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Premessa...

In questa settima puntata del saggio sono trascritte le pp. da 165 a 177 dei “Quaderni della Rivista Trimestrale”, n. 42/inverno 1974-75


Filippo Sacconi.
LA SECONDA GUERRA MONDIALE E I NODI DI UNA NUOVA
EGEMONIA INTERNAZIONALE NELLE CARTE DI HARRY HOPKINS
(settima puntata)

L'«ultimatum» di Roosevelt

Ma se l'offensiva di Rommel ha bruscamente interrotto i colloqui angloamericani di Washington, costringendo Churchill a precipitarsi
a Londra per difendere ai Comuni la sua politica, il successivo arresto dell'avanzata dell'Afrika Korps all'altezza di El Alamein e l'ampiezza e la profondità dell'offensiva d'estate dei tedeschi in Russia sollecitato Roosevelt a rilanciare con reiterata energia la necessità di un urgente intervento diretto degli USA contro la Germania. A tal fine invia ancora una volta a Londra Hopkins, Marshall e King con istruzioni a carattere ultimativo: entro il '42 le truppe di terra americane devono combattere. Ecco il testo del memorandum:

16 luglio 1942

Promemoria per
On. Harry L. Hopkins,
Generale Marshall,
Ammiraglio King.
Oggetto: Istruzioni per la conferenza di Londra, luglio 1942.
1. Vi recherete immediatamente a Londra in qualità di miei rappresentanti personali, con il compito di consultarvi sulla condotta della guerra con competenti autorità britanniche.
2. I mutamenti nella situazione strategica terrestre e marittima sono stati tali dalla visita di Mr. Churchill a Washington, da rendere necessario il raggiungimento di un accordo immediato su piani d'operazioni comuni tra gli Inglesi e noi su queste due linee:
a. Piani definitivi per i restanti mesi del 1942.
b. Piani presuntivi per l'anno 1943, i quali saranno naturalmente soggetti a mutamenti a seconda degli avvenimenti nel '42, ma dovranno essere avviati ora per tutti quei casi che richiedano una preparazione nel 1942 per le operazioni nel '43.
3. a. La finalità comune delle Nazioni Unite dev'essere la sconfitta delle Potenze dell'Asse. Non vi possono essere compromessi su questo punto.
b. Dovremo concentrare i nostri sforzi, evitandone la dispersione.
c. L'assoluta coordinazione nell'impiego delle forze inglesi e americane è es­senziale.
d. Tutte le forze statunitensi e britanniche disponibili dovranno essere im­piegate in azioni nel termine più breve in cui possano essere utilmente usate.
e. E' Della massima importanza che truppe di terra statunitensi siano con­dotte in azioni contro il nemico nel 1942.
4. Le promesse britanniche e americane di materiale alla Russia devono essere mantenute in buona fede. Se per gli invii ci si vale della rotta persiana, si deve dare la precedenza al materiale da combattimento. Questo aiuto deve continuare sinché gli invii siano possibili e la Russia dev'essere incoraggiata a continuare la sua resistenza. Soltanto un crollo completo, che sembra improbabile, dovrebbe mutare tale decisione da parte nostra.
5. Riguardo al 1942 dovete accuratamente investigare la possibilità di mettere in atto lo Sledgehammer. Tale operazione nell'annata sarebbe d'un definitivo appoggio alla Russia. Potrebbe essere la svolta che salverebbe la Russia quest'anno. Lo Sledgehammer è di tale grave importanza che tutti i motivi ne richiedono l'esecuzione. Dovete esercitare forti premure per l'immediata e totale preparazio­ne di esso, perché venga spinto col massimo vigore e messo in esecuzione sia che un crollo della Russia diventi imminente sia Che non si verifichi tale ipotesi.
6. Soltanto se siete completamente convinti che è impossibile eseguire lo Sledgehammer con ragionevoli probabilità di servire allo scopo proposto, informa­temi.
7. Se lo Sledgehammer viene in ultima analisi posto definitivamente fuori discussione, desidero che voi consideriate la situazione mondiale qual è al mo­mento attuale, e decidiate su un altro luogo ove truppe americane combattano nel 1942.
Il mio apprezzamento attuale della situazione mondiale è:
a. Se la Russia impegna contro di sé vaste forze tedesche, il Roundup diventa possibile nel 1943, e piani per íl Roundup dovrebbero essere presi in immediata considerazione, attuando i preparativi connessi;
b. Se la Russia crolla e le forze aeree e terrestri della Germania divengono libere, l'attuazione del Roundup nel 1943 può divenire impossibile.
8.Il Medio Oriente dovrebbe essere tenuto il più fortemente pos­sibile. [ ...]
9. Sono contrario ad uno sforzo totale degli Americani nel Pacifico contro i Giapponesi, che miri ad una loro sconfitta al più presto possibile. E' della mas­sima importanza che noi ci si renda conto che una disfatta del Giappone non significa una sconfitta della Germania e che un concentramento americano contro il Giappone quest'anno o nel 1943 accresce la possibilità d'un completo dominio tedesco dell'Europa e dell'Africa. D'altra parte è ovvio che la sconfitta della Germania, o il contenerla validamente nel '42 o nel '43, significhi una probabile sconfitta finale della Germania sui teatri d'operazione dell'Europa e dell'Africa e nel Vicino Oriente. La sconfitta della Germania significa la sconfitta del Giap­pone, probabilmente senza sparare un colpo o perdere una vita.
10. Vi prego di ricordare questi tre principi cardinali: rapidità di deci­sione per i piani; unità dei piani; offensiva combinata con la difensiva, ma non difensiva soltanto. Questo conduce senz'altro all'obiettivo che forze terrestri degli S.U. combattano contro i Tedeschi nel 1942.
11. Spero che si raggiunga un accordo totale entro una settimana dal vostro arrivo.

