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Introduzione...

Nella sezione LA NUOVA SERIE DELLA RIVISTA TRIMESTRALE di questo sito abbiamo appena finito di trascrivere, in parecchie puntate, il lungo saggio “Al di là della crisi della razionalità. Il pensare come luogo originario della filosofia”, pubblicato da Paola Rodano sul n. 3/1985 di tale periodico. Avevamo annunciato la nostra intenzione di far seguito trascrivendo anche la Prefazione di un libro scritto da P. Rodano dieci anni dopo: “L’irrequieta certezza. Saggio su Cartesio” (Ed. Bibliopolis, Napoli 1995). E’ quel che facciamo adesso, esprimendo la nostra convinzione che ambedue i lavori sono in sintonia con alcune tematiche di fondo affrontate nel corso della ricerca svolta sui “Quaderni della Rivista Trimestrale” (1972-83), del cui comitato redazionale, difatti, l’Autrice fece parte. Più precisamente, nei due lavori è a nostro parere da ravvisare, in sostanza, un’impegnativa elaborazione in sede filosofica della concezione “trimestralica” dell’uomo come “essere naturale-storico”: soggetto cioè a finitezza, a limitatezza, ma al tempo stesso teso a spostare indefinitamente in avanti, via via, ogni determinazione data del limite. Il legame tra questa concezione “trimestralica” e la propria opera è del resto sottolineato dalla stessa Autrice nell’ultima pagina della Prefazione che ora trascriviamo. A nostra volta ci sembra giusto porre in rilievo che tale medesima concezione ebbe un ruolo di “linea-guida” dell’intera ricerca trimestralica, nel suo carattere principalmente teorico-politico. Fu insomma – saremmo quasi portati a dire – un’ ipotesi di “interpretazione del mondo” utilizzata da persone le quali intendevano però contribuire, per quel che potevano, a “cambiarlo”. Ci resta da ringraziare la Casa editrice e l’Autrice, per averci gentilmente concesso di riportare qui tale Prefazione, scritta – dobbiamo dire – in forma e stile stupendi.

Paola Rodano
L’IRREQUIETA CERTEZZA
SAGGIO SU CARTESIO
Prefazione

Un libro su Cartesio è come un viaggio affascinante e un po’ a rischio. Le ragioni della seduzione e del pericolo sono in parte comuni alle esperienze fatte sul pensiero dei grandi classici della filosofia, in parte peculiari al solitario delle Meditazioni. Le pagine dei classici, com’è noto, sovraccariche di sensi ermeneutici, sono assunte, giustamente o no, a luoghi costitutivi e quasi coscienza riflessa di complicati periodi della storia, mentre diventano sterminato oggetto di analisi. Poi c’è il proprium di Cartesio: uno stile di grande eleganza e chiarezza (indice persino più sicuro o meno controverso di “modernità”) e un complesso di pensieri profondo e a volte trasparentemente ambiguo; una tensione al grande albero enciclopedico affidata a radici buone per piante più modeste; una filosofia che sembra risolversi nella fondazione del sapere scientifico ma che, per altro verso, non è affatto disposta a rinunciare alle sue autonome prerogative; una concentrazione decisa sulla certezza dell’umano, e tuttavia anche orfana della garanzia di altre, superiori certezze; e così via. Quando l’oggetto del lavoro presenta tali caratteristiche, è d’obbligo scegliere, affidandosi a una rigorosa etica della responsabilità. Tenere tutto non è possibile, se non a prezzo, oggi, di semplificazioni inammissibili. E, una volta scelta una prospettiva di lettura, è consigliabile, e forse persino giocoforza, attenervisi in maniera ferma, evitando la contaminazione con altre possibilità.

