Premessa...
In questa quinta puntata del saggio sono trascritte le pp. da 140 a 151 dei “Quaderni della Rivista Trimestrale”, n.42/inverno 1974-75.
Premessa...
In questa quinta puntata del saggio sono trascritte le pp. da 140 a 151 dei “Quaderni della Rivista Trimestrale”, n.42/inverno 1974-75.
Filippo Sacconi.
LA SECONDA GUERRA MONDIALE E I NODI DI UNA NUOVA
EGEMONIA INTERNAZIONALE NELLE CARTE DI HARRY HOPINS
(quinta puntata)
La svolta di Pearl Harbour
Concludendo la prima parte della nostra rilettura delle «memorie» di Harry Hopkins (raccolte e integrate, in un libro ricco e interessante,
dall'amico Robert E. Sherwood)(1), sottolineavamo che l'improvviso attacco a Pearl Harbour, proprio perché viene a forzare l'ingresso degli
Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale. sortisce un duplice effetto per la politica rooseveltiana: da una parte, destando traumaticamente l'America dai suoi
persistenti torpori isolazionistici, disarma d'un sol colpo gli oppositori interni del Presidente; dall'altra, consentendo agli USA di gettare nel vivo dello
scontro tutto del loro potenziale produttivo e umano, dischiude finalmente a Roosevelt la strada per realizzare il suo grande disegno
strategico(2), attraverso il quale gli Stati Uniti sono destinati a divenire rapidamente uno degli elementi determinanti nello sviluppo
dell'intero quadro mondiale. Non è a caso, dunque, che con Pearl Harbour la guerra giunga alla sua svolta decisiva.
È vero, prima ancora del proditorio bombardamento giapponese, l'aggressione tedesca all'URSS aveva già modificato il quadro dello scontro
in atto. Ma, a veder bene, se ne aveva sensibilmente alterato le dimensioni, non ne aveva ancora modificato sino in fondo la sostanza: nonostante l'aberrante taglio
ideologico impostole dal nazismo e l'indiscutibile segno proletario impressole dall'Armata Rossa, la guerra restava essenzialmente una «guerra europea», un
conflitto per l'egemonia sul Vecchio Continente, combattuto secondo disegni e prospettive (il dominio della «razza dei signori», il rilancio della «rivoluzione
mondiale », il ruolo «imperiale» dell'Union Jack) certo qualitativamente diversi tra di loro e tuttavia, in ultima analisi, esito e frutto di ideologie e
di impostazioni di tipo ancora tradizionale(3).
Non per nulla, la decisione di Hitler di attaccare a Oriente aveva finito col portare acqua proprio al mulino di Churchill, alla più «vecchia»,
cioè, delle posizioni in campo. Da un lato, infatti, l'eventualità di una vittoriosa resistenza sovietica all'«operazione Barbarossa» veniva a dischiudere — secondo
uno dei più classici schemi della storia d'Europa — la possibilità di una proficua mediazione inglese tra un'URSS, irrobustita e magari dilatata sulla frontiera
occidentale, ma anche depauperata dallo sforzo bellico e una Germania «denazificata», ma fatta salva nella sua compagine nazionale. Dall'altro lato poi, nella
peggiore delle ipotesi — nell'eventualità, cioè, di un tracollo delle armate sovietiche —, si veniva comunque ad aprire per gli Inglesi un certo margine di respiro
e, con esso, la concreta possibilità di rafforzare, grazie anche all'indiretto sostegno americano, le proprie posizioni «imperiali» nel mondo, per trattare quindi
vantaggiosamente, forti sempre della spalla statunitense, con una Germania vittoriosa ad Oriente.
Ora, dopo Pearl Harbour, tutti questi calcoli (nei quali continuavano a vivere le ambizioni e le illusioni che erano state tipiche della miope
logica di Versailles) debbono ben presto rivelarsi infondati. L'America di Roosevelt non scende infatti in guerra per restaurare i tradizionali equilibri europei,
bensì per liquidarli e per trasformare, su questa base, l'intero assetto internazionale. Appunto in tal senso la data del 7 dicembre 1941 segna una svolta decisiva.
Dopo Pearl Harbour, cioè, il conflitto diventa sino in fondo ed effettivamente mondiale: alla fine di esso l'Europa e il mondo non saranno più gli stessi.
