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Premessa...

In questa sesta puntata del saggio sono trascritte le pp. da 151 a 165 dei “Quaderni della Rivista Trimestrale”, n.42/inverno 1974-75.


Filippo Sacconi.
LA SECONDA GUERRA MONDIALE E I NODI DI UNA NUOVA
EGEMONIA INTERNAZIONALE NELLE CARTE DI HARRY HOPINS
(sesta puntata)

La conferenza «Arcadia»: il «comando unico», e la «ripartizione degli armamenti»

Una prima testimonianza del mutamento che, dopo Pearl Harbour, interviene nei rapporti angloamericani ci viene dai lavori della conferenza «Arcadia», tenutasi a Washington poco prima del Natale 1941, alla quale partecipano Roosevelt e Churchill alla testa delle rispettive delegazioni. Non ci soffermiamo troppo sulle pur significative modificazione apportate dal presidente americano all'ordine delle firme che siglano la «dichiarazione delle Nazioni Unite» (gli inglesi propongono l'ordine alfabetico con Stati Uniti e Gran Bretagna quali «teste di serie», Roosevelt allarga all'URSS e alla Cina tale «privilegio»; gli inglesi sollecitano che la firma dei paesi del Commonwealt segua quella dell'United Kingdom, Roosevelt li inserisce nell'ordine alfabetico) e tralasciamo anche il fallito tentativo di Churchill e di Eden di tenere aperta la porta alla firma della «Francia libera» di Vichy. Preferiamo, infatti, passare direttamente al cuore dello scontro tra le due delegazioni «occidentali» che esplode sulla questione del «comando unico» (per il fronte del Pacifico, la vasta e non ben definita area di combattimento che dal Golfo del Bengala giunge fino all'Insulindia.