Questo saggio su Cartesio è frutto di una scelta cui si è cercato di rimanere fedeli; una scelta aiutata dal gusto e dalla modestia dei mezzi dell’interprete, in ogni caso impari al compito di delineare una grande sintesi dell’universo cartesiano. La prima e principale scelta è consistita nel circoscrivere il lavoro di ricerca alla filosofia di Cartesio e ai testi cui essa è consegnata, in primo luogo alle Meditazioni. Le esclusioni comportate da questa determinazione sono – come si capisce – molteplici. Di contro a ciò, i temi trattati sembrano non poca cosa (questo nessuna retorica della captatio mi indurrà a dirlo), ma certo cosa nota. Chi mai infatti, occupandosi di Cartesio, e quali che siano i suoi interessi, non si troverà anche a fare un cenno del dubbio e del cogito, del criterio della chiarezza-distinzione, di Dio e persino della «creazione delle verità eterne»? I temi di cui si occupa questo lavoro sono dunque quelli inevitabili e classici della filosofia cartesiana e della sua ricca storiografia. Ma l’aver puntato solo sulla filosofia assicura forse anche qualche vantaggio, consentendo una ricognizione più intensiva di un “piccolo” dominio, una maggiore attenzione alle variazioni e agli spostamenti concettuali del testo.

Si dirà con questo che, insistendo su temi più tradizionali, abbiamo perseguito, nell’instancabile dibattito su Cartesio e il mondo moderno, la via dell’”inattualità”? Non fosse altro che per l’insopportabile retorica dell’”inattuale”, diremmo di no. E il problema è, a tutti gli effetti, più complesso. Si prenda ad esempio la cruciale questione della soggettività, intorno alla quale si sono combattute gloriose battaglie, prima che ad esse succedesse un diffuso senso di insoddisfazione e per il concetto e per il modo in cui Cartesio l’avrebbe posto nel cuore della modernità, divenendo quasi imputato delle sue disfatte. Da un lato, in quanto il problema si dica proprio come “soggettività”, non è affatto sicuro che battaglie e delusioni avessero ben identificato in Cartesio il loro Altvater. E’ vero che il cogito “conclude” in un “ego sum”; ma un’interpretazione esistenzial-soggettivistica di questa formula è, come vedremo, riduttiva e insufficiente. Al tempo stesso, mancando il centro del bersaglio, non è vero tuttavia che la “soggettività”, in forme che si devono precisare e argomentare, non sia anche tema proprio di Cartesio (e della modernità). Ma per mettere in chiaro questo punto non esiste altra via che quella di tornare ai nodi classici – e più ardui – della filosofia di Cartesio. Ponendo a tema, come ci capiterà di fare, il dubbio e la struttura della mens (costituita di eccedente volontà e di disciplinato intelletto logico), la libera “creazione delle verità eterne”, il cogito e il problema di Dio, s’incontra, nella finitezza, un parente prossimo della “soggettività” cartesiana. Sarà pure un parente povero, ma da trattare con riguardo, non fosse altro perchè di finito e di finitezza continuiamo instancabilmente a parlare. Ora, uno dei principali risultati di questo saggio è la convinzione che in Cartesio si ritrovi qualcosa come una “fondazione” o una “deduzione” (ma i termini sono entrambi impropri) della finitezza. Non si tratta, in ogni caso, di una finitezza solo dichiarata, ma argomentata attraverso una complessa via filosofico-fenomenologica, al cui risultato cospirano terra e cielo. E difatti, all’esito del cogito-finito è essenziale anche un’immagine (ma il termine è cartesianamente fuorviante), una qualche idea (o sospetto) della divinità nella sua incomprensibile alterità.

Questa trama di pensieri, pur rilevante, non esaurisce la filosofia delle Meditazioni. Accanto al cogito-finito si incontra infatti un percorso diverso e in realtà alternativo: quello, notissimo, che dice la certezza di sé solo nella garanzia di un nesso, in qualche modo di natura partecipativa, tra l’uomo e la divinità. La cosa è complicata dal fatto che queste due vie non si danno in una successione temporale ma costituiscono come un filo doppio, del quale Cartesio sembra avvertire la simultanea esigenza. Un altro risultato di questo libro è che, nonostante tutti gli sforzi, le due linee di pensiero o diverse possibilità della filosofia cartesiana non riescono a comporsi. Di modo che il partito critico migliore è sembrato quello di esplorare nella loro irrisolta tensione le due vie, tenendole ferme e cercando di argomentarle. Che ci siano due forme della filosofia cartesiana non è una nostra scoperta. Tutti gli interpreti che contano, si può dire, si sono accorti della questione (da Boutroux, Laporte, Gilson, Koyré, Gouthier, Alquié, fino a Scaravelli, Gueroult, Del Noce, Rodis-Lewis e Marion), anche se a volte hanno cercato di coprirla e dissolverla non appena l’hanno intravista. In altri casi (ancora Alquié, Del Noce, Marion), la diversità è stata tenuta ferma, ma valorizzando, per vie e con accenti diversi, la linea ricompositiva umano-divina (che è un altro modo, alla fine, per contrastare la differenza). Da parte nostra, abbiamo cercato invece di radicalizzare la diversità tra le due forme della filosofia cartesiana, e quindi di conferire rilevanza piuttosto al percorso di pensieri che tiene insieme la libera creazione delle “verità eterne”, il cogito e la questione del finito.