In effetti, gli aerei e i siluri dell'ammiraglio Yamamoto, se sorprendono alla fonda buona parte della flotta americana, non colgono però alla
sprovvista la Casa Bianca e il governo degli Stati Uniti: i loro piani — lo si è visto(4) — erano già pronti, già stabilito (e pazientemente
preparato) il disegno di base. Ed esso non tarda ora a prendere corpo in tutti i suoi caratteri di novità, per imporsi poi, via via, nella generale conduzione delle
operazioni di guerra. In tal modo, nel giro di un solo anno, non solo la Germania sarà costretta a passare dall'offensiva alla difensiva, ma agli obiettivi tardo
ottocenteschi della strategia britannica, che hanno sostanzialmente presieduto sino a Pearl Harbour alla gestione della guerra, verranno a sostituirsi delle finalità
che con tale strategia potranno ormai coincidere sempre di meno. A seguito del diretto impegno americano, infatti, non si perseguirà più il ritorno allo
status quo precedente l'ascesa dei fascismi, bensì si mirerà a provocare una radicale trasformazione degli equilibri politico-sociali del Vecchio Continente quale decisiva
premessa di una profonda revisione dei rapporti internazionali.
Non senza ragione, allora, l'iniziativa dell'Unione Sovietica - presto rinvigorita ed esaltata dall'epopea di Stalingrado — potrà muoversi a
un parto con quella degli Stati Uniti: in essa, anzi, i Roosevelt, gli Hopkins, i Marshall troveranno rapidamente la «spalla», la indispensabile alleanza capace
di rendere concreto e vittoriosamente egemonico, sul piano militare come su quello politico, il loro disegno di rinnovamento. Né la cospirante convergenza dei due
grandi Stati, usciti entrambi positivamente dal loro peculiare isolazionismo, rimarrà senza incisive conseguenze sull'intero fronte della lotta antifascista:
quest'ultimo invero, mentre si farà verso l'esterno sempre più coeso e agguerrito (raggiungendo, specie dopo la dichiarazione di Casablanca sulla «resa
incondizionata», una compattezza mai raggiunta per l'innanzi), al suo stesso interno — soprattutto, ma non solo, nelle zone sottoposte alla presa coloniale
anglo-francese — verrà invece letteralmente bruciandosi (emblematiche saranno ben presto le figure di un Gandhi o di un Ho Chi Min) nel crogiuolo di un
rivoluzionario aggiornamento. E non è tutto: nel cuore medesimo di molte delle nazioni oppresse dal nazifascismo forze e uomini nuovi assurgeranno al ruolo di
protagonisti attraverso l'impegno, carico di vigore e denso di futuro, della Resistenza.
Riprendendo le fila del discorso, si può dunque ben dire che Pearl Harbour segni nella guerra la svolta determinante; da questo momento, la
strategia americana è in grado di dispiegarsi liberamente lungo due fondamentali direzioni: prendere in Occidente la direzione delle operazioni militari, ricercare
a Oriente un accordo globale con l'Unione Sovietica. Nella misura in cui essa si afferma (e all'iniziativa di Roosevelt naturalmente si affianca quella di Stalin) il
mondo stesso viene trasformandosi nei suoi elementi costitutivi. Abbiamo appunto visto, nella prima parte di questo scritto, come negli anni della «neutralità», pur
tra ostacoli e «colpi di coda», il disegno rooseveltiano già rivelasse con chiarezza le proprie trame; ne coglieremo e ne preciseremo adesso — rileggendo la seconda
parte delle «memorie» di Hopkins(5) - tutta la estensione e la portata rivoluzionaria.
La questione degli aiuti all'Unione Sovietica
Riassumiamo qui di seguito, in una sintesi per punti, quelli che lo Stato Maggiore americano considerava, ancora sei mesi prima del trauma di Pearl
Harbour, come i cardini strategici di un eventuale intervento militare nel conflitto:
In effetti, il fronte russo si rivelava sempre di più come quello decisivo: su di esso si esercitava l'enorme pressione della macchina bellica tedesca, su di esso si fondava la possibilità di un passaggio, in Europa, dalla difensiva all'offensiva, dalla strategia degli «aiuti» all'intervento diretto e all'apertura di un «secondo fronte» nel Vecchio Continente. Dopo la prima missione di Hopkins a Mosca(7) risultava insomma ormai chiaro che l'entrata in guerra degli Stati Uniti da posizioni favorevoli era affidata al prolungarsi della resistenza sovietica.
