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Premessa...

In questa terza puntata del saggio sono trascritte le pp. da 461 a 473 dei “Quaderni della Rivista Trimestrale”, n.35-36/1972.

Filippo Sacconi.
LA SECONDA GUERRA MONDIALE E I NODI DI UNA NUOVA EGEMONIA
INTERNAZIONALE NELLE CARTE DI HARRY HOPKINS
(terza puntata)

L'URSS è in guerra

«La politica del Presidente ha dato i suoi frutti»; all'esultanza di Hopkins fa eco un meditato anche se piuttosto pessimistico promemorla di Stimson, il Segretario alla Guerra, uno tra i più vicini collaboratori di Roosevelt. Egli così scrive due giorni dopo il 21 giu­gno al Presidente:
«In queste ultime trenta ore, non ho fatto altro che riflettere molto sulla guerra russo-tedesca e sulle sue possibili conseguenze politiche. Per chiarire le idee ho passato la giornata a colloquio con il capo di Stato maggiore e con gli uomini dell'Ufficio operazioni dello Stato maggiore generale. Sono lieto di poter dire che ho trovato una sostanziale unanimità d'opinioni sulla politica che dobbiamo seguire. E mi conforta ancora di più il fatto che il loro punto di vista coincida perfettamente col mio.
Primo — Questo è il loro pensiero sui fatti conosciuti:
La Germania sarà totalmente impegnata per un mese o al massimo per tre, per battere la Russia. In questo periodo dovrà dunque rinunziare a pre­mere sugli altri teatri di guerra, o perlomeno dovrà rallentare il suo sforzo cioè:
a) rinunciare a ogni invasione nelle isole britanniche;
b) rinunciare ad attaccare l'Islanda o ad impedirci di occuparla;
c) rinunciare alla pressione sull"Africa occidentale a Dakar e nell'America del Sud;
d) rinunciare a minacciare il fianco destro degli Inglesi in Egitto, dall'Irak, dalla Siria o dalla Persia;
e) diminuire con tutta probabilità la pressione in Libia e nel Medi­terraneo.
Secondo — Sono tutti del parere che questo prezioso ed imprevisto periodo di respiro debba essere sfruttato per organizzarci pienamente e ra­pidamente nel teatro d'operazioni dell'Atlantico. Pensano che una nostra azione in tal senso sia il modo migliore di aiutare la Gran Bretagna, demo­ralizzare la Germania e rafforzare la nostra difesa contro il pericolo per noi più imminente.
Come sapete, Marshall ed io siamo stati a lungo tormentati dal timore di agire forse prematuramente nei due maggiori teatri dell'Atlantico, quello di nord-est ed il Brasile, data la scarsità di forze navali e mercantili ed una troppo incerta superiorità marittima per fare una politica di forza nel­l'America del sud. Entrando ora in guerra contro la Russia, la Germania ci ha sollevati da un gran peso, e ci ha convinti ad agire prontamente e ad affrontare il pericolo iniziale prima ch'essa abbia di nuovo mano libera dopo la sconfitta della Russia.
Per me, l'azione della Germania è provvidenziale. Quest'ultima dimostra­zione della perfidia e dell'ambizione nazista, vi schiude la porta della vittoria nella battaglia dell'Atlantico settentrionale, permettendovi di organizzare la difesa del nostro continente nell'Atlantico meridionale e di sperare nel successo di qualunque vostro programma futuro ».
In breve, il primo e decisivo elemento che i responsabili della politica statunitense traggono dall'aggressione hitleriana all'URSS è che la battaglia d'Inghilterra può considerarsi in gran parte oramai vinta e che, pertanto, la sicurezza del continente americano è garantita; in secondo luogo, che la «porta atlantica», la via europea, la rotta obbligata per uscire dall'isolazionismo può essere forzata. L'iniziativa presa da Roosevelt con la legge "Affitti e Prestiti" «ha raggiunto dunque i suoi risultati»: la resistenza britannica, resa possibile dal puntello degli aiuti americani, ha spostato ad Oriente il baricentro della guerra. Si tratta ora, per i dirigenti di Washington, di prolun­gare il più possibile la resistenza sovietica.
A questo punto, però, la battaglia per il Presidente si fa più dura sul fronte interno. Annota Sherwood:
«Gli isolazionisti accolsero la notizia dell'invasione con immediate ma­nifestazioni d'esultanza. Erano stati assai imbarazzati dall'allineamento co­munista coi nazisti, e Roosevelt ne aveva tratto un enorme vantaggio agli occhi del popolo americano. Ma ora erano liberi di tornare al primo ri­tornello, che il nazismo rappresentasse l'unico baluardo contro il bolscevismo».
Una siffatta posizione non può meravigliare. E' quella stessa di Pétain, Weygand, Bonnet, Chautemps e, in misura diversa, di tanta parte di quel personale politico moderato della III Repubblica che aveva condotto la Francia alla più pesante e ignominiosa resa di tutta la sua storia. Allo stesso modo, il chiuso conservatorismo politico-so­ciale e l'antisovietismo di Chamberlain erano stati gli alleati migliori di Hitler nell'aggressione all'Europa, e soltanto la tenacia e il respiro ideale di Churchill avevano salvato in extremis l'Inghilterra da un destino simile a quello della Francia. Sulla stessa linea capitolarda si muovono ora, dopo l'attacco ad Oriente, gli isolazionisti americani; ancora una volta l'anticomunismo preconcetto si traduce nel più nero disfattismo e in una politica autolesionista.
