Premessa...
In questa quarta puntata del saggio sono trascritte le pp. da 473 a 484 dei “Quaderni della Rivista Trimestrale”, n. 35-36/1972.
Premessa...
In questa quarta puntata del saggio sono trascritte le pp. da 473 a 484 dei “Quaderni della Rivista Trimestrale”, n. 35-36/1972.
Filippo Sacconi:
LA SECONDA GUERRA MONDIALE E I NODI DI UNA NUOVA
EGEMONIA INTERNAZIONALE NELLE CARTE DI HARRY HOPKINS
(quarta puntata)
Una « stima » per una guerra globale
Ma ancor più significativa, per intendere il senso e la portata della politica rooseveltiana nel corso del conflitto e le stesse ragioni che ne sono alla base, è senza dubbio una relazione dello Stato Maggiore americano del settembre '41. Ne citiamo, da Sherwood, i passi di maggior rilievo.
Pearl Harbour L'11 dicembre la Germania e l'Italia dichiarano guerra agli Stati Uniti(7), «aiutando così Roosevelt a risolvere il problema più delicato», quello di muovere contro «la fortezza europea». Filippo Sacconi
"[ ... ] 6) Poiché gli Stati Uniti hanno i loro principali interessi territoriali nell'Emisfero occidentale, è fondamentale che gli Stati Uniti costituiscano forze armate tali da poter prevenire, in ogni eventualità, e in collaborazione con le forze delle altre potenze americane, l'invasione dell'Emisfero occidentale da parte di una potenza politica o militare dell'Europa o dell'Asia, anche se si verificasse il crollo del Commonwealth britannico.
7) Il conseguimento di questo solo obiettivo non porterà al successo di tutti gli obiettivi nazionali menzionati al paragrafo 6). Tali obiettivi possono essere attuati nella loro integrità soltanto con vittorie militari ottenute fuori dell'Emisfero, dalle forze armate degli Stati Uniti o dalle forze armate delle potenze amiche, o da entrambe".
Il corsivo di quest'ultimo paragrafo è mio. Sono parole che sottolineano uno degli aspetti principali dell'intera strategia americana nella seconda guerra mondiale, cioè, che le battaglie decisive dovessero combattersi fuori dall'Emisfero occidentale e non, come insistevano gli isolazionisti, entro i confini del nostro territorio [ ... ].
I cinque paragrafi che seguono vanno sotto il titolo di "Direttive di politica militare":
10) Non è prevedibile che il regime nazista venga rovesciato dal popolo tedesco, almeno in un prossimo futuro, e ciò avverrà solo nel caso che la Germania si trovi di fronte a una disfatta militare. Ma, anche se si stabilisse un nuovo regime, non è affatto certo ch'esso accetterebbe proposte di pace accettabili anche dagli Stati Uniti.
11 )Ammesso che quanto suesposto risponda a verità, è opinione di questa Ufficio Unito che la Germania e i suoi satelliti europei non possano essere sconfitti dal presente schieramento delle forze europee. Perciò, se i nostri nemici europei devono essere sconfitti, è necessario che gli Stati Uniti entrino in guerra, e impieghino una parte delle loro forze armate in una offensiva contro l'Europa o l'Africa nell'Atlantico orientale.
12) L'Ufficio Unito ritiene pure che, nelle presenti circostanze, il Giappone potrebbe avanzare contro gli Inglesi nella Malacca e contro gli Olindesi nelle Indie orientali, senza che né gli Inglesi né gli Olandesi vi si possano opporre vittoriosamente con la forza non avendo l'appoggio degli Stati Uniti. Non si può prevedere quale sarebbe il risultato di un attacco giapponese contro le Repubbliche sovietiche nella Siberia orientale.
13)Considerato tutto ciò, l'Ufficio Unito raccomanda che la della produzione massima statunitense sia rivolta a soddisfare le necessità degli Stati Uniti in previsione d'essere impegnati simultaneamente in guerra contro la Germania e il Giappone. [ ... ]".
«La parte IV della "stima" trattava la "Strategia generale degli Stati Uniti e dei loro alleati":
21) L'Ufficio Unito è convinto che il primo grande obbiettivo degli Stati Uniti e degli Alleati dev'essere la completa disfatta militare della Germania. Se questa fosse disfatta, il suo intero sistema europeo crollerebbe, ed il Giappone rinuncerebbe a gran parte delle conquiste, salvo che non vi abbia posto così stabilmente il piede che gli Stati Uniti e Alleati non dispongano di forze sufficienti per continuare la guerra contro di esso.
