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Premessa...

In questa quinta puntata del saggio sono trascritte le pp. da 140 a 151 dei “Quaderni della Rivista Trimestrale”, n.42/inverno 1974-75.


Filippo Sacconi.
LA SECONDA GUERRA MONDIALE E I NODI DI UNA NUOVA
EGEMONIA INTERNAZIONALE NELLE CARTE DI HARRY HOPINS
(quinta puntata)

La svolta di Pearl Harbour

Concludendo la prima parte della nostra rilettura delle «memorie» di Harry Hopkins (raccolte e integrate, in un libro ricco e interessante, dall'amico Robert E. Sherwood)(1), sottolineavamo che l'improvviso attacco a Pearl Harbour, proprio perché viene a forzare l'ingresso degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale. sortisce un duplice effetto per la politica rooseveltiana: da una parte, destando traumaticamente l'America dai suoi persistenti torpori isolazionistici, disarma d'un sol colpo gli oppositori interni del Presidente; dall'altra, consentendo agli USA di gettare nel vivo dello scontro tutto del loro potenziale produttivo e umano, dischiude finalmente a Roosevelt la strada per realizzare il suo grande disegno strategico(2), attraverso il quale gli Stati Uniti sono destinati a divenire rapidamente uno degli elementi determinanti nello sviluppo dell'intero quadro mondiale. Non è a caso, dunque, che con Pearl Harbour la guerra giunga alla sua svolta decisiva.
È vero, prima ancora del proditorio bombardamento giapponese, l'aggressione tedesca all'URSS aveva già modificato il quadro dello scontro in atto. Ma, a veder bene, se ne aveva sensibilmente alterato le dimensioni, non ne aveva ancora modificato sino in fondo la sostan­za: nonostante l'aberrante taglio ideologico impostole dal nazismo e l'indiscutibile segno proletario impressole dall'Armata Rossa, la guerra restava essenzialmente una «guerra europea», un conflitto per l'egemonia sul Vecchio Continente, combattuto secondo disegni e prospettive (il dominio della «razza dei signori», il rilancio della «rivoluzione mondiale », il ruolo «imperiale» dell'Union Jack) certo qualitativamente diversi tra di loro e tuttavia, in ultima analisi, esito e frutto di ideologie e di impostazioni di tipo ancora tradizionale(3).
Non per nulla, la decisione di Hitler di attaccare a Oriente aveva finito col portare acqua proprio al mulino di Churchill, alla più «vec­chia», cioè, delle posizioni in campo. Da un lato, infatti, l'eventualità di una vittoriosa resistenza sovietica all'«operazione Barbarossa» ve­niva a dischiudere — secondo uno dei più classici schemi della storia d'Europa — la possibilità di una proficua mediazione inglese tra un'URSS, irrobustita e magari dilatata sulla frontiera occidentale, ma anche depauperata dallo sforzo bellico e una Germania «denazifi­cata», ma fatta salva nella sua compagine nazionale. Dall'altro lato poi, nella peggiore delle ipotesi — nell'eventualità, cioè, di un tracollo delle armate sovietiche —, si veniva comunque ad aprire per gli Inglesi un certo margine di respiro e, con esso, la concreta possibilità di rafforzare, grazie anche all'indiretto sostegno americano, le proprie posizioni «imperiali» nel mondo, per trattare quindi vantaggiosa­mente, forti sempre della spalla statunitense, con una Germania vitto­riosa ad Oriente.
Ora, dopo Pearl Harbour, tutti questi calcoli (nei quali continua­vano a vivere le ambizioni e le illusioni che erano state tipiche della miope logica di Versailles) debbono ben presto rivelarsi infondati. L'America di Roosevelt non scende infatti in guerra per restaurare i tradizionali equilibri europei, bensì per liquidarli e per trasformare, su questa base, l'intero assetto internazionale. Appunto in tal senso la data del 7 dicembre 1941 segna una svolta decisiva. Dopo Pearl Harbour, cioè, il conflitto diventa sino in fondo ed effettivamente mondiale: alla fine di esso l'Europa e il mondo non saranno più gli stessi.
