Torna alla sezione >>

Introduzione...

Questo scritto è stato pubblicato su “Almanacco del ramo d’oro” - quadrimestrale triestino, con redazioni anche a Milano e a Roma, diretto da Gabriella Musetti – anno II, n.7, settembre-ottobre 2005. In calce al fascicolo alcune brevi notizie sull’Autrice: «E’ nata e cresciuta a Sarajevo, Bosnia Herzegovina, dove ha studiato e lavorato come giornalista nella redazione del quotidiano “Oslobogenje”. Ha lasciato Sarajevo nel 1992, quando è apparso evidente che la guerra non sarebbe durata “alcuni giorni”, con il figlio Andrej di appena un anno. Ha passato alcuni anni a Trieste dove l’ha raggiunta il marito, poi è partita con la famiglia per l’Australia, dove vive. Oggi lavora a Sydney per il governo australiano, scrive brevi racconti, di tanto in tanto, quando ne sente la necessità». Il testo è così accorato e vi viene raccontata con tanta amara immediatezza la condizione del profugo di guerra (quale che sia la sorte toccatagli personalmente anche in ragione della sua condizione sociale), che ogni commento da parte nostra sarebbe superfluo. Ci limitiamo a ricordare che “Oslobogenje”, pubblicato a Sarajevo nelle difficili condizioni dell’assedio, cercò di essere, durante la guerra di Bosnia, una voce interetnica e indipendente dai contrapposti fanatismi.

SENZA RITORNO
Di Merima Hamulic Trbojevic

Dedicato al marito Slobodan e alla
sua malinconia per la città perduta

Da alcuni anni ormai mi tormenta lo stesso sogno, dal quale mi sveglio piena di indicibile timore e ansia… All’inizio stendo la mano nel buio verso la parte del letto dove dorme mio marito, la passo dolcemente sul suo corpo per assicurarmi che lui è qui, vicino a me, e passo poi al gioco di riconoscere le ombre degli oggetti della camera, che mi aiutano a rendermi conto di dove sono veramente… mi dico, tra me e me: la finestra a Sarajevo era sul mio lato sinistro e vedevo la mia esile betulla, no, non siamo a Sarajevo. A Belgrado, dove abbiamo trascorso alcuni mesi in fuga, non avevamo neanche la finestra, no, non siamo a Belgrado…Trieste? A Trieste la finestra era proprio davanti al letto, non è neanche Trieste… Sì, siamo a Sydney… la finestra nella camera è sul lato destro… La luce che si vede è quella del computer, e lo abbiamo acquistato in Australia… Il rumore che sento viene dal condizionatore d’aria dell’appartamento dei vicini, è un rumore a cui mi sono abituata in Australia… sì, siamo a Sydney. Sono ancora a Sydney. Ancora? Che domanda stupida. Non c’è ritorno… So solo questo. Ecco, mi alzo per assicurarmi che mio figlio dorma tranquillo. E quando sono sicura che almeno lui non ha questi incubi notturni, guardo sempre, ma sempre, l’orologio per vedere quanto ancora DEVO aspettare fino all’alba.

Di giorno è più facile, penso… e ripeto a me stessa: “Era di nuovo QUEL sogno”…”E’ finita la guerra, sono ritornata a Sarajevo, arrivo nella redazione di ‘Oslobogenje’ – il giornale dove lavoravo – cerco le facce note … mi serve il mio lavoro, devo lavorare, voglio fare il lavoro che ho sempre amato, quello per il quale ho studiato, ho combattuto a lungo…” Ho lasciato tutto perché c’era la guerra, perché Andrei aveva solo 14 mesi… ‘Oslobogenje’ ha organizzato un aereo, siamo partiti con la convinzione di andarcene solo per alcuni giorni… Il mio direttore mi ha detto: “Vai via con il bambino per alcune settimane, prendilo come un bel periodo di riposo…” La guerra è durata quattro anni… La guerra dura ancora, la guerra non finirà mai… sarà in noi, finchè ci saremo noi… morirà solo con noi…