22) Una pace di compromesso fra la Germania e i suoi attuali nemici darebbe alla Germania l'opportunità di riorganizzare l'Europa continentale e di ritemprare le proprie forze. Anche in caso di totale sconfitta del Commonwealth britannico e della Russia, gli Stati Uniti si vedrebbero costretti a continuare la guerra contro la Germania, per ragioni di vita o di morte, nonostante le aumentate difficoltà di ottenere la vittoria finale. Ne consegue che il principio strategico di maggior valore per gli Stati Uniti nell'immediato futuro sta nell'appoggio materiale di tutte le operazioni attuali contro la Germania, e in un diretto apporto di forze, ottenuto con una attiva partecipazione alla guerra, che tenga in forse il Giappone sugli sviluppi futuri del conflitto. Per ora soltanto i piccoli contingenti di truppe sono bene equipaggiati ed istruiti, per la nostra immediata partecipazione ad operazioni offensive. (I corsivi sono nel testo originale).
23) Salvo l'esercito russo, la forza principale delle Potenze associate sta nella marina e nell'aviazione. Il potere dell'aria e del mare può evitare la sconfitta e dare un grande contributo alla vittoria, indebolendo la resistenza del nemico. Ma da sole le forze navali ed aeree non possono vincere la guerra. Bisogna riconoscere che sono sempre le forze di terra ad esercitare il compito principale e a vincere le guerre.
24) E' fuor di discussione che gli Stati Uniti e i loro associati dovranno intraprendere nel prossimo futuro una grande offensiva di terra contro il centro della potenza tedesca. E' ovvio infatti che le potenze alleate non possono sconfiggere la Germania, mantenendo una tattica strettamente difensiva, ma devono adottare particolari metodi strategici, che pur non costituendo una vera e propria offensiva, ne preparino in certo modo il terreno. Sono, tali metodi, una continuazione del blocco economico; il proseguimento delle offensive terrestri in regioni distanti dove le truppe tedesche non possano esercitare che una minima parte della loro effettiva superiorità; offensive aeree e navali contro le risorse militari, economiche e industriali della Germania; nonché l'appoggio dato alla ribellione nei territori conquistati. Contro il Giappone invece, se entra in guerra, ci si deve preoccupare di difendere la Siberia e la Malesia, di lanciare una offensiva economica, mediante un blocco, e di ridurre la potenza militare del suo esercito con incursioni aeree e con una forte controffensiva in Cina.
25) Elenchiamo qui sotto i principali obbiettivi strategici che
dovrebbero essere perseguiti dagli Stati Uniti e dalle potenze alleate, e i mezzi con cui conseguirli. Gli aiuti materiali da fornirsi alle potenze amiche (di cui si farà menzione nei paragrafi seguenti) dovranno essere intonati ai bisogni stessi degli Stati Uniti.
a) La sicurezza dell'Emisfero occidentale, obbiettivo essenziale della Strategia americana, contro ogni dilagare della potenza politica o militare degli Stati europei od asiatici. Per provvedere a questa sicurezza gli Stati Uniti devono predisporre le loro forze navali, aeree e terrestri in modo da averle pronte sia sull'Atlantico che sul Pacifico, in quantità sufficienti per impedire ogni invasione, nell'eventualità che la Russia e la Gran Bretagna dovessero crollare. E' perciò della massima importanza sapere se l'Africa nord-occidentale e le isole atlantiche saranno in mani tedesche od amiche. Uguale importanza strategica hanno per noi, nella zona del Pacifico, l'Alaska, le Hawai e le isole del Pacifico meridionale. Le forze navali statunitensi, sulla base del programma approvato, dovranno bastare fino al 1944 alle necessità difensive. Però, se la Germania vincesse in Europa e il Giappone nell'Estremo Oriente, bisognerà aumentare tali forze, anche a scopo puramente difensivo, in misura eccedente all'attuale programma di costruzioni navali. Quanto alle forze terrestri e aeree statunitensi il loro intervento di difesa dell'Emisfero occidentale potrà essere richiesto nel volgere di pochi anni ed è necessario che i paesi dell'America latina vengano riforniti di armamenti e prodotti finiti;
b) la sicurezza del Regno Unito è essenziale al proseguimento delle operazioni militari contro la Germania e il Giappone nel settore interessante l'Emisfero occidentale, e dipende in sostanza dall'efficacia della effettiva difesa per la terra, per mare e nell'aria. Ciò è vincolato a sua volta dalla sicurezza delle comunicazioni marittime, e queste potranno dare un decisivo contributo alla difesa del Regno Unito solo se potranno venire ridotti i danni attualmente subiti dai trasporti britannici, con un progressivo potenziamento dei servizi di vigilanza sul mare, e delle forze aeree operanti dalle basi britanniche e islandesi o dalle posizioni dell'Atlantico centrale ed orientale. Se le perdite inglesi non vengono gradatamente ridotte e la Germania non crolla sotto un collasso interno, quest'Ufficio Unito ritiene che l'Inghilterra non potrà resistere indefinitamente, nonostante tutto lo sforzo industriale che gli Stati Uniti possano fare in suo aiuto [ ... ].