firmato: Franklin D. Roosevelt
Comandante in capo

Come appunto sottolinea Sherwood, «di tutte le istruzioni impartite da Roosevelt a Hopkins e ai capi di Stato maggiore americani, la più importante e decisiva è quella per cui si prescrive che le forze di terra degli Stati Uniti devono essere messe in condizione di combattere forze di guerra tedesche in qualche luogo nel 1942». Per raggiungere lo scopo, e vincere le remore e gli ostacoli posti dall'Inghilterra, Washington giunge a prospettare un vasto piano di operazioni nel Pacifico, «onde impegnare il grosso delle forze terrestri ame­ricane nella lotta contro il Giappone in Asia nel '43»: inglesi e sovietici rimarrebbero così i soli a combattere in Europa. Ma Stimson — segretario di Stato alla Difesa — definisce in privato tale piano come un bluff messo in atto «per costringere Londra ad aderire al Bolero»; Roosevelt, per parte sua, lo definisce un'«aringa rossa», un'esca appetitosa.
In breve tempo, comunque, il Presidente americano ( e con lui Marshall, «la cui pazienza è ormai esaurita dalle continue incertezze circa i piani del secondo fronte») rompe gli indugi. Se non è possibile aprire il secondo fronte in Francia nel corso idei '42, se ne trovi nel frattempo un altro in Africa. L'importante 'è che l'esercito degli Stati Uniti scenda in campo e impegni le truppe e l'aviazione tedesche. Le conversazioni londinesi risultano quanto meno burrascose: sono seguite passo per passo da Roosevelt, che interviene più volte da Washington con estrema decisione. Si giunge così al varo esecutivo, per il 30 ottobre, di un Gymnast «allargato» - che prende nome di Torch —, dopo aver constatato che il rinvio del Roundup era divenuto, per il momento, militarmente inevitabile.

Molotov a Washington e Churchill a Mosca

Non ultimo dei motivi che spingono Roosevelt, tra il giugno e il luglio del 1942, a mettere le carte in tavola con Churchill è l'impegno preso dal Presidente con Molotov - alla metà di maggio — di aprire un secondo fronte in Europa nel corso dell'anno. L'offensiva di Rommel e le tenaci resistenze britanniche (che, lo si è appena visto, hanno imposto un rinvio dello sbarco in Francia) vengono ora a determinare una situazione di disagio nelle relazioni sovietico-america­ne. E il disappunto di Roosevelt è tanto maggiore, in quanto il Pre­sidente — dopo la missione di Hopkins a Mosca — mirava, attraverso l'invito di Molotov, a un incontro a breve scadenza con Stalin. Sherwood riporta il verbale della seduta con Molotov del 30 maggio, steso da Samuel H. Cross. In esso si legge:

