, perisce. Quel che, in fin dei conti, realizza e rivela l’ideale dell’Autocoscienza autonoma, e ne costituisce perciò la “verità”, è dunque la Coscienza da prima dipendente, servente e servile].

Torna alla sezione >>