Ma Roosevelt — libero da preoccupazioni « imperiali » e incu­rante della conservazione dei vecchi equilibri (poiché è appunto tutto impegnato a stabilirne di nuovi) — con ben maggiore decisione del leader britannico ha da tempo indicato nell'hitlerismo il vero pericolo per la sicurezza degli USA, il vero «nemico dell'umanità».
In quei giorni di fine giugno '41, in un appunto per Hopkins, H. B. Swope così riassume l'opinione del personale politico rooseveltiaano:
«Noi siamo contrari alla formula comunista quanto a quella nazista.
In ventidue anni d'esperienza comunista, i nostri interessi ed il nostro tenore di vita nazionale non sono mai stati seriamente minacciati dai sovietici. Ma in questi due anni di guerra, da quando è iniziata la folle avventura di Hitler verso l'asservimento del mondo, la nostra esistenza di popolo libero è stata messa in grave pericolo.
Agiscono fra di noi, tentano di dividerci, numerosi Quisling in potenza. Essi hanno cercato di creare divergenze di razza e di religione, hanno promesso la pace e la tranquillità sotto il dominio di Hitler. Ora sappiamo che tragedia sarebbe una pace coi nazisti. Ora vediamo qual'è il destino di quindici nazioni che, ad una ad una, si lasciarono illudere dalle promesse naziste.
Noi non siamo per i comunisti, ma siamo contro tutto ciò che è propugnato da Hitler. Egli e i suoi nazisti senza Dio sono una continua minaccia alla pace, alla giustizia, alla sicurezza del mondo. La nostra salvezza sta solo nella loro disfatta ».
Ma il discorso non tarda a farsi ancora più chiaro.
Qualche giorno dopo, in un promemoria al consigliere presiden­ziale, l'ambasciatore a Mosca, J.E. Davies, mentre lo informa che «la resistenza dell'esercito rosso è stata più efficace del previsto», considera la questione degli aiuti ai sovietici, non solo presentando il pro­blema in termini militari e di sicurezza per gli USA, ma adombrando anche, in certo qual modo, la necessità di un incontro politico per af­frontare gli stessi nodi del dopoguerra.
Prospettata l'eventualità che una chiara supremazia aerea tedesca consenta alla Germania di impadronirsi rapidamente dell'Ucraina e della Russia Bianca — del 60% cioè delle risorse agricole e indu­striali dell'URSS — Davies aggiunge che sarebbe però difficile per i tedeschi sfruttare un tale successo:
«è evidente perciò che sarebbe nello stesso interesse di Hitler avanzare pro­poste di pace che inducano Stalin a scendere a un accordo basato sullo statu quo. in modo da lasciargli mano libera, verso l'est e il sud, in Cina e forse in India.
Pur ammettendo che Hitler si possa impadronire dell'Ucraina e della Russia Bianca, Stalin potrà resistere senza dubbio per un tempo assai con­siderevole sugli Urali.
Sono due le circostanze che gli potrebbero impedire la resistenza:
1) Una rivoluzione interna che rovesci Stalin e ponga al potere, per mezzo di un colpo di Stato, un trotzkista filo-tedesco che farebbe la pace con Hitler. Possibilità assai problematica, data la tendenza del popolo russo ad essere unanime con il proprio governo di fronte a un attacco straniero contro il territorio della "Santa Madre Russia";
2) La possibilità che Stalin stesso voglia scendere a patti con Hitler.
Stalin è un orientale freddo e realista, e l'ha dimostrato più di una volta. Non è improbabile ch'egli lo dimostri di nuovo, scegliendo la pace con Hitler come il minore fra i due mali. Egli crede che la Russia sia circondata da nemici capitalisti. Nel '38 e nel '39 egli non ebbe fiducia nella buonafede della Gran Bretagna e della Francia, e non credette che le democrazie avreb­bero potuto contrastare efficacemente il passo a Hitler che odiava allora come ora. Ma fu indotto a concludere con lui un patto di non-aggressione, nella speranza che servisse a garantire la pace alla Russia e a salvare il suo governo non tanto sul piano ideologico, ma su quello pratico.
E' perciò di vitale importanza che Stalin non abbia l'impressione di "cavar le castagne dal fuoco" per gli Alleati, senza ottenerne nessuna ricono­scenza dopo la guerra, ma solo ostilità. Churchill e Eden l'hanno già riconosciuto a quanto sembra, traendo insegnamento dai loro errori precedenti, ed hanno promesso alla Russia un appoggio "senza riserve".
