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Premessa...

In questa seconda puntata del saggio sono trascritte le pp. da 449 a 461 dei “Quaderni della Rivista Trimestrale”, n.35-36/1972.


Filippo Sacconi.
LA SECONDA GUERRA MONDIALE E I NODI DI UNA NUOVA EGEMONIA
INTERNAZIONALE NELLE CARTE DI HARRY HOPKINS
(seconda puntata)

Gli “Affitti e prestiti”

Siamo alla fine del ’40, alla fine, cioè, della “strana guerra”. Nel giro di due o tre mesi, dalla Danimarca e dalla Norvegia all’Olanda e al Belgio, da Dunkerque alla Somme e alla Loira, le armate di Guderian e di Von Runstedt liquidano le residue speranze di compromesso che ancora allignano a Downing Street; non è Hitler a “perdere l’autobus”, è Chamberlain a essere sbalzato di sella: a Londra la politica di Monaco è definitivamente sepolta. Giunge in tal modo il momento di Churchill, che sulle rovine dell’appeasement innalza il vessillo della resistenza a oltranza all’hitlerismo; ma giunge, per la stessa via, anche per Roosevelt il momento di riprendere l’iniziativa politica.
Con l’avvento dell’ “ex uomo di mare” al timone dell’Impero britannico il Presidente trova un partner, che può saldamente afferrare di là dall’Atlantico l’altro capo della gomena lanciata da tempo e che deve anzi, dato lo stato di estrema necessità in cui versa ormai l’Inghilterra, invocarla più solida; ma trova anche così chi, volente o nolente, deve almeno inizialmente sostenere e persino sollecitare un intervento dinamico e coraggioso degli Stati Uniti. L’estrema minaccia che plana su Londra pretende infatti ormai ben altro sostegno del “cash and carry”, dell’esile filo che attraverso l’Atlantico già lega la Maginot e la Manica al colosso statunitense.

«Appena dopo cinque giorni di guerra lampo in Occidente [scrive ancora Sherwood – n.d.c.], Churchill inviò a Roosevelt un messaggio pieno di oscure previsioni sulla “straordinariamente facile” conquista tedesca dell’Europa. Prevedeva bombardamenti pesanti sull’Inghilterra ed attacchi di paracadutisti; che Mussolini avrebbe rotto gli indugi e sarebbe entrato in guerra nella sconfitta della civiltà. Chiedeva inoltre al Presidente di proclamare la “non belligeranza” degli Stati Uniti, che potesse dar adito a tutti gli aiuti fuorché l’intervento armato; chiedeva come aiuto immediato il prestito di quaranta o cinquanta cacciatorpediniere, parecchie centinaia di aeroplani da guerra, cannoni anticarro e acciaio, e la cooperazione diplomatica americana per convincere lo Stato libero d’Irlanda a prendere misure preventive nell’eventualità di un’invasione tedesca. La stessa cooperazione chiedeva per impedire una possibile invasione giapponese nell’Asia sud-orientale».
E mentre ancora Bullit, l’ambasciatore americano a Parigi, cede alle suggestioni di Pétain e scrive a Washington delle possibilità di una pace separata tra Londra e Berlino, portando acqua al mulino dell’anti-isolazionismo, Churchill, nello stesso giorno, il 4 di giugno, elettrizza ai Comuni il popolo inglese e la resistenza anti-hitleriana con un famoso intervento, nel quale non manca di prospettare, tra l’altro, l’arrivo in forze del grande vicino d’oltre Atlantico:
«Noi difendiamo la nostra isola a qualunque costo; combatteremo sulle coste, in terra, nei campi e nelle strade, combatteremo sui colli. Non ci arrenderemo mai, e se, cosa che non voglio credere neanche per un minuto, anche l’Inghilterra dovesse venire soggiogata ed affamata, entrerà nella lotta il nostro Impero di là dai mari, armato e difeso dalla nostra flotta, finché, all’epoca da Dio predestinata, non avanzerà alla riscossa e alla liberazione del vecchio, il Nuovo Mondo, con tutta la sua potenza e le sue risorse».
La risposta di Roosevelt è immediata: pur nei limiti imposti dalla “legge sulla neutralità”, dalla Costituzione e, soprattutto, dalla situazione interna americana, egli fa il possibile per non deludere le speranze di Churchill. Dopo aver reso «pallidi d’orrore i timidi del Dipartimento di Stato» parlando del «colpo di pugnale inferto nella schiena del vicino» (è il 10 giugno, data dell’intervento dell’Italia), il Presidente infatti si premura di aggiungere:
«L’unità americana ci permette di seguire due direttive ben distinte e simultanee: estendere a coloro che si oppongono alla violenza le risorse materiali della nostra nazione e, nello stesso tempo, incrementare e accelerare la nostra produzione, in modo da avere noi stessi un equipaggiamento e un addestramento, che ci diano la possibilità di fronteggiare con successo ogni emergenza ed ogni compito difensivo».