In effetti, gli aerei e i siluri dell'ammiraglio Yamamoto, se sorprendono alla fonda buona parte della flotta americana, non colgono però alla sprovvista la Casa Bianca e il governo degli Stati Uniti: i loro piani — lo si è visto(4) — erano già pronti, già stabilito (e pazientemente preparato) il disegno di base. Ed esso non tarda ora a prendere corpo in tutti i suoi caratteri di novità, per imporsi poi, via via, nella generale conduzione delle operazioni di guerra. In tal modo, nel giro di un solo anno, non solo la Germania sarà costretta a passare dall'offensiva alla difensiva, ma agli obiettivi tardo ottocenteschi della strategia britannica, che hanno sostanzialmente presieduto sino a Pearl Harbour alla gestione della guerra, verranno a sostituirsi delle finalità che con tale strategia potranno ormai coincidere sempre di meno. A seguito del diretto impegno americano, infatti, non si perseguirà più il ritorno allo status quo precedente l'ascesa dei fascismi, bensì si mirerà a provocare una radicale trasformazione degli equilibri politico-sociali del Vecchio Continente quale decisiva premessa di una profonda revisione dei rapporti internazionali.
Non senza ragione, allora, l'iniziativa dell'Unione Sovietica - presto rinvigorita ed esaltata dall'epopea di Stalingrado — potrà muoversi a un parto con quella degli Stati Uniti: in essa, anzi, i Roosevelt, gli Hopkins, i Marshall troveranno rapidamente la «spal­la», la indispensabile alleanza capace di rendere concreto e vittoriosa­mente egemonico, sul piano militare come su quello politico, il loro disegno di rinnovamento. Né la cospirante convergenza dei due grandi Stati, usciti entrambi positivamente dal loro peculiare isolazionismo, ri­marrà senza incisive conseguenze sull'intero fronte della lotta antifasci­sta: quest'ultimo invero, mentre si farà verso l'esterno sempre più coe­so e agguerrito (raggiungendo, specie dopo la dichiarazione di Casa­blanca sulla «resa incondizionata», una compattezza mai raggiunta per l'innanzi), al suo stesso interno — soprattutto, ma non solo, nelle zone sottoposte alla presa coloniale anglo-francese — verrà invece letteral­mente bruciandosi (emblematiche saranno ben presto le figure di un Gandhi o di un Ho Chi Min) nel crogiuolo di un rivoluzionario aggiornamento. E non è tutto: nel cuore medesimo di molte delle nazioni oppresse dal nazifascismo forze e uomini nuovi assurgeranno al ruolo di protagonisti attraverso l'impegno, carico di vigore e denso di futuro, della Resistenza.
Riprendendo le fila del discorso, si può dunque ben dire che Pearl Harbour segni nella guerra la svolta determinante; da questo momento, la strategia americana è in grado di dispiegarsi liberamente lungo due fondamentali direzioni: prendere in Occidente la direzione delle operazioni militari, ricercare a Oriente un accordo globale con l'Unione Sovietica. Nella misura in cui essa si afferma (e all'iniziativa di Roosevelt naturalmente si affianca quella di Stalin) il mondo stesso viene trasformandosi nei suoi elementi costitutivi. Abbiamo appunto visto, nella prima parte di questo scritto, come negli anni della «neutralità», pur tra ostacoli e «colpi di coda», il disegno roosevel­tiano già rivelasse con chiarezza le proprie trame; ne coglieremo e ne preciseremo adesso — rileggendo la seconda parte delle «memo­rie» di Hopkins(5) - tutta la estensione e la portata rivoluzionaria.

La questione degli aiuti all'Unione Sovietica

Riassumiamo qui di seguito, in una sintesi per punti, quelli che lo Stato Maggiore americano considerava, ancora sei mesi prima del trauma di Pearl Harbour, come i cardini strategici di un eventuale intervento militare nel conflitto:

  1. La linea di sicurezza degli USA è sull'Atlantico;
  2. il nemico da battere è in primo luogo l'hitlerismo;
  3. il teatro europeo è pertanto quello determinante;
  4. per raggiungere l'obiettivo fondamentale — la distruzione appunto del nazismo — assolutamente essenziale è il sostegno della resistenza del­l'URSS, dato il peso militare e politico del tutto peculiare dello Stato so­vietico.
Il problema degli aiuti all'URSS, per la sua complessità e per il suo specifico rilievo ( esso costituisce un'autentica spia delle effettive intenzioni politiche della strategia militare americana) ci obbliga qui a una breve digressione. Alla Casa Bianca, il problema era già stato preso in considerazione, prima ancora dell'aggressione nazista all'Unione Sovietica, fin dal varo della legge «Affitti e prestiti»(6); nei mesi precedenti Pearl Harbour esso doveva poi costituire per Roosevelt e per Hopkins un motivo di costante interesse e di viva preoccupa­zione.
