Premessa...
In questa terza puntata del saggio sono trascritte le pp. da 461 a 473 dei “Quaderni della Rivista Trimestrale”, n.35-36/1972.
Premessa...
In questa terza puntata del saggio sono trascritte le pp. da 461 a 473 dei “Quaderni della Rivista Trimestrale”, n.35-36/1972.
Filippo Sacconi.
LA SECONDA GUERRA MONDIALE E I NODI DI UNA NUOVA EGEMONIA
INTERNAZIONALE NELLE CARTE DI HARRY HOPKINS
(terza puntata)
L'URSS è in guerra
«La politica del Presidente ha dato i suoi frutti»; all'esultanza di Hopkins fa eco un meditato anche se piuttosto pessimistico promemorla di Stimson, il Segretario alla Guerra, uno tra i più vicini collaboratori di Roosevelt. Egli così scrive due giorni dopo il 21 giugno al Presidente:Hopkins a Mosca
L'improvvisato viaggio nella capitale sovietica del più fedele interprete e collaboratore di Roosevelt viene deciso a Londra (un' «astuzia» della storia?), dove Hopkíns si è recato, tra l'altro, per discutere delle prospettive aperte dall'aggressione hitleriana all'URSS. La iniziativa del viaggio — secondo Sherwood — spetta a Hopkins stesso, che l'avrebbe proposta a Roosevelt proprio dalla capitale inglese (ma forse era stata ventilata in precedenza nei quotidiani scambi di vedute con il Presidente, ed era già implicitamente raccomandata nel ricordato rapporto Davies).
Ma, prima di passare ai colloqui moscoviti, conviene soffermarci un momento proprio su questa trasferta londinese, poiché l'agenda della conversazione già rivela chiaramente l'intenzione americana di giocare con energia la carta sovietica. Hopkins giunge a Londra il 13 di luglio del '41 per preparare l'incontro, che passerà alla storia come «Conferenza atlantica» e per adeguare la «strategia degli aiuti» (e quella politica e militare) alla nuova situazione.
La battaglia dell'Atlantico costituisce ancora il principale argomento dei colloqui londinesi. In proposito, Hopkins presenta a Churchill la carta del National Geographic su cui Roosevelt ha tracciato a matita una linea (grosso modo lungo il 26° longitudine ovest, a partire dall'Atlantico meridionale fino all'Islanda), al di qua della quale la marina statunitense intende assumersi l'incarico di perlustrazione aerea e marittima, in modo da liberare una notevole aliquota di navi scorta britanniche, che «potrebbero così essere utilizzate altrove e in particolare lungo la rotta di Murmansk», la difficile via degli aiuti all'URSS. L'impegno nell'Atlantico viene dunque a collegarsi strettamente a una strategia di progressiva attenzione nei confronti dell'Unione Sovietica:
Finora naturalmente non ho fatto un passo, e aspetterò il vostro parere. Se pensate che il mio viaggio a Mosca sia opportuno, partirò di qui non più tardi di mercoledì».
"Mr. Hopkins viene a Mosca, su mia richiesta, per discutere con voi personalmente o con le persone che voi designerete, una questione di vitale importanza: il modo, cioè, di rendere effettivo e rapido l'aiuto che gli Stati Uniti d'America sono disposti a dare al vostro Paese nella magnifica resistenza ch'esso sta offrendo contro la proditoria aggressione della Germania hitleriana.
"Come ho già detto all'ambasciatore Oumansky, il Governo degli Stati Uniti farà di tutto per potervi fornire armi, munizioni ed altro che vi può essere necessario per sopperire alle prime esigenze ed alle necessità dei due mesi entranti.
"E' giunta a Washington la Missione del Generale Golikov, e non mancherò di discutere con lui punto per punto tutti i particolari. La visita di Mr. Hopkins ha per noi un valore inestimabile perché ci farà conoscere quali sono le più urgenti necessità e le richieste del vostro Governo, per poter prendere le decisioni più adatte ad amplificare al massimo il meccanismo delle spedizioni e consegne.
"Durante l'inverno, potremo poi preparare tutto il materiale che il Governo russo desidera dagli Stati Uniti. Penso, per ora, che i nostri due Governi devono preoccuparsi soprattutto del materiale che potrà essere spedito in Russia entro tre mesi.
"Vi chiedo di accogliere Hopkins con la stessa fiducia con la quale potreste parlare a me direttamente.
"Ciò che voi gli direte sarà da lui riferito a me personalmente, e così pure dicasi per i problemi che voi considerate più pressanti ed urgenti.
"Mi permetto intanto di esprimere la grande ammirazione che proviamo negli Stati Uniti per il magnifico valore e l'abnegazione con cui il popolo russo combatte questa battaglia in difesa della sua indipendenza e della sua libertà. Il popolo americano è stato assai confortato dai vostri successi, come tutti i popoli che si oppongono a Hitler ed ai piani di conquista del mondo"».
