Torna alla sezione >>

Introduzione...

E’ noto, ed entro certi limiti è naturale e comprensibile, che in un’assemblea di recente elezione – a qualunque livello, dal Senato al Consiglio comunale – sia spesso non facile mettersi d’accordo, quale prima cosa, sull’assegnazione delle cariche e degli stessi spazi fisici, cioè uffici, stanze ecc. Ci pare interessante e divertente questa descrizione dal vivo, e dall’interno, di come vi si è addivenuti alla Regione Lazio dopo le elezioni dello scorso maggio (ma è presumibile che le cose non vadano diversamente, se non proprio in tutte, nella maggior parte delle assemblee di questo mondo). L’articolo – pubblicato sull’Almanacco di “Carta”, luglio 2005 – è di Anna Pizzo, neo-consigliera di Rifondazione. Ne trascriviamo i brani attintenti all’argomento. Va peraltro sottolineato che – come c’informa l’Autrice – lei era interessata essenzialmente a mettersi nelle migliori condizioni “logistiche” per l’ obiettivo politico che le stava a cuore, ossia avere una delega alla “partecipazione”. Sull’argomento della “partecipazione democratica dal basso” e sulle sue cruciali implicazioni rispetto al modo stesso di concepire e organizzare la democrazia, l’articolo ci stimola a tornare in altra occasione. Per intanto, i migliori auguri di buon lavoro alla neo-consigliera, il cui impegno personale sulla questione non comincia adesso.

Anna Pizzo
IL PRIMO MESE L’IMPORTANTE E’ PARTECIPARE. MA A COSA?

Oggi fa esattamente un mese da quando sono stata nominata segretario (il maschile è d’obbligo, dal momento che erano venti anni che in quell’ufficio non metteva piede una donna) nell’ufficio di presidenza della Regione Lazio. Ora vi racconto come è andata. Subito dopo l’insediamento del nuovo consiglio, avvenuto con un intervento di lunghezza quasi cubana del presidente Piero Marrazzo (mai come quello di replica, la settimana successiva, e al termine di una eterna di due giorni di interventi che, per generosità, definiremo non essenziali), sono cominciate le defatiganti trattative tra i capigruppo per l’occupazione degli spazi. Sia fisici che politici. Preliminare è stata la ripartizione delle stanze, che ha preso un sacco di tempo, quasi che da quella dipendesse il peso specifico e la “qualità” politica di ciascun partito.

Così che io, assieme al presidente del consiglio, a due vicepresidenti (uno di maggioranza e uno di minoranza) e ad altri due segretari (in tutto siamo tre, due di maggioranza e uno di minoranza) ci siamo trovati a inaugurare il nostro sontuoso ufficio di presidenza con una accanita e defatigante discussione su quanti uffici spettassero a ciascun gruppo. Vi risparmio i particolari, la qualità del dibattito e l’accanimento e mi limito a un solo aneddoto: alla terza, interminabile, riunione passata a compulsare piantine degli edifici della Regione, messe a punto da un apposito ufficio, alla ricerca di qualche stanza in più, di qualche sottoscala, di qualche cantina da occupare (e badando a respingere chi già proponeva possibili varianti del piano regolatore), finalmente si era trovato l’accordo: tanti uffici ai Ds, tanti alla Lista Marrazzo, tanti a Forza Italia, ecc. Se non che, colpo di scena, l’Italia dei Valori (due consiglieri) annuncia la scissione: uno resta nel gruppo, l’altra entra nel Gruppo misto (di cui al momento è unica rappresentante). Mannaggia, non lo avevamo previsto, bisogna ricominciare da capo.