Gli esiti dell'incontro di Hopkins con Stalin, positivi oltre ogni attesa, avevano però inacerbito le resistenze degli isolazionisti e dei «pacifisti» americani, trovando nuovo impulso nell'anticomunismo viscerale di larga parte dei cattolici statunitensi; un anticomunismo cui certamente non erano estranee le ambiguità della politica di papa Pacelli verso la Germania nazista. Per addomesticare tale opposizione, e per renderla comunque meno aspra, Roosevelt, sul finire dell'estate '41, dava il via alla «missione Taylor». Così ne riferisce Sherwood:
Nel nuovo e delicato problema sollevato dall'avversione della Chiesa verso il Comunismo, Roosevelt ricevette però un preziosissimo aiuto da alcuni eminenti laici cattolici, come il giudice aggiunto della Corte suprema Frank Murphy, il ministro delle Poste Frank Walker e Philip Murray che era succeduto a John L. Lewis nella direzione del C.I.O. Non eran pochi gli impazienti i quali pensavano che il Presidente sopravvalutasse le forze dei cattolici, ma egli agiva sempre con estrema prudenza quando si trattava di sentimenti religiosi: sapeva molto meglio dei suoi consiglieri quali ne potevano essere le ripercussioni. [ ... ]
A Roma intanto Myron Taylor portava a termine la sua missione, il giorno stesso in cui Harriman si accingeva a partire per Mosca. Taylor meritava in pieno il titolo di «ambasciatore straordinario». Egli sostenne la sua causa in Vaticano con somma prudenza e abilità, ricevendone simpatica accoglienza. I risultati della missione non ebbero vasta risonanza, ma furono ugualmente efficaci, poiché dopo di allora la gerarchia cattolica degli Stati Uniti non sollevò più alcuna obiezione agli 11 miliardi di dollari e più di materiale ceduto all'Unione Sovietica con gli affitti e prestiti.
Harriman conosce perfettamente l'importanza strategica del vostro fronte e farà tutto quanto gli è possibile, ne sono certo, per portare alla migliore conclusione le trattative di Mosca.
Ho avuto ampi particolari dell'incoraggiante e soddisfacente visita fattavi da Harry Hopkins. Non vi so dire quanto entusiasmo susciti qui la valorosa resistenza delle armi sovietiche.
Ho fiducia che si troverà il modo di provvedere i materiali e le forniture necessarie per combattere Hitler su tutti i fronti, non escluso il vostro.
Desidero in modo particolare cogliere quest'occasione per esprimervi tutta la mia fiducia nella vittoria definitiva delle vostre armi su Hitler, e per garantirvi della nostra ferma decisione di fornirvi ogni possibile aiuto di carattere materiale.
La nostra avanzata in Persia aveva avuto un semplice carattere di operazione preventiva, povera cosa, e non vi era stato impiegato nemmeno un quarto delle truppe impegnate dai Russi. Le uniche nostre iniziative sono state il bombardamento della Germania occidentale e le incursioni della caccia in Francia, nulla che potesse aiutare i Russi o porre in difficoltà la Germania, e che ci costarono invece la vita di molti fra i nostri migliori aviatori.
La nostra strategia è ancora fondata su una guerra di lunga durata, e siamo ciechi di fronte alle necessità e all'urgenza del momento. Non si è fatto un solo tentativo per considerare le cose alla luce del nuovo fattore rappresentato dalla resistenza sovietica.
Oggi il problema in campo militare è uno solo. Come aiutare la Russia? Ma su questo punto i capi di Stato maggiore si accontentano di dire che non si può far niente. Mettono in campo un monte di difficoltà, ma non danno un consiglio sul modo di ovviarvi.
E' stupido dire che non possiamo far niente per la Russia. Possiamo e come; basta decidersi a sacrificare i nostri progetti per una guerra di lunga durata, che noi continuiamo ad accarezzare senza vedere che dal giorno dell'attacco alla Russia sono stati superati.
La resistenza russa ha cambiato il volto a molte cose. Prima di tutto ha quasi spogliato l'Occidente europeo d'ogni velo di truppe tedesche ed ha impedito, almeno per il momento, ogni offensiva dell'Asse in qualsiasi altro settore. In secondo luogo ha creato una situazione quasi rivoluzionaria in ogni paese occupato ed ha aperto duemila miglia di coste a uno sbarco di forze britanniche.
Ma i Tedeschi possono muovere impunemente le loro divisioni verso Est, poiché il continente è ancora fuori di portata dalle nostre truppe, nel pensiero dei nostri generali, ed una ribellione è considerata prematura, e deplorata, in certi casi, perché non siamo pronti a sostenerla.
