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Premessa...

In questa ottava puntata del saggio sono trascritte le pp. da 177 a a 186 dei “Quaderni della Rivista Trimestrale” n. 42/inverno 1974-75


Filippo Sacconi:
LA SECONDA GUERRA MONDIALE E I NODI DI UNA NUOVA
EGEMONIA INTERNAZIONALE NELLE CARTE DI HARRY HOPKINS
(ottava puntata)

Da Stalingrado a Casablanca

Riprendiamo ora, sempre sulla scorta del libro di Sherwood, le fila della narrazione. L'operazione Torch — lo sbarco alleato sulle coste dell'Africa Nord-occidentale — porta finalmente in primo piano gli Stati Uniti anche sul fronte ad Ovest (sia pure su un fronte che risulta certamente meno importante e decisivo di quello francese auspicato da Roosevelt e da Stalin): sale alla ribalta la figura di Eisenhower, del «burocratico» ma tenace mediatore, in Europa, delle direttive della Casa Bianca e del Pentagono; come già da tempo sul Pacifico la direzione militare (ma presto anche politica) della guerra si avvia a passare saldamente nelle mani di Washington, mentre meno incisive si fanno le iniziative di diversione e di disturbo della strategia e della diplomazia britannica.
Nelle medesime settimane, Guadalcanal segna la fine della spinta in avanti della pressione nipponica, l'inizio del rovesciamento del conflitto anche in estremo Oriente. Sul fronte russo, poi, matura una svolta determinante:

L'epilogo vittorioso della gigantesca battaglia di Stalingrado — scrive Sherwood — mutò il corso della guerra e dell'immediato futuro. Per l'effetto di una sola battaglia — cui la durata e le enormi perdite già attribuivano le proporzioni di una guerra — la Russia riacquistò quella posizione di potenza mondiale che le competeva per le virtù e l'entità della popolazione. Roosevelt era conscio di dover guardare, al di là delle campagne militari del '43, al futuro assetto del mon­do nel dopoguerra.
L'«archivio» di Hopkins registra il nuovo corso assunto dagli avvenimenti. Mentre Churchill, a metà novembre, chiede una nuova conferma degli Stati Maggiori americani, Roosevelt risponde:
«Ritengo che dovremo disporre una conferenza strategica di carattere militare tra Russia, Gran Bretagna e Stati Uniti non appena avremo ricacciati i tedeschi dalla Tunisia. [. .] Ho la sensazione precisa che dobbiamo sederci a un tavolo con i Russi. È mio parere che la conferenza si possa tenere al Cairo o a Mosca».
Roosevelt — annota Sherwood — si era ormai infatti convinto che i mag­giori problemi strategici del futuro non potessero essere regolati dai capi di Stato Maggiore e che fosse necessario un incontro personale tra il Presidente, il Primo ministro e Stalin. Hopkins influì moltissimo in tal senso su Roosevelt.
Qualche giorno dopo, il capo della Casa Bianca incarica Harriman di discutere con Churchill «la proposta di una conferenza fra i tre Grandi, riferendogliene personalmente e non attraverso le normali vie del Dipartimento dia Stato ». La stessa proposta è inoltrata a Stalin, tramite Litvinov. Il Maresciallo però preferisce prendere tempo: «appunti di Hopkins in viaggio per Casablanca confermano che Sta­lin rifiutò per due volte il pressante invito di Roosevelt, adducendo la sua continua preoccupazione per la situazione militare del fronte russo». La prudenza e la diffidenza del leader sovietico sono ben note. Prima di impegnarsi in una conferenza, che potrebbe essere decisiva per i decenni futuri, Stalin vuole avere saldamente in mano il controllo del suo fronte e attendere che si chiariscano le più generali prospettive aperte dall'intervento americano ad occi­dente.
A Casablanca, pertanto, l'incontro è ancora a due », ma per la prima volta vi è tra gli alleati «occidentali» un rapporto di forza che rende vano in partenza ogni tentativo di Churchill di trattare da pari a pari. Fino al novembre del 1942 gli Stati Uniti si sono limitati, in sostanza, a tamponare con un incessante flusso di aiuti e di forniture aereo-navali le falle che si venivano aprendo nei vari fronti «imperiali» della Gran Bretagna, e, per parte loro, a impedire che l'avanzata giapponese nel Pacifico si tramutasse in una disfatta senza ritorno. Ora invece, dopo la diretta assunzione delle ope­razioni belliche nell'Africa nord-occidentale, il peso degli Stati Uniti è divenuto di gran lunga maggiore, sicché la direzione strategica della guerra ad Ovest, come già nel lontano Oriente, viene di fatto a tro­varsi nelle mani di Marshall.
Churchill, che ha subito avvertito il mutamento, cerca di reagire. In un famoso discorso, dopo aver riassunto in termini deliberatamente cauti il punto della situazione militare («questa non è la fine della guerra, non è neanche il principio della fine, ma è, forse, la fine del principio»), lancia con orgogliosa audacia il guanto di sfida al partner d'oltre Oceano:
«Lasciate che metta in chiaro, per il caso che possa nascere un equivoco, che noi intendiamo mantenere quel che è nostro. Non sono diventato il Primo ministro del Re per presiedere alla liquidazione dell'Impero britannico». Churchill — commenta Sherwood — aveva atteso a lungo che gli si offrisse l'occasione di dire queste parole. Aveva sofferto e ribolliva di dentro quando Roosevelt aveva insistito perché fosse instaurata un'India indipendente e confederata, quan­do aveva proclamato che i principi della Carta Atlantica dovevano estendersi anche al Pacifico e all'Oceano Indiano e a tutta quanta la terra, quando i governi australiano e neozelandese insistevano per ritirare le divisioni di prima schiera dal Medio Oriente, e qualche volta aveva consentito a riferirsi all'Impero come al Commonwealth britannico. Ma ora, che si sentiva ravvivare dal vino della vittoria, gridò a tutti e a ciascuno, amici e nemici, la sfida cui non aveva rinunciato, neppure per un istante: «Qui siamo e qui rimaniamo, autentica roccia di salvezza in questo mondo alla deriva».
Si tratta, però, di parole; la risposta di Roosevelt non si farà attendere e sarà, nei fatti, durissima. E' appunto la conferenza di Casablanca che offre l'occasione di porre le carte in tavola.