In una riunione dei capi di Stato Maggiore inglesi e americani — scrive Sherwood — nel pomeriggio del giorno di Natale, il generale Marshall avanzò una proposta destinata ad assurgere alla massima importanza nella condotta della seconda guerra mondiale.
In sostanza, egli ricorda che nel primo grande conflitto solo nel '18 si era finalmente giunti a costituire un comando unificato, i cui vantaggi si sarebbero rivelati notevolissimi, e propone di conse­guenza di arrivarci, ora, subito.
La proposta — prosegue il curatore delle carte di Hopkins — sollevò infinite critiche. In una riunione plenaria tenuta alla Casa Bianca il 26 dicembre, Roosevelt espresse la sua approvazione alla proposta di Marshall, ma Churchili la criticò. Era del parere che le diverse forze — aviazione, esercito e marina —, le quali rappresentavano quattro diverse nazioni, avrebbero dovuto operare in modo autonomo sotto comandanti individualmente responsabili soltanto di fronte al Comando Supremo di Washington. A questo punto della discussione Roosevelt gettò già un appunto su un blocco della Casa Bianca e lo passò a Hopkins. «Lavoratevi Churchill», diceva l'appunto. «è stato prevenuto. Ma ha idee larghe e bisogna portarlo a discutere». In conseguenza, Hopkins combinò un colloquio privato tra Churchill e Marshall, nel quale questi riuscì a persuadere il Primo ministro della fondatezza della proposta, ottenen­done il consenso.
In realtà, data la crescente superiorità — per numero, arma­menti e servizi — delle forze americane su tutti i fronti esistenti o ipotizzati (ad eccezione forse di quello del Medio Oriente), il concetto dell'unità di comando, empiricamente individuato e risolto per il fronte del Pacifico, non può non finire col giocare seccamente a favore della strategia e degli obiettivi politici degli Stati Uniti. Dal Sud Est asiatico si passa subito infatti, già nel corso della medesima conferenza, alla questione più generale di un comando unico supremo per tutti í fronti. Annota Sherwood:
Il 29 dicembre i capi di Stato Maggiore stesero uno schema relativo al sistema di comando. Esso venne trasmesso alla Casa Bianca ed esaminato la sera stessa da Roosevelt e Hopkins. E' da notare che i capi di Stato Maggiore formularono raccomandazioni, cui Roosevelt portò una drastica revisione, impo­nendo in pratica la creazione di un «opportuno organo comune», con sede a Washington, al quale spettasse l'ultima decisione per qualunque iniziativa e operazione su qualsiasi fronte bellico.
Ricorda ancora Sherwood che, il giorno seguente alla «drastica decisione» imposta da Roosevelt, Hopkins appunta sul suo diario:
La proposta di costituire «un opportuno organo comune» ha sollevato una grana d'inferno. In realtà fui io a suggerire tali parole al Presidente quando mi accorsi che faceva di tutto per essere l'unico a impartire le direttive. L'«opportuno organo comune» è l'organismo che andrà sotto il nome di Capi di Stato Maggiore Uniti.
È evidente che è stato difficile per gli Inglesi accettare la proposta americana che, giacché gli Stati Uniti danno il maggior contributo in materiali e uomini e si trovano al centro dei maggiori scacchieri, Washington fosse la sede dei Capi di Stato Maggiore Uniti. Comunque, essi hanno accettato, e il Maresciallo Sir John Dill è l'ufficiale britannico più elevato in grado del nuovo organo supremo. Dapprima sono sorte difficoltà relativamente a tale nomina, in quanto Dill era designato in qualità di rappresentante personale del ministro della Difesa (Churchill). Marshall ha protestato che ciò avrebbe conferito a Dill una posizione particolare e quindi non regolare. Churchill riconosce la fondatezza dell'obiezione. La cosa sarà senz'altro sistemata dopo il ritorno di Churchill a Londra.
Conclusa con successo la battaglia per il «comando unico», Marshall e Hopkins sollevano la questione, altrettanto decisiva, della «ripartizione degli armamenti». Anche su tale punto, non senza un'aspra discussione, si giunge alla costituzione di uno speciale «comitato unitario». Scrive in merito Sherwood:
Questo comitato fu con ogni probabilità il più importante e quello che maggiormente influì sugli altri. Era evidente che esso era fondamentale, così per le direttive strategiche di massima come per l'impiego di uomini, navi e apparecchi. Credo si possa affermare che la costituzione della commissione per la ripartizione degli armamenti fu, tra gli argomenti presi in esame durante la conferenza Arcadia, quello che suscitò le discussioni più accese.
Le discussioni relative alle assegnazioni erano d'origine politica, in quanto era evidente che attribuire i rifornimenti a questo o quell'alleato assumeva una notevole portata politica. Fu questo uno dei pochi argomenti sui quali Inglesi e Americani furono divisi senza mai raggiungere un accordo completo; sembrò anzi per qualche tempo che nessun accordo fosse possibile, e le proposte definitive di Roosevelt vennero accolte dagli Inglesi soltanto a titolo d'espe­rimento temporaneo.
I verbali della seduta danno una pallida idea della tensione e dell'imbarazzo che seguì, e lo storico è costretto a leggere tra le righe per rendersi conto del fatto che si fece sentire a uomini orgogliosi come Churchill e Beaverbrook che Roosevelt era il padrone e che Washington era il quartier generale della guerra comune. Hopkins divenne capo della commissione per la ripartizione degli armamenti, ma come egli stesso ebbe a precisare nella seduta, questa era un «sottocomitato» dei capi di Stato Maggiore uniti, i quali «qualora non avessero concordato con i suggerimenti della commissione, avrebbero potuto modificarli o anche annullarli». Tanto Churchill quanto Beaverbrook discussero questo punto, ma Roosevelt chiarì che appoggiava Marshall e Hopkins. Gli Inglesi proposero allora « di esperimentare il sistema per un mese », e Roosevelt rispose: «Lo possiamo chiamare un accordo preliminare e applicarlo come tale», ciò che venne fatto, continuando poi per tutta la durata della guerra.
E’ chiaro, però, che la leadership rooseveltiana nella condotta della guerra e nella definizione dei suoi obiettivi, affermatasi in linea di principio nel corso della Conferenza Arcadia, potrà di fatto realizzarsi soltanto sulla base di uno sforzo produttivo degli Stati Uniti tale da far tacere ogni resistenza inglese, tale da sbalordire nemici e alleati. Appunto perciò, chiusi i lavori della conferenza Arcadia, Roosevelt costituisce una commissione per la produzione bellica, cui assegna dei traguardi che sembrano al momento fuori della realtà e che saranno invece sostanzialmente raggiunti. Ricorda Sherwood:
Quando Roosevelt annunciando al Congresso una parte del programma per la vittoria disse: «Queste cifre e altre del genere per una quantità di altro materiale bellico daranno ai Giapponesi e ai nazisti una pallida idea di quel che hanno ottenuto con l'attacco a Pearl Harbour», il Congresso applaudì clamorosamente e procedè allo stanziamento dei fondi, senza quasi le incertezze da cui erano tormentati i responsabili dell'attuazione dell'incredibile programma. Prima ancora che fossero trascorsi i due anni fissati per raggiungimento del programma, Stalin avrebbe levato il bicchiere a Teheran, per brindare alla produ­zione americana «senza la quale la nostra vittoria sarebbe stata impossibile».

Dinanzi all'avanzata giapponese in Asia e nel Pacifico

Le conseguenze del mutamento intervenuto, subito dopo Pearl Harbour, nella direzione del conflitto antinazista non si fanno attendere, sul terreno politico prima ancora che su quello militare. Mentre quel mutamento, lungi dall'ostacolare la precedente impostazione strategica dei sovietici, offre a Mosca un più aperto e largo aiuto per meglio resistere e per poi contrattaccare, provoca di contro sopras­salti immediati all'interno del Commonwealth, mettendo ben presto in difficoltà il governo inglese.
Tra la fine del '41 e la primavera del '42, per fronteggiare le pesanti conseguenze delle sconfitte subite dalla Gran Bretagna nel Pacifico, nell'Oceano Indiano e nello stesso Medio Oriente, gli USA vengono progressivamente a sostituirsi a Londra, nella difesa delle posizioni «imperiali » asiatiche, in proporzioni tali che l'Australia, la Nuova Zelanda e i movimenti Indipendentistici — soprattutto quel­lo indiano — sono obiettivamente sollecitati ad assumere atteggiamenti sempre più autonomi, se non proprio ancora contrastanti, nei confronti del governo di Churchill.
Ad esempio, l'Australia su cui incombe direttamente la minaccia giapponese, chiede a Londra il rimpatrio delle sue due divisioni dislocare nel Medio Oriente; Churchill, cui preme semmai la difesa dell'antemurale dell'India, la Birmania — anch'essa in balia della pressione nipponica si oppone: Roosevelt deve intervenire come mediatore per ottenere da Curtin, capo del governo laburista australiano, che una delle divisioni sia dirottata sul fronte birmano. Ulteriori difficoltà fra Melbourne e Londra vengono sollevate dalla nomina di Casey, ministro plenipotenziario d'Australia a Washington, a membro del comitato di guerra e a ministro di Stato nel Medio Oriente. Era stato lo stesso Roosevelt a sollecitare questa nomina che, mentre apriva un cuneo tra l'Inghilterra e iI suo Dominion, rafforzava pure mediatamente la voce degli Stati Uniti in un'altra tipica zona dell'Impero britannico, in quel Medio Oriente, appunto, in cui l'Union Jack pareva controllare meglio la situazione.