In effetti, il fronte russo si rivelava sempre di più come quello decisivo: su di esso si esercitava l'enorme pressione della macchina bellica tedesca, su di esso si fondava la possibilità di un passaggio, in Europa, dalla difensiva all'offensiva, dalla strategia degli «aiuti» all'intervento diretto e all'apertura di un «secondo fronte» nel Vecchio Continente. Dopo la prima missione di Hopkins a Mosca(7) risul­tava insomma ormai chiaro che l'entrata in guerra degli Stati Uniti da posizioni favorevoli era affidata al prolungarsi della resistenza so­vietica.
Gli esiti dell'incontro di Hopkins con Stalin, positivi oltre ogni attesa, avevano però inacerbito le resistenze degli isolazionisti e dei «pacifisti» americani, trovando nuovo impulso nell'anticomunismo viscerale di larga parte dei cattolici statunitensi; un anticomunismo cui certamente non erano estranee le ambiguità della politica di papa Pacelli verso la Germania nazista. Per addomesticare tale opposizione, e per renderla comunque meno aspra, Roosevelt, sul finire dell'estate '41, dava il via alla «missione Taylor». Così ne riferisce Sherwood:
Per far cessare la strenua opposizione cattolica contro gli aiuti all'Unione Sovietica, Roosevelt decise di mandare nuovamente a Roma Myron C. Taylor, come ambasciatore presso Pio XII. La mossa però sollevò nuove difficoltà nell'altro campo, quello protestante, i cui capi non vedevano di buon occhio questi segni di riavvicinamento tra la Casa Bianca e il Vaticano, che ripetevano un passo già tentato nel 1928 in occasione della candidatura di Alfred E. Smith alla Presidenza. Ma Taylor era l'uomo ideale per una missione così delicata. Egli era un protestante eminente ed era l'ex-presidente della Corporazione ame­ricana degli acciai, di cui continuava ad essere direttore; nonché direttore della Compagnia Americana dei Telefoni e dei Telegrafi, della First National Bank di Nuova York, delle Ferrovie Centrali di Nuova York ecc., per cui era difficile tacciarlo d'essere asservito a Stalin.
Nel nuovo e delicato problema sollevato dall'avversione della Chiesa verso il Comunismo, Roosevelt ricevette però un preziosissimo aiuto da alcuni emi­nenti laici cattolici, come il giudice aggiunto della Corte suprema Frank Murphy, il ministro delle Poste Frank Walker e Philip Murray che era succeduto a John L. Lewis nella direzione del C.I.O. Non eran pochi gli impazienti i quali pensavano che il Presidente sopravvalutasse le forze dei cattolici, ma egli agiva sempre con estrema prudenza quando si trattava di sentimenti religiosi: sapeva molto meglio dei suoi consiglieri quali ne potevano essere le ripercussioni. [ ... ]
A Roma intanto Myron Taylor portava a termine la sua missione, il giorno stesso in cui Harriman si accingeva a partire per Mosca. Taylor meritava in pieno il titolo di «ambasciatore straordinario». Egli sostenne la sua causa in Vaticano con somma prudenza e abilità, ricevendone simpatica accoglienza. I risultati della missione non ebbero vasta risonanza, ma furono ugualmente effi­caci, poiché dopo di allora la gerarchia cattolica degli Stati Uniti non sollevò più alcuna obiezione agli 11 miliardi di dollari e più di materiale ceduto al­l'Unione Sovietica con gli affitti e prestiti.
Il viaggio di Harriman, cui accenna Sherwood, segnava una nuo­va tappa nella marcia di avvicinamento all'Unione Sovietica. Hopkins, durante i suoi colloqui al Cremlino, aveva proposto un incontro «a tre» alla presenza di Stalin. A capo di un gruppo di esperti americani, alla fine del settembre '41, Harriman si recava pertanto nella capi­tale sovietica, insieme a una delegazione britannica guidata da Lord Beaverbrook, per definire e programmare ufficialmente gli aiuti al­l'URSS. Roosevelt coglieva l'occasione per inviare una lettera a Stalin:
Questo scritto vi sarà rimesso dal mio amico Averell Harriman, cui ho chiesto di essere a capo della nostra delegazione a Mosca.