«Resa incondizionata»

All'inizio dei colloqui Churchill tenta di prendere l'iniziativa, proponendo « di far uso delle basi africane (una volta conquistata tutta la costa mediterranea e impiantatevi le basi navali) per colpire il basso ventre dell'Asse, con efficace potenza e nel più breve tempo possibile ». La penisola italiana e le sue isole, Creta, Rodi, iI Dodecanneso e il territorio greco devono costituire gli obiettivi immediati dell'avanzata alleata, mentre, contemporaneamente, un'adeguata pres­sione inglese dovrebbe indurre la Turchia a scendere in guerra. L'intento della strategia churchilliana è evidente: da un lato, ritardare ulteriormente i tempi di uno sbarco alleato (ma, nel concreto, americano) in Francia, dall'altro, cercare di «battere in velocità» l'«Armata Rossa» nella liberazione dell'Europa centrale (e così ottenere il triplice scopo di contenere l'Unione Sovietica, rendere inutile l'apertura di un nuovo fronte in Occidente, salvare il salvabile. della tradizionale influenza britannica nel cuore del continente).
Ad onta degli sforzi di Churchill, la conferenza marocchina si conclude invece con un documento sulla condotta della guerra che, nella sostanza, riflette le ben diverse esigenze della politica rooseveltiana. La vera sorpresa di Casablanca, il fatto nuovo che ne qualifica storicamente i lavori, si ha però nella conferenza stampa conclusiva del 24 gennaio 1943, durante la quale, appunto, Roosevelt fa inaspettatamente esplodere la bomba della «resa incondizionata». Scrive Sherwood:

Il 31 gennaio, giorno del ritorno del Presidente a Washington, ebbe termine la battaglia di Stalingrado, con la cattura del maresciallo von Paulus e di circa sedici generali, insieme con i resti delle truppe germaniche accerchiate. Ora la via della vittoria appariva a molti simile ad una larga e liscia carrozzabile, senza intralci di sorta, e già incominciavano le discussioni sulla frase «resa incondizionata» che si sarebbero protratte per tutta la guerra e probabilmente si prolun­gheranno a lungo nella storia.
Molti periti della propaganda, inglesi e americani, ritennero che tali parole avrebbero resa ferrea la disperata resistenza tedesca, giapponese e italiana.
Altri invece erano nettamente contrari al principio della resa incondizionata, e ancora oggi mentre scrivo, nell'anno 1948, attribuiscono i guai del dopoguerra all'averla imposta alla Germania. In questo libro mi asterrò dall'esaminare tale tesi.
Scrissi a Winston Churchill, chiedendogli se avesse discusso quella formula con Roosevelt prima della conferenza stampa, ed eccone la risposta:
«Udii le parole "resa incondizionata" per la prima volta dalle labbra del Presidente alla conferenza. Bisogna ricordare che allora nessuno aveva il diritto di proclamare che la vittoria era sicura. Per tanto, la parola d'ordine era "prudenza". Io, personalmente, non avrei usato quelle parole, ma appoggiai il Presidente e difesi spesso quella decisione. È falso insinuare che ciò abbia prolungato la guerra. Era impossibile trattare con Hitler. Era una pazzo che disponeva del potere supremo e deciso a giocare sino in fondo tutte le sue carte, cosa che fece; e così facemmo noi pure».
Roosevelt stesso sollevò Churchill da ogni responsabilità per quella dichiara­zione, aggiungendo anzi che, dal canto suo, era stata una frase estemporanea. «Ebbi tanti guai — dichiarò — per mettere insieme quei due generali francesi, che pensai fra me fosse altrettanto difficile come fare incontrare Grant e Lee. Seguì, subito dopo, la conferenza stampa; Winston ed io non avemmo tempo di prepararci; mi passò per il capo che Grant era stato chiamato "il vecchio che volle la resa incondizionata" e prima ancora che me ne fossi reso conto, l'avevo detto».
Roosevelt, per motivi suoi, si compiaceva spesso di dipingersi come una tipo alquanto leggero, non abbastanza preoccupato delle conseguenze di osservazioni fortuite. In questa spiegazione, che fa pensare ad una frase sfuggitagli dalle labbra, certamente non rende giustizia a se stesso. Quell'annuncio della resa incondizionata, infatti, venne deciso dopo ponderato esame. Se sia stato saggio o pazzesco, se abbia prolungato o abbreviato la guerra, o se, ancora, non abbia avuto alcun effetto sulla sua durata (il che è possibile), si trattava ad ogni modo d'una dichiarazione che corrispondeva pienamente alla ponderata politica di Roosevelt, che respinse ogni suggerimento di ritrattare, o per lo meno attenuare, quella dichiarazione, insistendo in tale rifiuto sino al giorno della sua morte. Anzi, ebbe a ribadirla moltissime volte.
Quanto al fatto che Roosevelt volesse far credere d'essere andato impreparato alla conferenza, Hopkins scrisse nelle sue note che Roosevelt, mentre parlava, consultava degli appunti. Le fotografie della conferenza lo ritraggono con in mano molti fogli, accuratamente preparati in precedenza. Queste pagine contenevano il seguente periodo:
«Il Presidente e il Primo ministro, dopo un completo esame della situazione bellica mondiale, sono più che mai decisi che la pace possa raggiungersi soltanto con la totale eliminazione della potenza militare tedesca e giapponese. Ne viene di conseguenza che l'obiettivo dia questa guerra sia da impostare nella semplice formula della resa incondizionata per la Germania, l'Italia e il Giappone. La resa incondizionata da parte loro significa una ragionevole garanzia di pace mondiale per alcune generazioni. La resa incondizionata non significa la distruzione della popolazione tedesca, italiana o giapponese, ma significa la distruzione dell'ideologia, in Germania, in Italia e al Giappone, basata sulla conquista e sulla sottomissione di altri popoli».