Sherwood così commenta:

«Fu questa la prima promessa d’aiuti offerta a “coloro che si oppongono alla violenza”; il primo sego di una politica che portava agli “Affitti e Prestiti” e all’incremento di quella produzione “senza la quale – come disse Stalin a Teheran – avremmo perduto la guerra”».
Il 13 di giugno, in un dispaccio a Reynaud, Roosevelt incalza:
«Come già ho dichiarato a voi e a Mr. Churchill, questo governo sta facendo tutto quanto è in suo potere per procurare ai governi alleati tutti gli aiuti che urgentemente ci richiedono; raddoppieremo anzi gli sforzi per fare ancora di più. E ciò per ricordare la nostra fede e il nostro sostegno verso gli ideali per cui combattono gli alleati».
Si è alla vigilia della caduta di Parigi; ma «la corrispondenza tra la Casa Bianca e Downing Street non cessa affatto nei giorni in cui il venerando disfattista, Pétain, tratta la resa con Hitler. E’ anzi Roosevelt a porre le domande più ansiose». Prima di muovere altri passi concreti nella politica degli aiuti, egli vuole infatti sincerarsi della reale situazione della Gran Bretagna, delle condizioni della sua flotta, delle possibilità di difesa, dei piani inglesi e di quelli avversari.
«Chiese ancora se si aveva intenzione di trasferire il governo di Londra nel Canada o in altre località del Commonwealth, nel caso di una invasione vittoriosa. Voleva essere sicuro che gli Inglesi seguissero l’esempio degli Olandesi, dei Belgi, Norvegesi, Cechi e Polacchi, istituendo un governo in esilio. […] La risposta datagli inizialmente fu ambigua. […] Ma quando Harry Hopkins andò a Londra, seppe la piena verità: il governo britannico non aveva fatto nessun piano di evacuazione nel Canada o altrove. Churchill riteneva che la caduta del Regno Unito avrebbe determinato la fine, almeno temporanea, dell’Impero, ché la supremazia sui resti del Commonwealth sarebbe passata a Washington».
Quest’ultima precisazione è particolarmente importante. In realtà, essa chiarisce come anche il rapporto tra Churchill e Roosevelt, una volta stretto sotto l’incalzare degli eventi, non sia destinato ad avere una vita facile. Comincia difatti subito ad emergere la contraddizione di fondo entro cui forzosamente si muovono la politica di Churchill e la stessa strategia militare inglese: da una parte, si impone l’assoluta urgenza di un efficace intervento americano perché l’Inghilterra sopravviva, mentre, dall’altra, si palesa la necessità di controllare e dirigere quel medesimo intervento per non essere scavalcati dagli Stati Uniti nel ruolo di nazione guida a livello mondiale. Per salvare l’Impero Chamberlain aveva puntato sul compromesso con Hitler, sacrificando con cieca disinvoltura a questa ibrida entente le sorti stesse della libertà e della democrazia in Europa; Churchill pensa invece di poter salvare l’Impero (ma con esso anche i valori più alti espressi dalla storia britannica) in una grande alleanza istituzionale dei “popoli di lingua anglosassone”, di cui la Gran Bretagna rimanga l’anima e la guida. L’Impero, alla lunga, non potrà essere salvato; ma il popolo inglese avverte d’istinto, nei mesi cupi che seguirono il crollo della Francia, quale era la posta in gioco e risponde come un sol uomo al’appello del suo premier.
Di là dall’Atlantico, per conto suo, Roosevelt è pronto ad afferrare l’occasione che la storia gli offre per bruciare i tempi della sua strategia di uscita dal quadro isolazionistico. Di fronte lla minaccia nazista (questo è ormai il robusto leit motiv del discorso che egli si affretta a rivolgere agli avversari interni e allo stesso passivo pacifismo della “maggioranza silenziosa”) la sicurezza dell’America viene a coincidere con la difesa delle isole britanniche. Non un “malinteso messianismo” dunque, ma gli stessi interessi vitali degli USA esigono la rinuncia a ogni chiusura provincialistica. Scrive Sherwood:
«Roosevelt affermò più volte esplicitamente, in quei mesi, l’intenzione di fare il possibile, non solo a parole, “tranne un atto di guerra”, perché l’Inghilterra non cadesse. Sapeva infatti che con l’Inghilterra sarebbero caduti tutti i nostri tradizionali concetti di sicurezza nell’Oceano Atlantico; e la dottrina di Monroe, il principio della libertà dei mari, la solidarietà continentale americana, sarebbero diventati dei ricordi puri e semplici».
Alle parole seguirono i fatti.
«Il Presidente aveva svuotato i magazzini militari americani prelevando un mezzo milione di fucili, ottomila mitragliatrici, centotrenta milioni di cartucce, novecento cannoni da 75 mm. e un milione di proiettili, bombe ed esplosivi da spedirsi in Inghilterra. E tutto, per mezzo di cavilli legali e in un’atmosfera di assoluta ostilità, in un momento in cui molte persone vicine alla Casa Bianca gridavano istericamente che ciò significava il suicidio di Roosevelt e con tutta probabilità quello della nazione – perché l’Inghilterra era finita e tutto quel materiale sarebbe caduto pari pari nelle mani di Hitler, per essere rivolto contro di noi che ci trovavamo pressoché senza difesa. Ma la spedizione avvenne e fu di valore inestimabile per l’Inghilterra, nell’ora del più grande bisogno. Quei materiali erano così utili e necessari che Churchill diede ordine che la cerimonia della consegna avesse tutte le caratteristiche di una “manovra militare”. Ad attendere le navi alla banchina erano autofurgoni, pronti a portare immediatamente le armi, all’istante stesso dello sbarco, direttamente ai vari punti strategici dell’isola, proprio come se si trattasse di mantenere una precaria testa di ponte.