Voglio scrivere di nuovo, voglio cambiare il mondo, voglio combattere per i diritti delle donne, voglio scrivere dei diritti sociali, di libri e di film… In ‘Oslobogenje’ non ci sono persone che conosco, non c’è nessuno che voglia neanche parlare con me, le loro facce si riempiono di meraviglia, si trasformano, come al rallentatore. L’uomo all’ingresso sogghigna… piango… corro… grido… mi sveglio… Salva…? Salva? Non credo. Potevo essere me stessa solo a Sarajevo… Solo là potevo scrivere e parlare in una lingua che era MIA… che era la mia sicurezza e il mio rifugio, la mia fuga dalla realtà e la mia realtà… il mio sentimento d’amore e la mia sensazione di solitudine, il mio senso di appartenenza. Sogno solo nella MIA lingua, racconto storie mai raccontate solo nella MIA lingua… In tutte le altre lingue c’è una sola storia, purtroppo raccontata tante volte… la guerra, la fuga, il deserto dentro, l’impotenza, il diritto dei migranti, la psicologia e la psicopatologia dei fuggiaschi, sogni irrealizzabili, rabbia inespressa per tutto ciò che è successo, dissezionare l’assurdo alla ricerca di una causa. Senza alcuna intenzione consapevole sono diventata esperta di scrittura di destini di fuggiaschi, mi cercano tutti quando hanno bisogno di pensieri sui comportamenti nelle guerre mondiali, di vincitori e vinti, mi si chiedono testi e libri che hanno come soggetto stra-noto la guerra nei Balcani, di persecutori e perseguitati, mi si chiedono film sullo stesso tema, partecipo a incontri sul tema “restare all’estero o tornare in patria”, casco in rabbiose discussioni con tutti quelli che sono contro le immigrazioni da paesi lontani, contro l’accoglienza dei fuggiaschi…

.

Il cerchio si forma, si chiude e si attorciglia in una spirale senza inizio né fine… Quando scrivo, la guerra e la fuga sono i soli soggetti dei miei racconti, ma quanto mi piacerebbe fuggire da questi temi… incominciare a ragionare di qualcosa di diverso Questa terribile guerra, questa nostra terribile fuga, questo cambiamento obbligato d’identità, mi sembra che mi abbiano segnata fino in fondo… Ho imparato l’italiano, ho imparato l’inglese… ma non sono riuscita ad appropriarmi di queste lingue, a farle MIE, esse sono per me solo un mezzo per salvarmi la vita, tanto necessarie per comunicare… queste bellissime lingue stanno nella mia testa come un terribile castigo, come il simbolo della mia assimilazione non riuscita… il mio accento mi farà riconoscere sempre, la gente non smetterà mai di chiedermi: “Da dove vieni” [in italiano nel testo] o “Where do you come from?”… in certi momenti di crisi ho pensato di cambiare nome e cognome, ma nemmeno così cambierei me stessa e le storie che racconto continuamente… Lo so, mi scoprirei di nuono… e quindi, a che pro?

Mentre spiego agli altri come dietro l’accento di qualcuno si nasconde forse una persona che ha letto Dostojevski, Camus, Proust, Kis, Sartre, Kirkegaard, Yourcenar… come nessuna religione è (deve essere) motivo di odio, so in effetti che tutto ciò lo confermo a me stessa, per non perdere ciò che io sono stata, che anche queste sono piccole parti di me… pezzettini… E nelle serate in casa o fuori, nelle feste, in vacanza, sul lavoro, con gli amici e con quelli che a malapena conosco, racconto le stesse storie… Ancora e ancora… Così ho fatto anche nella serata letteraria con Alain de Botton, sul suo libro “Le consolazioni della filosofia”, di nuovo, costretta dalla mia ossessione, ho fatto domande sulla guerra e sugli artisti impegnati nel mondo, contro i crimini in Bosnia e a Sarajevo… (pensando di nascosto a Bernard Levi che ha fatto sì che la verità sui genocidi dei musulmani di Bosnia fosse resa nota al mondo). Oh come deve essere suonato stupido a tutti quelli che non hanno nemmeno letto il libro, che non hanno nemmeno capito di che cosa si parlava veramente, ai quali interessava solo compiacere il proprio ego e far parte della conversazione con uno dei più famosi scrittori e filosofi contemporanei. Adesso mi ricordo con vergogna di come una volta con presuntuosa inesperienza da intellettuale deridevo mio padre che non era capace di andare oltre il tema della seconda guerra mondiale, che tirava fuori ogni qual volta gli si presentava l’occasione. Solo ora capisco quanto quella guerra, i partigiani e la sua fede nel comunismo come l’unico ordine di un mondo giusto hanno segnato la sua vita e purtroppo anche la sua morte…

Tutti i testi che ho scritto negli ultimi dodici anni parlano in un modo o nell’altro della guerra, della fuga, della mia necessità di crearmi un io completamente nuovo… Qualche volta desidero di potermi sedere a scrivere di piccole cose normali, temi che sono parte della vita di ogni giorno. Guardo continuamente libri e testi con titoli simili… Spesso penso, quando chiudo gli occhi nel silenzio… forse il mio sogno del ritorno a ‘Oslobogenje’ è solo parte del mio bisogno di dimenticare tutto quello che è successo negli ultimi anni, di essere di nuovo quella vecchia “io”…

Non c’è più quella mia finestra, la mia betulla… e so che non c’è più ritorno ai vecchi tempi… me lo dico ogni giorno nella MIA lingua… e forse perfino ci credo.

Sydney, ottobre 2004
(Traduzione di Dorotea Giorgi)

Torna alla sezione >>