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Premessa...

In questa nona e ultima puntata del saggio sono trascritte le pagine da 186 a 196 dei “Quaderni della Rivista Trimestrale”, n.42/inverno 1974-75


Filippo Sacconi:
LA SECONDA GUERRA MONDIALE E I NODI DI UNA NUOVA
EGEMONIA INTERNAZIONALE NELLE CARTE DI HARRY HOPKINS
(nona puntata)

Teheran: «Eureka»

La conferenza del Cairo, che costituisce il naturale preludio per Roosevelt all'incontro diretto con Stalin, non può non ribadire — per l'ennesima volta e in termini prossimi quasi alla rottura — le diver­genze anglo-americane a proposito del fronte europeo.

Si tenne una riunione tra Roosevelt, Churchill e i capi di Stato maggiore uniti, con Hopkins unico borghese presente, nella quale venne compiuto un giro di orizzonte delle prossime operazioni in Europa, in vista delle imminenti discussioni con Stalin. Churchill espose un lungo riassunto della situazione generale, passando in rivista la lunga serie di successi alleati nel Mediterraneo, che nelle ultime settimane si erano mutati in una serie di insuccessi sul fronte italiano a nord di Napoli e nel Dodecanneso. Sostenne che, malgrado i notevoli rinforzi inviati dai Tedeschi sul fronte italiano, la campagna alleata avrebbe dovuto essere più che mai intensificata allo scopo di prendere Roma al più presto, perché «chiunque detiene Roma detiene l'Italia». Sottolineò in modo particolare che il suo vivo interesse per l'Overlord non era affatto scemato, ma fece presente che questa operazione di grande importanza non doveva «tiranneggiare» tutte le altre operazioni nel Mediterraneo, tra cui citò la presa di Rodi, che era stata l'obiettivo finale della recente disgraziata campagna del Dodecanneso. Disse che, una volta raggiunta la linea Pisa-Rimini, si sarebbe potuto decidere sulla mossa successiva che poteva compiersi a sinistra (verso la Francia meridionale) o a destra (nei Balcani). I capi di Stato maggiore statunitensi non avevano dubbi sul significato di tutte queste affermazioni ed erano sicuri che, tutte le volte che l'ostinato Primo ministro incominciava a parlare di Rodi o dì deviare a destra dall'Italia settentrionale, riprendeva ad appoggiare quelle azioni diversive nell'Europa sud-orientale, allontanandosi dalla Francia settentrionale. Si prepararono quindi a sostenere a Teheran una battaglia nella quale avrebbero formato un fronte unito con i Russi.
Che per le fortune «imperiali» britanniche si preparino giorni difficili Churchill deve avvertirlo fin dal suo arrivo a Teheran: Roosevelt si incontra con Stalin, prima ancora dell'apertura ufficiale della Conferenza mentre rifiuta il giorno successivo un tête-à-tête col Pri­mo ministro.
Roosevelt raggiunse la sua nuova residenza nel pomeriggio alle tre, e un quarto d'ora dopo Stalin venne a visitarlo. Fu questo il primo incontro tra i due capi, dell'Unione Sovietica e degli Stati Uniti. Oltre al Presidente e a Stalin gli unici due presenti furono gli interpreti, Bohlen e Pavlov. Roosevelt accolse Stalin con questa dichiarazione: «Sono lieto di vedervi. È da molto che ho cercato questo incontro». Stalin, «dopo aver espresso adeguatamente il suo piacere d'incontrarsi col Presidente, rispose che la colpa del ritardo nell'incontro era sua ed era da attribuirsi al fatto che era stato occu­patissimo dei problemi militari». Roosevelt s'informò di come procedessero le cose sul fronte russo, e Stalin tracciò un quadro realistico della situazione, che era in certo modo meno favorevole di quanto risultava dalle informazioni in possesso degli alleati occidentali. Il Presidente disse che fra i principali argo­menti da discutersi a Teheran erano previste misure che avrebbero rimosso da trenta a quaranta divisioni tedesche dal fronte orientale e Stalin affermò che ciò sarebbe stato molto utile. Roosevelt disse quindi che alla fine della guerra la flotta mercantile angloamericana avrebbe raggiunto tali proporzioni da superare i bisogni delle due nazioni, e pensava che alcune di queste navi avrebbero dovuto essere messe a disposizione dell'Unione Sovietica. Al che Stalin rispose che una flotta mercantile adeguata sarebbe stata molto utile, non soltanto all'Unione Sovietica, ma anche allo sviluppo, nel dopoguerra, delle relazioni russo-americane, il cui incremento egli auspicava. Aggiunse che, se gli Stati Uniti avessero fornito le attrezzature all'Unione Sovietica, questa avrebbe messo a disposizione grandi quantità di materie prime.