Quel che Roosevelt diceva era che non ci sarebbe stata una pace negoziata, non ci sarebbe stato nessun compromesso con nazisti e fascisti, nessuna «scappatoia», come i quattordici punti, che potesse portarci ad un nuovo Hitler. (L'ombra di Woodrow Wilson gli si affacciava ancora alle spalle). Roosevelt volle che questa decisione, di non scendere a compromessi, fosse radicata negli Americani, come nei Russi e nei Cinesi, nei Francesi e nei popoli delle altre nazioni occupate; volle far bene entrare in testa anche ai Tedeschi che, né continuando con la forza, né orientandosi verso un nuovo spirito di ragionevole moderazione, il loro Fűhrer avrebbe potuto ottenere per loro una pace mite. Egli volle garanti­re che, una volta vinta la guerra, fosse vinta davvero. [...]
Una cosa è certa, riguardo alla dichiarazione di Roosevelt: quando la pronun­ciò, egli aveva gli occhi ben aperti.
Le notazioni di Sherwood sono senza dubbio pertinenti. Per conchiudere il discorso, diremmo che tre sono, essenzialmente, i motivi che spingono Roosevelt a «gettare il dado» della «resa incondizionata».
In primo luogo, il Presidente ha ormai la certezza di poter scavalcare senza eccessivi problemi le remore frapposte dall’alleato bri­tannico (l'eleganza e l'energia con cui, sempre a Casablanca, il leader americano risolve la spinosa «questione francese» — Churchill ha invano tentato di «pompare» oltre misura il ruolo del generale De Gaulle - costituiscono in merito un'ulteriore testimonianza). In secondo luogo, la scelta in favore della «resa incondizionata» viene ad aprire naturalmente la strada a quell'incontro diretto con Stalin, a cui Roosevelt tiene ormai in maniera primaria per consolidare e innervare, nei termini sui quali più volte ci siamo soffermati, la nuova strategia internazionale degli Stati Uniti: è chiaro, infatti, che l'indicazione rooseveltiana non può non tranquillizzare il Capo del Cremlino circa le possibilità di spregiudicati « giri di valzer » degli alleati oc­cidentali alle spalle dell'Unione Sovietica.
E ciò appunto perché (e siamo al terzo, ma non ultimo, motivo del gesto di Casablanca) la «resa incondizionata» si configura subito come lo strumento principe per un organico e positivo rimescolamento delle carte nei tradizionali equilibri europei. Bloccando qualsiasi vel­leità di «pace separata», liquidando sul nascere i tentativi di stabilire un compromesso (in nome della «difesa dell'Occidente» dalla «barbarie comunista») con le istituzioni, gli uomini, i corpi sociali e le forze politiche che hanno «collaborato» con i governi fascisti e puntando invece alla secca e totale capitolazione dell'avversario, Roosevelt persegue in realtà un duplice obiettivo ( al cui consegui­mento pure Stalin è evidentemente interessato): escludere ogni possibilità di salvataggio in extremis della Germania, e spalancare quindi al1'esercito sovietico, vittorioso a Stalingrado e ormai prossimo alla controffensiva, le vie dell'Europa centrale e danubiana; al tempo medesimo, coinvolgere sino in fondo nel tracollo dei regimi fascisti i «fiancheggiatori» che con essi hanno comunque colluso, e aprire così la strada a un radicale rinnovamento della dinamica sociale e politica del Vecchio Continente. L'esplosione della Resistenza - e il ruolo di avanguardia svolto in essa dai partiti e dalle organizzazioni più omogenei alla realtà del proletariato - dimostrerà ben presto come i «calcoli» dia Roosevelt fossero tutt'altro che sbagliati.