I capi di Stato maggiore vorrebbero aspettare di cucire l'ultimo bottone dell'ultima giubba prima di lanciare un'offensiva. Non s'avvedono dell'occasione che si presenta. Dimenticano che l'attacco contro la Russia ci ha portato anche un pericolo oltre che un vantaggio. Se non li aiutiamo ora, i Russi possono crollare. E Hitler, libero finalmente di preoccupazioni all'Est, concentrerà tutte le sue forze in Occidente contro di noi.
I Tedeschi allora non aspetteranno che noi si sia pronti. Ed è una follia aspettare, ora. Dobbiamo attaccare prima che sia troppo tardi.
Ma torniamo alla questione degli aiuti all'Unione Sovietica:
Hopkins commentò il cablogramma in questi termini:
«Dopo i colloqui avuti con Stalin a Mosca, mi è parso opportuno che il Presidente trattasse direttamente con lui [...]
Questo telegramma è il secondo che il Presidente manda a Stalin da che io sono tornato. Il primo fu in data 13 ottobre, per avere precisazioni su alcuni dati richiesti.
Questo rappresenta la decisione di estendere anche ai Russi la legge affitti e prestiti. Abbiamo avuto infine discussioni sull'argomento in queste settimane si è dovuto constatare una volta ancora che gli affitti e prestiti sono l'unico mezzo per finanziare gli aiuti. Ieri ho consultato Morgenthau e Hull, ed entrambi hanno accolto favorevolmente il contenuto di questo messaggio che ho preparato in mattinata e che è stato poi trasmesso dal Presidente.
Il Presidente ha ricevuto la missione russa, e le conversazioni sano continuate oggi su questioni di dettaglio ». [ ... ]
Stalin rispose al messaggio di Roosevelt il 14 novembre:
«L'ambasciatore americano signor Steinhardt mi ha presentato il 2 novembre 1941, per mezzo del signor Viscinsky, una memoria contenente il vostro messaggio, di cui però non ho ricevuto il testo esatto.
Per prima cosa vi vorrei esprimere i miei sinceri ringraziamenti per i nobili apprezzamenti che mi avete espresso circa la rapidità con cui è stata conclusa la conferenza. Il Governo sovietico vi è grato della decisione di soddisfare puntualmente le raccomandazioni della conferenza.
Signor Presidente, la vostra decisione di garantire all'Unione Sovietica un prestito per l'ammontare di un miliardo di dollari, esente da interesse, allo scopo di pagare gli armamenti e le materie prime necessari all'Unione Sovietica, è stata accolta con vera gratitudine dal Governo sovietico ed è considerata come uno straordinario e sostanziale aiuto nelle difficoltà presenti e nella lotta che combattiamo contro il comune nemico, il sanguinario hitlerismo.
Accetto pienamente, in nome del Governo dell'Unione Sovietica, le condizioni da voi proposte per il prestito alla Russia, cioè che l'ammortamento del prestito cominci cinque anni dopo la fine del conflitto e venga coperto entro i dieci anni che seguiranno.
Il Governo dell'URSS è disposto ad agevolare in tutti i modi le forniture di merci e materie prime richieste dagli Stati Uniti.
Sono cordialmente d'accordo con voi, signor Presidente, di stabilire contatti diretti e personali, se le circostanze lo richiederanno».
In definitiva Hopkins disse che non c'erano riserve politiche da fare al presente, e quelle che c'erano, eran dovute essenzialmente a quel gruppo di persone che aveva interesse a porre di nuovo in discussione il problema. Propose quindi di accantonare la questione e di non darle corso.
In sostanza, mentre tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti si farà sempre più spesso il diaframma costituito dalle posizioni coloniali e «imperiali» del Regno Unito, la Casa Bianca e il Cremlino muoveranno sostanzialmente concordi nello sforzo di far gradualmente uscire quello che nel dopoguerra sarà definito come il «terzo mondo» dalla spirale oppressiva dello sfruttamento coloniale europeo. Non a caso, per tornare al punto di cui ci stavamo occupando, Roosevelt si rivelò sempre molto prudente nella sua politica di aiuti verso l'Inghilterra: le «logiche cautele» che potevano essere omesse nei confronti di Mosca, vennero puntualmente esercitate verso Londra. La nomina di un politico della statura di Harriman a capo della delegazione statunitense per gli aiuti alla Gran Bretagna ebbe appunto questo senso: il delegato di Roosevelt doveva «controllare» che le forniture americane non subissero «dirottamenti», che non venissero, cioè, utilizzate — stornandole dalle necessità della guerra al nazismo —nel settore dei tradizionali interessi imperiali dell'Union Jack.