Si discusse a lungo della Francia e Stalin sorprese il Presidente esprimendo l'opinione che Pétain rappresentasse meglio di De Gaulle «la vera Francia». In questa occasione, come in altre, Roosevelt ebbe la certezza che Stalin ritenesse che i veri sentimenti francesi fossero espressi dai collaborazionisti più che dalla Resistenza.
Un accenno all'Indocina portò la conversazione sull'Estremo Oriente e Roosevelt mise Stalin al corrente dei colloqui con Ciang Kai-scek e dei piani per l'offensiva in Birmania.
Alle quattro, giunsero Churchill e i capi di Stato maggiore uniti, per la prima seduta plenaria della conferenza di Teheran che portò l'esultante nome di Eureka. Erano pure presenti alla prima seduta Hopkins, Eden e Molotov. E' da notare che per tutta la durata dei lavori Hopkins funzionò da segretario di Stato nei confronti degli altri due ministri.
Stalin e Churchill furono d'accordo nell'attribuire a Roosevelt la presidenza della seduta, che egli aprì esprimendo la sua soddisfazione di poter dare il benvenuto ai Russi come «nuovi membri del circolo familiare» e assicurandoli che queste riunioni erano sempre condotte come fra amici, in assoluta fran­chezza. Credeva che le tre nazioni rappresentate avrebbero collaborato intimamente non soltanto per la durata della guerra, ma anche nel futuro. Churchill disse che era qui rappresentata la più grande e potente coalizione che mai il mondo avesse visto e che la felicità futura dell'umanità era nelle mani dei presenti, e formulò una preghiera perché fossero all'altezza di questa possibili­tà che il Cielo aveva loro offerto. Anche Stalin disse che quell'incontro fraterno rappresentava veramente una grande possibilità e che toccava ai presenti di fare un saggio uso del potere loro attribuito dai rispettivi popoli.
La gamma degli argomenti trattati nella conferenza di Teheran è così ampia e varia che è praticamente impossibile qui ricordarli tutti; d'altra parte, la ricostruzione fatta da Sherwood sulla base della «carte» di Harry Hopkins si discosta sostanzialmente dalle indiscrezioni e dai resoconti dei diversi partecipanti a quello storico incontro. Ci limitiamo, pertanto, a un semplice riassunto di massima.
Sull'Overlord, innanzi tutto, Roosevelt, Hopkins e Marshall appoggiano decisamente Stalin contro i reiterati tentativi di diversione mediterraneo-balcanici di Churchill e dello Stato Maggiore inglese: lo sbarco in Francia viene fissato in modo definitivo per la primavera-estate del 1944 (il Presidente, sulla via del ritorno a Washington, scioglie anche la controversa questione del Comandante supremo delle operazioni anglo-americane nell'Europa occidentale e nomina a tale carica Eisenhower). Quanto alla guerra in Estremo Oriente, si concorda che, sconfitta la Germania, l'Unione Sovietica si sarebbe unita agli angloamericani contro il Giappone.