«Questa fu la prima grande decisione di Roosevelt nel tempo di guerra. Sostenere la causa apparentemente disperata dell’Inghilterra con ogni sorta di mezzi, materiali e morali, a sua disposizione. La decisione fu tutta sua. Non vi fu epoca durante tutta la sua carriera presidenziale in cui incontrasse maggiore opposizione nell’ambiente dei propri funzionari, e in cui la sua posizione nel Paese fosse meno sicura. I suoi due principali informatori e consiglieri diplomatici, Bullit in Francia e Kennedy in Inghilterra, erano molto scettici sulle possibilità inglesi. Bullit, appassionatamente francofilo, riteneva fermamente che gli Inglesi avessero tradito i propri alleati, rifiutandosi di inviare in Francia le ultime forze della loro caccia. Kennedy ammoniva il Presidente a “non voler tenere il sacco di una guerra che gli alleati avevano già perduta”. Ma Roosevelt prese la sua decisione e la mantenne – si noti bene – quasi alle soglie di una campagna presidenziale, prima ancora di annunciare la propria volontà di presentarsi ad una terza rielezione e di sapere se il candidato repubblicano sarebbe stato Wendell Wilkie o Robert A. Taft, Thomas E. Dewey o Arthur H. Vanderberg, tutti allora confessatamente isolazionisti».
La consegna all’Inghilterra di cinquanta cacciatorpediniere in cambio di alcune basi inglesi nell’Atlantico occidentale, segnatamente alle Bermude e a Terranova, è un episodio troppo noto, perché Sherwood vi insista. Quelle basi dovevano rappresentare, nelle intenzioni di Churchill, dei liberi doni “generosamente offerti e graziosamente accettati”; Roosevelt se ne serve invece per aggirare un emendamento del Congresso del 28 giugno ’40, con cui non si mostrava certo fiducia nel Presidente e nella sua politica. Esso vietava infatti la cessione a governi stranieri di mezzi o materiale militare senza un attestato dei capi militari comprovante la loro inutilità ai fini della difesa degli Stati Uniti. «Gli isolazionisti – si limita a precisare Sherwood – accusarono Roosevelt, e non a torto, di aver fatto il primo passo verso l’entrata in guerra degli Stati Uniti a fianco dell’Impero britannico, tradendo il popolo americano».
Ma il realismo e l’abilità manovriera del Presidente stanno per avere ancora una volta la meglio. Al termine di una cauta campagna elettorale (condotta quasi esclusivamente sui temi della politica interna) Roosevelt guadagna il suo terzo mandato. I nodi del grande conflitto mondiale non tardano allora a venire subito al pettine:
«Il primo problema che si presentò a Roosevelt, subito dopo le elezioni, fu uno di quelli di cui nessuno aveva mai parlato durante la campagna: la Gran Bretagna era sull’orlo della bancarotta, per aver dato fondo alle riserve di dollari. I suoi fondi, che ammontavano prima della guerra a quattro milioni e mezzo di dollari, erano bell’e sfumati, ivi comprese le proprietà private britanniche in America espropriate e liquidate dal Governo di Sua Maestà. Era evidente che gli Inglesi non potevano resistere oltre senza aiuti dagli Stati Uniti, ma per la legge del “pagare e ritirare” non potevano farlo se non avevano i dollari. Nelle infinite discussioni sull’argomento Roosevelt finì col dire: “Si deve trovare un mezzo, che so?, di prestare o anche di affittare queste merci all’Inghilterra” e di lì ebbe origine quel progetto d’immense proporzioni che più tardi Churchill avrebbe definito come “una nuova Magna Charta… l’atto finanziario più disinteressato ed onesto che si conosca nella storia di qualsiasi nazione”».
L’iniziativa del Presidente si traduce in un formale progetto di legge. Si tratta di una svolta storica, che non a caso è stata giustamente definita come “il terzo punto culminante della seconda guerra mondiale (dopo la caduta della Francia e la battaglia d’Inghilterra). «Fu per Roosevelt –annota il biografo di Hopkins – una vittoria storica». Il dibattito sulla nuova legge dura più di due mesi, in un crescendo di controversie e clamori, ed ha la sanzione definitiva da parte del Senato, con 60 voti favorevoli e 31 contrari, solo l’8 marzo 1941. In realtà, il varo degli “Affitti e Prestiti” costituisce per gli Stati Uniti un impegno di tale portata e dimensione, esprime una così precisa volontà politica, che il suo significato non può sfuggire né agli amici, né agli avversari del Presidente, e neppure agli alleati e ai nemici degli USA. Con questa legge, infatti, la “neutralità” americana acquista un preciso colore politico, prende ufficialmente posizione nel grande conflitto in atto, viene a muoversi in una ben definita direzione.