Contrasti anglo-sovietici
Un'ulteriore verifica a quanto abbiamo osservato ci viene da un rapido esame dello stato delle relazioni tra Londra e Mosca all'immediata vigilia di Pearl Harbour. I rapporti tra le due capitali alleate, che si erano progressivamente logorati nel corso dell'anno (l'Inghilterra veniva accusata, fra l'altro, di trattenere o di cercare di dirottare altrove gli aiuti americani all'URSS) attraversano nelle settimane precedenti l'aggressione nipponica un momento critico.
Stalin, dopo la vittoriosa «controffensiva di Rostov», pone per la seconda volta a Churchill — e in termini bruscamente ultimativi — la questione degli «accordi per il futuro assetto politico» dell'Europa. Churchill per «smussare gli angoli» decide di inviare a Mosca Eden, che parte il giorno stesso di Pearl Harbour. Ma anche in questa occasione, come già in precedenza, Roosevelt riafferma la sua contrarietà a qualsiasi accordo sul dopoguerra che non abbia l'avallo degli Stati Uniti.
Il 5 era stato spedito a Winant un cablogramma importantissimo: recava la firma di Hull ed aveva il benestare di Roosevelt. Wínant ebbe istruzione di darne lettura a Eden, e di non consegnarne ufficialmente copia alle autorità britanniche. Nel messaggio si diceva che « ci son testimoni della nostra buona fede nei confronti dell'URSS gli impegni presi dai nostri rappresentanti a Mosca, cui adempiamo puntualmente» — ci si riferiva naturalmente agli impegni per aiuti materiali, presi dalle missioni Beaverbrook-Harriman. E il messaggio continuava affermando che riguardo alle direttive del dopoguerra, i lineamenti essenziali di essa «si trovano nella Carta Atlantica che rappresenta oggi l'atteggiamento non solo degli Stati Uniti, ma anche della Gran Bretagna e dell'Unione Sovietica... Considerando ciò, sarebbe dannoso per qualsiasi dei nostri tre Governi... prendere impegni specifici e particolari sull'assetto del dopoguerra... Soprattutto non ci devono essere accordi segreti. Si devono tenere presenti le limitazioni costituzionali cui è legato il nostro governo». (Il corsivo è nostro).
Winant comunicò il tenore del telegramma a Eden la mattina del sabato 6 dicembre, e nella notte il ministro inglese degli Esteri lasciò Londra per Invergordon, per imbarcarsi per la Russia; in quel momento gli Stati Uniti non erano ancora usciti dalla non belligeranza.
In margine alla missione di Eden al Cremlino, vorremmo invece ribadire un punto cui già si è accennato all'inizio di questo secondo articolo. L'incontro di Mosca (dove vengono al pettine i nodi delle relazioni anglo-sovietiche, quali si erano aggrovigliati durante l’intero 1941) conferma infatti che, ancora all'immediata vigilia di Pearl Harbour, la politica dell'URSS continua a muoversi nel cerchio del tradizionale orizzonte europeo.
Stalin, che ha ottenuto un certo respiro dai successi della «controffensiva di Rostov», stringe da presso Londra nel tentativo di impegnarla sia a una maggiore iniziativa sul terreno militare, sia a un qualche accordo sull'Europa del dopoguerra (riconoscimento del «ritorno» delle repubbliche baltiche, riassetto dei confini polacchi, ecc.). E in realtà, dal 21 di giugno il peso della guerra hitleriana gravava ormai, per la massima parte, sulle spalle dell'URSS e Stalin non poteva evidentemente ridurre l'immane impegno del suo popolo al compito, per dirla con le parole dell'ambasciatore Dawies, di «cavar le castagne dal fuoco per conto di Sua Maestà britannica».