Io non mi nascondo che nel nostro Paese ci sono vaste categorie di per­sone contrarie ai sovietici, al punto da sperare in una vittoria di Hitler sulla Russia. Per sei anni Hitler non ha battuto altro tasto in Europa, con suo enorme vantaggio, distruggendo così la "sicurezza collettiva". E insisterà ancora qui da noi, se può trarne altro vantaggio, soprattutto se ha intenzione di fare approcci per una nuova pace con Stalin. E' una cosa che dobbiamo evitare finché è possibile. E lo potremo, se Stalin avrà la certezza che, al di là di ogni contrasto ideologico, il nostro Governo gli sia pienamente favorevole e sia disposto ad aiutarlo per sconfiggere Hitler.
Avere una Russia amica alle spalle del Giappone, è per noi un evidente vantaggio. Né io credo che i Russi abbiano intenzione di diffondere il comu­nismo negli Stati Uniti, anzi sono convinto che esuli dalle possibilità del dopo­guerra quella di diffondere il comunismo nella stessa Europa, se pur ne ab­biano l'intenzione.
Ma guardiamo soprattutto di non dar l'impressione che gli Stati Uniti vogliano servirsi di loro e che noi stessi siamo un paese capitalista, perché ciò farebbe il giuoco di Hitler e questi potrebbe valersene per indurre i Russi a un armistizio o alla pace, dopo aver occupato l'Ucraina e la Russia Bianca. Bisogna dire chiaramente a Stalin che il nostro atteggiamento non è mutato: che siamo "totalmente" impegnati a sconfiggere Hitler e che la nostra tradi­zionale politica di amicizia con la Russia non è affatto morta ».
Il timore di un crollo del fronte russo e quindi di una pace se­parata, che avrebbe posto definitivamente in crisi la resistenza britan­nica e minacciato allora lo stesso « vallo atlantico », costituiscono dun­que la molla prima da cui gli USA sono sospinti a portare il maggior aiuto possibile all'esercito rosso. Un tale aiuto cioè, contemplato da Roosevelt fin dal varo degli « Affitti e prestiti », è veduto ancora es­senzialmente in funzione di quella « battaglia dell'Atlantico », il cui esito è giudicato pregiudiziale per la sicurezza americana e per una politica di uscita dall'isolazionismo. E tuttavia, si comincia ad avver­tire che gli aiuti non costituiscono una sufficiente garanzia contro il rischio di una defaillance sovietica e di una pace separata: si tratta ormai di innervarli di una esplicita scelta politica. Come suggerisce Davies, bisogna render chiaramente noto che l'America è « totalmente » impegnata a fianco dell'URSS contro il nazismo e non intende che essa « cavi le castagne dal fuoco » per gli Alleati.
In tale modo, la politica degli aiuti all'URSS, realisticamente fon­data sugli interessi immediati degli USA, viene di fatto ad avallare, chiarire e render definitiva quell'opzione tra nazismo e comunismo (a cui Roosevelt per suo conto da tempo era giunto); e viene così pro­gressivamente a dischiudere possibilità di cooperazione e convergenza tra Washington e Mosca impensate fino a qualche tempo prima.
Del resto, Roosevelt non è solo. Nella vivissima polemica, che subito si apre all'interno con quanti (come gli isolazionisti) auspi­cano apertis verbis che la Germania hitleriana, « diga al bolscevismo », liquidi rapidamente il potere sovietico, il Presidente trova al suo fianco lo stesso Churchill, il quale non esita un istante a dichiararsi fino in fondo solidale con l'URSS. E ciò malgrado il diffuso scettici­smo (cui non è estranea la pregiudiziale antisovietica) di non pochi comandi militari e di alcune delle stesse sfere politiche e diplomati­che occidentali.
Scrive, in proposito, Sherwood:
«L'opinione del Dipartimento della Guerra che la campagna di Russia potesse durare "da un minimo di un mese a un massimo di tre" non si scostava di molto dal pensiero delle autorità militari britanniche, benché queste si dimostrassero più riservate, per non vedersi smentire da qualche "miracolo". Hopkins conobbe il loro punto di vista sulla situazione una set­timana dopo l'inizio dell'invasione: "E' probabile che la prima fase, com­prendente l'occupazione dell'Ucraina e di Mosca, duri come minimo tre setti­mane, o al massimo sei e più". (Sottolineo queste parole).
Le autorità britanniche affermavano inoltre:
"Il tentativo di una invasione del Regno Unito può considerarsi per ora scartato, poiché la maggior parte delle forze aeree tedesche e le più grosse formazioni terrestri sono impegnate ad Est. Ma non sarà male ripetere che ciò è solo temporaneo. Se la campagna di Russia sarà una campagna lampo della durata massima di tre o di quattro settimane, entro le quattro o sei settimane seguenti possiamo di nuovo trovarci a dover constatare un nuovo con­centramento di forze in Occidente. Se la campagna dovesse durare di più, queste cifre subirebbero una variazione in aumento di due settimane".
(Quanto a Ribbentrop, secondo Ciano, pensava che "la Russia di Stalin sarebbe stata cancellata dalla carta del mondo entro otto settimane").