Harriman conosce perfettamente l'importanza strategica del vostro fronte e farà tutto quanto gli è possibile, ne sono certo, per portare alla migliore conclusione le trattative di Mosca.
Ho avuto ampi particolari dell'incoraggiante e soddisfacente visita fattavi da Harry Hopkins. Non vi so dire quanto entusiasmo susciti qui la valorosa resistenza delle armi sovietiche.
Ho fiducia che si troverà il modo di provvedere i materiali e le forniture necessarie per combattere Hitler su tutti i fronti, non escluso il vostro.
Desidero in modo particolare cogliere quest'occasione per esprimervi tutta la mia fiducia nella vittoria definitiva delle vostre armi su Hitler, e per garantirvi della nostra ferma decisione di fornirvi ogni possibile aiuto di carattere ma­teriale.
Dopo tre giorni di discussioni con il leader sovietico, il 1° di ottobre, veniva firmato un «protocollo confidenziale» fra USA, URSS e Regno Unito. Di ritorno da Mosca, Lord Beaverbrook, il vulca­nico amico di Churchill e l'accanito fautore del «secondo fronte» in Francia, così si sfogava con Hopkins contro lo Stato maggiore inglese:
Al ritorno dalla Russia, verso la metà di ottobre 1941, posi la questione di un secondo fronte per aiutare i Russi. Sostenni che i nostri esponenti mili­tari s'erano mostrati sempre troppo avversi a prendere qualsiasi iniziativa.
La nostra avanzata in Persia aveva avuto un semplice carattere di opera­zione preventiva, povera cosa, e non vi era stato impiegato nemmeno un quarto delle truppe impegnate dai Russi. Le uniche nostre iniziative sono state il bombardamento della Germania occidentale e le incursioni della caccia in Francia, nulla che potesse aiutare i Russi o porre in difficoltà la Germania, e che ci costarono invece la vita di molti fra i nostri migliori aviatori.
La nostra strategia è ancora fondata su una guerra di lunga durata, e siamo ciechi di fronte alle necessità e all'urgenza del momento. Non si è fatto un solo tentativo per considerare le cose alla luce del nuovo fattore rappresentato dalla resistenza sovietica.
Oggi il problema in campo militare è uno solo. Come aiutare la Russia? Ma su questo punto i capi di Stato maggiore si accontentano di dire che non si può far niente. Mettono in campo un monte di difficoltà, ma non danno un consiglio sul modo di ovviarvi.
E' stupido dire che non possiamo far niente per la Russia. Possiamo e come; basta decidersi a sacrificare i nostri progetti per una guerra di lunga durata, che noi continuiamo ad accarezzare senza vedere che dal giorno dell'attacco alla Russia sono stati superati.
La resistenza russa ha cambiato il volto a molte cose. Prima di tutto ha quasi spogliato l'Occidente europeo d'ogni velo di truppe tedesche ed ha impe­dito, almeno per il momento, ogni offensiva dell'Asse in qualsiasi altro settore. In secondo luogo ha creato una situazione quasi rivoluzionaria in ogni paese occupato ed ha aperto duemila miglia di coste a uno sbarco di forze britanniche.
Ma i Tedeschi possono muovere impunemente le loro divisioni verso Est, poiché il continente è ancora fuori di portata dalle nostre truppe, nel pensiero dei nostri generali, ed una ribellione è considerata prematura, e deplorata, in certi casi, perché non siamo pronti a sostenerla.
I capi di Stato maggiore vorrebbero aspettare di cucire l'ultimo bottone dell'ultima giubba prima di lanciare un'offensiva. Non s'avvedono dell'occasione che si presenta. Dimenticano che l'attacco contro la Russia ci ha portato anche un pericolo oltre che un vantaggio. Se non li aiutiamo ora, i Russi possono crollare. E Hitler, libero finalmente di preoccupazioni all'Est, concentrerà tutte le sue forze in Occidente contro di noi.
I Tedeschi allora non aspetteranno che noi si sia pronti. Ed è una follia aspettare, ora. Dobbiamo attaccare prima che sia troppo tardi.