Un potenziale alleato: l’URSS

Il libro di Sherwood ci dimostra del resto ampiamente che Roosevelt è ben cosciente della portata e della dimensione della nuova legge, quando, nel Natale del ’40, getta tempestivamente tutto il peso della sua rielezione nel proporla prima e poi nel farla varare. Gli “Affitti e Prestiti”, infatti, non mirano soltanto alla difesa dell’Inghilterra e a una pacifica invasione logistica delle isole britanniche. In realtà quella legge, ricorda Sherwood, fu decisiva «perché la causa alleata resistesse su tutti i fronti nei due anni necessari agli USA, perché essi stessi divenissero un fattore determinante nella battaglia in corso». Su «tutti i fronti», sottolinea il curatore delle memorie di Hopkins. E perché non rimangano margini di dubbio, precisa, riferendo del dibattito ampio e violento insorto intorno agli “Affitti e Prestiti” nei due rami del Congresso, nella stampa e nell’opinione pubblica:

«Non si mossero obiezioni al punto essenziale di tutta la questione; la necessità di concedere aiuti alla Gran Bretagna, alla Grecia, alla Cina. Il dissidio maggiore verteva invece sulla disposizione che permetteva di estendere i benefici della legge “a tutti i paesi, la cui difesa fosse dal Presidente giudicata essenziale alla difesa degli Stati Uniti”. Ciò dava al Presidente piena facoltà di decisioni; in caso di necessità, egli avrebbe potuto (come fece) aiutare anche l’Unione Sovietica. Era questo che gli isolazionisti temevano soprattutto: pure quelli che, a denti stretti, ammettevano necessario dimostrarsi un po’ caritatevoli verso l’Inghilterra, erano atterriti al pensiero che i contribuenti americani potessero essere costretti a pagare di tasca propria per inviare aiuti all’Armata Rossa. Aspra e decisa fu la battaglia su questo punto. Gli amici più timidi avevano già consigliato a Roosevelt di scendere a un compromesso che escludesse la Russia dal beneficio, ma egli tenne duro, […] perché già allora si avevano chiare avvisaglie che la Russia avrebbe potuto essere presto attaccata dalla Germania o dal Giappone, o da tutte e due, e avrebbe avuto disperatamente bisogno dell’aiuto americano».
A quest’ultimo riguardo, a proposito, cioè, degli orientamenti del Presidente nei confronti dell’URSS, merita qui di riportare alcune altre sintomatiche testimonianze dello stesso Sherwood.
Già nel gennaio ’40, nel pieno ancora della “strana guerra” e in un momento in cui il recente patto russo-tedesco e la guerra in Finlandia offrivano armi particolarmente taglienti agli oppositori di ogni gesto distensivo verso l’URSS, il Presidente – rivolgendosi a dei giovani convenuti al “Congresso della gioventù americana” - non aveva taciuto l’auspicio di un mutamento degli indirizzi di Mosca: «E’ una speranza oggi incerta – aveva aggiunto – o da tenersi in serbo, forse, per giorni migliori».
E, dopo meno di un anno, il Presidente già avverte l’importanza di evitare ogni possibile attrito con Mosca:
«Nel preparare il discorso che Roosevelt avrebbe pronunciato il 29 dicembre (del ’40, con cui accompagna il lancio degli “Affitti e Prestiti”), Hopkins trovò la frase adatta riassuntiva della situazione, ch’era già compresa in qualche editoriale: “Noi dobbiamo essere il grande arsenale della democrazia”. Ma si dice che il primo ad averla usata sia stato W.S.Knudsen o Jean Monnet. Comunque ci fu discussione sull’utilità o meno di farla pronunciare dal Presidente, cui pareva di escludere in tal modo aiuti all’Unione Sovietica; ma la frase era troppo efficace per essere scartata».
Sei mesi più tardi, poi, nel maggio ’41, mentre con il suo staff elabora il discorso con il quale proclama
«l’illimitata emergenza nazionale, su due punti il Presidente mise assolutamente il veto: non volle fare il minimo accenno né al Giappone né all’Unione Sovietica. E non volle pronunciare affatto la parola “dittatura”, di cui si era servito tante volte per definire gli Stati nazisti, fascisti e comunisti. La politica del momento non voleva che si provocasse il Giappone, per cercare di tenerlo lontano dalla guerra, e neppure l’Unione Sovietica, se putacaso la Germania l’avesse costretta a entrarci. Perciò l’unico termine di dispregio che si poteva usare era la parola “Asse”. Ecco un esempio di come si osservavano rigidamente queste disposizioni. Nel discorso si passavano in rassegna gli avvenimenti della guerra, a cominciare dal settembre 1939, e li si faceva seguire da queste righe: “Nei mesi successivi, le ombre s’approfondirono e s’estesero in ampiezza. La notte colpì la Polonia, la Finlandia, la Danimarca, la Norvegia, l’Olanda, il Lussemburgo, la Francia”. Ma, prima di pronunciare il discorso, dopo attenta considerazione, la “Finlandia” venne omessa».