Parlamento e stampa insorsero in Inghilterra — annota Sherwood — e le discussioni che ne nacquero indussero Roosevelt a rendere a Churchill il servizio di mettere i punti sulle i con questo dispaccio:
«Sono molto seccato della pubblicità sull'episodio Casey [...].
Sono particolarmente seccato di quel che ho letto sui giornali, cioè che da un lato Curtin stia per pubblicare un particolareggiato Libro Bianco e che voi d'altra parte pensiate di discutere sulla faccenda in Parlamento. Sarebbe molto desiderabile trovar modo di far cessare ogni discussione pubblica che mi pare a tutto vantaggio del nemico.
La nomina di Casey, me ne rendo ben conto, non è che un pretesto. La questione più importante è quella delle relazioni fondamentali tra la Gran Bretagna e l'Australia. Avverto un crescente sentimento d'impazienza nel Paese per quella che sembra una tensione tra Australia e Regno Unito in questo momento critico [...].
Vi dico questo perché sento d'aver io stesso gran parte della responsa­bilità nella piega presa dagli avvenimenti. Dissi francamente a Casey che spe­ravo avrebbe assunto l'incarico nel Medio Oriente perché era in quella zona la persona che conosceva il punto di vista americano e australiano, come pure quello inglese, e ritengo ancora che la decisione che Casey vada nel Medio Oriente sia saggia ».
Furono questa «tensione», e la situazione difficilissima dell'Australia che ne era la causa, a influenzare gli ordini per MacArthur. Roosevelt sapeva benissimo che la partenza di MacArthur da Corregidor sarebbe stata un colpo doloroso per gli eroici uomini al suo comando e, di conseguenza, per tutti gli Stati Uniti. Era come ordinare al comandante di lasciare per primo la nave che affonda, Ma Roosevelt opponeva a questa valutazione, quella che nessuna mossa sarebbe stata più opportuna per rafforzare il morale delle popolazioni australiane e neozelandesi.
E, verrebbe di aggiungere, per rafforzarle anche nella loro autonomia rispetto al governo di Londra, nel momento stesso in cui gli Stati Uniti assumono di fatto la loro difesa. L'intera area del Pacifico, nella misura in cui si sottrae all'avanzata nipponica, comincia insomma a gravitare attorno al polo americano. In proposito, il lungo telegramma che Roosevelt invia a Churchill, nella fase stessa del passaggio di Mc Arthur in Australia, è senz'altro significativo.
Dopo aver accennato alle ripercussioni politiche della spinta giapponese nei diversi scacchieri, dall'Islanda a Ceylon (in questa parte del suo messaggio il Presidente afferma tra l'altro che «non è necessa­rio restituire al governo di Vichy la Nuova Caledonia, vitale per i rifornimenti all'Australia»), Roosevelt avanza una proposta, ma in realtà è una decisione che Londra è costretta ad accettare:
L'intera responsabilità delle operazioni nel settore del Pacifico sarà assunta dagli Stati Uniti. [ ...] Le decisioni per tale settore saranno prese a Washington dai capi di Stato Maggiore americani in collaborazione con un comitato consultivo composto dai rappresentanti dell'Australia, Nuova Zelanda, Indie Olan­desi e della Cina, ed eventualmente del Canadà. Il comando supremo sarà americano e l'obiettivo principale sarà la ripresa dell'offensiva.

La «questione indiana»

È però — e pour cause — la «questione indiana» che esaspera il contrasto tra Roosevelt e Churchill. Mentre la flotta britannica è costretta dai giapponesi a ritirarsi nei porti dell'Africa Orientale, una crisi di gravi proporzioni si apre tra il movimento di Gandhi (e di Nehru) e il governo di Londra. Questo, per scongiurare il pericolo di una rottura, invia a Nuova Delhi Cripps, esperto uomo politico di provata fede liberale. A sua volta, la Casa Bianca invia un proprio osservatore, Louis Johnson, il quale sollecita subito Cripps ad avan­zare a Nehru proposte più duttili, «alle spalle» del governatore bri­tannico: Churchill non tarda a prendere cappello.