In realtà, senza un intervento diretto degli Stati Uniti, ben poche erano le iniziative che, sul continente, potevano essere prese dallo Stato Maggiore britannico. E' da sottolineare, piuttosto, il fatto che un qualificato esponente inglese come Lord Beaverbrook avvertisse fin dal primo incontro con i sovietici in quale misura l'ingresso del­l'URSS nel conflitto avesse profondamente mutato i termini non solo strategici, ma anche politici della guerra. L'accenno alla situazione «quasi rivoluzionaria» dell'Europa determinata dall'aggressione alla Russia sovietica è, in proposito, senz'altro sintomatico. E tuttavia, va pure precisato che Lord Beaverbrook rappresentava una voce isola tra i responsabili politici e militari del Regno Unito: nel concreto, la linea strategica di Churchill rimaneva nettamente dominante, come testimoniano, del resto, le «memorie » di Alanbrooke, di Eden, di Montgomery e, ovviamente, dello stesso Churchíll.
Ma torniamo alla questione degli aiuti all'Unione Sovietica:
Il 30 ottobre Roosevelt telegrafò a Stalin che aveva approvato tutte le voci riguardanti il materiale, contenute nel protocollo della conferenza di Mosca, ordinandone le consegne e disponendo perché i carichi, fino al valore di un miliardo di dollari, passassero sotto gli affitti e prestiti, perché non fossero «soggetti ad alcun interesse sul debito derivantene e i pagamenti a saldo comin­ciassero a partire dal quinto anno dopo la guerra per essere completati in un periodo di dieci anni dalla data d'inizio». Tali accordi erano soggetti all'approvazione del Governo sovietico. Roosevelt esprimeva la speranza che Stalin fa­cilitasse in modo particolare l'acquisto di materie prime e prodotti disponibili nell'URSS di cui gli Stati Uniti avessero assoluto bisogno. Terminava esprimendo il proprio apprezzamento per il modo come la conferenza era stata condotta con la speranza che Stalin «non avrebbe esitato a comunicare direttamente» con lui ogniqualvolta lo ritenesse opportuno.
Hopkins commentò il cablogramma in questi termini:
«Dopo i colloqui avuti con Stalin a Mosca, mi è parso opportuno che il Presidente trattasse direttamente con lui [...]
Questo telegramma è il secondo che il Presidente manda a Stalin da che io sono tornato. Il primo fu in data 13 ottobre, per avere precisazioni su alcuni dati richiesti.
Questo rappresenta la decisione di estendere anche ai Russi la legge affitti e prestiti. Abbiamo avuto infine discussioni sull'argomento in queste settimane si è dovuto constatare una volta ancora che gli affitti e prestiti sono l'unico mezzo per finanziare gli aiuti. Ieri ho consultato Morgenthau e Hull, ed entrambi hanno accolto favorevolmente il contenuto di questo messaggio che ho prepa­rato in mattinata e che è stato poi trasmesso dal Presidente.
Il Presidente ha ricevuto la missione russa, e le conversazioni sano conti­nuate oggi su questioni di dettaglio ». [ ... ]
Stalin rispose al messaggio di Roosevelt il 14 novembre:
«L'ambasciatore americano signor Steinhardt mi ha presentato il 2 novembre 1941, per mezzo del signor Viscinsky, una memoria contenente il vostro mes­saggio, di cui però non ho ricevuto il testo esatto.
Per prima cosa vi vorrei esprimere i miei sinceri ringraziamenti per i nobili apprezzamenti che mi avete espresso circa la rapidità con cui è stata conclusa la conferenza. Il Governo sovietico vi è grato della decisione di soddisfare puntualmente le raccomandazioni della conferenza.
Signor Presidente, la vostra decisione di garantire all'Unione Sovietica un prestito per l'ammontare di un miliardo di dollari, esente da interesse, allo scopo di pagare gli armamenti e le materie prime necessari all'Unione Sovietica, è stata accolta con vera gratitudine dal Governo sovietico ed è considerata come uno straordinario e sostanziale aiuto nelle difficoltà presenti e nella lotta che combattiamo contro il comune nemico, il sanguinario hitlerismo.
Accetto pienamente, in nome del Governo dell'Unione Sovietica, le condi­zioni da voi proposte per il prestito alla Russia, cioè che l'ammortamento del prestito cominci cinque anni dopo la fine del conflitto e venga coperto entro i dieci anni che seguiranno.
Il Governo dell'URSS è disposto ad agevolare in tutti i modi le forniture di merci e materie prime richieste dagli Stati Uniti.