Evidentemente, anche per Roosevelt – come per Churchill – il patto Ribbentrop-Molotov e le sue immediate conseguenze vengono ben presto considerate essenzialmente come la tempestiva e temporanea risposta alla politica di Monaco: sia per stornare ad Occidente la pressione armata germanica (che gli accordi di Monaco avevano volto a Oriente), sia per dare alla Russia il tempo di prepararsi, e da posizioni più vantaggiose, a sostenere un eventuale urto delle armate germaniche. E dinnanzi a una simile eventualità, per Roosevelt non vi sono dubbi né incertezze: bisogna fin d’ora provvedere per aiutare l’Armata rossa a reggere a un eventuale confronto. In breve, proponendo gli “Affitti e Prestiti”, Roosevelt, nonché escludere una eventuale presenza dell’Unione Sovietica nella generale strategia della difesa attiva del continente americano (e nella conduzione di una politica statunitense a livello e a impegno mondiali), sembra avvertirne la necessità e quasi persino sollecitarla.
Questi gesti e queste dichiarazioni sono del resto tutt’altro che casuali o estemporanei. Si può invero affermare che nel disegno rooseveltiano, tesi a portare gli Usa nel circuito internazionale con pienezza di responsabilità, l’Unione Sovietica costituisce da sempre un partner indispensabile quanto Londra, e anzi, come vedremo, ancor più necessario. Non è certo nuovo difatti l’atteggiamento di Roosevelt, nei confronti dell’URSS, quale si manifesta negli episodi sopra ricordati. Né gli incontri culminanti di Teheran e di Yalta sarebbero stati possibili o avrebbero avuto comunque un ben diverso andamento e risultato, se li avesse propiziati soltanto la contingenza bellica. In realtà, un singolare parallelismo e una più singolare convergenza tra la politica di Washington e quella di Mosca si erano già manifestati lungo tutto il corso degli anni trenta.
Nel momento stesso in cui Roosevelt, giunto al potere, accennava riprendere l’iniziativa di Wilson (pur facendo tesoro della sua amara esperienza), la Russia di Stalin, sollecitata dall’ascesa dell’hitlerismo in Germania, usciva anch’essa dal suo decennale isolamento: e vi usciva lungo la tradizionale via europea, cercando di aprire un dialogo con Londra e con Parigi, attraverso quella politica “societaria” che ha preso il nome da Litvinov. E quasi a collegare fin dagli inizi questo duplice tentativo di uscita sul mondo, stava il riconoscimento americano dell’Unione Sovietica, dopo sedici anni di assurdo ostracismo. Alla svolta comunista dei “fronti popolari” rispondeva poi la missione Davies a Mosca, volta a rivitalizzare e promuovere i rapporti tra i due paesi. Ha scritto in proposito Sumner Welles in Ore decisive, il suo già citato volume di memorie:
«Se allora (con la nomina di Davies ambasciatore di fiducia del Presidente a Mosca) le basi non fossero state poste, gli sforzi di ambo i governi per trovare un comune terreno d’incontro sarebbero stati molto più ardui».
Si leggano le pagine che l’ex sottosegretario di Stato di Roosevelt dedica alla politica societaria di Litvinov, agli accordi di Monaco, allo stesso patto russo-tedesco, e poi quelle che illustrano gli sforzi fatti dal Presidente americano negli anni della guerra civile spagnola, fino al ’39, per sostenere una politica di “disarmo generale”, per chiedere iniziative e accordi precisi onde contenere le spinte eversive fasciste e naziste: e non si potrà non convenire sull’ampia, anche se ancora troppo indiretta, consonanza che si stabilisce, dopo l’avvento di Hitler, tra la politica internazionale della Casa Bianca e quella del Cremlino; e come risulta, inoltre, che gli sforzi paralleli dell’uno e dell’altro Stato, tesi a bloccare le spinte eversive della Germania attraverso accordi generali preventivi, naufragano contro lo stesso scoglio, bloccati dall’opposizione del governo di Londra (prima con Baldwin e poi con Chamberlain), così risulta soprattutto che quegli sforzi medesimi falliscono proprio perché il rapporto tra Mosca e Washington rimane sempre, tra il ’34 e il ’38, al livello di spontanea (e spesso episodica) confluenza e non riesce ancora a risolversi in un’intesa organica e risolutiva.