L'invasione giapponese in Birmania — scrive Sherwood — e una serie di disastrosi colpi a unità navali britanniche e ai rifornimenti nella baia del Bengala fecero che l'India entrasse nella zona di guerra. [...]
Il 10 marzo, il giorno prima che Churchill annunciasse la missione di Cripps, Roosevelt scrisse al «vecchio uomo di mare» un lungo dispaccio sulla questione indiana. «Naturalmente — diceva — si tratta d'un problema che voialtri conoscete tutti molto meglio di me, ed è perciò che esito molto a farvi al riguardo qualsiasi proposta». Aveva cercato di affrontare l'esame della questione da un punto di vista storico, richiamandosi agli esordi del Governo degli Stati Uniti, nella speranza che potessero suggerire una « nuova concezione » per l'India. [...]
«Forse alcuni di questi sistemi, con l'analogia che presentano con i pro­blemi e le difficoltà degli Stati Uniti dal 1783 al 1789, farebbero sì che il popolo dell'India, dimentico di passati radicati sentimenti, divenga più fedele nei confronti dell'Impero britannico, mettendo in evidenza i pericoli del dominio giapponese e i vantaggi d'una evoluzione pacifica in contrasto con il caos della rivoluzione». Roosevelt aggiungeva che naturalmente non « erano faccende che lo riguardassero » e chiedeva: «Per amor del Cielo, non mettetemici di mezzo, per quanto desideri esservi d'aiuto». Esprimeva infine la speranza che il movimento per l'attuazione dell'autonomia indiana partisse da Londra e fosse at­tuato in maniera che gli Indiani non avessero appiglio a criticarlo perché «fatto a malincuore o per forza».
È probabile che l'unica parte del dispaccio cui Churchill consentisse fu l'ammissione di Roosevelt che non erano «affari che lo riguardassero». Più tardi, Hopkins riferì che nessun suggerimento da parte del Presidente al Primo ministro per tutta la durata della guerra venne accolto così irosamente come quello riguardante la soluzione del problema indiano.
Come mi disse uno dei più intimi e affezionati collaboratori di Churchill «il Presidente avrebbe dovuto sapere che l'India era un argomento sul quale Winston non avrebbe ceduto d'un passo». Fu veramente un argomento (e le relazioni con De Gaulle ne avrebbero suscitato un altro) sul quale l'abituale larghezza di vedute, la cordialità e raccordo che prevalevano tra i due uomini di Stato vennero senz'altro a mancare. Si può dire che Churchill avrebbe piuttosto veduto crollare l'Impero rimanendo sepolto sotto le sue rovine prima di concedere ad un Americano, per grande ed amico che fosse, di fare qualsiasi proposta per quello che avrebbe dovuto fare dell'India. Si può aggiungere che quattro anni dopo, il governo laborista avanzò ai capi indiani una proposta che, come ha scritto Sumner Welles, «era quasi identica nei suoi principi a quelle fatte dal Presidente Roosevelt nel 1942».
La «questione indiana» rimane ancora sul tappeto, in termini sempre acuti, nelle conversazioni che Churchill ha a Londra con Hop­kins e Marshall, nell'aprile '42. A seguito del fallimento della missione Cripps e dell'irrigidimento britannico, Hopkins riceve un telegramma dalla Casa Bianca, con il quale il Presidente lo invita a fare tutti gli sforzi per evitare una rottura definitiva dei negoziati indiani; gli chiede inoltre di consegnare immediatamente a Churchill il seguente messaggio:
Mi dispiace di non poter concordare col punto di vista espresso nel vostro telegramma a me diretto, cioè che la pubblica opinione degli Stati Uniìi creda che i negoziati si siano arenati su discussioni di carattere generale. L'impres­sione quí diffusa è assolutamente all'opposto. E' opinione pressoché generale che l'arresto delle trattative sia dovuto alla cattiva volontà del Governo britan­nico di concedere l'autonomia agli Indiani nonostante il desiderio di questi di lasciare alle competenti autorità britanniche, militari e navali, il controllo della difesa. [...]
Come vi dissi in un precedente telegramma, ritengo ancora che se venisse offerta alle parti che compongono l'India la possibilità di formare un governo nazionale sostanzialmente simile a quello che poggia sugli articoli della nostra Confederazione, con l'intesa che al termine d'un periodo di esperimenti — e anche di errori — esse potranno decidere della propria forma di governo e, come avete già promesso, decidere del futuro delle relazioni con l'Impero britannico, probabilmente si potrebbe trovare un'intesa. Se voi faceste questo sforzo e se Cripps non riuscisse a raggiungere un accordo, almeno l'opinione pubblica degli Stati Uniti capirebbe che il Governo britannico ha fatto una effettiva e leale offerta al popolo !indiano, sul quale ricadrebbe chiaramente la responsabilità del fallimento dei negoziati.
Questo telegramma — annota Sherwood — arrivò ai Chequers alle tre del mattino di domenica, quando Churchill e Hopkins, quest'ultimo trasgredendo tutte le prescrizioni dei medici, stavano ancora a chiacchierare. Il contenuto del dispaccio ritardò senza dubbio l'ora dell'andata a letto. Il Primo mini­stro espose particolareggiatamente, e probabilmente con una certa veemenza, la replica che avrebbe opposto al Presidente. [...]
Appare dalle note di Hopkins che Churchill dicesse di essere personalmente prontissimo a ritirarsi a vita privata se questo avesse potuto soddisfare l'opinione pubblica americana, ma d'essere sicuro che, continuasse egli o meno ad essere Primo ministro, il Gabinetto e il Parlamento avrebbero proseguito nella politica da lui affermata.
Hopkins, che aveva un debole per la locuzione «incontro di mentalità», era ormai convinto che il continente indiano fosse un territorio dove quelle di_ Churchill e di Roosevelt non si sarebbero mai incontrate. Decisero pertanto che fosse inutile congestionare le linee transoceaniche con altri messaggi sull'argomento. Poiché il telegramma del Presidente era stato indirizzato a lui perché lo comunicasse a Churchill, toccava a lui rispondere.
Nel Pacifico dunque — nella vasta zona che dalla Cina al Sud Est asiatico, dall'India alla Nuova Zelanda e all'Australia costituisce da un secolo e più il cuore e il polmone della costruzione imperiale britannica —, gli Stati Uniti vengono in pochi mesi a sostituirsi pro­gressivamente all'Inghilterra nella difesa delle posizioni «occidentali». Ma per le genti colonizzate, o semicolonizzate o comunque tributarie che popolano quelle terre, la bandiera « a stelle e strisce » inalberata dall'ammiraglio King ha un senso ben diverso da quella dell'United Kingdom.
Non a caso, i vari movimenti nazionali e indipendentistici, da tempo, chi più chi meno, presenti sulla scena, traggono nuovo vigore e finiscono con l'abbandonare la ricorrente tentazione di utilizzare l'espansionismo nipponico quale carta «asiatica» per il riscatto dal colonialismo e dalla presenza «europea». Essi vengono, cioè, a inserirsi organicamente nel quadro della «grande alleanza» di guerra, senza per questo perdere (e anzi esaltando) la loro carica nazionale, che difatti si irrobustisce e si innerva via via che lo sviluppo del conflitto mondiale vede prevalere il disegno rooseveltiano sulla stra­tegia britannica e, di conserva, procede e si allarga il dialogo sovietico-americano.