Senza badare a tutte queste predizioni, Churchill diede una immediata risposta all'iniziativa di Hitler. Ricevette la notizia una domenica mattina presto, mentre si trovava, naturalmente, in campagna. Conferì quel giorno stesso con Beaverbrook e con Sir Stafford Cripps, allora ambasciatore inglese a Mosca, ch'era tornato in patria per dar relazione del fallimento totale di tutti i suoi sforzi per attirare la Russia nell'orbita della politica inglese. Beaver­brook, per quanto fosse difficile pensarlo dato il carattere dell'uomo, si schierò immediatamente in favore di un illimitato ed immediato aiuto alla Russia, e fu poi un ardente, tenace e talvolta (per Churchill) imbarazzante sostenitore del secondo fronte.
In seguito alle insistenze dei due uomini, ed obbedendo alle sue stesse inclinazioni, Churchill, dopo rapida consultazione telefonica con gli altri mi­nistri del Gabinetto, pronunciò alla radio uno dei suoi più potenti discorsi.
Disse: "Nessuno più di me è stato un tenace oppositore del comunismo, in questi ultimi venticinque anni. Non voglio ritrattar parola di quanto ho detto, ma tutto ciò passa in seconda linea davanti allo spettacolo che ci si para ora dinanzi". E, riferendosi a Hitler in termini espressivi, continuò:
"Questo vampiro avido di sangue vuol lanciare i suoi eserciti motorizzati su nuovi campi di massacro, di saccheggio e di devastazione. Poveri come sono i contadini, gli operai ed i soldati russi, egli ruberà loro il pane quoti­diano; divorerà i loro raccolti; li spoglierà del petrolio che serve a condurre gli aratri, e produrrà una carestia senza esempio nella storia umana. Porterà strage e rovina al popolo russo, con la sua vittoria, se l'otterrà — poiché non l'ha ancora ottenuta —, e questo non sarà che il primo passo del suo rullo compressore per schiacciare successivamente i quattrocento o cinquecento mi­lioni di abitanti della Cina e i trecento cinquanta dell'India, travolgendoli nell'abisso della degradazione umana, sul quale sventolerà come emblema il diabolico simbolo della svastica. Non si esagera affermando in questa sera d'estate che la vita e la felicità di mille milioni di altri uomini sono minacciate dalla brutale violenza nazista".
Churchill proclamò ch'era intenzione del Governo di Sua Maestà dare ogni possibile aiuto alla Russia ed al popolo russo».
Senonché, al contrario degli USA, Churchill ha ben poco da offrire all'URSS e ai suoi eserciti. Né la mirabile resistenza britannica all'attacco hitleriano può cancellare il ricordo di Monaco e dello scac­co dato da Londra alle avances della politica inaugurata da Mosca con Litvinov. Il nemico è certo uno solo, il nazismo, ma le strategie di fondo della Gran Bretagna e dell'Unione Sovietica sono tali che cia­scuno dei due paesi è portato a condurre una propria guerra; l'allean­za è destinata insomma a rimanere soltanto tattica e non potrà eli­minare le tradizionali chiusure e diffidenze. Né ciò viene ignorato dallo Stato Maggiore tedesco, tradizionalmente restio a condurre la guerra su due fronti. La possibilità, insomma, di paci separate non è una chimera. Ed è appunto quanto, come si è visto, più si teme a Washington.
È in questo delicato momento che cade la prima missione Hop­kins a Mosca.

Hopkins a Mosca

L'improvvisato viaggio nella capitale sovietica del più fedele in­terprete e collaboratore di Roosevelt viene deciso a Londra (un' «astu­zia» della storia?), dove Hopkíns si è recato, tra l'altro, per discu­tere delle prospettive aperte dall'aggressione hitleriana all'URSS. La iniziativa del viaggio — secondo Sherwood — spetta a Hopkins stesso, che l'avrebbe proposta a Roosevelt proprio dalla capitale in­glese (ma forse era stata ventilata in precedenza nei quotidiani scambi di vedute con il Presidente, ed era già implicitamente raccomandata nel ricordato rapporto Davies).
Ma, prima di passare ai colloqui moscoviti, conviene soffermarci un momento proprio su questa trasferta londinese, poiché l'agenda della conversazione già rivela chiaramente l'intenzione americana di giocare con energia la carta sovietica. Hopkins giunge a Londra il 13 di luglio del '41 per preparare l'incontro, che passerà alla storia come «Conferenza atlantica» e per adeguare la «strategia degli aiuti» (e quella politica e militare) alla nuova situazione.
