Premessa...
Mettiamo in rete due contributi – rispettivamente di Pietro Salinari e Alessandro Hobel – pervenutici dopo la pubblicazione anticipata, il 1° novembre u.s., dell’articolo di Raffaele D’Agata “Rivoluzione copernicana”. Tale articolo è ora su “katciu-martel” con altro titolo e con delle modifiche, alcune delle quali tengono conto anche delle osservazioni mosse nei contributi in questione.
CONTRIBUTO DI PIETRO SALINARI
L' articolo di Raffaele D’Agata mi fa venire in mente alcune osservazioni, che provo ad esporvi.
Mentre condivido l'indignazione per quello che la finanza ha combinato e rimpiango che non ci siano più intellettuali come Federico Caffè per suggerire modi appropriati per tagliarle le unghie, mi trovo a disagio per i ragionamenti che riguardano l'Italia.
Infatti la crisi Italiana si discosta dalle altre (in realtà, trovo appropriata l' osservazione di Giorgio Rodano, che, qualche tempo fa, a proposito della crisi, citava Anna Karenina: "tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo"). Quasi tutti i paesi non mediterranei avevano prima della crisi livelli d'indebitamento non inquietanti, e li hanno aumentati drasticamente per salvare banche. L' Italia invece non ha effettuato nessun salvataggio, ma il suo debito aveva cominciato a crescere negli anni '80.
Provo, a spanne, a raccogliere l' invito di Raffaele D’Agata a chiedersi chi debba cosa a chi e per quale motivo.
A cosa è servito questo debito: la mia impressione è che non è servito a investimenti, a creare un buon welfare (i nostri ammortizzatori sociali sono inferiori a quelli dei paesi virtuosi) o alla reaganiana riduzione delle tasse (che in Italia sono cresciute parallelamente al debito), meno che mai alle spese militari (che sono, credo, le più basse dell' OCSE) o irrubustire la scuola, sanare la disparità del meridione etc. Se si vuol essere gentili si può dire, con Salvati, che l' indebitamento è servito a comprare pace sociale, a parole mie (che sono più brusco) è servito a non affrontare tutti i nostri problemi strutturali (meridione, pubblica amministrazione, scuola, giustizia etc.) e andare avanti lo stesso. E' chiaro che questo atteggiamento non poteva proseguire all' indefinito. La globalizzazione e la crisi hanno solo fatto sì che l' impatto con la realtà fosse rapido e duro, ma comunque l' Italia avrebbe dovuto affrontare il problema di come rientrare dal proprio debito.
In parole semplici: io penso che rinnegare questo debito (dato e non concesso che si possano evitare le conseguenze catastrofiche) sarebbe un incoraggiamento a proseguire sulla strada degli ultimi 20 anni, cioè non affrontare il problema di rendere più efficiente la macchina pubblica, tollerare che la Sicilia abbia 20 volte i dipendenti della Lombardia, che esistano degli scarti di 16 volte tra quanto costano prestazioni sanitarie in diverse regioni etc.; in poche parole che esista una differenza così scandalosa tra i servizi che il nostro stato offre e il loro costo.
Con questo non assolvo la politiche tremontiane: a mio avviso questo ministro ha affrontato i sintomi (la quadratura dei conti) e non le cause (perché siamo così indebitati, pur avendo le tasse più alte d' Europa e i servizi più scadenti).
Penso che politiche Keynesiane saranno necessarie, ma per chiedere ulteriori indebitamenti o abbuoni dei debiti esistenti o dilazioni degli stessi è indispensabile garantire che questi soldi siano dedicati allo sviluppo e ben spesi e non vadano ad arricchire qualche corporazione.
Un' ulteriore osservazione; se vediamo chi detiene il nostro debito, vediamo che circa la metà di esso è detenuto da soggetti italiani; quindi tralasciando i soggetti esteri e i fondi italiani gestiti all' estero, gli effetti di una svalutazione del debito colpendo tutti gli altri soggetti italiani avrebbe effetti negativi sia sul patrimonio di vasti strati dei lavoratori, sia sul credito alle imprese e quindi sull' occupazione.
Pietro Salinari
CONTRIBUTO DI ALESSANDRO HOBEL
L’articolo di Raffaele D’Agata mi è sembrato molto interessante e stimolante. Anche nell'ambito di Marx XXI (sito e rivista) questi temi sono al centro dell'attenzione e della discussione. In particolare vi è tornato più volte Vladimiro Giacchè, che ha sottolineato i rischi connessi a un eventuale default, sostenendo anch'egli che il vero problema è mettere in campo una politica economica - e direi una politica tout court alternativa.
L’articolo di Raffaele D’Agata mi è piaciuto in particolare perché dimostra, sulla base della storia del Novecento, che alternative praticabili esistono e sono state anche sperimentate in altre fasi; e poi per quella idea di una "nuova Ricostruzione" che mi pare corrisponda bene a ciò che servirebbe e alluda anch'essa a quella politica economica alternativa di cui sopra. Credo che la sfida attuale sia proprio quella di definire bene che cosa intendiamo per "qualificato rilancio della crescita".
In generale, comprendo le motivazioni di fondo dell’articolo relative alla fase in corso, anche se non mi ci riconosco del tutto; credo che - soprattutto a seguito della crisi - parole che sembravano sparite o assolutamente minoritarie (intervento dello Stato nell'economia, tassa patrimoniale, insostenibilità del capitalismo, nuovo modello di sviluppo, e magari, domani, programmazione democratica e socialismo) stiano riacquistando legittimità e cittadinanza nel senso comune, anche se ovviamente grande è la confusione sotto il cielo.
Il paradosso in cui ci troviamo mi sembra proprio quello di dover conciliare un complesso lavoro di elaborazione e proposta con l'urgenza della situazione, e condivido il richiamo a non "attendere i tempi lunghi dei grandi fenomeni culturali".
Sono convinto peraltro che le differenze "tattiche" non impediscano di "colpire uniti", pur marciando in parte divisi, e che le occasioni di collaborazione e confronto vadano moltiplicate. In particolare come associazione Marx XXI siamo senz’altro interessati e disponibili a questo tipo di lavoro .
Alessandro Hobel