Al termine della colazione, il Presidente, richiamata l'attenzione di tutti, disse in sostanza: era contento di dare il benvenuto all'ospite distinto, il cui Paese contribuiva in misura tanto grande al proseguimento vittorioso della guerra. I suoi colloqui con Molotov erano stati amichevoli e franchi e il Presidente sperava avrebbe condotto a risultati definitivi e salutari. C'era tutta­via un russo che egli desiderava incontrare, ed era Stalin, che con la sua ma­gistrale direzione guidava il paese attraverso una così grave crisi.
In effetti, la visita di Molotov non solo doveva sancire un'ormai prossima apertura del secondo fronte, ma doveva altresì aprire al Presidente la via per un vertice con Stalin, nel quale trattare del futuro assetto del mondo. Sherwood ricorda che, la sera precedente il suo colloquio con l'inviato sovietico, Roosevelt «parlò molto del suo desiderio di avviare dopo la guerra il disarmo»: solo così — precisava — «sarebbe stato possibile restaurare l'economia mondiale».
«Disse a Molotov — aggiunge Sherwood — quel che aveva detto a molti altri in quegli anni di guerra, cioè che credeva si sarebbe potuta stabilire e assicurare una pace per almeno venticinque anni o sino a quando la generazione sua, di Stalin e di Churchill avrebbe presumibilmente vissuto; che era ciò cui intendeva riferirsi quando accennava, prudenzialmente, a un prevedibile futuro».
Viene da pensare che le grandi linee della sistemazione di Yalta già balenino, forse, nella mente di Roosevelt. Ce le fa del resto ancor più chiaramente intravedere una lettera di Hopkins a Winant (l'amba­sciatore degli USA a Londra), scritta subito dopo la partenza del ministro sovietico:
La visita di Molotov andò benone. Egli e il Presiedente si sono intesi per­fettamente.
C'è ancora da fare molto, ma bisognerà farlo se si vorrà che il mondo ab­bia una vera pace. Non possiamo assolutamente organizzare il mondo tra la Gran Bretagna e noi senza farvi partecipare la Russia su un piede di eguaglianza.
A questo proposito, se le cose con Ciang Kai-scek andassero bene, vi inclu­derei certamente anche i cinesi. Il tempo della «responsabilità dell'uomo bian­co» è finito. Grandi masse di popoli non lo tollerano più e, in fede mia, non vedo perché dovrebbero tollerarlo.
Non abbiamo lasciato dietro di noi che miseria e povertà per le popolazioni che abbaiamo sfruttate.
Certo, per il momento, Roosevelt ( e Hopkins) devono battere il passo: gli eventi militari irrobustiscono la freddezza britannica verso il secondo fronte e le pressioni di Mosca non sono sufficienti a sbloc­care la situazione. AI tempo stesso, però, le divergenze tra Londra e Washington si approfondiscono e la divaricazione tra le due capitali è destinata ormai soltanto ad accentuarsi. Churchill, intanto, è costret­to ad assolvere un pensum piuttosto sgradito. Tocca infatti agli inglesi, che si sono opposti all'immediata apertura del secondo fronte, di comunicare al Cremlino la notizia del rinvio. Del clima trovato a Mosca dal premier britannico sappiamo attraverso un asciutto docu­mento-memorandum distribuito nel corso dei colloqui ai componenti della delegazione inglese (e ad Harriman, che è presente in qualità di osservatore) dallo stesso Stalin. Lo stato d'animo del «generalis­simo verso i suoi ospiti traspare fin troppo chiaramente:
Come risultato dello scambio di vedute svoltosi a Mosca il 12 agosto del corrente anno ho accertato che il Primo ministro di Gran Bretagna, Mr. Chur­chill, ritiene che l'organizzazione del secondo fronte in Europa nel 1942 sia impossibile.
Come è ben noto, l'organizzazione di un secondo fronte in Europa nel 1942 era stata precedentemente decisa durante il soggiorno di Molotov a Londra e trovò la sua espressione nel comunicato concordato anglo-sovietico, pubblicato il 12 dello scorso giugno.
È facilmente comprensibile che il comando sovietico stabilì il proprio piano per le operazioni nell'estate e in autunno, contando sulla creazione d'un secondo fronte in Europa nel 1942.
È facile prendersi conto che il rifiuto del Governo della Gran Bretagna a creare un secondo fronte in Europa nel 1942 infligga un colpo al morale del­l'intera opinione pubblica sovietica, che faceva affidamento sulla creazione del secondo fronte e complichi la situazione dell'Armata rossa al fronte, pregiudican­do il piano del comando sovietico.
Non faccio riferimento al fatto che le difficoltà che ne derivano per l'Armata rossa in seguito al rifiuto a creare un secondo fronte nel 1942 peggioreranno la situazione militare dell'Inghilterra e di tutti gli altri alleati.
Sembra a me e ai miei colleghi che nel 1942 esistano le più favorevoli con­dizioni per la creazione d'un secondo fronte in Europa, in quanto quasi tutte le forze dell'esercito tedesco, e per giunta le migliori, sono state avviate al fronte orientale, lasciando in Europa un quantitativo di forze trascurabili, e di qualità inferiore. Non si sa se il 1943 offrirà condizioni così favorevoli come il 1942 per la creazione d'un secondo fronte. Noi siamo quindi del parere che è partico­larmente nel 1942 che la creazione d'un secondo fronte in Europa sia possibile e dovrebbe essere attuata. Tuttavia, non ebbi sfortunatamente successo nel convin­cere di quanto sopra il Primo Ministro di Gran Bretagna.