La battaglia dell'Atlantico costituisce ancora il principale argo­mento dei colloqui londinesi. In proposito, Hopkins presenta a Chur­chill la carta del National Geographic su cui Roosevelt ha tracciato a matita una linea (grosso modo lungo il 26° longitudine ovest, a par­tire dall'Atlantico meridionale fino all'Islanda), al di qua della quale la marina statunitense intende assumersi l'incarico di perlustrazione aerea e marittima, in modo da liberare una notevole aliquota di navi scorta britanniche, che «potrebbero così essere utilizzate altrove e in particolare lungo la rotta di Murmansk», la difficile via degli aiuti all'URSS. L'impegno nell'Atlantico viene dunque a collegarsi stretta­mente a una strategia di progressiva attenzione nei confronti dell'Unio­ne Sovietica:

«Hopkins capiva fin troppo chiaramente che la Conferenza atlantica non avrebbe raggiunto nessuno scopo positivo e sostanziale, nei riguardi dei problemi di più vitale importanza, se non si fosse avuta una sicura conoscenza della situazione sul fronte russo. Era fin troppo evidente che tutte le previ­sioni inglesi e americane si fondavano su informazioni del tutto inadeguate e su scarse conoscenze. A Mosca c'era una Missione militare britannica, ma non riusciva a raccogliere informazioni più ampie di quelle trasmesse diretta­mente alle Ambasciate dal Ministero degli Esteri russo, cioè praticamente niente. Dato quindi che ormai tutto lo sforzo di guerra, (deliberazioni prese e da prendersi, produzione, affitti e prestiti), dipendeva unicamente dal tempo che sarebbe durata la guerra in Russia, Hopkins decise di andare di persona a Mosca per avere una risposta dallo stesso Stalin».
In questo senso telegrafa a Roosevelt:
«Sto pensando se non riteniate opportuno ed utile che vada a Mosca. Le comunicazioni aeree sono buone e ci si può giungere in 24 ore. Sono del parere che si deve fare di tutto per accertarsi se i Russi possano stabilire un fronte permanente, anche se sconfitti nella battaglia in corso. Se si può influire sulla volontà di Stalin, in questo momento critico, penso che non gli ,avrebbe dispiacere di allacciare diretti rapporti con voi tramite il vostro inviato personale. La posta è così alta che vorrei tentare. Stalin allora saprebbe che noi siamo disposti a fornirgli aiuti illimitati.
Finora naturalmente non ho fatto un passo, e aspetterò il vostro parere. Se pensate che il mio viaggio a Mosca sia opportuno, partirò di qui non più tardi di mercoledì».
La risposta del Presidente non si fa attendere; e insieme a un pronto placet, giunge un messaggio personale per Stalin. Inizia così «una missione che fu senza dubbio tra le più importanti e straordi­narie di tutta la guerra ».
«Hopkins non portava con sé in questo strano viaggio che un documento, oltre il passaporto personale: un telegramma arrivato appena poche ore prima da Sumner Welles, che faceva le funzioni di segretario di Stato: Il Presidente vi chiede di consegnare immediatamente a nome suo, questo messaggio non appena vedrete Stalin:
"Mr. Hopkins viene a Mosca, su mia richiesta, per discutere con voi personalmente o con le persone che voi designerete, una questione di vi­tale importanza: il modo, cioè, di rendere effettivo e rapido l'aiuto che gli Stati Uniti d'America sono disposti a dare al vostro Paese nella magnifica resistenza ch'esso sta offrendo contro la proditoria aggressione della Germania hitleriana.
"Come ho già detto all'ambasciatore Oumansky, il Governo degli Stati Uniti farà di tutto per potervi fornire armi, munizioni ed altro che vi può essere necessario per sopperire alle prime esigenze ed alle necessità dei due mesi entranti.
"E' giunta a Washington la Missione del Generale Golikov, e non mancherò di discutere con lui punto per punto tutti i particolari. La visita di Mr. Hopkins ha per noi un valore inestimabile perché ci farà conoscere quali sono le più urgenti necessità e le richieste del vostro Governo, per poter prendere le decisioni più adatte ad amplificare al massimo il mecca­nismo delle spedizioni e consegne.
"Durante l'inverno, potremo poi preparare tutto il materiale che il Go­verno russo desidera dagli Stati Uniti. Penso, per ora, che i nostri due Governi devono preoccuparsi soprattutto del materiale che potrà essere spedito in Russia entro tre mesi.
"Vi chiedo di accogliere Hopkins con la stessa fiducia con la quale potreste parlare a me direttamente.
"Ciò che voi gli direte sarà da lui riferito a me personalmente, e così pure dicasi per i problemi che voi considerate più pressanti ed urgenti.
"Mi permetto intanto di esprimere la grande ammirazione che proviamo negli Stati Uniti per il magnifico valore e l'abnegazione con cui il popolo russo combatte questa battaglia in difesa della sua indipendenza e della sua libertà. Il popolo americano è stato assai confortato dai vostri successi, come tutti i popoli che si oppongono a Hitler ed ai piani di conquista del mondo"».

L'incontro con Stalin

Senza bagaglio, con un cappello datogli da Churchill («"il vecchio cencio" l'aveva perduto»), a bordo di un Catalina del comando costiero della RAF (avendo le funzioni di cuoco e dispensiere di bordo e all'occorrenza di mitragliere) Hopkins lascia il 27 luglio la base di Invergordon sulle coste orientali della Scozia per raggiungere Ar­cangelo attraverso la rotta dell'Artico; un Douglas americano da tra­sporto lo trasferisce da Arcangelo a Mosca.
Sui due lunghi colloqui con Stalin Hopkins stende per Roosevelt un lungo e dettagliato rapporto, che Sherwood riporta integralmente, compresa una parte riservata al solo Presidente. Hopkins non ha veste ufficiale; egli è giunto a Mosca — come dice a Stalin — quale rap­presentante personale del Presidente, e non è venuto a proporre alcuna intesa ufficiale o accordo di qualsiasi genere o grado. La sua missione è incaricata di mettere a fuoco due ordini di questioni: «Quali sono i bisogni più urgenti della Russia, cui gli USA possono rispondere e quali sarebbero le richieste russe nel caso che la guerra si prolunghi».