Il pregio infatti di quest’ultimo svolgimento di pensieri cartesiani si lasca cogliere soprattutto in sede filosofica, e di qui sul terreno della novità e – se si vuole – anche della “modernità” di Cartesio. A differenza della linea dell’innatismo e delle prove di Dio, il tema del cogito e del finito è infatti svolto “filosoficamente” da Cartesio (al contrario di quanto si continua talvolta a ritenere). Il cogito non è semplice intuizione, né esperienza esistenziale, né riconoscimento immediato o ingenuamente fattuale del finito. L’intera filosofia è mobilitata – attraverso il dubbio “iperbolico” e la negazione del principio di contraddizione – per questo risultato, e non se ne penetra la configurazione (accade persino a filosofi come Heidegger) quando si lasci in ombra questo complesso sfondo. Il cogito, in quanto residuale innegabilità del pensare, potrà pure apparire modesta conquista (e per un verso almeno lo è), ma certo è stato attinto attraverso il dispiegamento della struttura della mens, per una via dunque filosofica e niente affatto problemlos. Ma in realtà, come diremo, si tratta di un risultato molto importante. Senza dubbio, come non dà l’intero complesso della “soggettività”, così, allo stesso modo, il cogito non riceve da Cartesio sviluppo adeguato, ricostruttivo di saperi, ché anzi è risolto, trasceso e (per la verità) dissolto in quella riflessione innatistico-partecipativa che a rigore non può contenerlo. Il discorso diventa, su questo punto, complicato e obbligherebbe l’interprete non solo a ragionare di Cartesio e su Cartesio ma a muoversi in autonomia di ricerca, a partire dal nucleo della riflessione cartesiana sul cogito. In particolare bisognerebbe chiedersi se una diversa articolazione del cogito, svolta per via linguistica e dunque intersoggettiva (certo, una via complessa e difficile, come la storia della filosofia da Kant a Wittgenstein sta a dimostrare), non avesse potuto consentire di ritrovare all’interno stesso del cogito quel “pieno di mondo” che vanamente si cerca all’esterno, e che di diritto sembra appartenere ai suoi caratteri costitutivi – finitezza, parzialità, infondatezza, innegabilità del pensare (che già a loro volta sembrano imprescindibilmente rinviare all’ambito linguistico).

Per spiegare il passaggio tra le due diverse forme della filosofia cartesiana - il cogito e le “prove” dell’esistenza di Dio – un ruolo rilevante giocano, a nostro parere, quel “solipsismo”, cui il cogito è da Cartesio invalicabilmente consegnato, e il problema, ad esso congiunto, dell’irraggiungibilità conoscitiva del mondo, o di ciò che Hannah Arendt direbbe l’”alienazione del mondo”. Questi motivi non solo determinano una costitutiva fragilità del cogito e della sua Umwelt, ma sono altresì, come si è detto, alla base del passaggio all’innatismo partecipativo – altamente discutibile è se sia poi agevole, per questa via, andar oltre un solipsismo dilatato, composto cioè di due termini che strutturalmente si rinviano, e un possesso sempre precario del mondo; alla fine è qui che si rinvengono le ragioni profonde del “dualismo cartesiano”. In ogni caso, le cose sembrano stare proprio così, e i due corsi di pensieri cartesiani, tra loro così diversi, sono connessi da una sutura che, pur svolgendo un ruolo rilevante, non è, purtroppo, di lega eccellente. Si capiscono insomma le ragioni che conducono all’innatismo e alle prove di Dio: negativamente, come si è detto, e anche in forma positiva, in quanto garanzia di certezza e di validità delle conoscenza. Ma, nonostante l’impegno messo da Cartesio nel riprendere un classico tema della storia della filosofia in forme nuove, con un’intenzione di originalità sempre dichiarata, la pretesa dimostrazione dell’esistenza di Dio, come anche altri interpreti hanno variamente riconosciuto, resta lontana dall’attingere una misura di persuasività. E il punto che ora interessa richiamare non riguarda tanto una critica “esterna” (che pure ha al suo attivo non poche ragioni, poiché si tratta di una pretesa di “fondazione” assoluta che tace e nasconde al suo interno un presupposto fideistico, con un rischio di truismo dove le asserzioni preliminari già coincidono con ciò che si vuole dimostrare) ma, in primo luogo, una critica “interna”, in virtù della quale è proprio Cartesio a criticare se stesso.