Hopkins a Londra

Ritorniamo adesso a seguire il filo della cronaca di Sherwood, ricordando, ancora una volta, che il varo della “Affitti e Prestiti” segna un momento determinante nella strategia rooseveltiana di fuoruscita dall’isolazionismo e costituisce un gesto dalla portata e dalle conseguenze che soltanto le vicende successive riveleranno pienamente.
Nell’immediato, consentendo alle esauste riserve e finanze inglesi di ottenere quanto è urgente e necessario alla difesa dell’isola e dell’Impero, allontana da Londra l’incubo dell’invasione; permette cioè agli inglesi di respirare, di prender tempo e quindi di programmare piani di guerra che non siano puramente difensivi, anche se per lungo tempo ancora gli aiuti serviranno pressoché esclusivamente a turare le falle che via via il nemico apre nei diversi fronti dell’Impero. Per quanto riguarda gli USA, la legge permette loro innanzi tutto di tenere aperta la via dell’Europa. L’Inghilterra – come si è accennato – costituisce difatti il canale, la via maestra obbligata per uscire dall’isolazionismo, perché l’America possa approdare sul Continente e aprirsi la possibilità di intervenire in tutte quelle ampie zone del mondo le cui chiavi da secoli si trovano appunto in Europa. Quella via maestra deve esser garantita, sicura, se la si vuole percorrere. Né Roosevelt indugia. Gli “Affitti e Prestiti” sono stati appena varati, quando Hopkins viene inviato a Londra, sia per sostenere la resistenza britannica, sia per informarsi da vicino della generale strategia politica e militare inglese. Fin dal primo incontro con Churchill, evidenti appaiono le finalità strategiche della lotta che l’Inghilterra sta conducendo. Per il premier britannico, come scrive Hopkins nel suo primo rapporto al Presidente,