firmato: G. Stalin

L'annuncio dell'operazione Torch, le risorse oratorie e le maniere cattivanti di Sir Winston sembrano valere a mutare, almeno in parte, l'atmosfera dell'incontro. Nella sostanza, però, i rapporti tra Londra e Mosca rimangono assai tesi, se vero che Vandell Wilkie, recatosi in URSS a fine settembre, dichiara di aver sentito «dalla viva voce di Stalin una dichiarazione di sfiducia in Churchill, con aperte accuse agli inglesi di furto di materiale americano destinato all'Unione Sovietica».

«La nostra maggiore risorsa»

Quanto più le relazioni anglo-sovietiche si deteriorano, tanto più Roosevelt avverte l'urgenza di intensificare gli aiuti a Mosca e le assicurazioni a Stalin. A conclusione della visita di Churchill a Mosca, così telegrafa al leader sovietico:
Mi rincresce di non aver potuto unirmi a voi e al Primo ministro nelle conversazioni di Mosca. Mi rendo benissimo conto delle urgenti necessità della situazione militare, particolarmente in riferimento alla situazione del fronte orientale.
Credo che abbiamo nel Pacifico sud-occidentale una piattaforma dalla quale sarà molto difficile che i Giapponesi ci sloggino. Le nostre perdite navali sono state notevoli, ma ne valeva la pena e continueremo ad esercitare una forte pres­sione sul nemico.
D'altra parte so benissimo che il nostro vero nemico è la Germania e che dobbiamo unire al più presto le nostre forze e le nostre risorse contro Hitler. Posso assicurarvi che questo sarà fatto appena sarà umanamente possibile mettere insieme i trasporti.
Nel frattempo, più di mille carri armati lasceranno in agosto gli Stati Uniti per la Russia e altri rifornimenti essenziali, compresi aeroplani, sono in corso.
Credetemi quando vi dico che stiamo per arrivare, con tutta la forza e la rapidità possibili. Gli Americani capiscono che la Russia sopporta quest'anno l'urto della lotta e le perdite che ne derivano. Siamo pieni d'ammirazione per la vostra magnifica resistenza.
Dinanzi alle difficoltà frapposte dallo Stato maggiore inglese a utilizzare, durante la stagione estiva, la rotta di Murmansk per i convogli di rifornimenti e materiali destinati all'Unione Sovietica, il Presidente esercita una pesante pressione sull'alleato britannico, ricordando a Churchill che per gli occidentali «la maggiore risorsa è oggi il fronte russo e si deve assolutamente trovare il modo di aiutare direttamente i sovietici». Ma già si avvicinano i giorni della vittoriosa controffensiva di Stalingrado e, con essa, della nuova grande svolta, del nuovo decisivo tornante della seconda guerra mondiale.
Ho la precisa sensazione — telegrafa Roosevelt a Churchill il 24 ottobre — che i Russi resisteranno quest'inverno. Dobbiamo dimostrare a Stalin di far fronte ai nostri impegni al cento per cento e dobbiamo quindi proseguire energicamente con i nostri piani per rifornire i russi e per costituire un'aviazione che combatta al loro fianco sul loro fronte.

Ma Stalin può ormai rifiutare un intervento diretto anglo-america­no in territorio sovietico. L'offensiva nazista d'estate è in via d'esaurimento, l'inizio del riflusso delle armate germaniche è già imminente: il corso della guerra a Oriente sta per capovolgersi. Gli aiuti americani, è vero, continueranno, ma non più tanto per salvaguardare, nell'esercito rosso, la «miglior risorsa» degli USA, quanto piuttosto per alimentare e cementare una convergenza politica su obiettivi co­muni.