La questione più rilevante è che il cogito-finito non può più essere pensato, nel nuovo quadro, nel segno di una positiva, sebbene residuale, consistenza con sé, e diventa piuttosto un elemento destinato a essere trasceso nell’unità della struttura ontologico-partecipativa. Il Cartesio del cogito e delle “verità eterne” si era audacemente posto al di là della tradizione partecipativa, procedendo a una “fondazione” complessa del finito, attinta attraverso la dimensione libera e infinita della volontà e la costitutiva sproporzione della mens. Al termine di questo svolgimento, quando la potenza di infinita negazione della volontà precipita in un risultato calmo e positivo, resta certo aperto un problema o una domanda di “infinito”, come che lo si configuri, di eccedenza rispetto ai limiti di una finitezza posseduta, che tuttavia non sembra veramente in grado di sottrarre o di aggiungere alcunchè alla consistenza del cogito. Ma altro è dir questo, altro è iscrivere necessariamente l’infinito al centro di una struttura ontologico-partecipativa, dove il cogito debba ricercare la sua certezza ab extra. Qui Cartesio, smarrendo il suo acquisto più peculiare, reincontra esattamente ciò a cui aveva dato congedo, e perciò ne ritrova gli aspri problemi, che attraversano - da Platone in poi – l’intera storia della filosofia occidentale.

Molto complicati in questa serie di pensieri cartesiani sono pour cause anche i diversi riflessi di natura teologica. All’altezza del cogito finito, resta aperta, come si è detto, una questione o una domanda di “infinito”, che trova, tra le sue possibili e tutte “alogiche” risposte, quella della “fede”. L’esito è singolare perché configura la posizione di Cartesio come posta in uno Zustand tra l’influenza cattolico-controriformata (la positiva autonomia del cogito-finito) e un’ispirazione piuttosto di tipo protestantico o giansenistico: il Deus absconditus, l’indicibilità e l’incomprensibilità di Dio. Ma per quanto questa prospettiva sia suggestiva, certo i tempi e i luoghi ne sconsigliavano il perseguimento (né Cartesio era propriamente insensibile a tali consigli). Al confronto, è ovvio, la ripresa degli antichi temi dell’innatismo partecipativo ha un’”evidenza” cattolicamente rassicurante: la consapevolezza di Dio precede addirittura quella del finito, e l’immagine di un Dio greco-cristiano, della presenza e della dicibilità, ne esce ampiamente confermata (in che modo possano poi stare insieme, in ambito cattolico, autonomia del finito e struttura partecipativa, è problema che qui non possiamo nemmeno sfiorare). E’ evidente come la complessa e rilevante vicenda del “cartesianesimo” (uno sviluppo e un dibattito che, finché è stato possibile, abbiamo tenuto lontano da questo libro) trovi nei motivi che abbiamo richiamato, filosofici e teologici, la sua materia. Ma questa sarebbe stata un’altra storia, e molte storie, da diversi punti di vista, si possono scrivere su Cartesio e intorno a Cartesio. La nostra preoccupazione è stata quella di concentrarci sui nuclei filosofico-teoretici della riflessione di Cartesio, nella convinzione che solo affrontando questi pensieri si trovi una chiave più sicura per orientare anche il lavoro della storiografia in senso largo.