c) la sicurezza delle comunicazioni marittime delle potenze associate è necessaria alla continuazione della guerra. Le potenze associate dovranno avere forze navali ed aeree sufficienti, sia in Europa sia nei mari vicini, per impedire le scorrerie delle navi da corsa e annullare la minaccia dei sottomarini e degli aeroplani. Inoltre è necessario che queste forze navali siano distribuite su tutti i mari a diretta protezione delle linee marittime e delle rotte essenziali;
d) l'inasprimento del blocco economico è, per il momento, il miglior metodo offensivo contro la Germania e il Giappone. Si devono mantenere forze navali ed aeree per chiudere tutte le vie d'accesso alla Germania. Perché questo blocco sia mantenuto è necessario continui ad esistere un fronte terrestre in Russia e nel Medio Oriente. In più, si devono porre in atto tutte le misure diplomatiche, economiche e finanziarie che possano aumentare l'efficacia del blocco militare;
e) il controllo del Mar Rosso, dell'Irak e dell'Iran dev'essere mantenuto dalla Gran Bretagna per conservarsi la possibilità di operazioni terrestri decisive contro la Germania. Sono qui molto importanti le forze terrestri ed aeree d'ogni ordine e tipo, una forte aliquota di navi mercantili
per i rifornimenti ed una buona flotta per proteggere le comunicazioní verso il Golfo Persico e il Mar Rosso. Ma i mezzi materiali di cui dispongono gli Inglesi non possono essere pienamente sufficienti allo scopo. Sono quindi gli Stati Uniti che devono trovare il modo di rifornire le forze colà dislocate, almeno di una parte delle munizioni e dei materiali necessari, usando parte del proprio naviglio mercantile per il trasporto;
f) il mantenimento d'un fronte attivo in Russia offre la possibilità migliore per una vittoriosa offensiva terrestre contro la Germania, perché solo la Russia possiede il necessario potenziale umano ed è in posizione tale da poter minacciare direttamente il centro della potenza militare tedesca. Bisogna che la Russia abbia grandi forze di terra e dell'aria. E' prematuro fare previsioni sull'attuale conflitto in Russia. Però, anche se le forze sovietiche dovessero retrocedere fino agli Urali ed oltre, organizzando qui la loro resistenza, rimarrebbe sempre la speranza d'una completa sconfitta finale della Germania anche per terra. Le potenze associate si devono preoccupare che le forze armate della Russia possano disporre di un effettivo armamento, sia per aiuti dal di fuori, sia per mezzo della capacità industriale dello stesso bacino del Volga e della Siberia;
g) è molto importante impedire una penetrazione dell'Asse nel nord-ovest dell'Africa e nelle isole atlantiche, non solo per contribuire alla difesa dell'Emisfero occidentale, ma per la sicurezza delle comunicazioni marittime britanniche e come base di una futura offensiva terrestre. Nell'Africa francese settentrionale e occidentale, ci sono truppe francesi che sono potenzialmente nemiche alla Germania; bisogna che gli Stati Uniti provvedano a riarmarle, cercando di stabilire le condizioni politiche favorevoli al loro impiego. Il Commonwealth britannico non ha truppe disponibili, né le relazioni tra gli Inglesi e il regime di Weygand sono amichevoli: in queste condizioni sono gli Stati Uniti che devono fornire in gran parte i contingenti militari per l'impiego in queste regioni;
h) gli Stati Uniti e i loro associati raggiungerebbero risultati forse decisivi, mantenendo il possesso delle Filippine, della Malacca, delle Indie Orientali, dell'Australasia, della Birmania e della Cina. Gli Stati Uniti non possono aumentare di molto le proprie forze in Estremo Oriente, se devono assolvere tanti importanti compiti in altre regioni; eppure le operazioni della flotta del Pacifico avranno un grande influsso sugli sviluppi della situazione. Gli Stati Uniti dovrebbero quindi fornire munizioni ed aeroplani alla Cina e alle Indie Olandesi. La maggior parte di questo materiale dovrà essere trasportata da naviglio statunitense;
i) è necessario che la Russia mantenga la Siberia, se si vuole tenere a freno il Giappone. Gli Stati Uniti non possono offrire alla Siberia che un aiuto in materiale. E questo solo per via aerea, perché se il Giappone fosse in guerra con la Russia, le comunicazioni marittime sarebbero facilmente bloccate.