Sono cordialmente d'accordo con voi, signor Presidente, di stabilire contatti diretti e personali, se le circostanze lo richiederanno».
L'importanza che il problema degli aiuti all'URSS viene via via assumendo nella generale strategia americana, ci è ulteriormente ri­velata da una singolare decisione presa oltre un anno più tardi, nel dicembre '42, da un «comitato presidenziale» su precisa sollecitazio­ne di Hopkins:
Un anno dopo l'entrata in guerra degli Stati Uniti, Hopkins assistette a una riunione del Comitato presidenziale per il Protocollo sovietico. Venne allora stabilito di chiedere ai Russi informazioni sulla situazione militare prima di procedere ad ulteriori aiuti (così s'era fatto anche per gli Inglesi). Dalle minute della riunione risulta che Hopkins riteneva nel complesso che il programma non fosse del tutto soddisfacente. «Non è facile comprendere i Russi. Gli Stati Uniti stanno facendo per essi cose che non farebbero per nes­sun'altra nazione senza prima ottenere piene informazioni». La decisione d'agire senza queste logiche cautele, fu presa forse, con qualche apprensione, ma dopo debita deliberazione.
In definitiva Hopkins disse che non c'erano riserve politiche da fare al presente, e quelle che c'erano, eran dovute essenzialmente a quel gruppo di persone che aveva interesse a porre di nuovo in discussione il problema. Propose quindi di accantonare la questione e di non darle corso.
Il senso di questo «documento» ci pare estremamente chiaro. L'Unione Sovietica, già prima della svolta di Pearl Harbour, occupa nella politica americana degli aiuti una posizione privilegiata, gode di un trattamento preferenzíale. Se — a un anno ormai dall'entrata in guerra degli Stati Uniti — dopo «debita deliberazione» si decide­rà che nei confronti dell'URSS si può agire senza le «logiche cautele» usate verso Londra; se le «riserve politiche» ancora esistenti saranno dovute essenzialmente, per esplicita ammissione di Hopkins, a quei «gruppi di persone» che non hanno ancora rinunciato a porre in discussione i rapporti con l'alleato sovietico, ciò significa che, ai fini del successo della politica globale degli USA, l'Unione Sovietica si è trovata subito a svolgere un ruolo diverso da quello rivestito dall'In­ghilterra. E questo non solo per il peso di gran lunga maggiore esercitato dall'URSS sul terreno della lotta all'hitlerismo, ma anche, e soprattutto, per una ragione di fondo, per l'esistenza (che lo svolgi­mento stesso degli avvenimenti viene mettendo in luce in modo cre­scente) di una oggettiva concordanza di obiettivi tra Mosca e Washington; una convergenza che invece, con Londra, è soltanto parziale, limitata di fatto alla mera liquidazione del nazismo.
In sostanza, mentre tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti si farà sempre più spesso il diaframma costituito dalle posizioni colonia­li e «imperiali» del Regno Unito, la Casa Bianca e il Cremlino muo­veranno sostanzialmente concordi nello sforzo di far gradualmente uscire quello che nel dopoguerra sarà definito come il «terzo mondo» dalla spirale oppressiva dello sfruttamento coloniale europeo. Non a caso, per tornare al punto di cui ci stavamo occupando, Roosevelt si rivelò sempre molto prudente nella sua politica di aiuti verso l'In­ghilterra: le «logiche cautele» che potevano essere omesse nei con­fronti di Mosca, vennero puntualmente esercitate verso Londra. La no­mina di un politico della statura di Harriman a capo della delegazione statunitense per gli aiuti alla Gran Bretagna ebbe appunto questo senso: il delegato di Roosevelt doveva «controllare» che le forniture americane non subissero «dirottamenti», che non venissero, cioè, utilizzate — stornandole dalle necessità della guerra al nazismo —nel settore dei tradizionali interessi imperiali dell'Union Jack.

Contrasti anglo-sovietici

Un'ulteriore verifica a quanto abbiamo osservato ci viene da un rapido esame dello stato delle relazioni tra Londra e Mosca all'im­mediata vigilia di Pearl Harbour. I rapporti tra le due capitali alleate, che si erano progressivamente logorati nel corso dell'anno (l'Inghil­terra veniva accusata, fra l'altro, di trattenere o di cercare di dirottare altrove gli aiuti americani all'URSS) attraversano nelle settimane pre­cedenti l'aggressione nipponica un momento critico.