Tentativi di diversione e nuovi passi in avanti

Ai primi di Aprile, Churchill propone a Hopkins di incontrarsi in Africa settentrionale con Marshall, Brooke ed Eisenhower per de­cidere le nuove mosse della strategia alleata. Il rifiuto americano è cortese, ma netto: venga piuttosto Churchill a Washington con lo Stato Maggiore inglese e Roosevelt sarà «lieto di ospitarli».
È probabile che il premier britannico intendesse profittare della latente irritazione dei sovietici per il ritardo del secondo fronte e per gli stessi indugi dell'avanzata in Tunisia al fine di rilanciare la sua proposta di un'«operazione in grande stile contro il ventre mol­le» dello schieramento tedesco; sta di fatto che, giunto «non senza disappunto» nella capitale americana, egli trova comunque Roosevelt più «ostinato che mai» a mettere in atto L'Overlord, lo sbarco sulle coste francesi.
Né basta. Proprio nelle medesime settimane, il Presidente degli Stati Uniti prende l'iniziativa di proporre a Stalin un incontro diretto «a due» in Unione Sovietica, «prima di una qualsiasi riunione ufficiale fra i tre grandi».

Il Presidente riteneva infatti che gli sarebbe riuscito di rompere più facilmente il ghiaccio se non fosse stato presente Churchill, una volta annodate relazioni personali, più tardi sarebbe stato possibile un incontro tra i «Tre Grandi» Dopo un'udienza di undici ore con Stalin, Davies riferì che la proposta aveva suscitato un'infinità di domande sospettose sui fini dell'incontro, ma Stalin s'era convinto che lo scopo fosse semplicemente amichevole e acconsentì ad incontrarsi con Roosevelt il 15 luglio, prevedendo un rinvio di due settimane qualora gli sviluppi sul fronte orientale l'avessero richiesto.
Harriman, a sua volta, è incaricato di ottenere l'assenso di Churchill. Nella relazione che invia a Roosevelt, non riesce a nascondere l'irritazione e l'imbarazzo del premier britannico:
«Non ho alcun dubbio — scrive — sul suo sincero desiderio e sul suo proposito di appoggiarvi nella decisione che finirete per prendere, quale che sia, e benché debba mettere in risalto ch'egli sarà deluso se non vi interverrà, sono sicuro che lo prenderebbe in buona parte e che ciò, alla lunga, contribuirebbe a migliorare più che a peggiorare le vostre relazioni con lui.
Se l'incontro a tre si terrà in un termine ragionevolmente breve, dopo il vostro incontro da solo, egli riconoscerà, secondo me, la logica del succedersi storico di due incontri a due che culminano in un terzo convegno di tutti e tre».
Qualunque cosa — precisa Sherwood — Churchill abbia detto a Harriman che potesse essere indizio di comprensione e di accettazione della proposta di Roosevelt, certo è che non perse tempo per far tutto quel che stava in lui per impedire quel «tête-a-tête». [...]
Harriman aveva appena lasciato il numero 10 di Downing Street, alle ore piccole, che Churchill s'era già messo al lavoro per stendere un dispaccio a Roosevelt, avanzando la controproposta d'una conferenza preliminare dei tre ministri degli Esteri (Eden, Molotov e Hull o Welles) per appianare vari punti controversi, prima d'un incontro qualsiasi fra i Tre Grandi o fra due di essi.
I sovietici, che appaiono ormai sempre più interessati a stringere i contatti, non fanno mancare il loro assenso. Esso giunge alla metà di agosto, mentre la conferenza di Quebec (Quadrante), convocata per discutere il problema italiano all'indomani del 25 luglio, è alle ultime battute.
I rapporti da tenere con il governo Badoglio costituiscono per Roosevelt e Churchill un'ulteriore occasione di scontro. Ricorda Sherwood:
Poco dopo la resa italiana, Hopkins scrisse in proposito le sue opinioni personali:
«Mi fido poco, tanto del Re come di Badoglio. Certamente nessuno dei due, neanche mettendoci tutta la buona volontà, può essere considerato come il rappresentante d'un governo democratico.
Riconoscerli è facilissimo, ma in seguito sarà spaventosamente difficile but­tarli a mare.
Certamente non mi garba l'idea che questi ex-nemici mutino opinione quando sanno che stanno per essere battuti e passino dalla nostra parte per ottenere d'essere aiutati a mantenere il potere politico.»
Tuttavia — riprende Sherwood — rispetto alla nuova situazione italiana, il Dipartimento di Stato non fu quello the svolse la parte di primo piano, poiché era in giuoco una semplice e fredda valutazione di carattere militare. Il generale Eisenhower e i capi di Stato maggiore uniti si rendevano conto degli enormi van­taggi offerti dall'esistenza d'un Governo italiano, indipendentemente dal suo colore politico, che avesse i poteri per una resa immediata. L'immediatezza di tale resa era soprattutto importante, in quanto gli Alleati volevano raggiungere Napoli, Foggia e Roma medesima, prima che i Tedeschi potessero rinforzare tali località. Inoltre vi fu l'elemento che finì per rivelarsi più importante, v'era il radicato convincimento di Winston Churchill che la monarchia costituzionale fos­se per gli Stati europei la più salda e stabile forma di governo. Churchill era net­tamente favorevole al mantenimento della Casa Savoia, così come più tardi si ostinò a voler restaurare il Re in Grecia. [...]
Sul terreno militare, le decisioni principali prese a Quebec furono la conferma della data fissata (1° maggio 1944) per L'Overlord e la costituzione del comando dell'Asia sudorientale sotto Mountbatten, con Stilwell come delegato dei comando supremo alleato.