26) I principi seguenti servono come raccomandazione di nuovi aumenti nel potenziale delle forze armate che gli Stati Uniti possano mettere in campo o rafforzare in tutto, o in parte:
a) Poiché attualmente la forza principale delle Potenze associate sta nell'aria e nel mare, la Marina reputa che il concetto della nostra strategia debba fondarsi sull'effettivo impiego delle forze dell'aria e del mare, limitando l'impiego di quelle terrestri alle regioni dove la Germania non può esprimere tutta la forza delle sue armate di terra. L'Esercito reputa che un piano strategico di questo tipo non potrà portare fino alla totale disfatta della Germania, ma crede necessario il contatto diretto dei nostri eserciti con gli eserciti tedeschi sul continente europeo. L'Esercito raccomanda quindi di curare come parte dell'intero programma di produzione anche l'equipaggiamento che può dimostrarsi necessario alle forze terrestri per condurre a buon termine i loro compiti;
b) gli Stati Uniti e le altre potenze si lascino guidare dall'esperienza passata nel calcolo delle effettive possibilità americane nel sostenere ed appoggiare uno sforzo bellico, soprattutto nel delicato campo della produzione totale e della varia disponibilità di materiali, che presuppongano un indispensabile equilibrio tra il potenziale umano da impiegare nelle forze armate la mano d'opera che dev'essere impiegata nelle industrie e nei servizi civili di maggiore importanza. L'alto grado di meccanizzazione raggiunto fa si che la proporzione di mano d'opera da impiegare nelle industrie per la produzione delle armi e del relativo equipaggiamento sarà superiore a quella delle guerre precedenti;
c) il buon uso delle armi diplomatiche, economiche, finanziarie e propagandistiche servirà a ridurre la vastità dei compiti più specificamente militari:
d)il peso dello sforzo militare dovrà essere sempre tale, anche nel caso di una guerra di lunga durata, da mantenere alto il morale e la volontà di combattere della popolazione civile" ».
Il documento porta la data dell'11 settembre 1941. Che è a dire, poiché proprio queste direttive verranno coerentemente applicate tra il '42 e il '45, come nulla sia stato improvvisato nella condotta bellica degli USA e come dunque le grandi decisioni «tecniche» e le stesse scelte politiche operate da Roosevelt nel corso del conflitto — ancora oggi così spesso criticate — siano state in piena sincronia con un disegno strategico-militare da tempo studiato e profondamente aderente ai più vitali interessi del paese.
Roosevelt, comunque, non trascura occasione per forzare la situazione interna e internazionale, nei limiti concessigli dalla Costituzione.
Per il Labour Day di quell'anno, il Presidente prepara un breve ma vigoroso discorso, tutto teso a dichiarare e mantenere vivo lo spirito di resistenza e la vigilanza contro Hitler. Egli afferma tra l'altro:
Per questo, Roosevelt si preoccupa di spingere più innanzi, sempre più innanzi, la linea di difesa atlantica. Così, ai primi di settembre, l'attacco di un sommergibile tedesco al cacciatorpediniere Greer offre al Presidente il destro di lanciare un messaggio che ordina alla Marina di «sparare appena avvistato». In breve, nelle acque fra l'America del Nord e l'Islanda, gli USA si impegnano a scortare e a proteggere il naviglio di qualsiasi bandiera. Un simile obiettivo tuttavia, per essere perseguito efficacemente, comporta l'armamento delle navi mercantili americane; e quindi un ulteriore emendamento alla legge di neutralità. Questo è chiesto ed è alla fine approvato, ma con resistenze notevolissime all'interno dei due rami del Parlamento e nel Paese.
