La periodizzazione del processo di integrazione europea proposta da Giuliano Garavini nell’ultimo numero del Menabò mi trova sostanzialmente d’accordo. Certamente si potrebbero articolare le due fasi individuate da Garavini in sottoperiodi, ma, nella sostanza, l’individuare nei primi anni ottanta un momento di cesura importante nella storia dell’integrazione europea mi pare corretto. Mi sembra però che, rispetto allo schema proposto da Garavini, occorra un’analisi più approfondita riguardo al nesso tra nazionale e internazionale, che nella costruzione del regionalismo europeo mi pare il tratto dominante.
L’assunto di fondo
Il dato di base da cui prendere le mosse è che gli assetti internazionali, nei rapporti tra le democrazie occidentali nel periodo post guerre mondiali, sono stati il frutto, più che dei disegni delle cancellerie, degli assetti politico-sociali dominanti, in particolare dell’organizzazione della produzione e dei rapporti tra capitale e lavoro, delle scelte relative alle politiche redistributive e al ruolo dello Stato nell’economia, insomma di tutte quelle caratteristiche che Gramsci definiva le “basi materiali” di una civiltà. Come è noto, le basi materiali della civiltà fordista entrarono in crisi nel corso degli anni settanta, avviando un processo di transizione che, se non può definirsi concluso con l’inizio del decennio successivo, era però ormai divenuto evidente anche nelle percezioni dei protagonisti dell’epoca, segnando un mutamento di fase importante anche per quanto riguardava il corso dell’integrazione europea. In questo senso mi sembra forse più significativa, come indicatore della fine di un’epoca, la crisi del governo a guida socialdemocratica in Germania occidentale, messo in difficoltà dalla linea di alti tassi di interesse attuata dalla Federal Reserve statunitense sotto la guida di Paul Volcker, piuttosto che la fine dell’esperimento francese di “socialismo in un solo Paese”, che per molti aspetti rimanda a quello che è stato identificato da Leonardo Paggi come il confronto tra riformismo europeo e americanismo, le cui sorti si erano già decise all’indomani della seconda guerra mondiale.
La prima fase dell’integrazione europea
Ma in che senso differivano queste due fasi dell’integrazione? Non mi sembra sufficiente caratterizzare la seconda fase come improntata a un maggior liberismo rispetto alla prima, senza ulteriormente qualificare tale affermazione. In fondo, si potrebbe facilmente obiettare, fin dai suoi esordi la costruzione europea si era caratterizzata per un’impostazione marcatamente liberista, nella quale, a parte il caso a sé stante della politica agricola comune, l’accento batteva sulla rimozione degli ostacoli al libero scambio e sulla costruzione di un grande mercato continentale, mentre in secondo piano, quando non del tutto trascurate, erano le possibilità di instaurazione di politiche comuni. Ma nel corso della golden age la costruzione del grande mercato era stata pensata in funzione dell’affermazione e della tenuta del “compromesso socialdemocratico” all’interno degli Stati europei, quel compromesso fondato sullo scambio tra un regime di moderazione salariale e il conseguimento della piena occupazione e la costruzione di sistemi di welfare nazionali, in un approccio riassumibile con l’espressione “Keynes in casa, Smith all’estero”.
<Durante gli anni sessanta, la messa in opera del Mec, che – occorre sottolineare – fino all’inizio degli anni novanta rimase sostanzialmente limitato alle sole merci, fu lo strumento attraverso il quale la “piccola Europa” garantì a se stessa un ritmo sostenuto di crescita, che costituiva l’ambiente propizio allo sviluppo di quelle politiche di programmazione economica dirette al mantenimento della piena occupazione, attorno a cui si era coagulato il consenso nel secondo dopoguerra. Le politiche macroeconomiche e di sviluppo del welfare rimanevano strettamente sotto il controllo nazionale, proprio perché erano quelle che garantivano il consenso alle forze politiche interne: in questo quadro la Pac rappresentava l’eccezione, giustificata dalla constatazione che la politica di assistensa al reddito degli agricoltori non poteva essere efficacemente condotta su un piano esclusivamente nazionale.
La seconda fase dell’integrazione europea
La crisi del fordismo, che segnò la fine dell’età dell’oro del capitalismo europeo e l’eclissi dell’approccio socialdemocratico, acuita dal crollo dell’Urss, rappresenta uno spartiacque importante. Le priorità mutarono: la piena occupazione non fu più il perno delle politiche economiche nazionali, mentre in primo piano venne, insieme al mantenimento della stabilità monetaria, lo smantellamento degli ostacoli a quello che veniva definito il libero gioco dei mercati: in questa ottica il permanere di sistemi di protezione sociale interni fu sempre più considerato come un intralcio alla competitività sui mercati internazionali.
L’egemonia del pensiero neo-liberista, che soppiantò quello keynesiano come paradigma di riferimento delle politiche economiche e sociali, ebbe conseguenze anche per la costruzione europea, nella quale si venne accentuando una sorta di schizofrenia: da un lato l’integrazione dei mercati divenne, da mezzo, un fine in se stesso, venendo così a indebolirsi il legame tra l’espansione del benessere garantita dal crollo delle barriere al commercio e la costruzione di sistemi di protezione sociale; dall’altro lato, sopravviveva una concezione del regionalismo europeo come ammortizzatore contro una globalizzazione selvaggia, ossia come mezzo di preservare il modello sociale europeo, o quel che ne rimaneva, dagli imperativi del mercato.
Delle due tendenze, quella dominante nei fatti è stata la prima, grazie anche all’utilizzo della retorica neo-funzionalista dell’ever closer union, da raggiungere attraverso l’integrazione economica. Ma la dicotomia tra i due approcci è persistita ed è stata recentemente consacrata nel trattato costituzionale firmato a Roma. Si tratta evidentemente di uno scollamento che non può perdurare ancora a lungo. In ultima analisi, quale dei due punti di vista prevarrà dipende, a mio avviso, da come verrà risolta la crisi in cui versano oggi le democrazie occidentali, se nel senso di un rafforzamento dei diritti di cittadinanza di tutta la popolazione, quindi di una maggiore partecipazione consapevole, oppure se si continuerà nel trend in corso ormai da un trentennio, di restringimento degli spazi di partecipazione e di un accentramento del potere economico e politico in poche mani.