Inverno'42-43: l'inizio di una nuova storia mondiale

Quel dialogo che Roosevelt insegue dall'indomani di Pearl Harbour (dopo averlo tenacemente preparato negli anni della «non belligeranza») sta difatti per prendere corpo: dopo Stalingrado, esso entra finalmente nel vivo, si definisce con contorni e contenuti concreti. Un ampio promemoria (non datato, ma sicuramente scritto intorno al novembre del '42) riflette quelle che sono, a questo punto del conflitto, le vedute di Hopkins (ma evidentemente non solo di Hopkins) in merito ai rapporti presenti e futuri degli Stati Uniti con l'Unione Sovietica. Dato il suo rilievo, lo riproduciamo qui integralmente:

1. Non c'è nulla di nuovo o di originale in questo documento, che è il semplice riassunto delle idee sulle quali è stabilito un accordo generale.
2. Non solo noi abbiamo bisogno che la Russia sia un potente alleato che combatta per la sconfitta germanica, ma ne avremo anche bisogno alla fine per un compito analogo per sconfiggere il Giappone. E per di più abbiamo bisogno che sia effettivamente nostra amica e cliente nel mondo del dopoguerra.
3. In relazione all'importanza della Russia ai fini della sconfitta germanica:
Non c'è assolutamente nulla da dire. Essa è essenziale quanto il Regno Unito e gli Stati Uniti.
4. In relazione all'importanza della Russia per la sconfitta giapponese:
È generalmente ammesso che il piano «a passo a passo» per raggiungere attraverso le isole del Pacifico debba essere incrementato da attacchi aerei su vasta scala partenti da basi in Asia che abbiano come bersaglio il cuore dell'Impero giapponese e le fonti della sua potenza.
Questo richiederà notevolissime forze di terra per la difesa delle basi e inoltre una grande aviazione, insieme con il suo personale, gli impianti a terra col personale, la benzina, pezzi di ricambio, munizioni e tutti gli altri rifornimenti. Tuttavia, se la Russia si unisce a noi, non soltanto avremo in più le sue forze in aiuto, ma potremo inviare uomini e materiali in Russia e, attraverso questa, inoltrarli a Est, con la Transiberiana, sino all'Asia orientale. Inoltre, potremo inviare rifornimenti (certamente aeroplani e forse alcune navi) via Alaska e Siberia.
In altri termini, con la Russia attiva e potente alleata, potremo bombardare efficacemente il Giappone in un futuro abbastanza prossimo. Senza di essa, il fattore tempo diverrebbe molto più lungo e dobbiamo ricordare che ogni mese di questa guerra ci costa molte vite e miliardi in ricchezze.
Anche se non possiamo ottenere che la Russia ci aiuti attivamente contro il Giappone, sarebbe molto importante che ci assistesse nell'invio di uomini e materiali in Cina.
5. Se si accetta che l'aiuto della Russia è necessario per sconfiggere tanto la Germania quanto il Giappone, è viceversa vero che la sconfitta della Russia da uno o da entrambi questi paesi, potrebbe impedirci di sconfiggere così la Germania come il Giappone.
Tale sconfitta potrebbe accadere se non l'aiutassimo sino all'estremo, poiché la sua guerra con la Germania l'ha privata d'una gran parte della popolazione, delle materie prime, delle industrie, dei trasporti, delle riserve e dei terreni pro­duttivi.
Una tale sconfitta potrebbe anche verificarsi se il Giappone si unisse ora alla Germania nella guerra contro la Russia. Pare quindi che sarebbe molto più van­taggioso per la nostra causa se una guerra russo-giapponese venisse rinviata sin dopo la sconfitta della Germania.
6. In relazione alla nostra necessità della Russia come vera amica e cliente nel dopoguerra:
Se gli Alleati saranno vittoriosi la Russia diverrà uno dei tre Paesi più po­tenti del mondo. Per la futura pace mondiale dovremo essere veri amici, così da aiutarci ad influire sugli avvenimenti mondiali in modo da produrre sicurezza e prosperità.
Inoltre, i bisogni postbellici della Russia in prodotti americani saranno semplicemente soverchianti. Essa dovrà, non soltanto riparare i danni di guerra in case, industrie, materie prime e impianti agricoli, ma provvedere alle risorse per l'inevitabile progresso del livello di vita che risulterà dalla guerra.
7. Da quanto sopra, appare evidente che le relazioni con i Sovietici sono per noi più importanti di quelle con gli altri paesi, eccettuato soltanto il Regno Unito. Appare anche evidente che dobbiamo aiutare la Russia così amichevolmente che essa, non solo combatta sino alla sconfitta germanica e dia un contributo vitale alla sconfitta giapponese, ma inoltre si unisca a noi volenterosamente nello stabilire una sicura pace e relazioni reciprocamente benefiche nel mondo del dopoguerra.