Le impressioni, che si ricavano dalla lettura dei lunghi rapporti di Hopkins, possono essere qui riassunte dando ancora la parola a Sherwood.

«In due giorni aveva saputo raccogliere una messe imponente di in­formazioni sulla forza effettiva della Russia e sulle previsioni per l'immediato futuro. Stalin aveva certamente preso a cuore le richieste di Roosevelt ed aveva riposto la più completa fiducia in Hopkins. Questi lasciò il Cremlino con la perfetta convinzione che Stalin non avesse parlato a vanvera e fosse stato assai sincero. Fu una svolta decisiva nel campo delle relazioni del periodo bellico tra Inghilterra e Stati Uniti da una parte e Unione Sovietica dall'altra. I calcoli anglo-americani non dovettero più essere basati sulla previsione di un rapido collasso russo; i colloqui di Hopkins avevano mutato completamente aspetto ai termini del problema.
Naturalmente Hopkins non poté rendersi conto anche della situazione del fronte russo, nel corso della battaglia in pieno svolgimento. E anche se avesse potuto fare qualche sopraluogo, ben difficilmente avrebbe potuto comprendere quel che succedeva. Ma acquistò piena fiducia nelle forze di resistenza della Russia, perché le richieste di Stalin erano state tali da far presagire una guerra di lunga durata. Un uomo che avesse temuto una immediata disfatta, non avrebbe elencato l'alluminio fra le sue principali richieste. E perciò Hopkins s'adirò più tardi con gli osservatori militari a Mosca per i loro rapporti pessimistici, che non erano fondati su nessun dato di fatto, tranne il preconcetto od una semplice congettura».
In realtà, l'animatore e il controllore degli «Affitti e prestiti» nel corso dei colloqui di Mosca — che hanno avuto in agenda quasi esclusivamente un largo ventaglio di questioni «tecniche» — deve aver avvertito ben più ampie prospettive di collaborazione e di svi­luppo di quelle, pur notevolissime, costituite dalla consegna di una vasta gamma di armi e materiale bellico. Ne fanno già fede alcuni passi della seconda parte della relazione sull'ultimo colloquio con Stalin: in essa Hopkins riferisce di aver preso l'iniziativa di proporre una conferenza tra i rappresentanti dei governi inglese, americano e sovietico «per stabilire le linee di un'azione comune e distendere a fon­do le necessità strategiche di ciascun fronte e di ciascun paese». Questa Conferenza avrà presto luogo a Mosca con la partecipazione dello stesso Stalin.
L'idea iniziale di una conferenza tripartita (che se non sarà ancora «al vertice», vedrà tuttavia la partecipazione di Stalin) risale pertanto al luglio '41 ed è adombrata per la prima volta da Hopkins. Ma vi è di più. Scrive Sherwood:
«Copia delle parti I e II di questo rapporto fu mandata ai segretari di Stato alla Guerra e alla Marina. Seguì la parte III, su cui Hopkins scrisse "Solo per il Presidente". Ne fece una sola copia e raccomandò al Presidente di non lasciarla vedere a nessuno, comunicandone verbalmente il contenuto al segretario Hull. La ragione di tanta segretezza era che vi si parlava aperta­mente dell'opportunità di una entrata in guerra degli Stati Uniti contro la Germania. 11 testo completo della parte III è il seguente:
"Finito il suo giro d'orizzonte sulla situazione militare, Stalin mi espresse la sua viva riconoscenza per l'interessamento del Presidente in questa dura lotta impegnata contro Hitler. E mi disse di volergli inviare personalmente un messaggio, che aveva stabilito di mandargli per iscritto, ma che ora pen­sava di trasmettergli a voce per mezzo mio.
Mi disse dunque che la maggior debolezza di Hitler era data dal gran numero di popoli oppressi che lo odiavano ed odiavano i metodi immorali del suo Governo. Ora questi popoli e gli infiniti altri milioni di uomini ancora liberi dall'oppressione, secondo lui, non potevano ricevere incoraggia­mento e conforto che da un'unica fonte, gli Stati Uniti. Il prestigio mon­diale del Presidente e del Governo americano era enorme.
Stalin disse di ritenere inevitabile che avremmo finito per venire alle prese con Hitler sul campo di battaglia. La potenza tedesca era tale che, anche se la Russia fosse riuscita a difendersi da sola, sarebbe stato molto difficile per l'Inghilterra e la Russia unite demolire la macchina bellica germanica. L'unica cosa che avrebbe potuto sconfiggere Hitler, e forse anche senza bisogno di sparare un sol colpo, sarebbe stato l'annuncio dell'entrata in guerra degli Stati Uniti.
Tuttavia, aggiunse, credeva che la guerra sarebbe stata aspra e forse lunga: in caso di nostra entrata in guerra, era convinto che il popolo americano avreb­be insistito perché il suo esercito venisse direttamente alle prese con il te­desco. Mi pregava di dire al Presidente che sarebbe stato lietissimo di acco­gliere le truppe americane, su qualsiasi punto del fronte russo e sotto il comando statunitense.