"Ho pranzato solo con il Presidente questa notte, ed egli ha parlato assai di tutta la materia relativa al rapporto Roberts, a Pearl Harbour e ai negoziati col Giappone prima del 7 dicembre.
Il Presidente mi disse di avere avuto colloqui con Hull sulle crepe della nostra politica in Estremo Oriente e sulle circostanze che avrebbero costretto gli Stati Uniti a entrare in guerra contro il Giappone. Tutte le trattative di Hull, pur rispecchiando in genere il comune desiderio di salvaguardare i nostri interessi in Estremo oriente, non risolvevano il problema centrale e cioè come avremmo dovuto comportarci nel caso di un attacco giapponese, contro Singapore, per esempio, o contro le Indie Olandesi. Il Presidente comprendeva che questa era una debolezza della nostra politica, e mi disse che, per lui, un attacco contro le Indie Olandesi sarebbe stato senz'altro un casus belli, ma Hull aveva sempre sorvolato sulla questione.
Ricordo che nel febbraio 1941, quand'ero in Inghilterra, il ministro degli Esteri Eden mi aveva chiesto ripetutamente che cosa avrebbe fatto il nostro Paese nel caso di un attacco giapponese contro Singapore o contro l'Olanda, poiché il saperlo era essenziale alla sua politica.
Naturalmente, era chiarissimo che né il Presidente né Hull avrebbero potuto dare allora una risposta sicura su questo punto, perché la dichiarazione di guerra spettava al Congresso, e gli isolazionisti, nonché gran parte dello stesso popolo americano, non avrebbero avuto interesse a fare una guerra in Estremo Oriente, solo perché venivano attaccati i possedimenti olandesi delle Indie.
Ricordo d'averne parlato spesso al Presidente l'anno scorso ed era sempre per lui un argomento imbarazzante, perché credeva che i Giapponesi avrebbero cercato sempre di evitare una guerra con noi; perciò non avrebbero attaccato né le Filippine, né le Hawai, ma si sarebbero mossi contro la Thailandia, e l'Indocina francese, facendo nuove incursioni nella stessa Cina ed attaccando forse gli Stretti Malesi. Pensava inoltre che al momento opportuno avrebbero attaccato anche la Russia. Il Presidente si sarebbe trovato allora a dover risolvere parecchi problemi per fronteggiare i nostri interessi.
Aveva l'esatta convinzione che il Giappone ci sarebbe saltato addosso al momento opportuno, usando la stessa tattica tedesca dell'uno per volta. Di qui la sua grande soddisfazione per il sistema adottato dal Giappone. Nonostante il disastro di Pearl Harbour e la guerra-lampo messa in atto dai Giapponesi nelle prime settimane, il popolo americano non si lasciò smontare, anzi ciò rese inevitabile la guerra contro il Giappone.
A proposito del rapporto Roberts, esso afferma che il Dipartimento di Stato aveva rinunciato da tempo ad ogni speranza di giungere a un accordo col Giappone, ma ciò quadra assai poco con i fatti. E' vero che Hull disse ai segretari alla Guerra e alla Marina che il Giappone ci poteva attaccare da un momento all'altro, ma non è meno vero che, fino all'ultimo, egli sperò di trovare la via per giungere a un compromesso. Hull era sempre stato incline a trovare un modus vivendi col Giappone. Per essere franchi era un modus vivendi che il Giappone non avrebbe mai accettato, ma anche da parte nostra avremmo dovuto finire pure per rinunciarvi, perché una eventuale acquiescenza ci avrebbe resi impopolari in tutto l'Estremo Oriente.
Hull voleva soprattutto la pace, perciò aveva a cuore di trovare la via di un compromesso coi Giapponesi, e lavorò giorno e notte, per settimane intere, pur di riuscirci. Non c'è dubbio che fino agli ultimi dieci giorni prima dello scoppio della guerra, egli mantenne la speranza di poter trovare una soluzione".