8. Suggerimenti per migliorare le relazioni:
a. Combinare una conferenza tra il Presidente e Stalin a tempo e luogo opportuno.
b. Stabilire un miglior spirito di « cameratismo in armi » inviando il generale Marshall, l'ammiraglio King e il generale Arnold o altri adeguati rappresentanti militari per conferire con ufficiali russi di ugual grado a Mosca o in qualche altra località adatta, e discutere liberamente i nostri piani, le nostre possibilità e nostri limiti.
c. Fare tutto il possibile, generosamente ma senza prodigalità, per aiutare la Russia inviando rifornimenti fino al limite delle possibilità dei trasporti e inviando in Russia forze che partecipino alla battaglia contro la Germania.
d. Se possibile, accordarsi con Inghilterra e Russia per un attacco a Narvik e sulla costa settentrionale della Norvegia, per aprire la linea di rifornimenti a settentrione della Russia e privare la Germania del minerale di ferro svedese.
e. Inviare in Russia un ambasciatore di primo piano per quanto si riferisca alla sua posizione in patria, alle vedute, capacità e volontà di servire in primo luogo il Paese.
f. In generale, trattare la Russia come una delle tre principali potenze mondiali.
g. Fissare la direttiva generale a tutti i Ministeri e uffici governativi che la Russia deve essere considerata come un'autentica amica e trattata in conse­guenza, assegnando ai contatti con i Russi personale che aderisca a questo concetto.
h. Lavorare al piano generale di assistere la Russia per sconfiggere la Germania, di rimandare la guerra tra il Giappone e la Russia fino a dopo la sconfitta germanica e di cercare l'assistenza russa al momento opportuno, in qualità di alleata nella guerra contro il Giappone. Se quest'ultimo scopo non può essere ottenuto, allora cercare di ottenere il suo consenso al trasporto di rifornimenti in Cina.
i. Offrire alla Russia notevolissimi crediti a facili condizioni per finanziare la ricostruzione e lo sviluppo postbellico.
j. Accordare l'assistenza, in modo acconcio e amichevole, per la conclusione d'una pace che vada incontro alle legittime aspirazioni della Russia.
Il documento ci pare meriti qualche osservazione. Da esso emerge, innanzitutto, che per Hopkins (ma certamente anche, almeno, per Roosevelt, per Marshall e per Stimson, chè — giusto all'inizio — l'estensore del testo precisa come esso sia «un semplice riassunto delle idee sulle quali si è stabilito un accordo generale») l'alleanza con l'Unione Sovietica va ritenuta essenziale non solo per una sicura e rapida conclusione del conflitto in Europa, ma anche per la liquidazione, entro un termine ragionevole, del militarismo nipponico: nella prospettiva strategica della Casa Bianca, cioè, una pacifica e durevole sistemazione del mondo postbellico non può prescindere da un positivo incontro con l'URSS anche per i problemi dell'estremo Oriente (là dove, occorre ricordarlo, esisteva il precedente di una privilegiata «presenza» americana fin dai tempi della guerra ispano­statunitense del 1898). La sconfitta dell'«imperialismo» giapponese e la complessità delle questioni che, in India come in Cina, nel Sud come nelle Filippine, presumibilmente ne conseguiranno, fanno insomma ritenere non solo auspicabile, ma politicamente determinante che la cospirante collaborazione di Mosca non si limiti soltanto all'Europa.
Il fatto è particolarmente sintomatico. Proprio per una zona del globo che la tradizione dell'isolazionismo repubblicano tendeva a considerare come il mero prolungamento di quella già sottoposta ai vincoli della «dottrina di Monroe» (e nella quale, quindi, più gelosa ed esclusivistica che mai — visto anche il ruolo del tutto soverchiante esercitato dagli Stati Uniti nella guerra del Pacifico — dovrebbe essere la pretesa degli americani all'egemonia) la Casa Bianca sembra intuire i grandi vantaggi che possono discendere da un accordo con l'URSS nel momento in cui si tratterà di affrontare in positivo le condizioni di arretratezza, ma anche le potenzialità rivoluzionarie (e virtualmente eversive) dei popoli del colonialismo e del sottosviluppo.