Viene inoltre discussa l'organizzazione delle Nazioni Unite e, in particolare, di quel suo speciale comitato che prenderà il nome di Consiglio di sicurezza: i suoi membri permanenti saranno USA, URSS, Inghilterra e Cina. Per i problemi del dopoguerra, si dibatte a lungo, infine, il trattamento da riservare alla Germania e al Giappone: in proposito, Roosevelt si dice «d'accordo al cento per cento col Maresciallo Stalin» sulla necessità di «occupare militarmente le basi necessarie ad opporsi alla Germania e al Giappone» e sull'oppor­tunità di prendere tutte le misure, compreso lo smembramento, per liquidare ogni possibilità di ritorno della Germania medesima al ruolo di potenza europea.

«Gigantes autem…»

Questi, dunque, i risultati della conferenza di Teheran. Aggiunge Sherwood:

I resoconti di queste riunioni sono scritti con tanta circospezione da velare ampiamente il dramma latente, tuttavia troppo importante per poter rimanere nascosto del tutto. Non si può fare a meno di leggere questi verbali volutamente asciutti e cauti, senza ricavarne la sensazione che in quel momento dei giganti stavano decidendo sul futuro del nostro pianeta. Erano veramente i «Tre Grandi». Churchill fece uso di tutte le sue risorse oratorie, di tutte le brillanti locuzioni e circonlocuzioni in cui eccelleva, mentre Stalin maneggiava la mazza con costante indifferenza per tutte le finte e le schivate del suo esperto avversario. Roosevelt, che per comune consenso era il moderatore, l'arbitro e quegli cui toccava la decisione finale, stava in mezzo tra i due. I suoi interventi erano rari e a volte sconcertanti per lo scarso rilievo, ma più volte, a Teheran come a Yalta, fu evidente che l'ultima parola era sua. Ed era sempre Churchill a farne le spese.
La sera del 2 dicembre '43 Roosevelt prende congedo da Stalin:
Il Presidente era convinto che le ultime parole della dichiarazione di Teheran («Siamo venuti qui pieni di speranza e di decisione e ci lasciamo da amici negli atti, nello spirito e nei propositi») non fossero semplici parole. Su molti punti non aveva condiviso le idee dei due uomini con i quali aveva trattato, e aveva trovato Stalin molto più rigido di quel che s'aspettasse e a volte anche volutamente sgarbato, mentre l'instancabile difesa fatta da Churchill delle proprie concezioni strategiche era stata tale da mettere più del solito a dura prova la sua pazienza; ma, se nei due uomini c'era un difetto la cui assenza maggiormente spiccava, era l'ipocrisia, perché quanto in entrambi v'era di grande come di spiacevole, era talmente evidente che non v'era maschera sufficiente a nasconderlo.
Se mai si può indicare un vertice nella carriera di Roosevelt, credo che esso coincida con la conclusione della conferenza di Teheran. Fu ad ogni modo certamente l'apice della carriera di Harry Hopkins.
Sulla via del ritorno in patria, Roosevelt si reca di nuovo al Cairo, dove Churchill dà fondo alle sue capacità di seduzione e alle sue virtù oratorie per cercare di convincere Ineonu a far scendere in guerra, a fianco dell'alleanza antinazista, la Turchia. E', in pratica, l'ultimo tentativo di sabotare l'Overlord, tenendo in piedi l'attacco al «ventre molle». Ma Roosevelt ( e Stalin) non gradiscono affatto la prospettiva di un intervento turco; la testimonianza di Sherwood ( e di Hopkins ) è in proposito definitiva:
I precedenti di questo incontro erano costituiti dalle conversazioni che Churchill ebbe ad Adana dopo la conferenza di Casablanca e da un incontro al Cairo tra Eden e Menemencioglu, il ministro degli Esteri turco, appena tre settimane prima di Teheran. Questi ultimi colloqui erano stati ancora più che negativi, avvalorando così la sfiducia di Stalin in qualsiasi ulteriore tentativo. Pure Roosevelt era scettico, e Hopkins ancor più di lui, ma Churchill non si perse mai di coraggio. Credo che i capi di Stato maggiore degli Stati Uniti fossero veramente preoccupati dell'eventualità di un intervento turco e di dover quindi, come amava dire il generale Marshall, «dar fuoco a tutti i piani logi­stici».