Scritto in un tempo relativamente breve, nel 1993, questo libro ha avuto una lunga incubazione, durata sei o sette anni. Nel 1985 pubblicai sulla “Rivista Trimestrale” un ampio saggio (Il pensare come luogo originario della filosofia) in cui cercavo di fare i conti o il punto sul mio orientamento filosofico-teoretico. Data da allora, dall’insoddisfatta soddisfazione per quello scritto, il bisogno autocritico di approfondire in sede storica alcune questioni e, tra le molte possibilità che a questo proposito mi si offrivano, da Cartesio a Kant e a Wittgenstein, il filosofo delle Meditazioni mi si è alla fine imposto, né solo per ragioni di priorità cronologica. E’ comprensibile come, nel lavoro di tanti anni, si siano venuti accumulando sul mio tavolo schede di lettura, relative alla straripante letteratura cartesiana. E tuttavia, come sono state escluse molte questioni cartesiane, così anche nei riguardi di questa letteratura ho usato un criterio fortemente selettivo, di fatto citando e discutendo solo quegli autori – della storiografia classica o contemporanei – che direttamente interferivano con i miei pensieri. Tra questi autori vorrei solo ricordare, e con grata memoria, Luigi Scaravelli, un filosofo, come il lettore forse capirà, che è stato importante per me, non solo per il suo lavoro cartesiano, ma per l’intera sua opera, e in particolare per la Critica del capire. Tanto più doverosa è una simile menzione, perché le lezioni scaravelliane su Cartesio, nonostante il loro alto valore, sono state quasi completamente dimenticate, al punto che non m’è capitato di vederle citate nemmeno in bibliografie, italiane o francesi, che si vogliono accuratissime.

Nella scelta di occuparsi di filosofia entrano in gioco, com’è chiaro, non solo il gusto personale e quel poco di talento che ci può essere stato concesso, ma anche l’opera di formazione e di approfondimento. Nel mio caso, rilevante è stata l’esperienza che, nel corso di molti anni, ho potuto maturare a contatto con il modo di fare filosofia di Gennaro Grasso. Né sarebbe ora il caso di procedere a una delle consuete assunzioni di responsabilità – un po’ burocratiche e un po’ ovvie – circa i risultati. La questione è più complessa. Perché questo modo di intendere e fare filosofia né a rigore sa di “scuole” (in effetti i risultati possono essere e sono tra loro molto diversi), né si può ricondurre a una questione, astratta e spesso inafferrabile, di “metodo”. Per evitare di cadere in un lungo giro di parole, conviene così limitarsi a evocare la suggestiva lezione di uno “stile” filosofico; e non si tratta, in ogni caso, di poca cosa.

Un amico a cui ho fatto leggere questo libro mi ha fatto osservare, scherzando, che vi si trovava una certa “parentela di famiglia”, perché Del Noce in un libro su (e contro) mio padre, Franco Rodano, ne giudicava le posizioni affini, “come goccia d’acqua”, a quelle di Cartesio interpretato da Laberthonniére. Detta così, la cosa mi pare francamente avventurosa. Ma, a libro terminato – poiché le parentele esistono e fa davvero bene poterle riconoscere – mi pare che la questione del “finito”, che qui viene svolta, abbia pure un qualche rapporto con un tema che, attraverso prospettive e strumenti diversi, era al centro dei pensieri di mio padre. E il rilievo mi suscita non poco rimpianto, per non aver potuto in questi anni discutere con lui il mio lavoro, in una di quelle nostre conversazioni, a volte anche vivaci, sempre affettuose e stimolanti. Dei molti amici che hanno avuto la pazienza di leggere questo libro, e dai quali ho ricevuto suggerimenti e sostegno, vorrei ricordare con gratitudine almeno i più giovani: Cecilia Castellani, Marcello Musté e Gianluca Mori

Mi sarebbe difficile esprimere quanto questo lavoro deve allo stimolo solidale e affettuoso, all’intelligente consiglio di mio marito, Mario Reale.

P a o l a R o d a n o
Roma, giugno 1994

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