Stalin, dopo la vittoriosa «controffensiva di Rostov», pone per la seconda volta a Churchill — e in termini bruscamente ultimati­vi — la questione degli «accordi per il futuro assetto politico» del­l'Europa. Churchill per «smussare gli angoli» decide di inviare a Mosca Eden, che parte il giorno stesso di Pearl Harbour. Ma anche in questa occasione, come già in precedenza, Roosevelt riafferma la sua contrarietà a qualsiasi accordo sul dopoguerra che non abbia l'avallo degli Stati Uniti.

Eden lasciò il Regno Unito il 7 dicembre.
Il 5 era stato spedito a Winant un cablogramma importantissimo: recava la firma di Hull ed aveva il benestare di Roosevelt. Wínant ebbe istruzione di darne lettura a Eden, e di non consegnarne ufficialmente copia alle autorità britanniche. Nel messaggio si diceva che « ci son testimoni della nostra buona fede nei confronti dell'URSS gli impegni presi dai nostri rappresentanti a Mosca, cui adempiamo puntualmente» — ci si riferiva naturalmente agli impegni per aiuti materiali, presi dalle missioni Beaverbrook-Harriman. E il messaggio continuava affermando che riguardo alle direttive del dopoguerra, i lineamenti essenziali di essa «si trovano nella Carta Atlantica che rappresenta oggi l'at­teggiamento non solo degli Stati Uniti, ma anche della Gran Bretagna e del­l'Unione Sovietica... Considerando ciò, sarebbe dannoso per qualsiasi dei nostri tre Governi... prendere impegni specifici e particolari sull'assetto del dopoguerra... Soprattutto non ci devono essere accordi segreti. Si devono tenere presenti le limitazioni costituzionali cui è legato il nostro governo». (Il corsivo è nostro).
Winant comunicò il tenore del telegramma a Eden la mattina del sabato 6 dicembre, e nella notte il ministro inglese degli Esteri lasciò Londra per Invergordon, per imbarcarsi per la Russia; in quel momento gli Stati Uniti non erano ancora usciti dalla non belligeranza.
Sulle ragioni di fondo che spingono Roosevelt a opporsi, a questo punto della guerra, a ogni impegno sul futuro postbellico già abbiamo detto e avremo in seguito più volte occasione di dire ancora. Ci limi­tiamo qui a ricordare come tali ragioni non siano certo soltanto di carattere «costituzionale», ma siano legate anche (e soprattutto) a decisive considerazioni d'ordine ideale e pratico (il problema di un'Europa diversa, il ruolo dell'Unione Sovietica, il destino del mondo coloniale, i nodi interni della nazione americana) che investono tutta politica del grande presidente.
In margine alla missione di Eden al Cremlino, vorremmo invece ribadire un punto cui già si è accennato all'inizio di questo secondo articolo. L'incontro di Mosca (dove vengono al pettine i nodi delle relazioni anglo-sovietiche, quali si erano aggrovigliati durante l’intero 1941) conferma infatti che, ancora all'immediata vigilia di Pearl Har­bour, la politica dell'URSS continua a muoversi nel cerchio del tra­dizionale orizzonte europeo.
Stalin, che ha ottenuto un certo respiro dai successi della «controffensiva di Rostov», stringe da presso Londra nel tentativo di impegnarla sia a una maggiore iniziativa sul terreno militare, sia a un qualche accordo sull'Europa del dopoguerra (riconoscimento del «ritorno» delle repubbliche baltiche, riassetto dei confini polacchi, ecc.). E in realtà, dal 21 di giugno il peso della guerra hitleriana gravava ormai, per la massima parte, sulle spalle dell'URSS e Stalin non poteva evidentemente ridurre l'immane impegno del suo popolo al compito, per dirla con le parole dell'ambasciatore Dawies, di «cavar le castagne dal fuoco per conto di Sua Maestà britannica».