Roosevelt prese parte con Churchill a due degli incontri con il Presidente turco e il suo ministro degli Esteri. Un altro incontro si tenne tra i ministri degli Esteri, con la partecipazione di Menemencioglu, Eden e Hopkins. (Lau­rent Steinhardt partecipò a tutte le sedute). E infine, dopo che tutto sembrava conchiuso sulla base del «niente di fatto», Churchill ebbe per conto suo ancora un incontro con Inenou e Menemencioglu, in un tentativo di riesumare la questione, ricominciando tutto da capo.
Non vedo la necessità di dare un resoconto particolareggiato di queste conversazioni che si trascinarono a lungo per finire dov'erano cominciate. [...] Ci basterà dire che nel corso di quelle conversazioni Roosevelt manifestò spesso una certa simpatia per il punto di vista turco, arrivando persino a dichiarare una volta (com'è solennemente registrato nei resoconti) che era comprensibilis­simo che quei distinti e cortesi signori non volessero «lasciarsi cogliere con le brache calate».
Sul letto d'ospedale (egli è ormai molto malato), dove il 2 febbraio 1944 lo raggiunge la notizia della morte in combattimento del figlio diciassettenne, Hopkins guarda con fiducia al prossimo sbarco oltre la Manica. Seguendo, poco più tardi, le notizie dalla Normandia, rifà il cammino percorso dall'America, in così breve volger di tempo:
«Mi disse — ricorda Sherwood – che nei mesi trascorsi all'ospedale continuò a pensare ai molti problemi che s'erano presentati dal 1939, rilevando come tutti gli ostacoli insormontabili fossero stati rimossi e la disperata penuria di materiali si fosse mutata in sovrabbondanza, sicché tutto, guardando indietro, sembrava essere stato facilissimo. In fatto di produzione l'America era imbat tibile e bastava lanciare il guanto perché fosse raccolto. Ma un miracolo — diceva — era inspiegabile: come gli Stati Uniti, paese pacifico e impreparato, fossero stati d'improvviso capaci di fornire un cosi numeroso e brillante nucleo di capi militari atti ad affrontare situazioni che non avevano precedenti nella storia mondiale. Da dove venivano essi? E che cosa avevano fatto in tutti quegli anni in cui la nostra Marina era stata usata semplicemente per fornire un soggetto ai documentari e l'Esercito era stato cacciato a pedate di qua e di là come «un vecchio cane rognoso?»
Prendendo in esame l'elenco di tutti i comandanti da Pearl Harbour in poi è veramente straordinario constatare quanto pochi furono quelli che non corrisposero alle enormi responsabilità cui furono messi a confronto. Non fu necessario passare attraverso quel mortale periodo di esperimenti e di errori che Lincoln dovette superare prima di scoprire Grant. Questa volta, tranne pochissime eccezioni, sin da principio si trovarono gli uomini adatti.
A questo proposito, scorsi l'edizione del 1939 del Who's Who in America e trovai che benché vi figurassero Marshall, King, Arnold, Stark e MacArthur, fra quelli che non erano citati neanche tra le figure secondarie mancavano i generali Eisenhower, Bradley, Stilwell, Mark Clark, Patton, Match, Hodges, We­demeyer, Spatz, Kenney, Eaker e Chennault per l'Esercito, Vandergrift e How­land Smith per la fanteria di Marina, gli Ammiragli Nimitz, Halsey, Spruance, Mitscher, Kínkaid, Hewitt, Sherman e Kirk.
Ma quanto Sherwood tace (e quanto Hopkins senza dubbio sapeva) è che il segreto di un tale fenomeno risiedeva proprio nell'alta tensione politica e ideale che ha animato la straordinaria esperienza di Franklin Delano Roosevelt. Era una carica ideale che certamente «veniva da lontano», ma che il conflitto prima e poi lo storico incontro con il primo Stato proletario avevano moltiplicato e reso travolgente.