«la disfatta in Grecia sarà in parte compensata dalla sicura sconfitta degli Italiani in Africa. Egli è convinto che l’Inghilterra può esercitare una forte pressione militare sull’Italia e vuole approfittarne. L’Inghilterra deve controllare il Mediterraneo e Suez, contro la Germania. Ha offerto sei divisioni a Weygand, se scende in campo, e si mantiene in proposito in stretto contatto con Pétain. Non ne parlò con molta sicurezza, ma è chiaro che Churchill vuol resistere in Africa, scacciare gli Italiani e collaborare con Weygand, se la cosa è fattibile».
Già si adombra, in queste righe, quello che sarà il chiodo fisso di Churchill durante tutta la guerra: la strategia della “pancia del coccodrillo”, del “ventre molle”, dell’assalto alla fortezza hitleriana dal Sud, dall’Italia e dai Balcani. Né il premier inglese pare esitare – pur di dare concretezza e credibilità al suo disegno – a ricercare un collegamento, tramite Weygand, col tanto disprezzato Pétain. Prima ancora che spunti la stella di De Gaulle, si fa cioè chiara l’intenzione britannica di rilanciare, comunque, la tradizionale intesa con la Francia.
Commentando un altro passo del medesimo rapporto, Sherwood osserva:
«L’idea contenuta nella frase “non crede assolutamente che in questa guerra si vedranno mai scendere in campo e affrontarsi grandi forze” deve essere annotata come la espressione delle concezioni strategiche, che indurranno più tardi lo stesso Churchill a discutere così a lungo l’apertura del secondo fronte».
Per Churchill, insomma, gli USA debbono limitarsi a fornire i mezzi per vincere la guerra, che l’Inghilterra combatterà soprattutto per mare e per aria, in attesa di un crollo della Germania o, comunque, di un cedimento tale dei tedeschi da consentire l’intervento di truppe inglesi sul continente. Soltanto dopo l’aggressione all’URSS egli chiederà – ma con riserva – un’attiva presenza americana, limitata quasi esclusivamente al Pacifico e all’Oceano Indiano. Scrive in proposito il curatore delle memorie di Hopkins:
«La domenica sera, nel vestibolo dell’Hotel Branksome Tower, Hopkins, Bracken e gli altri ascoltano alla radio il discorso di Churchill – quello della famosa frase “dateci i mezzi, e noi condurremo a termine l’opera” – che Hopkins aveva visto preparare il giorno prima. In quel discorso Churchill diceva: “Sembra ormai certo che il governo e il popolo degli Stati Uniti intendano aiutarci con ogni mezzo, per la vittoria. Nell’ultima guerra gli Stati Uniti mandarono due milioni di uomini di qua dall’Atlantico. Ma questa non è una guerra tra grandi eserciti, l’un contro l’altro armati, in mezzo al fumo e agli scoppi delle opposte artiglierie. Noi non abbiamo bisogno dei valorosi eserciti che si stanno formando in tutta l’Unione americana. Non ne abbiamo bisogno quest’anno né l’anno venturo,né fin là dove possono giungere le mie previsioni”.
I diffidenti considerano insincera l’affermazione. Ma la frase che ho sottolineato esprimeva una reale convinzione di Churchill, che rimase tale anche negli anni successivi a Pearl Harbour, e durante le lunghe e aspre discussioni sul piano del generale Marhall per finire la guerra con l’attacco frontale contro la Germania in occidente. E non fu certo per speciale condiscendenza di Churchill che il Corpo di spedizione americano penetrò in Francia, da nord e da sud, nell’estate del 1944».
Con tutta evidenza, sir Winston tende a prendere alla lettera la legge “Affitti e Prestiti”, a estrapolarla dal generale contesto della politica rooseveltiana, a interpretarla e subordinarla strettamente agli obiettivi di quel generale disegno strategico, per il cui successo egli non ha esitato a innalzare la bandiera della lotta a oltranza all’hitlerismo.
L’uscita dall’isolazionismo ha dunque a Londra un diverso significato da quello che essa ha nei circoli rooseveltiani di Washington; viene sollecitata e intesa cioè in modo sostanzialmente non dissimile da quello con cui Clemenceau, Foch e Lloyd George accettarono l’intervento di Wilson: in funzione esclusiva, cioè, di puntello alla tradizionale egemonia della Gran Bretagna e della Francia e della conservazione delle loro posizioni imperiali. Proprio perciò, secondo Churchill, la guerra in atto «non è una guerra di grandi eserciti», né l’Inghilterra ha bisogno «dei valorosi eserciti che si stanno formando in tutta l’Unione americana». Essi soverchierebbero per numero e per potenza quelli inglesi, li trascinerebbero sul Continente al loro seguito e la vittoria e la pace sarebbero alla fine dettate da Washington.
