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Premessa...

Come preannunziato, mettiamo in rete una prima puntata del saggio, trascrivendone le pp. da 438 a 449 dei “Quaderni della Rivista Trimestrale”, n. 35-36/dicembre 1972.


Filippo Sacconi:
LA SECONDA GUERRA MONDIALE E I NODI DI UNA NUOVA EGEMONIA
INTERNAZIONALE NELLE CARTE DI HARRY HOPKINS
(prima puntata)

Da Monaco a Pearl Harbour

Proposta per una ristampa

Nel 1949 usciva, per i tipi Garzanti, La seconda guerra mondiale nei documenti segreti della Casa Bianca di Robert E. Sherwood: un titolo, forse, editorialmente alquanto amplificato, poiché il volume conteneva, essenzialmente, le carte e gli appunti di Harry Hopkins, di colui cioè che, pur senza rivestire alcuna carica ufficiale nella Amministrazione americana, fu – soprattutto negli ultimi anni – il massimo interprete e il più fedele esecutore della politica di Roosevelt(1). Lo Sherwood infatti, di Hopkins ammiratore e amico, si è limitato a legare organicamente e a integrare con i propri ricordi la gran messe di documenti lasciati dall’intimo collaboratore, dal “ministro degli esteri personale” del grande Presidente. E tuttavia, il titolo dell’edizione italiana finisce per trovare una sua logica giustificazione: l’ “archivio” di Hopkins, che pur abbraccia – dal ’33 al ’45 – un lungo arco di tempo, diviene particolarmente interessante proprio nella sua ultima sezione, allorché appunto contribuisce a gettare non poca luce sulla generale strategia e sulle massime decisioni della Casa Bianca nel corso del secondo conflitto mondiale.
Ora, al contrario di tanti e tanti libri di memorie sulle vicende politico-militari dell’ultima guerra, spesso parziali o di limitato interesse (e ciò nonostante più volte ristampati), il volume di Sherwood non ha più visto la luce ed è da due decenni praticamente introvabile. Eppure esso non soltanto conserva ancora la freschezza e il fascino di un racconto colto dal vivo, giorno per giorno, ma ha soprattutto il merito di presentarci il dramma, che ha così a fondo mutato le realtà e gli equilibri del quadro internazionale, da un osservatorio privilegiato e da una posizione il cui ruolo è stato in quella fase cruciale senza dubbio determinante.
Come spiegare, allora, questa sorta di “congiura del silenzio” intorno a un libro, che è sicuramente assai utile per capire gli intendimenti e le scelte della politica rooseveltiana negli anni decisivi della guerra? A nostro avviso, il motivo di un così pronunciato ostracismo è molto semplice e va addebitato proprio a ciò che costituisce il più sicuro pregio del lavoro di Sherwood. Uscito in una stagione, in cui l’eredità di Roosevelt già si era andata largamente smarrendo nelle asfittiche e “provinciali” approssimazioni del containement trumaniano, l’autore evitava deliberatamente la tentazione di essere in qualche modo compromesso e strumentalizzato dalla nuova atmosfera che si respirava alla Casa Bianca. Senza indulgere a qualche interessata revisione ad usum delphini, Sherwood si limitava cioè, sulla base delle carte di Hopkins, a ricostruire con onesto rigore le linee effettive della politica rooseveltiana nel loro concreto dipanarsi: nessun furbesco aggiustamento, nessuna opportunistica palinodia interveniva, insomma, a condizionare il racconto e a renderlo, se non proprio omogeneo, almeno accettabile per il clima politico degli anni cinquanta.

Le “memorie” di Churchill: il senso di un’operazione politica

Ben altra è stata, in quegli stessi anni, la fortuna di un’altra, imponente opera memorialistica, dovuta a uno dei massimi protagonisti dell’ultimo conflitto. Alludiamo, come è chiaro, alla Seconda Guerra Mondiale di Winston Churchill, destinata non solo a divenire rapidamente un best seller, ma anche a qualificarsi come l’interpretazione a lungo dominante e quasi canonica della grande battaglia antinazista. Ciò, naturalmente, non è dovuto soltanto all’indubbia forza storiografica e agli stessi pregi letterari del poderoso lavoro di Churchill: in realtà, proprio le ragioni “politiche” che stavano alla base del mancato successo del libro su Hopkins, venivano oggettivamente a garantire alle “memorie” dello statista britannico un largo consenso.
Qual era, infatti, l’obiettivo di fondo che il leader conservatore si proponeva dando alle stampe la sua monumentale “Storia”? Non solo, certo, quello di illustrare e difendere il generale disegno sulla cui base egli era riuscito a condurre in porto vittoriosamente la tenace difesa del Regno Unito dal nazismo, ma anche, e soprattutto, quello di accompagnare e sostenere – in coerente prosecuzione della propria politica durante il conflitto – la nuova strategia della “guerra fredda”. Di essa, come è noto, Churchill è stato il più convinto e spregiudicato promotore: ebbene, anche il suo impegno di storico, lungi dal risolversi in un mero rapporto für ewig, trova la sua spiegazione più autentica alla luce dell’ultima “impegnativa operazione politica” che lo ha avuto quale protagonista(2).
In altre parole, le “memorie” di guerra di Winston Churchill uscivano come contributo a quella linea che, promossa a Fulton in un discorso rimasto celebre, mirava a concretare il sogno di una miracolosa rivincita dell’Impero britannico (e del suo più geloso e geniale custode) sugli esiti del conflitto. Alleata agli Stati Uniti e all’Unione sovietica, l’Inghilterra aveva certamente trionfato della Germania hitleriana, ma aveva alla fine dovuto soccombere di fronte ai suoi partners al momento della resa dei conti, pagando in termini di egemonia e di prestigio mondiali un costo assai caro. L’unica possibilità di rivalsa stava allora nel cercare di rompere, nella fase delicata del suo decollo in tempo di pace, il rapporto tra le due grandi potenze realmente vincitrici; stava insomma nel riuscire a logorare e liquidare, giocando ormai al tavolo della “guerra fredda” la complessa partita delle relazioni fra gli Stati, il tipo di sviluppo mondiale qualitativamente nuovo, che si era cominciato a prefigurare a Yalta.