Il «secondo fronte»

È chiaro però che la partita tra Churchill e Roosevelt, se trova nell'area del Pacifico uno dei suoi naturali terreni di scontro, può essere decisa soprattutto in Europa, nel cuore ( e nel fuoco) medesimo dell'impegno antinazista. È insomma nel Vecchio Continente, dove già Wilson aveva invano tentato l'uscita dall'isolazionismo, dove l'avvento dispiegato del fascismo era stato il prezzo pagato per il miope gioco di Versailles, che l'America di Roosevelt deve ora giocare sino in fondo le sue carte; e, questa volta, senza poter più permettersi il lusso di una nuova rinuncia, se non vuole essere ridotta al rango di potenza minore, se non vuole vedere ripresentarsi in forma esasperata gli aspri problemi del primo dopoguerra e riaprirsi le ferite appena rimarginate del '29, se non vuole in sostanza rinunciare alla sua stessa identità nazionale.
Tutto ciò significa che ormai, a questo punto della guerra, la strategia americana deve guardare oltre l'obiettivo, pur urgente e im­mediato, della liquidazione del nazismo, significa, cioè, che essa deve, al tempo medesimo, preparare un'Europa diversa da quella a lungo organizzata e diretta dall'egemonia ( e dal dominio ) degli anglo-francesi. Ebbene, è proprio in forza di questa assoluta necessità che si spiega l'insistenza degli Stati Uniti ad aprire un «secondo fronte» in Francia: solo esso, in realtà, può consentire all'America di assumere, con la diretta direzione delle operazioni militari sul continente, un'efficace iniziativa e un'incisiva presenza politica in Europa.
Ma per mettervi piede stabilmente, sfuggendo al ricatto degli eredi di Lloyd George e di Clemanceau, diventa allora più che mai indispen­sabile il rapporto con l'URSS: senza la solidarietà sovietica, infatti, non solo più complesso si presenta il problema del ridimensionamento politico di Londra ( e — Churchill si prepara a giocare la carta De Gaulle — di Parigi), ma addirittura impraticabile diviene il disegno di un'Europa diversa (è quasi inutile ricordare qui l'influenza e il prestigio esercitati dallo Stato bolscevico e dal suo leader sui più significativi partiti comunisti occidentali che presto saranno l'anima e l'ossatura della Resistenza).
In tale prospettiva, il secondo fronte — richiesto da Stalin l'indomani stesso dell'aggressione hitleriana secondo 'l'ottica ancora solo difensiva dell'alleggerimento militare — viene a costituire per Roosevelt la questione-ponte capace di trasformare la politica degli «aiuti» all'URSS in quella di una convergenza di obiettivi, immediati e programmati nel tempo, su cui fondare solidamente ( e definitivamente) l'uscita degli USA dall'isolazionismo e una strategia americana di iniziativa e di presenza nel mondo. Di qui, appunto, l'alleanza che ha saldato per un breve ma decisivo periodo della storia internazionale il primo Stato proletario e «socialista» con la società del self-made man e il paese nel quale più originalmente si sono sperimentati i meccanismi del capitalismo.
Non può stupire, pertanto, tutto quello che le «carte» di Harry Hopkins ci dicono sulle resistenze inglesi all'apertura del secondo fronte nella Francia del nord. Dietro le schermaglie tattiche in merito al maggiore o minore sacrificio di vite umane o all'opportunità di accelerare o meno la liquidazione dell'hitlerismo e la resa della Germania, si gioca in realtà tra Washington e Londra una drammatica partita che è decisiva per il loro futuro: sia Roosevelt che Churchill ne sono ben coscienti.
Il primo, che ha accompagnato Wilson a Versailles, sa bene come non si diano reale e stabile uscita dall'isolazionismo, né presenza nel mondo degli USA, se non si trasforma l'assetto politico-sociale del Vecchio Continente e se non si gioca quindi, poiché a tal fine è dirimente, la carta sovietica e comunista; il secondo, a sua volta, sa bene che una siffatta trasformazione del quadro europeo non può non aprire la via al definitivo tramonto del sistema imperiale britannico, che solo la sopravvivenza della vecchia Europa può ancora puntellare e sorreggere. Sarà, come vedremo, una querelle lunga, aspra, non priva di «colpi proibiti», ma da essa sarà Roosevelt a uscire vincitore.
Sulla questione del secondo fronte nutritissima è la pubblicistica uscita negli ultimi trent'anni. Ci limiteremo perciò a riportare dal volume di Sherwood solo alcuni dei fatti più significativi.