Il migliore staff rooseveltiano pare dunque avvertire che l'Unione Sovietica — per la sua profonda ragion d'essere statuale, per la sua stessa caratterizzazione proletaria — è destinata a costituire la controparte necessaria, l'indispensabile correttivo «egalitario» a che, nel dopoguerra, la ripresa dell'economia americana, non più condizionata dal fabbisogno degli armamenti, venga a trovare il suo sbocco naturale e positivo nelle «aree depresse» e nel loro armonico «decollo». E ciò perché, nel concreto, soltanto la presenza politica dello Stato sovietico può far sì che i profitti del massiccio intervento finanziario delle corporations rimangano nelle zone in cui sono stati prodotti, vengano investiti in loco (creandovi un mercato e una realtà economica e sociale in sviluppo) e non siano, invece, «dirottati» e investiti altrove, lasciando alle proprie spalle — ribaditi e magari alimentati — privilegi e contraddizioni di tipo feudale: Roosevelt e Hopkins per diretta, personale esperienza hanno infatti appreso, negli anni del new deal, la lezione che la «mano pubblica» ameri­cana è da sola organicamente impossibilitata a programmare e condizionare sino in fondo il comportamento delle «grandi compagnie».
Risultano allora ben chiare le ragioni per cui — come più volte è stato sostenuto sulle pagine di questa Rivista — l'atomica sganciata su Hiroshima è destinata a costituire un gesto di calcolata rottura con l'intera politica rooseveltiana, in quanto tenderà appunto, con tutta evidenza, a porre la candidatura degli Stati Uniti alla conduzione esclusivistica e «unipolare» degli affari mondiali. Ma il «guanto di sfida» gettato in Asia da Truman (che soltanto l'ancora irrisolto «provincia­lismo» della singolare nazione americana o il livido, miope anticomuni­smo e i chiusi soprassalti conservatori dell'Europa degli anni della «guerra fredda» hanno permesso di considerare come un «grande Presidente») sarà davvero tragico e sconsiderato: gli avvenimenti suc­cessivi (dal contraccolpo di Mao in Cina alla guerra in Corea, dal dramma dell'Indocina all'intricato imbroglio mediorientale) sarebbero venuti, per contrasto, a dimostrare chiaramente la giustezza e la lungimiran­za dell'impostazione rooseveltiana, secondo la quale — lo ribadiamo ancora una volta — non era possibile che uno dei due nuovi «Grandi» gestisse da solo lo sviluppo internazionale.
C'è però una seconda serie di considerazioni che sorge spontanea dalla lettura del promemoria di Harry Hopkins: quelle, precisa­mente, che vengono suggerite dal ruolo attribuito, nell'ambito del memorandum dell'«eminenza grigia» della Casa Bianca, all'Inghilterra. Potrebbe parere, infatti, che esista una stridente contraddizione tra l'affermata volontà di giungere a «una conclusione della pace che vada incontro alle legittime aspirazioni della Russia», capace di persuadere quest'ultima a impegnarsi a fianco dell'America per «influire sugli avvenimenti mondiali in modo da produrre sicurezza e prosperità», e l'esigenza di salvaguardare le relazioni con l'alleato britannico. Non è insomma un tentativo assurdo e disperato — quasi un voler «sposare il diavolo e l'acqua santa» quello di conciliare la nuova presenza sovietica a livello mondiale con il mantenimento di un ruolo del Regno Unito (ma dunque, in sostanza, dell'Europa) sulla scena internazionale?
La risposta va cercata, ancora una volta, nel legame profondo e vitale che lega gli interessi, immediati e di prospettiva, degli Stati Uniti e la loro stessa ascesa al rango di «superpotenza» al rinnovamento e allo sviluppo dell'intero quadro mondiale. È vero, lo si è visto, in Roosevelt e in Hopkins la serena fiducia nelle capacità espansive dei meccanismi produttivi del sistema americano e il disincantato realismo, con cui essi perseguono in ogni situazione l'«utile» del proprio paese, non si traducono in una velleitaria ubriacatura «unipolare », bensì si saldano alla convinzione di dover fare positivamente i conti con la realtà proletaria rappresentata dall'Unione Sovietica. Sta di fatto però — ed è appunto tutto questo che vive nelle proposizioni che il memorandum di Hopkins dedica alla Gran Bretagna — che i dirigenti rooseveltiani della Casa Bianca, se non sono dei Metternich in sedicesimo, non sono neppure (come, ad usum delphini, si sostenne negli anni di Truman) degli ideologi astratti e dísincarnati, degli intellettuali che, illuministicamente in ritardo, abbiano perduto il senso della storia.