E tuttavia, va pure precisato che se, fino all'intervento americano nel conflitto, la politica dell'URSS non riesce a trascendere il quadro europeo, essa non si riduce per ciò a una semplice tutela delle necessità statuali sovietiche, né tanto meno si risolve — sulla scorta magari della tradizione zarista - nella pretesa a un generico espansionismo territoriale. Ben diversamente dall'Inghilterra di Churchill (che nella guerra antinazista ha sempre nel concreto giocato le carte, certo energiche e spregiudicate, ma pure chiusamente conservatrici, della più classica Machtpolitík, sicché é quasi per un'eterogenesi dei fini che, durante l'«ora più bella » della barbarie hitleriana, proprio alla eroica resistenza della Gran Bretagna siano rimaste legati i valori, le speranze e le energie di riscatto della civiltà europea) la Russia di Stalin viveva al fondo la tragica esperienza scatenata dall'«operazione Barbarossa» non solo come la dura difesa del «pacifico orto sovietico», ma anche come un nuovo, decisivo momento della rivoluzione proletaria. Esisteva, cioè, nella politica di guerra dell'URSS una grande carica di universalismo, che si esprimeva sì con categorie e «parole» ormai invecchiate e certamente non piene (onde non a caso la rivoluzione proletaria mondiale si configurava essenzialmente come rivoluzione in Europa ed era pertanto in Europa che andavano comunque stabiliti dei punti fermi definitivi), ma che in potenza era pronta altresì ad aprirsi — magari empiricamente, ma sempre con robustezza — alle qualità nuove introdotte dal processo storico, a coglierne al volo i positivi «segni dei tempi». In tal modo — a differenza di Churchíll, del geloso custode dell'Impero britannico —, Stalin sarà pronto, non appena Roosevelt scenderà in campo, a interpretare l'alleanza con l'America in termini che ne avrebbero fatto qualcosa di ben più ampio e significativo di una semplice, temporanea solidarietà di guerra.
N O T E
(1) Roosevelt and Hopkins. An intimate history, New York Milano, Garzanti 1949. Sul significato «politico» del volume cfr. la prima puntata di questo articolo alle pp. 438-442.
(2) La nostra rivista ha avuto modo più volte di soffermarsi sui termini politici ed economici della generale impostazione rooseveltiana. Per una rapida analisi, cfr., ad esempio, Níxon e la crisi del dollaro, in «Quaderni della Rivista Trimestrale», n. 35-36, pp. 366 e ss.
(3) Questo giudizio verrà meglio motivato nelle pagine che seguono. Cfr., infra, pp. 150-151.
(4) Si veda, nella prima parte di questo scritto, il paragrafo «Una stima per una guerra globale», art. cit., pp. 474 e ss.
(5) Riportiamo qui un passo del volume di Sherwood, nel quale viene chiarita la natura delle particolari « funzioni » di Harry Hopkins alla Casa Bianca:
«Secondo Harold Smith (direttore del Bilancio della White House) il ruolo di Hopkins era quello di un ministro senza portafoglio — una posizione cioè che richiedeva l'urgente ratifica del Congresso — quello di un Capo di Stato Maggiore civile senza Stato Maggiore, ma con un costante accesso presso il Presidente e una indubbia influenza su di lui; di un consigliere politico libero dai particolari interessi e preconcetti di ogni funzionario. Roosevelt poteva attribuirgli ogni specie di poteri, ma i membri del Gabinetto che lo volevano ignorare, potevano farlo. Era straordinario che il secondo personaggio d'importanza degli Stati Uniti, per tutto il periodo critico della seconda guerra mondiale, non rivestisse cariche ufficiali, e non possedesse nemmeno un ufficio, fuorché la scrivania della sua camera da letto. Senonché la camera da letto si trovava alla Casa Bianca».
«Hopkins non svolse una politica personale. Era troppo intelligente e troppo rispettoso del Capo per assumersi il ruolo di eminenza grigia. Egli non faceva che preparare il terreno e i mezzi per discutere come meglio raggiungere le mete prefisse. Roosevelt aveva l'abitudine di pensare a voce alta, ma era difficile trovare un ascoltatore che lo comprendesse pienamente e del quale si fidasse completamente come Hopkins.»
«Era l'intermediario diretto fra il Presidente e i vari organi dell'amministrazione effettiva, specialmente il ministro della guerra; era l'emissario di Roosevelt nei contatti con i leaders stranieri (un funzionario inglese mi disse un giorno: 'Abbiamo finito con il persuaderci che Hopkins è il vero ministro degli Esteri di Roosevelt'). La sua occupazione era precisamente di interpretare, di intuire, prevenire, spesso anticipare — azzeccandoci sempre — i pensieri di Roosevelt».
(6) Cfr. ancora la prima parte di questo articolo, pp. 453 e ss.
(7) Ibidem, pp. 466 e ss.