Prime avvisaglie: il progetto di Marshall

Il «disastroso inverno» '41-42 non è ancora finito, non più di tre mesi sono trascorsi da Pearl Harbour, e già il secondo fronte comincia a prendere corpo. Scrive Sherwood:

In quel tempo l'ufficio operazioni, alla cui testa era stato posto di recente Eisenhower, aveva disposto un piano definitivo per l'invasione della Francia settentrionale. Tale piano prevedeva un attacco diretto attraverso la Manica. [ ...]
L'argomento fondamentale di carattere militare per l'invasione del continente era così esposto in un appunto di Marshall al Presidente:
«L'Europa occidentale è stata scelta come teatro della prima grande offensiva delle Potenze unite perché:
È l'unico sito nel quale una potente offensiva possa essere preparata e attuata dalle Potenze unite in un prossimo futuro. In qualsiasi altra località la radunata delle forze richieste verrebbe effettuata assai più lentamente, a causa delle distanze marittime. Inoltre, in altre località il nemico è protetto contro le invasioni da ostacoli naturali. [...]
È l'unica località dove la vitale superiorità aerea, sul territorio nemico, che preluderà all'attacco principale, potrà essere raggiunta dalle potenze unite. [...]
È l'unica località dove il grosso delle forze di terra britanniche possa essere impegnato in un'offensiva generale, insieme con le forze degli Stati Uniti. […]
Gli Stati Uniti possono concentrare e impiegare vaste forze nell'Europa occidentale, meglio che in qualsiasi altra località, data la distanza per mare e l'esistenza in Inghilterra di basi adeguate.
Il grosso delle forze di combattimento degli Stati Uniti, del Regno Unito e della Russia può essere impiegato simultaneamente soltanto contro la Germania e ciò soltanto se attacchiamo tempestivamente.
Non possiamo attuare nessun concentramento contro il Giappone.
Un attacco riuscito in questo settore apporterà il massimo aiuto al fronte russo»
È da notare — rideva ancora Sherwood — che l'opportunità di andare incontro alle richieste russe per l'apertura del secondo fronte veniva all'ultimo posto nell'elenco degli argomenti a sostegno della proposta. Tuttavia, questa considerazione ebbe un grande peso per Hopkins, come pure per Beaverbrook che si trovava a Washington alla fine di marzo e ai primi di aprile, dopo il suo temporaneo allontanamento dal Governo [ ... ] .
Anche Roosevelt attribuì grande importanza ai riflessi politici dell'opera­zione riguardo alla Russia.
L'approvò alla riunione del 1° aprile alla Casa Bianca e disse a Hopkins e Marshall di recarsi immediatamente a Londra, per sottoporlo al Primo ministero e ai suoi capi di Stato Maggiore.
Lo stesso giorno Hopkins ricevette copia del seguente telegramma, inviato da Roosevelt a Stalin:
«È un vero peccato che le distanze geografiche rendano praticamente impossibile d'incontrarci in questo momento. Uno scambio d'idee attraverso conversazioni personali sarebbe di grande aiuto nella condotta della guerra contro l'hitlerismo. Forse, se le cose andranno bene come spero, potremo passare qualche giorno insieme la prossima estate, in prossimità delle comuni frontiere oltre l'Alaska. Ma, nel frattempo, ritengo della massima importanza militare stabilire il maggior contatto possibile per uno scambio di vedute.
Mi propongo di attuare un importantissimo piano di carattere militare che prevede l'impiego delle nostre forze armate in modo da alleviare la critica situazione del vostro fronte occidentale. Attribuisco grande importanza a questa offensiva.
Vorrei pertanto che prendeste in considerazione l'invio di Molotov e d'un generale di vostra fiducia a Washington, in un futuro immediato. Il tempo è un fattore essenziale perché l'aiuto riesca importante. Procureremo loro un buon aeroplano da trasporto, in modo che possano fare il viaggio d'andata e ritorno in due settimane.
Non ho intenzione con questo viaggio di scavalcare minimamente il mio amico Litvinov, come egli non mancherà d'intendere, ma penso che guadagneremo tempo con la visita proposta.
Suggerisco questa procedura, non soltanto per ragioni di segretezza, che sono essenziali, ma perché mi occorre il vostro consiglio prima di determinare definitivamente le direttive strategiche della nostra comune azione militare.
Ho inviato Hopkins a Londra in relazione a tale proposta.
I1 popolo americano è entusiasta delle magnifiche battaglie del vostro esercito e noi vogliamo aiutarvi, più di quanto non facciamo ora, a distruggere gli eserciti e la potenza hitleriana.
Vi mando i miei sentiti saluti».
Ai primi di aprile del 1942 — lo si è già visto in merito alla «questione indiana» — Hopkins e Marshall si incontrano a Londra con Churchill e Alanbrooke, capo di Stato maggiore della Gran Bretagna. Con Churchill, Hopkins difende a fondo il progetto di Marshall:
Gli feci rilevare la grande portata attribuita da Marshall e dal Presidente alle nostre proposte. Gli chiarii che i nostri capi militari, esaminata l'intera situazione mondiale, avevano deciso che il piano era, tra tutti quelli considerati, di gran lunga il più vantaggioso strategicamente. Insistei, con quanto vigore mi riuscì, che Churchill non dovesse in alcun modo acconsentire alle nostre proposte se non le ritenesse fattibili, né dovesse ritenere che secondo ogni probabilità non si sarebbero dovute impiegare forze di terra. Gli dissi che il Presidente e Marshall erano pronti ad impegnare le nostre forze terrestri e che non doveva contare su un accordo nel quale non fosse pure previsto l'impiego di forze terrestri britanniche. Gli dissi questo, perché nelle conversazioni del giorno prima mi parve che i suoi consiglieri gli avessero detto che non si sarebbe mai proceduto ad un attacco terrestre, almeno per un anno. Misi in particolare rilievo l'impossibilità in cui eravamo d'immobilizzare indefinitamente gran parte delle nostre truppe, il fatto che gli Stati Uniti erano proclivi ad assumersi gravi rischi per alleggerire il fronte russo. Churchill dette molto peso alle mie dichiarazioni, dandomi l'impressione che prima non avesse conside­rato a fondo la serietà delle nostre proposte.