«Post scriptum»: da Teheran a Yalta

La conclusione della Conferenza di Teheran segna — come ci ha ricordato Sherwood — «l'apice della carriera di Hopkins»: la grave malattia da cui è colpito gli impedisce ormai di partecipare così assiduamente come in passato agli sviluppi della politica interna­zionale degli Stati Uniti. Egli potrà ancora seguire da vicino i lavori del «vertice» di Yalta, ma inchiodato quasi sempre al letto della nave che ha condotto nel Mar Nero la delegazione americana.
Fra le «carte» di Harry Hopkins non si trova più molto, pertanto, in merito agli avvenimenti dei mesi cruciali che vanno da Teheran al decisivo incontro di Crimea. La narrazione di Sherwood (ove si escluda il resoconto dell'«ultima missione» dell'amico, compiuta nei primissimi mesi della presidenza Truman per sciogliere i nodi intricati della «questione polacca») procede a questo punto sulla base di ricordi e appunti personali, integrati e collegati da documenti «ufficiali» della Casa Bianca.
E' perciò che abbiamo creduto di concludere con la conferenza di Teheran la nostra rilettura del volume di Sherwood e il discorso sulla strategia di Roosevelt nella seconda guerra mondiale. Ma va pure detto che è un peccato che l'«archivio» di Hopkins risulti assai meno ricco proprio per le ultime fasi del grande conflitto, poiché esse — e in particolare l'incontro dei tre Grandi in Unione Sovieti­ca — costituiscono certamente il culmine, il puntuale coronamento del disegno rooseveltiano al quale, come si è constatato, Hopkins ha dato un massimo di incisivo contributo.
Questo disegno, lo ripetiamo per un'ultima volta, mirava a stabilire una nuova leadership internazionale, a determinare un assetto mondiale in cui tutti i popoli, liberati da ogni forma di asservimento «imperialistico» e sostenuti dalla positiva egemonia dei nuovi grandi, fossero in grado di perseguire liberamente le vie di un organico sviluppo. Un tale disegno, lo abbiamo visto in più occasioni, non poteva allora non incontrarsi con la realtà dell'Unione Sovietica e, attraverso di essa, con quelle degli stessi partiti comunisti, mentre — al tempo medesimo — veniva a provocare, in Inghilterra come nel mi­lieu tradizional-conservatore del Vecchio Continente, tutta una serie di resistenze, di contraddizioni e di «colpi di coda».
La strategia churchilliana, che appunto aveva promosso con un massimo di rigore e di spregiudicata energia le istanze dell'antiroose­veltismo (e dell'anticomunismo), ha subito in effetti a Teheran un colpo decisivo; essa tuttavia non disarma, cercando ancora con insistenza, nei mesi che precedono Yalta, l'occasione del rilancio. Riportiamo qui, trascrivendo i ricordi di Sherwood, un rapido specimen dei rinnovati ( ma ormai anche sempre più inutili) tentativi di diversione e di «intrigo» del vecchio leader britannico:

Il 1° ottobre (del 1944) la Finlandia e la Bulgaria avevano abbandonato l'Asse e l'Armata rossa aveva proceduto all'occupazione dei due paesi. I Russi avevano proseguito la loro avanzata anche attraverso l'Estonia, la Lettonia e la Lituania, penetrando in Polonia fino alla Vistola; erano avanzati in Un­gheria e in Jugoslavia e avevano raggiunto le frontiere della Grecia e della Turchia. In Grecia erano sbarcate forze inglesi. Si presentava ora la questione del controllo dell'Europa sudorientale e Churthill n'era così preoccupato da ritenere d'immediata urgenza una nuova conferenza fra i Tre Grandi. D'al­tra parte, era difficile che Roosevelt potesse imbarcarsi per un lungo viaggio proprio nel mezzo di una campagna politica (presidenziale). Churchill propose quindi di andare personalmente con Eden a Mosca, e senza indugio, per cercare un accordo con Stalin e Molotov circa la delimitazione delle «sfere d'influenza» nei Balcani. La proposta non garbò affatto a Hopkins, perché pensava, e non a torto, che se si fosse tenuta una conferenza senza la presenza di delegati americani, Churchill si sarebbe sentito in diritto di parlare anche a nome di Roosevelt, e se l'ambasciatore Harriman avesse dovuto partecipare a qualcuno dei colloqui nella veste negativa di «osservatore», si sarebbe avuta la nettis­sima impressione che gli Americani approvassero le decisioni raggiunte. D'altra parte, come gli fece osservare Bohlen, era inevitabile che l'assenza degli Americani venisse considerata nei paesi europei come un'aperta confessione che gli Stati Uniti «si lavavano le mani di tutti i problemi politici dell'Europa».