I dieci giorni di cui parla Hopkins in quest'ultimo periodo, cominciarono il 27 novembre quando il capo delle operazioni navali inviò all'ammiraglio Kimmel il messaggio che ordinava le "misure difensive in attesa di assolvere compiti di guerra".
Durante quei dieci giorni, subentrò una specie di paralisi a Oahu, nelle Filippine (dove resta un mistero la straordinaria impreparazione a sostenere un attacco a Clark Field) e, peggio che mai, a Washington. Qui si vide una grande nazione perdere improvvisamente ogni capacità di iniziativa, ed aspettare in uno stato di sconcertante impotenza che i suoi nemici potenziali decidessero dove quando e come attaccarla.
Questo era, allora, il dilemma di Roosevelt:
I Giapponesi si apprestavano a colpire i possedimenti inglesi o quelli olandesi, forse tutti e due — e lui, che cosa poteva fare? Inglesi ed Olandesi erano assolutamente impotenti a difendersi, e i Domini dell'Australia e della Nuova Zelanda non stavano meglio. Singapore avrebbe potuto resistere per un certo tempo ma, come Manila, non avrebbe potuto servire di base, finché i Giapponesi avessero mantenuto il controllo del cielo e del mare. Senza un formidabile intervento americano, i Giapponesi avrebbero potuto conquistare e formarsi un impero ricco di risorse, che si estendesse dalle isole Aleutine fino all'India e forse al Medio Oriente: ma è inutile dire, e Roosevelt lo sapeva, che non ci sarebbe stato un formidabile intervento americano, senza gettare tutta la nazione del vortice di una guerra. E quali ne sarebbero state le possibilità, quando i Giapponesi fossero sbarcati nella penisola di Kra? Che cosa avrebbe potuto dire al Congresso il Presidente, in una simile eventualità? Il Congresso era lo stesso che solo un mese prima aveva permesso a stento che fossero armate anche le navi mercantili americane; ed era afflitto dalla stessa miopia che aveva spinto il Congresso precedente a rifiutare un'assegnazione di fondi sufficiente per fortificare l'isola di Guam.
Nel 1939, mentre già il tradizionale nemico era in armi alle frontiere della Francia, gli isolazionisti francesi — la maggior parte dei quali furono poi dei collaborazionisti — avevano lanciato il vergognoso grido: "Perché dovremmo morire per Danzica?". Perché, dunque, gli Americani avrebbero dovuto morire per la Thailandia o per gli avamposti dell'imperialismo britannico, come Singapore e Hongkong, o per l'imperialismo olandese nelle Indie Olandesi o per il comunismo a Vladivostok?
Anche se Roosevelt, facendo leva intelligentemente sul partito democratico avesse potuto costringere il Congresso a votare per la guerra, con uno stretto margine di voti, e dopo settimane o mesi di avvilenti dibattiti (durante i quali i Giapponesi avrebbero continuato ad avanzare), quali sarebbero stati il grado di unità e la forza spirituale del popolo americano nel lungo e sanguinoso sforzo che sarebbe stato chiamato a sostenere?
Roosevelt per un anno e più aveva continuato a dire al popolo che il vero nemico era la Germania di Hitler. La sua amministrazione aveva dato tutti gli aiuti possibili ai nemici di Hitler in Europa, mentre tentava sempre di cercare la via dell'accordo col Giappone. Il popolo finora aveva tollerato la sua politica, perché gli era stato assicurato ch'era la più sicura per starsene lontani dal conflitto. Churchill aveva fornito uno slogan fin troppo comodo e gli Americani si sentivano sicuri di non aver altro da fare "che fornire gli Inglesi (o i Russi, o i Cinesi) dei mezzi necessari, e lasciare che compissero loro l'opera". La stessa morte di marinai americani nell'Atlantico per mano dei Tedeschi, non era riuscita ad accendere negli animi americani un briciolo di bellicosità. Come pensare dunque che questa si sarebbe destata alla notizia che i Giapponesi avevano gettato una testa di ponte a Khota Baru nel golfo del Siam?
E se il Congresso e il popolo avessero rifiutato di entrare in guerra anche dopo quest'ultima provocazione, come pareva, che effetto ciò avrebbe avuto sugli Inglesi, sui Russi, e sui Cinesi? Che effetto sui Tedeschi, sugli Italiani e sui Giapponesi?
La verità era una sola: era imminente il momento in cui gli Stati Uniti sarebbero stati costretti ad usare il cannone o a rinunciare per sempre alla speranza di far valere la propria parola nel consesso internazionale».