E tuttavia, va pure precisato che se, fino all'intervento americano nel conflitto, la politica dell'URSS non riesce a trascendere il quadro europeo, essa non si riduce per ciò a una semplice tutela delle necessità statuali sovietiche, né tanto meno si risolve — sulla scorta magari della tradizione zarista - nella pretesa a un generico espansionismo territoriale. Ben diversamente dall'Inghilterra di Churchill (che nella guerra antinazista ha sempre nel concreto giocato le carte, certo energiche e spregiudicate, ma pure chiusamente conservatrici, della più classica Machtpolitík, sicché é quasi per un'eterogenesi dei fini che, durante l'«ora più bella » della barbarie hitleriana, proprio alla eroica resistenza della Gran Bretagna siano rimaste legati i valori, le speranze e le energie di riscatto della civiltà europea) la Russia di Stalin viveva al fondo la tragica esperienza scatenata dall'«operazione Barbarossa» non solo come la dura difesa del «pa­cifico orto sovietico», ma anche come un nuovo, decisivo momento della rivoluzione proletaria. Esisteva, cioè, nella politica di guerra dell'URSS una grande carica di universalismo, che si esprimeva sì con categorie e «parole» ormai invecchiate e certamente non piene (onde non a caso la rivoluzione proletaria mondiale si configurava essenzialmente come rivoluzione in Europa ed era pertanto in Europa che andavano comunque stabiliti dei punti fermi definitivi), ma che in potenza era pronta altresì ad aprirsi — magari empiricamente, ma sempre con robustezza — alle qualità nuove introdotte dal proces­so storico, a coglierne al volo i positivi «segni dei tempi». In tal modo — a differenza di Churchíll, del geloso custode dell'Impero britannico —, Stalin sarà pronto, non appena Roosevelt scenderà in campo, a interpretare l'alleanza con l'America in termini che ne avrebbero fatto qualcosa di ben più ampio e significativo di una semplice, temporanea solidarietà di guerra.

N O T E

(1) Roosevelt and Hopkins. An intimate history, New York Milano, Garzanti 1949. Sul significato «politico» del volume cfr. la prima puntata di questo articolo alle pp. 438-442.
(2) La nostra rivista ha avuto modo più volte di soffermarsi sui termini politici ed economici della generale impostazione rooseveltiana. Per una rapida analisi, cfr., ad esempio, Níxon e la crisi del dollaro, in «Quaderni della Rivista Trimestrale», n. 35-36, pp. 366 e ss.
(3) Questo giudizio verrà meglio motivato nelle pagine che seguono. Cfr., infra, pp. 150-151.
(4) Si veda, nella prima parte di questo scritto, il paragrafo «Una stima per una guerra globale», art. cit., pp. 474 e ss.
(5) Riportiamo qui un passo del volume di Sherwood, nel quale viene chia­rita la natura delle particolari « funzioni » di Harry Hopkins alla Casa Bianca:
«Secondo Harold Smith (direttore del Bilancio della White House) il ruolo di Hopkins era quello di un ministro senza portafoglio — una posizione cioè che richiedeva l'urgente ratifica del Congresso — quello di un Capo di Stato Maggiore civile senza Stato Maggiore, ma con un costante accesso presso il Presidente e una indubbia influenza su di lui; di un consigliere politico libero dai particolari interessi e preconcetti di ogni funzionario. Roosevelt poteva at­tribuirgli ogni specie di poteri, ma i membri del Gabinetto che lo volevano ignorare, potevano farlo. Era straordinario che il secondo personaggio d'impor­tanza degli Stati Uniti, per tutto il periodo critico della seconda guerra mon­diale, non rivestisse cariche ufficiali, e non possedesse nemmeno un ufficio, fuorché la scrivania della sua camera da letto. Senonché la camera da letto si trovava alla Casa Bianca».
«Hopkins non svolse una politica personale. Era troppo intelligente e troppo rispettoso del Capo per assumersi il ruolo di eminenza grigia. Egli non faceva che preparare il terreno e i mezzi per discutere come meglio rag­giungere le mete prefisse. Roosevelt aveva l'abitudine di pensare a voce alta, ma era difficile trovare un ascoltatore che lo comprendesse pienamente e del quale si fidasse completamente come Hopkins.»
«Era l'intermediario diretto fra il Presidente e i vari organi dell'ammini­strazione effettiva, specialmente il ministro della guerra; era l'emissario di Roosevelt nei contatti con i leaders stranieri (un funzionario inglese mi disse un giorno: 'Abbiamo finito con il persuaderci che Hopkins è il vero ministro degli Esteri di Roosevelt'). La sua occupazione era precisamente di interpretare, di intuire, prevenire, spesso anticipare — azzeccandoci sempre — i pensieri di Roosevelt».
(6) Cfr. ancora la prima parte di questo articolo, pp. 453 e ss.
(7) Ibidem, pp. 466 e ss.

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