Quali sono difatti, in concreto, gli obiettivi della strategia di guerra britannica? Quale il disegno politico di Churchill che presiede alla condotta dello Stato Maggiore inglese? Fin dai tempi della sua opposizione al governo Baldwin (ma sarebbe meglio dire fin da quando, giovanissimo, è entrato in politica), sir Winston concepisce la posizione di leadership della nazione inglese e del suo Impero secondo delle linee quanto mai tradizionali, di cui le correzioni e gli aggiornamenti imposti dai tempi non sono che degli aggiustamenti tattici. Per Churchill, cioè, la difesa e la conservazione delle posizioni mondiali britanniche possono essere garantite solo rimanendo ben fermi al secolare e sperimentato canone dell’equilibrio delle forze tra le maggiori potenze. Ora, nella congiuntura degli anni ’40, un tale equilibrio va affidato a un sostanziale ripristino della vecchia Intesa, che l’America è chiamata a puntellare dall’esterno. In tal modo, non solo potranno essere contenute le spinte eversive hitleriane e saranno quindi salvaguardati il ruolo e l’influenza dell’Inghilterra (e della stessa Francia) nei Balcani e nell’Europa orientale, ma si costituirà anche, grazie agli Stati Uniti, il contrafforte necessario a controbilanciare il ben diverso peso acquistato in vent’anni dall’Unione Sovietica rispetto alla Russia zarista.
E’ appunto sulla base di una tale visione degli interessi nazionali e imperiali inglesi che Churchill ha denunciato la politica di Monaco, quella politica di appeasement verso il fascismo e lo stesso hitlerismo, con cui Chamberlain, nonché esorcizzare le ambizioni di dominio del nazismo, era riuscito soltanto a silurare le avances di Litvinov e dell’URSS per un’intesa con l’Occidente europeo. A questa medesima concezione della sicurezza britannica, sir Winston è rimasto fedele anche dopo gli accordi Ribbentrop-Molotov, nella misura almeno in cui ha teso a giudicarli precari e di breve durata. Tanto ciò è vero che, quando dopo Dunkerque e il crollo della Francia gli è dato finalmente di concentrare nelle sue mani la direzione politica e militare della guerra, Churchill fonda le sue speranze di un capovolgimento del corso degli eventi militari non solo sugli aiuti americani e su di un sempre crescente impegno degli USA, ma anche su una prossima rottura tra Mosca e Berlino, che, allontanando il pericolo dell’invasione e decomprimendo la pressione germanica sul Regno Unito, verrebbe a consentire una ripresa piena e ben altrimenti dinamica del proprio disegno strategico. In tal caso però – ove cioè si realizzi l’apertura di un fronte orientale – un intervento diretto dell’America nel conflitto diverrebbe senza dubbio auspicabile, perché esso non solo accelererebbe il crollo del nazismo, ma, nell’eventualità di un totale insuccesso dell’offensiva tedesca a Oriente, bilancerebbe l’accresciuto peso militare e politico dell’URSS.
La pace sancirebbe così, alla fine, il pratico ritorno sul Continente di quei rapporti di forza, di quegli equilibri di potenza che, secondo un’ottica rimasta praticamente ottocentesca, Churchill reputa essenziali alla conservazione e allo sviluppo dell’Impero.
Le cose, come è ben noto, sono destinate ad andare altrimenti. I rapporti anglo-americani, per esempio, hanno preso rapidamente una piega che non rientra certo nei calcoli churchilliani. Hopkins, durante la seconda sua visita a Londra, nel luglio ’41, non sa nascondere una punta di giustificato orgoglio dinnanzi allo spettacolo nuovo che gli si presenta. Gli americani stanno letteralmente “occupando” il Regno Unito, sia pure con una pacifica invasione di funzionari, di esperti e di capitali. Gli “Affitti e Prestiti” danno i loro frutti.
Nell’estate ’41 – scrive Sherwood – arrivando a Londra, Hopkins aveva notato molti mutamenti in Inghilterra:
«Da due mesi a questa parte si può ben dire che non ci fossero stati altri bombardamenti, e la Gran Bretagna non combatteva più da sola. Sul viso delle persone sulla strada si notavano i segni di un incredulo stupore. Mista al sollievo, restava ancora una certa ombra di ansietà.
Il popolo britannico, come del resto l’americano, non si rendeva conto che l’America aveva cominciato a invadere in lungo e in largo il Regno Unito; eppure era questo il fenomeno che più interessava Hopkins, perché era stato lui in certo qual modo a determinarlo. All’ambasciata americana erano stati aggregati molti nuovi addetti militari, navali e aerei, e cominciavano a formare un contingente rispettabile.
Oltre ai rappresentanti militari, vi era a Londra una quantità di missioni e di commissioni americane, per gli affitti e prestiti, le ricerche scientifiche, l’alimentazione, i trasporti, l’aviazione, l’artiglieria e tutto ciò che si riferisse ad argomenti di carattere bellico. L’Ambasciata americana straripava di personale e aveva invaso le costruzioni viciniori di Grovesnor Square e dei dintorni. Quando Hopkins vide Churchill, la guerra alla Russia durava ormai da quattro settimane».
Il fatto nuovo, che influenzerà decisivamente i rapporti anglo-americani e che accelererà fin dal suo inizio la definizione degli obiettivi e della strategia di guerra americani, è in atto. Ma anche esso giocherà in una chiave che Churchill non ha previsto.
«Il sabato – ricorda Sherwood – Hopkins si prese un giorno di vacanza e andò alle corse. Fu la notte del 21 giugno, in cui giunse la notizia che Hitler aveva invaso l’Unione Sovietica. Hopkins sulle prime pensò: “La politica del Presidente in appoggio alla Gran Bretagna ha dato i suoi frutti! Ma non fu che un momento, perché si trovò subito a dover affrontare il formidabile problema degli aiuti alla Russia».

(continua)

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