Quando, il 6 dicembre a sera, giungono alla Casa Bianca precise indicazioni sulla consistenza della flotta che naviga a sud della costa indocinese, ci si attende — a Londra come a Washington — uno sbarco in Indocina o in Thailandia o in Birmania; in ogni caso, comunque, a qualche migliaio di chilometri da Pearl Harbour.
Avevano una sola possibilità per liberare Roosevelt dal dilemma che lo tormentava e la colsero, decisamente e in modo così sprezzante e irritante che il popolo americano, fino allora diviso e confuso, si sentì all'istante completamente unanime e sicuro.
Prima di andare a letto, la notte del 7 dicembre, Hopkins trovò il tempo di annotare gli eventi di quel giorno alla Casa Bianca:
"Oggi ho fatto colazione col Presidente, nello studio ovale. Stavamo conversando di cose senza importanza e che non avevano nulla a che fare colla guerra, quando verso le 13 e 40 si fece annunciare il segretario Knox e disse d'aver ricevuto da Honolulu un messaggio radio del Comandante in capo delle nostre forze colà dislocate, che annunciava a tutte le nostre stazioni un attacco aereo, che 'non era un'esercitazione'.
Io dissi che ci doveva essere qualche errore e che i Giapponesi non avrebbero certo attaccato Honolulu.
Il Presidente parlò di tutti gli sforzi da lui fatti per tenere il Paese lontano dalla guerra, ed espresse il desiderio di finire la sua amministrazione senza guerre; ma se l'azione del Giappone era vera, la cosa mutava aspetto, senza ch'egli potesse farci nulla, perché
"i Giapponesi avrebbero pensato a decidere per lui".
Se, come scrisse Hopkins, Roosevelt provò quasi un senso di sollievo che i Giapponesi avessero scelto quella tattica per sciogliere il dilemma tra la pace e la guerra, anche il popolo parve respirare più liberamente. Tutti riconobbero che Pearl Harbour era una tragedia e una sciagura, ma ciò fu ben lontano dal deprimere gli spiriti, anzi risvegliò l'orgoglio nazionale che diede luogo alle più alte manifestazioni della nostra storia. [...]
Quand'egli (Roosevelt) si presentò al Congresso, la mattina dell'8 dicembre, prese posizione davanti alla storia, e lo sapeva. Come a sottolineare tale senso della storia, aveva voluto che la signora Roosevelt venisse al Congresso ad assistere alla seduta, accompagnata dalla vedova di Woodrow Wilson».
L'audace iniziativa giapponese, dunque, non soltanto libera Roosevelt dall'impasse in cui l'ha condotto in Oriente la storica scelta della priorità della Germania tra gli obiettivi di guerra, ma gli offre l'occasione che da tempo attende per varcare il Rubicone della neutralità e per debellare definitivamente l'opposizione interna. Quell'occasione si presenta certamente in forme drammatiche, ma, appunto per questo, cogenti e definitive; ora può finalmente muoversi senza più quelle cautele e ambiguità nei confronti del Congresso e del paese che a lungo lo hanno impacciato. Può far prevalere nei confronti dell'alleato inglese il proprio disegno politico e strategico; può puntare con decisione a quel «secondo fronte» che Stalin viene già tenacemente sollecitando.
Non sono trascorse tre settimane da Pearl Harbour che Churchill avvertirà, nella conferenza «Arcadia», il mutamento intervenuto nella strategia alleata e, poco dopo, Molotov sarà ospite della Casa Bianca. Ma del nuovo corso politico e militare impresso al conflitto dall'intervento degli Stati Uniti tratteremo, sempre sulla base del volume di Sherwood, nel prossimo numero.
N O T E
(7) «Ciano — ricorda Sherwood — annotò nel suo diario che Ribbentrop era "raggiante per l'attacco giapponese all'America. Ne è così felice che mi congratulo con lui, pur non essendo troppo sicuro dei vantaggi finali dell'accaduto". Ciano aggiungeva che "anche Mussolini era felice" e che pure il Re "si compiaceva dell’avvenimento”. Quanto a Hitler, disse al suo Stato maggiore a Berchtsgaden che i soldati americani non erano “che un mucchio di spacconi. Non sono in grado di affrontare una crisi. Sono assolutamente privi di ideali”.