Dissi a Stalin che la mia missione era limitata al problema degli aiuti; e che la questione dell'entrata in guerra dell'America l'avrebbe forse risolta lo stesso Hitler, con i suoi continui soprusi e la sistematica violazione dei nostri interessi fondamentali. Dubitavo assai che in caso di guerra gli Stati Uniti avrebbero mandato un loro esercito in Russia, pure gli dissi che avrei trasmesso il messaggio al Presidente.
Egli ripetè più volte che il Presidente e gli Stati Uniti avevano una enorme influenza sul resto del mondo. Infine mi pregò di dire al Presidente che, pur avendo piena fiducia nella resistenza dell'esercito russo, il problema degli aiuti per la prossima primavera era molto serio, e il bisogno era estremo"».
In altri termini, se da un lato, la disinvolta padronanza mostrata da Stalin della minuziosa casistica dei vari tipi di armi dell'esercito sovietico e tedesco o l'assoluto dominio delle questioni e delle infor­mazioni militari e della produzione industriale; se il tranquillo e mi­nuto discorrere su ogni sorta di argomento militare e l'insistenza sulle capacità dell'esercito rosso di poter contrastare a lungo e vittoriosa­mente l'assalto hitleriano, hanno suscitato in Hopkins l'impressione che il suo interlocutore è l'uomo che in sé assomma il controllo asso­luto della realtà sovietica, dall'altro, i reiterati accenni di Stalin alla decisività di un diretto intervento USA in guerra, alla disponibilità sovietica per una stretta alleanza in armi con l'America devono averlo convinto di trovarsi dinnanzi a uno statista che guarda lontano, oltre i termini del conflitto russo-tedesco e che sembra aver intuito le grandi possibilità di rinnovamento che viene dischiudendo la politica roose­veltiana. Tornando in patria, Hopkins è insomma più che mai persuaso che il conflitto mondiale è ancora alle sue prime fasi e che esso riserva una lunga serie di contraccolpi e di svolte. Di ritorno da Mosca, Hopkins pubblica sull'American Magazine un ritratto di Stalin, che ci sembra meriti di essere riportato:
«Non una volta si ripeté. Parlava come se fosse persuaso che le sue truppe combattessero una decisa battaglia acerrima. Mi salutò con poche e semplici parole in russo. Mi strinse brevemente la mano, ma con fermezza e cortesia. Mi sorrise benevolmente. Non fece spreco né di parole né di gesti. Era come parlare a una macchina perfettamente regolata, a una mac­china intelligente. Giuseppe Stalin sapeva quel che voleva, sapeva quel che voleva la Russia, e presumeva che io lo sapessi. Il nostro secondo colloquio durò circa quattro ore. Le domande che mi fece erano chiare, precise, cir­costanziate. Stanco com'ero, mi trovai a rispondere perfettamente a tono. Le sue risposte erano pronte, inequivocabili, quelle di un uomo che da anni sapeva quel che avrebbe dovuto rispondere.
Una sola volta mentre parlavamo, squillò il telefono. Egli si scusò per l'interruzione, dicendomi che doveva ordinare la cena per la mezzanotte e mezzo. Non una volta entrò un segretario con dispacci o promemoria. E, quando ci salutammo, ci stringemmo di nuovo la mano con la massima sin­cerità. Mi disse un solo "arrivederci", come mi aveva detto un solo "buon­giorno" quando ero entrato. E fu tutto.
Ebbi forse soltanto l'impressione che il suo sorriso fosse più amichevole e più caldo della prima volta. E ciò forse perché alle parole d'addio, egli aggiunse i saluti per il Presidente degli Stati Uniti. Non dimenticherò mai la sua figura, mentre mi stava davanti in piedi a vedermi uscire: una figura austera, severa, decisa, con stivali che brillavano come uno specchio, calzoni ampi al ginocchio e una comoda giacca. Non aveva decorazioni né civili né militari. E' solido e piantato come una colonna, alto circa sei piedi e pesa centonovanta libbre. Ha delle mani enormi e salde come la sua mente. La sua voce è rauca ma sempre ben modulata. Ciò ch'egli dice ha sempre l'accento ed il tono adatti...
Se è sempre come l'ho visto io, non spreca mai una sillaba. Se vuole addolcire una brusca risposta o una domanda improvvisa, sorride con un sor­riso breve e studiato — un sorriso che può esser freddo ma è amichevole, severo ma caldo. Non cerca e non chiede il favore di nessuno. Non ha dubbi di sorta. Garantisce che la Russia resisterà all'esercito tedesco, ed è sicuro che neppur noi ne dubitiamo...
Mi offrì una delle sue sigarette e ne accettò una delle mie. Non fuma molto, probabilmente a causa della voce troppo roca nonostante egli la sor­vegli attentamente. Ride abbastanza spesso, ma è un riso breve, forse anche sardonico. Non dice mai una banalità o una piacevolezza. Ha spirito acuto e penetrante. Non parla inglese, ma parlando un russo rapido e stringato, ignorava l'interprete, e mi fissava negli occhi come se dovessi capire ogni parola che pronunciasse.