Uno show-down interrotto

Marshall e Hopkins tornano tuttavia a Washington portando solo un'adesione di principio al secondo fronte e molte riserve. Le me­morie di Alanbrooke testimoniano largamente delle resistenze dei responsabili inglesi, e non soltanto di quelli militari. Per due anni lo Stato maggiore britannico tradurrà in una serie di osservazioni tecniche e di escamotages burocratici l'ostilità politica del proprio governo all'apertura di un fronte nella Francia settentrionale: è una resistenza che a malapena copre la manifesta volontà di ritardare al possibile un intervento diretto degli USA sul teatro europeo. Ne è prova ulteriore, in questi stessi mesi, la marcata irritazione dei dirigenti americani di fronte al rifiuto britannico di consentire alle squadriglie di bombardieri pesanti statunitensi, di base nel Regno Unito, di agire in proprio nel cielo della Germania. Londra infatti si oppone, insistendo perché gli aerei USA passino in forza alla RAF e operino con equipaggi inglesi.
In breve, alla fine della primavera '42, l'urto fra le strategie delle due nazioni alleate giunge al punto che Roosevelt si vede costretto a invitare Churchill a Washington per uno show-down definitivo sul secondo fronte e, più in generale, sull'immediato impiego delle truppe americane contro la Germania. I ricordi di Sherwood sono, al riguardo, molto significativi:

Churchill, quando s'incontrò la prima volta col Presidente a Hy­de Park, gli scrisse esponendo la sua concezione del problema. Tutte le misure — diceva — erano in corso per lo sbarco di sei oppure otto divisioni sulla costa della Francia settentrionale nel settembre '42. Ma, nonostante tutti i preparativi, il Governo britannico era sfavorevole ad un'impresa limitata nel '42, temendo che potesse sfociare in un disastro. [...]
Il punto di vista del Governo britannico, di cui si faceva interprete, era gli gli Alleati non dovessero attuare alcuno sbarco notevole in Francia, nel corso del 1942, tranne che per insediarvisi. Gli Stati Maggiori britannici non erano stati in grado di predisporre un piano per uno sbarco nel settembre '42 che presentasse qualche probabilità di successo. Churchill poneva quindi una serie d’interrogativi. Gli Stati maggiori americani avevano predisposto un piano? [...] Se esisteva un piano attuabile, il Governo britannico l'avrebbe accolto favorevol­mente, condividendone in pieno i relativi rischi e sacrifici. Ma se non esisteva un piano che riscotesse la fiducia di una autorità responsabile e qualora non si potesse attuare in Francia per il settembre '42 uno sbarco di una certa entità, gli Alleati potevano rischiare di restare inoperosi nel settore atlantico per l'intera annata? O non avrebbero dovuto forse preparare qualche altra operazione che, oltre ad offrire qualche vantaggio, sollevasse d'una parte del peso la Russia? In tale presupposto — era la conclusione di Churchill — occorreva riprendere lo' studio dell'operazione Gymnast.
Era proprio questo l'argomento temuto da quanti proponevano il secondo fronte: la rinascita del Gymnast, cioè l'operazione in Africa settentrionale in luogo dello Sledgehammer che rappresentava l'attacco oltre Manica nel 1942. Stimson annotò che Churchill aveva «ripescato il Gymnast sapendo benissimo, ne sono sicuro, che era il figlio prediletto del Presidente». Né Stimson né Marshall avevano serie obiezioni da muovere all'operazione in Africa settentrionale che era ritenuta fattibile e presentava molti elementi strategici a suo vantaggio ma il metterla in piedi e mantenerla avrebbe cagionato la diversione di tale quantità di trasporti e di forze navali, aeree e terrestri nel Mediterraneo, che lo sviluppo del Bolero non avrebbe potuto progredire con ritmo normale per tutta l'estate e l'autunno del 1942, né per l'inverno successivo. Quindi, una volta deciso il Gymnast, non si sarebbero potute concentrare tempestivamente in Inghilterra forze sufficienti per un'invasione in forze per la primavera del 1943.
Fu questo l'inizio della protrattasi e spesso oscura disputa sul secondo fronte. Il vasto soggetto è già stato ampiamente esaminato in altri scritti e nella maggior parte di questi, dal punto di vista russo e di quello americano, Churchill fa la parte del sabotatore. Non c'è dubbio che in questa questione egli manifestò sino in fondo d'essere irriducibile o, se preferite, testardo.
[...] È da notare che le discussioni di quella riunione presentavano la paradossale situazione di rappresentanti americani che insistevano costantemente sul problema principale della guerra alla Germania e di quelli inglesi che invece ricordavano insistentemente la guerra contro il Giappone.
Nell'ascoltare questo scambio di vedute, Hopkins prendeva appunti e scarabocchiava dei fogli. Quando venne il suo turno cominciò col dire che era indubbio che l'opinione pubblica americana fosse generalmente favorevole ad uno sforzo totale contro il Giappone, sentimento intensificatosi dopo l'infausto esito della battaglia a Bataan e che si sarebbe ancora più acuito quando il generale Wainwright sarebbe stato costretto alla resa, a Corregidor. Tuttavia, disse Hopkins, il Presidente, i capi militari e il popolo erano tutti unanimi su di un punto: «I nostri soldati devono combattere!» Senza dubbio, l'Europa occidentale era l'unico luogo dove si potesse combattere il nemico più rapidamente e in modo più deciso, su terra, come nell'aria e per mare. Hopkins disse che gli Americani non avevano intenzione di far attraversare l'oceano ai loro uomini a semplice scopo turistico; essi volevano impegnare il nemico e portare a termine la guerra.
Soggiunse con estremo vigore, che, una volta adottata la decisione di avviare l'operazione oltre Manica, tale decisione non avrebbe più potuto essere revocata, perché gli Stati Uniti l'avrebbero considerata come il proprio maggior sforzo di guerra. Disse che gli Stati Uniti, naturalmente, combattevano per i propri interessi, come del resto l'Inghilterra, ma ora gli interessi delle due nazioni coinci­devano ed esse dovevamo quindi combattere insieme.
Churchill, ovviamente, dubita di questa identità di interessi. Fedele al principio, più volte ribadito, «dateci le armi e noi le utilizzeremo», tende a procrastinare con ostinazione il giorno della presenza americana in Europa. E gli sviluppi della situazione in Africa vengo­no improvvisamente in aiuto del premier inglese.
Quando le decisioni del giugno 1942 si trasferirono da Hyde Park alla Casa Bianca, la situazione aveva subìto un grave mutamento in Libia. Rommel aveva sconfitto, se non distrutto, le forze corazzate britanniche in una tremenda battaglia di carri armati. [ ... ] Fu questo un duro colpo per Churchill, una nuova Singapore. Le conseguenze anzi avrebbero potuto essere ancora peggiori, perché caduta Tobruk, quasi nulla rimaneva per arrestare la pressione di Rommel in direzione d'Alessandria, del Cairo e oltre. Le prospettive di un ricongiungimento nippo-germanico sembravano più che mai possibili, e rimasero tali per alcune settimane. Rommel sfondò rigidamente in Egitto fermandosi, parve, appenda per prender fiato, dinanzi alle linee precariamente tenute di El Alamein.
Il repentino mutamento pose fine, prima ancora che avessero inizio, alle conversazioni degli Stati maggiori. Le discussioni alla Casa Bianca proseguirono per tutta la domenica, a colazione, a pranzo, sino a tarda notte. Churchill sfoggiò tutta la sua impareggiabile prosa per opporsi all'operazione oltre Manica nel '42 e in sostegno del Gymnast, come mezzo per rimediare alla crisi mediterranea. Lo contrastarono vigorosamente Marshall e Hopkins; e Roosevelt, benché il Gymnast fosse «il suo figlio prediletto», rifiutò di scostarsi dal precedente accordo. Non fu quindi compiuta allora alcuna revisione dei piani per il Bolero e Roundup, ma l'attenzione venne forzatamente distratta dalla costa settentrio­nale francese alla valle del Nilo. [ ... ]
Roosevelt dovette allora adottare alcune fulminee e difficilissime decisioni per dirottare alle stremate forze britanniche materiale affitti e prestiti che si trovava nel Medio Oriente, avviato alla Turchia, alla Russia e alla Cina. La voce più importante era costituita dai bombardieri che si sarebbero potuti impiegare nel martellamento delle linee di rifornimento di Rommel, ostacolando così il rafforzamento dell'esercito spintosi così lontano.

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