L'incontro con Stalin
Senza bagaglio, con un cappello datogli da Churchill («"il vecchio cencio" l'aveva perduto»), a bordo di un Catalina del comando costiero della RAF (avendo le funzioni di cuoco e dispensiere di bordo e all'occorrenza di mitragliere) Hopkins lascia il 27 luglio la base di Invergordon sulle coste orientali della Scozia per raggiungere Arcangelo attraverso la rotta dell'Artico; un Douglas americano da trasporto lo trasferisce da Arcangelo a Mosca.
Sui due lunghi colloqui con Stalin Hopkins stende per Roosevelt un lungo e dettagliato rapporto, che Sherwood riporta integralmente, compresa una parte riservata al solo Presidente. Hopkins non ha veste ufficiale; egli è giunto a Mosca — come dice a Stalin — quale rappresentante personale del Presidente, e non è venuto a proporre alcuna intesa ufficiale o accordo di qualsiasi genere o grado. La sua missione è incaricata di mettere a fuoco due ordini di questioni: «Quali sono i bisogni più urgenti della Russia, cui gli USA possono rispondere e quali sarebbero le richieste russe nel caso che la guerra si prolunghi».
Le impressioni, che si ricavano dalla lettura dei lunghi rapporti di Hopkins, possono essere qui riassunte dando ancora la parola a Sherwood.
Naturalmente Hopkins non poté rendersi conto anche della situazione del fronte russo, nel corso della battaglia in pieno svolgimento. E anche se avesse potuto fare qualche sopraluogo, ben difficilmente avrebbe potuto comprendere quel che succedeva. Ma acquistò piena fiducia nelle forze di resistenza della Russia, perché le richieste di Stalin erano state tali da far presagire una guerra di lunga durata. Un uomo che avesse temuto una immediata disfatta, non avrebbe elencato l'alluminio fra le sue principali richieste. E perciò Hopkins s'adirò più tardi con gli osservatori militari a Mosca per i loro rapporti pessimistici, che non erano fondati su nessun dato di fatto, tranne il preconcetto od una semplice congettura».
L'idea iniziale di una conferenza tripartita (che se non sarà ancora «al vertice», vedrà tuttavia la partecipazione di Stalin) risale pertanto al luglio '41 ed è adombrata per la prima volta da Hopkins. Ma vi è di più. Scrive Sherwood:
"Finito il suo giro d'orizzonte sulla situazione militare, Stalin mi espresse la sua viva riconoscenza per l'interessamento del Presidente in questa dura lotta impegnata contro Hitler. E mi disse di volergli inviare personalmente un messaggio, che aveva stabilito di mandargli per iscritto, ma che ora pensava di trasmettergli a voce per mezzo mio.
Mi disse dunque che la maggior debolezza di Hitler era data dal gran numero di popoli oppressi che lo odiavano ed odiavano i metodi immorali del suo Governo. Ora questi popoli e gli infiniti altri milioni di uomini ancora liberi dall'oppressione, secondo lui, non potevano ricevere incoraggiamento e conforto che da un'unica fonte, gli Stati Uniti. Il prestigio mondiale del Presidente e del Governo americano era enorme.
Stalin disse di ritenere inevitabile che avremmo finito per venire alle prese con Hitler sul campo di battaglia. La potenza tedesca era tale che, anche se la Russia fosse riuscita a difendersi da sola, sarebbe stato molto difficile per l'Inghilterra e la Russia unite demolire la macchina bellica germanica. L'unica cosa che avrebbe potuto sconfiggere Hitler, e forse anche senza bisogno di sparare un sol colpo, sarebbe stato l'annuncio dell'entrata in guerra degli Stati Uniti.
Tuttavia, aggiunse, credeva che la guerra sarebbe stata aspra e forse lunga: in caso di nostra entrata in guerra, era convinto che il popolo americano avrebbe insistito perché il suo esercito venisse direttamente alle prese con il tedesco. Mi pregava di dire al Presidente che sarebbe stato lietissimo di accogliere le truppe americane, su qualsiasi punto del fronte russo e sotto il comando statunitense.
Dissi a Stalin che la mia missione era limitata al problema degli aiuti; e che la questione dell'entrata in guerra dell'America l'avrebbe forse risolta lo stesso Hitler, con i suoi continui soprusi e la sistematica violazione dei nostri interessi fondamentali. Dubitavo assai che in caso di guerra gli Stati Uniti avrebbero mandato un loro esercito in Russia, pure gli dissi che avrei trasmesso il messaggio al Presidente.
Egli ripetè più volte che il Presidente e gli Stati Uniti avevano una enorme influenza sul resto del mondo. Infine mi pregò di dire al Presidente che, pur avendo piena fiducia nella resistenza dell'esercito russo, il problema degli aiuti per la prossima primavera era molto serio, e il bisogno era estremo"».