Churchill non s'era affatto riconciliato all'idea di una invasione in Normandía o di qualsiasi altra operazione in grande stile nell'Europa occidentale. In ar­monia con gli accordi adottati tre mesi prima alla conferenza Trident, un piano di massima per l'invasione era stato tracciato a Londra, dando quindi inizio al suo completamento, ma l'esperienza del '42, quando le decisioni adottate nell'aprile erano state capovolte in luglio, fece temere che la conferenza di Quebec si chiudesse con un altro mutamento di decisione, a favore di qualche operazione «eccentrica » a carattere diversivo nel settore mediterraneo, per colpire ancora il «basso ventre». Churchill prospettò i suoi abituali diversivi, ma furono respin­ti decisamente.
Si decise anche a Quebec (per la prima volta, a quanto ne so) di attuare, a complemento degli sbarchi in Normandia, altri sbarchi di truppe americane e fran­cesi armate di recente, nel settore della Francia meridionale e precisamente nella zona Tolone-Marsiglia. Churchill si oppose strenuamente a tale operazione (che andò sotto il nome di Anvil prima e quindi di Dragoon) sino a che, pochi giorni prima dell'attuazione, il 15 agosto '44, imbarcatosi su di un caccia inglese nel Mediterraneo, non ebbe ad agitare con visibile entusiasmo il segno della vittoria alle truppe stupite, che erano dirette alle spiagge della Riviera francese.
Tra le testimonianze più significative dei colloqui del Quadrante va infine considerato un «appunto» del Consigliere Speciale di Roo­sevelt:
Hopkins — annota Sherwood — aveva con sé alla conferenza di Quebec un documento intitolato «La posizione della Russia», citato come « una valuta­zione strategica di un'altissima autorità militare degli Stati Uniti» (senza che la fonte fosse meglio precisata). In tale documento si affermava tra l'altro:
«La Russia occuperà una posizione dominante in Europa dopo la guerra. Con la disfatta germanica, non vi sarà in Europa nessuna potenza che possa op­porsi alla sua enorme forza militare. E’ vero altresì che l'Inghilterra sta creandosi nel Mediterraneo una posizione che possa servire nei confronti della Russia ad equilibrare la situazione europea. Tuttavia, anche in quel settore non riuscirà a bloccare la Russia, a meno che non riceva altri aiuti.
Date queste premesse, le conclusioni sono ovvie. Poiché la Russia è il fattore decisivo in questa guerra, bisogna darle ogni assistenza e compiere ogni sforzo per ottenerne l'amicizia. E poiché ancora, senza dubbio, con la disfatta dell'Asse, essa dominerà l'Europa, è ancora più essenziale sviluppare e mantenere le relazioni più amichevoli con la Russia.
Infine, il fattore più importante da prendersi in considerazione dagli Stati Uniti riguardo alla Russia è il proseguimento della guerra nel Pacifico.
Con la Russia alleata contro il Giappone, la guerra può essere terminata in un tempo più breve e con minor spreco di vite e di risorse che senza il suo aiuto. Se si dovesse condurre la guerra nel Pacifico con una Russia poco amica o addirittura avversa, le difficoltà sarebbero enormemente accresciute e le operazioni potrebbero fallire».
Questa valutazione ebbe senza dubbio grande importanza nel determinare la linea di condotta che portò alle decisioni di Teheran e di Yalta.
Non a caso, è proprio in questa fase del conflitto mondiale che Stalin prende la decisione di sciogliere la Terza Internazionale. Si tratta di una scelta storica, sulla quale non si tornerà più indietro; neppure quando la «guerra fredda» e la costituzione del Comintern sembreranno averla quasi vanificata. In realtà, essa segna una svolta nella iniziativa politica del movimento operaio, una svolta, ci pare quasi inutile sottolinearlo, che appare direttamente sollecitata dalle nuove prospettive di sviluppo offerte dall'incontro tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti.
Ai primi di novembre la Conferenza di Mosca dei tre ministri degli Esteri apre la strada al «vertice» di Teheran. I colloqui del Cremlino si «risolvono in un successo» e, come ricorda Sherwood, provocano notevoli effetti sull'opinione del Congresso americano:
Il 5 novembre, al ritorno di Hull da Mosca, il Senato approvò con ottantacinque voti contro cinque l'ordine del giorno Connally sulla collaborazione postbellica per assicurare il mantenimento della pace, e sulla istituzione di un'organizzazione internazionale di carattere generale, che fosse una nuova Lega del­le Nazioni.
Si può notare che uno dei cinque voti contro quella mozione fu dato da Hiram Johnson che aveva fatto parte dell'agitata minoranza che aveva sconfitto Wilson nel 1919. Questa nuova e decisa iniziativa del Senato contribuì a rafforzare in misura eccezionale la posizione di Roosevelt quando in seguito s'imbarcò per la prima conferenza dei Tre Grandi a Teheran. Servì infatti ad ammonire le Nazioni Unite che nel regolamento dei problemi della seconda guerra mondiale, contrariamente a quanto s'era verificato per la prima, Roosevelt aveva l'appoggio del potere legislativo che era venuto meno a Wilson, con così disastrose conseguenze. Insomma, non ci sarebbe stata una seconda Versailles. Ancora una volta, Roosevelt era conscio dell'ombra di Wilson, che aveva visto la vittoria sui campi di battaglia soltanto per vedersela tolta di mano sul colle capitolino, quando una minoranza di senatori fu in grado di suscitare una sollevazione che bastò a rinnegare il Presidente e la Lega delle Nazioni.