Benché Hopkins sapesse che Roosevelt non poteva far nulla per impedire a Churchill e a Stalin di parlare degli argomenti a loro più cari — Balcani, Europa, Estremo Oriente — credeva della massima importanza che Roosevelt facesse sapere con chiarezza che nessuna decisione raggiunta sarebbe stata consi­derata valida se gli stessi problemi non fossero stati discussi e risolti in una conferenza plenaria delle tre nazioni. Hopkins non era affatto sicuro che quei colloqui avrebbero raggiunto risultati positivi, ma il danno sarebbe stato ben più grande se si fossero conclusi con un profondo solco tra Inglesi e Russi.
Conclusione: Roosevelt dettò a Hopkins un cablogramma da inviare subito a Harriman, con istruzione di consegnare immediatamente al maresciallo Stalin il seguente messaggio:
«Era mia speranza che non si tenessero riunioni importanti finché io non mi potessi trovare con voi e con Mr. Churchill, ma apprendo ora che il Primo ministro desidera conferire subito con voi. Non esiste nessuna questione né politica né militare cui gli Stati Uniti non siano interessati in questa guerra. Spero che lo comprendiate. Sono pienamente convinto che non si può trovare soluzione ai problemi di comune interesse senza trovarci tutti e tre insieme. Perciò, pur comprendendo la necessità degli attuali colloqui, tengo a precisare ch'io non li posso considerare che come preliminari ad una conferenza a tre che potrà aver luogo al più presto dopo le nostre elezioni nazionali.
Chiedo frattanto, se non vi è nulla in contrario, che Mr. Harriman assista come mio osservatore alle vostre prossime conversazioni con Churchill. Ma ciò, naturalmente, non impegnerà affatto il Governo in nessuna delle questioni che potranno essere discusse tra voi ed il Primo ministro».
Roosevelt informò poi Harriman che avrebbe preferito di gran lunga che la prossima conferenza fosse tenuta fra i Tre Grandi. E gli diede istruzioni per­ché tenesse bene a mente che non ci sarebbero stati «argomenti, tra quelli discussi da Stalin e da Churchill, di cui gli Stati Uniti si disinteressassero. È importante mantenere una completa libertà d'azione dopo la fine di questa conferenza».
Stalin rispose al Presidente di apprezzare il suo messaggio chiarificatore poiché fino allora aveva pensato che Churchill fosse autorizzato a parlare anche a nome del Presidente.