La distribuzione degli spazi

Cosa c’entra tutto questo con l’essere finita nell’ufficio di presidenza? C’entra, poiché dopo l’acquisizione degli spazi logistici, si è passati agli spazi politici. Che hanno rispettato lo stesso andamento e si sono ispirati ai medesimi criteri. Essendo Rifondazione il quinto partito di maggioranza in ordine d’importanza, ed essendo l’ufficio di presidenza un vero “status”, non potevamo mancare. E, poiché dei cinque eletti che siamo, uno fa il capogruppo (incompatibile con l’ufficio di presidenza), due fanno gli assessori (anche loro incompatibili), restavamo io ed Emilio Luciani. Il quale ha una autentica e ben motivata passione per i trasporti. E’ stato dunque naturale affidare a lui la presidenza della commissione omonima.

Per questa ragione sono finita nell’ufficio di presidenza. Ma non me ne lamento, anche perché, a mia volta, ero stata chiarissima con i miei “soci”: mandatemi dove vi pare, avevo detto, purchè da lì possa occuparmi della partecipazione. In fondo, avevo sottolineato, non mi avete chiesto di candidarmi anche per l’attenzione di “Carta” alla partecipazione? Verissimo, mi avevano risposto, ma quale posizione migliore per proporre, inventare, suggerire, indirizzare, se non l’ufficio di presidenza del consiglio? Finita la diatriba delle stanze, avanzo dunque con discreto fair play al presidente, al vicepresidente e agli altri segretari la mia richiesta di delega alla partecipazione. Vedo nei loro occhi lo smarrimento. Non sapevano di cosa stessi parlando. Qualcuno, navigato politico, recupera più o meno brillantemente: ma sì, dice, è il rapporto con le associazioni, far venire le scolaresche ad assistere al consiglio…

Partecipazione? In che senso?

Altri, più serenamente, ammettono di essere digiuni in materia ma non per questo meno “affamati”: se si dà una delega a lei, allora ne vogliamo una anche noi. Questa, in sostanza, l’obiezione della minoranza. Qui non cavo un ragno da un buco, penso un bel po’ indispettita. Meglio girare la palla a Ivano Peduzzi, che ha fatto a suo tempo l’accordo con la maggioranza. Aspetto così la prima riunione dei capigruppo, al termine della quale Ivano viene a dirmi piuttosto sconfortato: gli altri hanno detto che se “noi” ci prendiamo una delega straordinaria, la vogliono anche loro… A quel punto mi arrabbio sul serio: ho passato tre settimane, dico, a distribuire uffici, automobili (la discussione sull’autoparco ve la risparmio) e altri benefit in attesa di cominciare a lavorare sul serio e scopro ora di non poter fare altro. Non ci sto. Riunione strategica del mio gruppo. Luigi Nieri, assessore al bilancio qui in Regione ma con una forte attenzione alla partecipazione nel suo precedente incarico in Comune, è preoccupato. Se non c’è la delega, dice, salta tutto. Se non c’è la delega, dico io, faccio il consigliere “semplice”, così ho tempo di occuparmi di quel che mi pare.

Si studia, si valuta, si ragiona. Sul tavolo della discussione entra un elemento non irrilevante, del quale è giusto che vi parli. In qualità di consigliere, ho diritto a due persone di mia fiducia che mi affianchino. I segretari degli uffici di presidenza, invece, di persone ne possono avere sette. In qualità di consigliere, ho diritto a un ufficio del gruppo. Come segretaria, di stanze ne ho quattro, con la mia nella quale vivrebbe comodamente una famiglia di cinque persone. Mi faccio due conti: qui, penso, lavorare sulla partecipazione sarà dura. Se nessuno mi aiuta sarà durissima. Molto meglio se, invece, posso lavorare con persone che hanno questo mio stesso “pallino”, che vogliono provare a vedere se è possibile governare dal basso una regione difficile come il Lazio, inasprita da cinque anni di governo che ha alternato populismo a liberismo, ambedue sotto il segno del più totale decisionismo. E se riuscissi perfino a far approvare una legge negli stessi tempi e dello stesso tenore di quella sulla quale sta lavorando la regione Toscana…

Torna alla sezione >>