Ho detto che non ci furono interruzioni durante il colloquio. Ho sba­gliato: ce ne furono due o tre. Ma non per chiamate telefoniche, o per l'entrata di qualche segretario importuno. Gli feci due o tre volte delle domande cui, dopo un attimo di silenzio, non poté rispondere in modo soddisfacente. Allora schiacciò un bottone. Subito, come se fosse stato all'erta dietro la porta, entrò un segretario, e si fermò sull'attenti. Stalin ripetè la mia domanda e il segretario rispose immediatamente. Poi sparì come era venuto.
Negli Stati Uniti o a Londra, missioni come la mia possono trovarsi im­pegnate in una lunga serie di conversazioni con il Dipartimento di Stato od il Foreign Office. Ma a Mosca non ebbi conversazioni: solo sei ore di col­loquio, dopo le quali tutto era stato risolto. Due interviste erano bastate per esaurire tutti gli argomenti».
Anche Steinhardt, il nuovo ambasciatore americano a Mosca, ha la chiara sensazione della «novità» rappresentata dal colloquio Stalin-Hopkins. In una nota riassuntiva per il Dipartimento di Stato egli scrive infatti:
«L'accoglienza accordata ad Harry Hopkins dal Governo sovietico e l'insolita attenzione usatagli dalla stampa sovietica dimostrano chiaramente quale sia l'importanza che il Governo attribuisce alla sua visita. Egli fu ricevuto all'arrivo da un folto gruppo di alti ufficiali dell'esercito e della marina, e dal vicecapo del protocollo che lo accompagnò in volo a Mosca, dove c'era ad accoglierlo una delegazione insolitamente numerosa con a capo Lozovsky. Fu prontamente ricevuto da Stalin, che gli concesse colloqui lun­ghissimi, discutendo i vari argomenti con una franchezza che non ha riscontro, a mia conoscenza, nella recente storia russa. Tutti i giornali sovietici hanno pubblicato fotografie e articoli sulla sua visita, in prima pagina; cosa che ha un significato ed una importanza anche maggiori che in qualsiasi altro paese.
Son certo che la sua visita è stata assai gradita al Governo sovietico e che ha esercitato un benefico influsso sulle relazioni generali sovietico-americane, dando nuovo impulso allo sforzo di guerra sovietico».
Non a caso, del resto, proprio in occasione della visita di Hopkins ritorna sulla scena Litvinov, l'uomo che ha incarnato la prima politica di disgelo verso l'Occidente. Ricorda Sherwood:
«Hopkins, tornando al Cremlino per le 6,30 di sera a continuare i suoi colloqui con Stalin, non si fece accompagnare né da Steinhardt né da altri. Il suo interprete fu Maxim Litvinov, l'ex-Commissario sovietico degli Esteri all'epoca di Ginevra e della "sicurezza collettiva", che era stato messo in disparte dopo il patto nazi-sovietico dell'agosto 1939. "Ora — disse Hop­kins — sembrava un abito che fosse stato messo nella naftalina quando la Russia si allontanò dall'Occidente, e tirato fuori, rispolverato per l'occasione e stirato come simbolo di mutate condizioni"».
In realtà, la presenza di Litvinov, che di lì a poco sarà nomi­nato ambasciatore a Washington, se è segno di «mutate condizioni» e se implica certamente la volontà sovietica di riaprire un discorso, non rappresenta però il ritorno alla strategia degli anni dei «fronti po­polari».
È vero, anche allora — negli anni trenta — era stata la Germania, con l'avvento di Hitler al potere, a decidere l'URSS ad abban­donare quella politica di sostanziale isolazionismo, cui essa era stata ridotta sia dal «cordone sanitario» impostole a lungo dal mondo occidentale, sia dallo stesso durissimo e drammatico impegno nella «costruzione del socialismo in un solo Stato». Ma a differenza della breve stagione della «pace indivisibile», un ben diverso partner si presenta ora a Mosca attraverso la missione di Hopkins. Insomma, se negli anni '34-'39 la via obbligata per uscire sul mondo era stata ancora quella degli Zar, della secolare querelle con l'Europa anglo-francese, con la borghesia europea di stampo illuministico e liberale (e l'esito fu certo Monaco, ma anche il recupero con il patto russo-tedesco di gran parte delle terre e dei confini perduti a Brest-Litowsk), adesso dinnanzi all'Unione Sovietica si pone, di là dal Continente, una grande realtà politico-statuale che, proprio perché è impegnata a risol­vere la sua profonda crisi di crescenza lungo la complessa rotta del­l'uscita dall'isolazionismo, viene a offrirle oggettivamente — nel corso stesso della guerra contro l'hitlerismo — una duplice possibilità: sia quella di giocare alternativamente su due tableaux, guardando ora a Londra e ora a Washington, sia quella di scavalcare l'Europa anglofrancese per un accordo globale con gli USA. Senza disdegnare la prima, sarà, come vedremo, la seconda quella che Stalin alla fine sceglierà e perseguirà con coerente decisione.
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