È durante il tête-à-tête con Stalin che Churchill produce la celeberrima «cartina delle percentuali»: si tratta di un elenco di paesi balcanici, a fianco di ciascuno dei quali viene registrata con notarile acribia matematica, in partiti e uomini di governo, la cifra di gradimento delle due parti in causa. È questa, per la precisione, l'unica iniziativa presa nel corso del conflitto di divisione in «zone di influenza» di «paesi terzi» che non siano la Germania. L'autore ne è il premier britannico, che gioca senza esitazioni le carte della più tradizionale e schietta Machtpolitik, né Stalin, fin quando almeno «tavolo» prevede la presenza di due soli giocatori, può ovviamente sottrarsi all'«invito». Ben altra è la strategia di Roosevelt, ben altri saranno, difatti, lo «spirito» e le conclusioni di Yalta; quando però, morto il grande leader americano, l'«Occidente» crederà per una non breve stagione nel mito della «cortina di ferro» e nelle fortune della «guerra fredda», l'Unione Sovietica potrà duramente rivendicare il saldo delle intese a suo tempo pattuite. Ma torniamo ai prodromi di Yalta. Le questioni belga, italiana e greca rendono ormai esasperati i rapporti tra Washington e Lon­dra; Sherwood, che pure pubblica il suo libro in una fase in cui revisionismo antirooseveltiano è ormai divenuto una moda, così ne riferisce:
Si sarebbe detto che con la vittoria alleata alle viste — e nonostante le V-2 che ricordavano frequentemente che si era ancora in guerra — la coalizione politica, che si era dimostrata unanime sotto la guida di Churchill fin dal principio dell'ora più buia e più bella della Gran Bretagna, cominciasse a dar segni di disunione. Ma questo accadeva anche per quella grande coalizione mondiale di cui si erano gettate le basi alla Conferenza Atlantica e che era stata realizzata da Roosevelt e da Churchill alla Casa Bianca nel volgere di tre settimane dopo Pearl Harbour; né i primi sintomi di una rottura venivano dall'Unione Sovietica, ma si notavano proprio fra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, e i principali punti di contrasto erano, ironia della sorte, i princìpi della Carta Atlantica. Uno dei primi atti di Stettinius provocò una furiosa e fremente replica di Churchill. In novembre si erano avute diverse crisi politiche in tre paesi dell'Europa, Belgio, Italia e Grecia, tutte nazioni dove le forze occupanti erano in prevalenza inglesi. Sembrava che i Britannici favorissero gli elementi più conservatori, opponendosi ai liberali ed alle sinistre che maggiormente si erano fatti luce nella resistenza contro i Tedeschi e i fascisti.
E ancora, già in vista ormai del risultato finale, un'aspra discus­sione si accende sull'indirizzo da dare alle operazioni belliche:
I capi di Stato maggiore uniti sierano appena riuniti a Malta e si trovavano impegnati nelle più forti controversie di tutta la guerra. (Chi legge i verbali di quelle riunioni può avere l'impressione che .non si potessero dire delle parole più dure di quelle ch'erano state riportate, ma i resoconti di chi fu presente sono anche più forti e più pittoreschi di quel che venne registra­to). Il punto di contrasto era la scelta dei piani strategici per dare il colpo decisivo alla Germania. Uno di essi era stato proposto dai Britannici, l'altro da Eisenhower: questi non era presente a Malta, ma era rappresentato dal volubile e veemente Beedle Smith. Le cose giunsero a un punto tale che Marshall, solitamente uno degli uomini più riservati e miti, annunciò che se il piano inglese fosse stato approvato dal Primo ministro e dal Presidente, avreb­be raccomandato a Eisenhower di farsi sostituire nel comando, perché non c'era altra via di scelta. I capi di Stato maggiore si dichiararono in fine favorevoli al piano Eisenhower senza dover demandare l'ultima decisione alle più alte autorità, e il piano fu seguito fino alla congiunzione coi Russi provenienti da oriente e alla resa della Germania.
Nei due piani si scontrano per l'ennesima volta, dietro il paravento delle decisioni tecniche di strategia militare, due diverse concezioni politiche, due visioni dell'assetto europeo e mondiale del dopoguerra tra loro radicalmente antinomiche. Le abbiamo ripetutamente illustrate e non vi torneremo più sopra: a Yalta, solo qualche giorno dopo, il piano americano verrà ratificato anche in sede politica e Churchill uscirà seccamente battuto nel suo disegno di fermare il «più a Oriente possibile» l'avanzata dell'Armata Rossa. Di lì a poco, l'elettorato inglese ribadirà, portando al potere i laburisti, che stava davvero sgretolandosi una secolare leadership del sistema mondiale.