Essi sanno bene, cioè, che l'Europa deve mutare il suo volto, non essere cancellata, ridotta a mera «espressione geografica». Nella storia moderna, è stata appunto essa a costruire, attraverso i grandi imperi coloniali, una prima unità dell'assetto internazionale; sono state le capitali del Vecchio Continente — Londra, Parigi e le altre — a dare vita a un sistema mondiale sostanzialmente uniforme, che ha potuto a suo modo comprendere i confini della terra. Proprio per questo il vessillo della resistenza a oltranza innalzato da Churchill di fronte alla marea dell'hitlerismo conservava — certo ormai esangue e tuttavia non semplicisticamente liquidabilw — un momento di adesione all'«universale», una sua «verità interna»; proprio per questo, allora, la presenza nell'assetto postbellico di Londra (ma dunque, nella sostanza, di quanto nella storia della civiltà europea non aveva «meritato di morire») veniva ad avere nello schema rooseveltiano un significato positivo: quello, precisamente, che la trasformazione ormai irrinunciabile del quadro mondiale avvenisse senza vuoti pericolosi o avventurose soluzioni di continuità. Se Mosca è senz'altro in grado — questo ci pare, al fondo, il senso più autentico dello scritto di Hopkins — di favorire, attraverso il suo preciso condizionamento di segno proletario, il volto nuovo del dopoguerra, sta all'Europa di far sì che il passaggio dal vecchio al nuovo possa realizzarsi senza fratture e senza «colpi di coda», secondo la continuità e la maturità del processo storico.
E' appunto in tale prospettiva, alimentata a un tempo da un incrollabile ottimismo e da un lucido realismo, che Roosevelt gestisce all'interno della grande alleanza di guerra un ruolo di mediazione. Se poi — come si è avuto modo di vedere ripetutamente nelle pagine che precedono e come ancora accadrà puntualmente durante tutto il rimanente corso della guerra, fino al decisivo summit di Yalta — questa mediazione finisce per favorire Mosca e per porre via via ai margini l'Inghilterra, ciò sta a significare soltanto una cosa: che l'Europa, almeno fino a quando resta rappresentata dalla strategia «imperiale» dell'indomabile Churchill o dallo sterile, «variegato» antisovietismo dei suoi pallidi epigoni, è impossibilitata a dare il proprio positivo contributo allo sviluppo del quadro mondiale e rimane anzi (come la storia, del resto, non tarderà a verificare) ad un tempo potenziale elemento di freno, di disturbo e di rottura nei confronti della nuova egemonia internazionale delle due maggiori potenze e indice e spia della incompiuta maturazione del loro rapporto.
Le sorde rimostranze, le accuse di sprovvedutezza e, persino, di «insipienza senile» che troppi memorialisti e storici inglesi (per tacere della schiera petulante degli scribi della «libera stampa» di qua e di là dell'Atlantico) hanno rivolto al presidente Roosevelt in merito alla sua politica di incontro con la Russia di Stalin, non hanno dunque alcuna fondatezza. In realtà, esse discendono proprio dall'ignoranza, dal misconoscimento deliberato, di quello che l'Inghilterra e l'Europa sarebbero dovute divenire per essere all'altezza dei nuovi, enormi problemi sollevati dall'ormai improrogabile uscita degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica dai rispettivi isolazionismi e dalla loro cospirante collaborazione sulla scena mondiale.
Ci viene da aggiungere, semmai, che l'errore di Roosevelt e di Hopkins è stato proprio l'opposto; è stato quello, cioè, di aver sopravvalutato l'Inghilterra. In altre parole, vogliamo dire che essi hanno forse creduto in modo troppo fiducioso che il processo storico posto in atto dalla svolta nei rapporti tra Washington e Mosca sollecitasse spontaneamente (al di fuori, dunque, della soggettiva volontà dei dirigenti europei) una trasformazione radicale del Vecchio Continente; che, nel concreto, il dialogo delle due «superpotenze» fosse ormai tranquillamente irreversibile ed esente dal rischio di incontrare brusche rotture o di stemperarsi in notarili divisioni in «sfere di influenza», che l'Europa insomma, ove non fosse stata capace di influenzare positivamente l'incontro tra i due Grandi, sarebbe stata comunque trascinata da esso a giocare (dismessa ogni sterile nostalgia per il proprio passato e vinta ogni tentazione di rivalsa in chiave di «terza forza») le proprie carte nel quadro della nuova alleanza e non contro di essa, dando così anche il suo contributo alla promozione di una nuova, superiore unità del sistema dei rapporti internazionali.
Ma, per concludere, si deve pure riconoscere che nelle generose speranze del rooseveltismo c'è tutta una lezione da apprendere. La via da esso indicata era infatti la sola che rimanesse (ma si può dire ancora che rimanga) all'Europa per restare all'altezza della propria storia millenaria e per fare anch'essa la propria parte in quello che era allora (e che, a veder bene, è anche oggi) il vero problema sul tappeto dello sviluppo mondiale: quello, appunto, di riuscire a risolvere senza traumi eversivi, ma rivoluzionariamente, il passaggio del «terzo mondo» dalla fase colonialista e imperialista alla fase della promozione e del progresso.

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