Una sola volta mentre parlavamo, squillò il telefono. Egli si scusò per l'interruzione, dicendomi che doveva ordinare la cena per la mezzanotte e mezzo. Non una volta entrò un segretario con dispacci o promemoria. E, quando ci salutammo, ci stringemmo di nuovo la mano con la massima sincerità. Mi disse un solo "arrivederci", come mi aveva detto un solo "buongiorno" quando ero entrato. E fu tutto.
Ebbi forse soltanto l'impressione che il suo sorriso fosse più amichevole e più caldo della prima volta. E ciò forse perché alle parole d'addio, egli aggiunse i saluti per il Presidente degli Stati Uniti. Non dimenticherò mai la sua figura, mentre mi stava davanti in piedi a vedermi uscire: una figura austera, severa, decisa, con stivali che brillavano come uno specchio, calzoni ampi al ginocchio e una comoda giacca. Non aveva decorazioni né civili né militari. E' solido e piantato come una colonna, alto circa sei piedi e pesa centonovanta libbre. Ha delle mani enormi e salde come la sua mente. La sua voce è rauca ma sempre ben modulata. Ciò ch'egli dice ha sempre l'accento ed il tono adatti...
Se è sempre come l'ho visto io, non spreca mai una sillaba. Se vuole addolcire una brusca risposta o una domanda improvvisa, sorride con un sorriso breve e studiato — un sorriso che può esser freddo ma è amichevole, severo ma caldo. Non cerca e non chiede il favore di nessuno. Non ha dubbi di sorta. Garantisce che la Russia resisterà all'esercito tedesco, ed è sicuro che neppur noi ne dubitiamo...
Mi offrì una delle sue sigarette e ne accettò una delle mie. Non fuma molto, probabilmente a causa della voce troppo roca nonostante egli la sorvegli attentamente. Ride abbastanza spesso, ma è un riso breve, forse anche sardonico. Non dice mai una banalità o una piacevolezza. Ha spirito acuto e penetrante. Non parla inglese, ma parlando un russo rapido e stringato, ignorava l'interprete, e mi fissava negli occhi come se dovessi capire ogni parola che pronunciasse.
Ho detto che non ci furono interruzioni durante il colloquio. Ho sbagliato: ce ne furono due o tre. Ma non per chiamate telefoniche, o per l'entrata di qualche segretario importuno. Gli feci due o tre volte delle domande cui, dopo un attimo di silenzio, non poté rispondere in modo soddisfacente. Allora schiacciò un bottone. Subito, come se fosse stato all'erta dietro la porta, entrò un segretario, e si fermò sull'attenti. Stalin ripetè la mia domanda e il segretario rispose immediatamente. Poi sparì come era venuto.
Negli Stati Uniti o a Londra, missioni come la mia possono trovarsi impegnate in una lunga serie di conversazioni con il Dipartimento di Stato od il Foreign Office. Ma a Mosca non ebbi conversazioni: solo sei ore di colloquio, dopo le quali tutto era stato risolto. Due interviste erano bastate per esaurire tutti gli argomenti».
Son certo che la sua visita è stata assai gradita al Governo sovietico e che ha esercitato un benefico influsso sulle relazioni generali sovietico-americane, dando nuovo impulso allo sforzo di guerra sovietico».
È vero, anche allora — negli anni trenta — era stata la Germania, con l'avvento di Hitler al potere, a decidere l'URSS ad abbandonare quella politica di sostanziale isolazionismo, cui essa era stata ridotta sia dal «cordone sanitario» impostole a lungo dal mondo occidentale, sia dallo stesso durissimo e drammatico impegno nella «costruzione del socialismo in un solo Stato». Ma a differenza della breve stagione della «pace indivisibile», un ben diverso partner si presenta ora a Mosca attraverso la missione di Hopkins. Insomma, se negli anni '34-'39 la via obbligata per uscire sul mondo era stata ancora quella degli Zar, della secolare querelle con l'Europa anglo-francese, con la borghesia europea di stampo illuministico e liberale (e l'esito fu certo Monaco, ma anche il recupero con il patto russo-tedesco di gran parte delle terre e dei confini perduti a Brest-Litowsk), adesso dinnanzi all'Unione Sovietica si pone, di là dal Continente, una grande realtà politico-statuale che, proprio perché è impegnata a risolvere la sua profonda crisi di crescenza lungo la complessa rotta dell'uscita dall'isolazionismo, viene a offrirle oggettivamente — nel corso stesso della guerra contro l'hitlerismo — una duplice possibilità: sia quella di giocare alternativamente su due tableaux, guardando ora a Londra e ora a Washington, sia quella di scavalcare l'Europa anglofrancese per un accordo globale con gli USA. Senza disdegnare la prima, sarà, come vedremo, la seconda quella che Stalin alla fine sceglierà e perseguirà con coerente decisione.