Giunti a questo punto, dovrebbe forse aprirsi un altro discorso: quello, appunto, sul significato e sui limiti della decisiva conferenza di Crimea, sulla indiscutibile positività, ma anche sulle latenti insufficienze della nuova egemonia internazionale proclamata presso le rive del Mar Nero. Sarebbe, però, un discorso troppo lungo, e, del resto, esso è stato più volte affrontato sulle pagine di questa rivista, né mancherà occasione di riprenderlo ancora. Qui ci limitiamo a concludere riproducendo, quasi a voto di speranza e a invito non generico di ottimismo, il testo dei brindisi pronunciati da Stalin, Churchill e Roosevelt l'8 febbraio 1945, al termine dei lavori della Conferenza:
Il Maresciallo Stalin propose un brindisi alla salute del Primo ministro, che riconobbe la figura più caratteristica e ardita della politica mondiale. Egli disse, che per merito precipuo del coraggio e della tenacia di Churchill, l'In­ghilterra, rimasta sola, aveva saputo sconvolgere la potenza della Germania hitle­riana, mentre il resto d'Europa stava per soccombere a Hitler. Disse che la Gran Bretagna, sotto la guida di Churchill, aveva continuato a combattere da sola, senza badare all'esistenza o alla possibilità di altri alleati. Il Maresciallo concluse dicendo di conoscere pochi esempi nella storia dove il coraggio di un uomo si fosse dimostrato di tanta importanza per il futuro della storia del mondo. Egli bevve alla salute di Churchill, il suo amico nella battaglia e un valoroso.
Il Primo ministro, rispondendo, brindò al maresciallo Stalin, come al potente capo di una potente nazione, che aveva sopportato tutto l'impeto della macchina da guerra tedesca, le aveva fiaccato le reni e aveva scacciato i tiranni dal proprio suolo. Egli disse che in pace come in guerra il maresciallo Stalin avrebbe continuato a guidare il suo popolo di successo in successo.
Il maresciallo Stalin allora propose un brindisi alla salute del Presidente degli Stati Uniti. Egli disse che lui e Churchill nei loro rispettivi paesi s'erano trovati di fronte a decisioni relativamente semplici, poiché dovevano combattere contro la Germania hitleriana per l'esistenza stessa delle due nazioni, ma c'era nel mondo un terzo uomo, il cui paese non era seriamente minacciato di invasione, ma che aveva una vasta concezione dell'interesse nazionale, ed era stato, senza che il suo paese fosse direttamente minacciato, il principale artefice degli strumenti che avevano portato alla mobilitazione del mondo contro Hitler. Egli ricordò, in proposito, la legge affitti e prestiti come una delle decisioni più importanti nella formazione di un blocco anti-hitleriano e nel mantenere in campo gli alleati contro Hitler.
Il Presidente rispose dicendo di sentirsi a quel pranzo come in famiglia, e di voler usare parole amichevoli per caratterizzare le relazioni esistenti fra i tre paesi. Disse che erano grandi i mutamenti avvenuti nel mondo negli ultimi tre anni, e più grandi ancora ne sarebbero avvenuti in seguito. Ciascuno dei capi presenti a quel banchetto lavorava a suo modo per l'interesse del suo popolo. Cinquant'anni fa, egli disse, c'erano vaste zone del mondo in cui i popoli avevano pochissime possibilità e nessuna speranza, ma si era già fatto molto, benché ci fossero ancora grandi zone dove i popoli non avevano speranza e possibilità alcuna: il nostro obiettivo è di dare ad ogni uomo, ad ogni donna, ad ogni bambino sulla terra la possibilità e la certezza del benessere.
Nel successivo brindisi all'alleanza fra le tre grandi potenze, il maresciallo Stalin notò che non era molto difficile mantenere l'unità in tempo di guerra poiché unico ed evidente era lo scopo di sconfiggere il nemico comune. Il compito maggiore veniva dopo, finita la guerra, quando i diversi interessi avrebbero potuto dividere gli Alleati. Egli si disse fiducioso che la presente alleanza avrebbe superato la prova e ch'era nostro dovere di riuscire a tanto, perché le relazioni di pace fossero anche più forti e più strette di quelle di guerra.

Filippo Sacconi

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