Dal Medio Oriente alla Cina

Ma al di dà del «fronte interno», è sempre quello dei rapporti con Londra che continua a costituire il motivo di maggiore preoccupazione per Roosevelt. La ventilata nomina di Marshall a comandante supremo di tutte le forze armate anglo-americane destinate all'«attacco della fortezza europea» solleva nuove difficoltà e nuovi attriti. Scrive Sherwood:

Dietro le obiezioni mosse da Churchill a che Marshall avesse tutti i poteri nella condotta della guerra in Europa, stava il suo preciso proposito di giocare da sé la sua partita nel Mediterraneo orientale, teatro d'operazioni che gli era quanto mai caro. Anzi, verso la fine di settembre, Churchill aveva autorizzato il generale Sir Henry Maitland Wilson, comandante del Medio Oriente, alle spedizioni per la presa delle isole di Coo, Samo e Lero nell'Egeo. Successivamente, i Tedeschi riconquistarono quelle isole con forze aeronavali. A Lero gli Inglesi persero circa 5.000 dei loro uomini migliori, mentre quattro incrociatori e sette caccia vennero affondati o danneggiati. Fu un sorprendente e umiliante ripiegamento, verificatosi proprio in un momento in cui i Tedeschi parevano aver perso ogni capacità di iniziativa, Churchill desiderava disporre per un'immediata riunione con Marshall e Eisenhower ad Algeri, al fine di avviare altre azioni diversive nel Mediterraneo, e dalle note di Hopkins risulta che ci sia stato, a proposito del fiasco nel Dodecanneso, uno scambio telefonico di parole piuttosto brusco. Hopkins informò Churchill che era da escludere la partecipazione di Marshall ad un altro convegno e che qualsiasi proposta per eventuali nuove azioni avrebbero dovuto essere trattata dai capi di Stato maggiore uniti.
Alla prima conferenza del Cairo ( Roosevelt, sulla via di Teheran, si incontra nella seconda metà del novembre '43 con Churchill e Ciang Kai-Scek ) è invece il problema cinese al centro del dibattito ( e delle polemiche), Diamo ancora la parola a Sherwood:
In tutte queste discussioni, rimaneva sempre insoluto il problema dell'importanza della Birmania rispetto ai diversi eventuali campi di battaglia del Paci­fico, e questo conduceva ad una domanda ancora più vasta, cioè dell'importanza della Cina come fronte di guerra. Non v'è dubbio che Roosevelt e í generali americani considerassero essenziale il mantenimento del fronte cinese.
Churchill considerava con scarsissimo entusiasmo le proposte di vaste operazioni in Birmania, considerandola un avamposto dell'Impero più che una zona strategicamente importante. Desiderava scacciarne i Giapponesi, non tanto per aprirsi la strada alla Cina, quanto per vendicare un insulto mortale al prestigio imperiale; né gli garbava l'idea che gli Americani, e meno ancora i Cinesi, aves­sero la loro parte di merito nel liberare quella regione. Sostenne sempre il progetto che si riaprisse la via di rifornimento alla Cina per sostenere il morale dei Cinesi e per mantenere in guerra quella enorme massa di uomini, ma è evidente che lo fece per riguardo ai sentimenti di Roosevelt, o forse a quelli che conside­rava i suoi «capricci», non perché ne fosse profondamente convinto.
Gli obiettivi più importanti nell'Asia sudorientale, secondo Churchill, erano quelli che si riferivano alla restaurazione della potenza britannica a Singapore e Hongkong.
Nell'Asia sud-orientale Inglesi e Americani combattevano due guerre diverse per due fini diversi, e il Governo cinese del Kuomintang ne combatteva dal canto suo una terza, per fini che gli erano propri.

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