I limiti della “coesistenza”

Ora, negli anni cinquanta, le tesi sostenute da Churchill (e di cui la conclamata necessità di una “cortina di ferro” in Europa ha costituito senza dubbio una delle formulazioni più icastiche e incisive) furono largamente dominanti in Occidente, favorendo, negli USA e fuori degli USA – un’ondata di revisionismo antirooseveltiano. Non può quindi destare meraviglia se, mentre un ampio consenso e una sicura fortuna circondavano le “memorie” di guerra del leader britannico, un pesante silenzio finì per coprire per tutto il decennio il libro di Sherwood, che proprio della strategia di Roosevelt forniva una limpida e appassionata ricostruzione.
Meno chiaro risulta invece il fatto che, anche negli anni che segnano un netto mutamento del clima internazionale e riportano all’ordine del giorno la necessità di un rapporto positivo tra le due massime potenze mondiali, il volume dedicato a Hopkins, nonché ottenere un meritato rilancio, abbia continuato a rimanere praticamente sconosciuto. Ma pure di ciò si può ben dare ragione. Se è vero, infatti, che con l’affermarsi del nuovo quadro della “coesistenza pacifica” si esauriva in una inequivocabile sconfitta il disegno di rivincita, in chiave anglo-francese, perseguito da Churchill, è altrettanto vero, però, che la ripresa di una politica di incontro tra gli Stati Uniti e l’Unione sovietica si configurava e si sviluppava secondo degli schemi e delle prospettive ancora insufficienti e che non erano certamente all’altezza di quelli, originalissimi, di cui si era sostanziata e innervata la grande alleanza di guerra.
In altre parole, la scelta della “distensione” e del “dialogo” fra Est e Ovest è rimasta condizionata e gravemente impoverita da dei limiti precisi, che ne hanno a lungo ritardato (e ne ritardano tuttora) un pieno e organico sviluppo. Così, dopo la svolta del ’56, i dirigenti sovietici non sono riusciti a esorcizzare fino in fondo gli opposti e contraddittori rischi dello scivolamento opportunistico e del soprassalto settario ed estremistico e si sono pertanto trovati costretti più di una volta a recuperare, non senza affanni, sul terreno di una Realpolitik certo robusta, ma anche – al limite – meramente notarile. Così pure, a Washington, il positivo recupero di una decisa autonomia della politica americana nei confronti dei nostalgici disegni del blocco anglo-francese e il conseguente rilancio (già presente del resto, aliquo modo, nello stesso roll back dullesiano) di un deciso rapporto con l’Unione Sovietica risultavano inquinati in radice e di continuo rimessi in discussione da quella pesante tensione unipolare (da quel mitico e assolutizzante privilegiamento del ruolo degli USA nel mondo) che ha variamente caratterizzato la strategia della Casa Bianca in questi ultimi quindici anni e che è stato ed è alla base dei suoi passi falsi e delle sue impasses più clamorosi. La politica di “coesistenza pacifica”, insomma, ha preso corpo e si è venuta via via configurando più come uno stato di necessità che come la piattaforma dinamica di un diverso e più maturo assetto internazionale; più come il dominio (certo decisivo, ma anche – in prospettiva – fissistico e mortificante) dei due “Grandi” che come il quadro di una loro organica e feconda egemonia(3).
Stando così le cose, il clima coesistenziale degli anni sessanta non poteva oggettivamente favorire una riscoperta del nome e del ruolo di Harry L. Hopkins. In realtà, nella misura in cui i protagonisti del rinnovato dialogo tra Mosca e Washington si rivelavano incapaci di comprendere e di sviluppare in tutta la sua virtualità rivoluzionaria la lezione dello storico incontro fra l’America di Roosevelt e la Russia di Stalin, non poteva non essere lasciato ai margini chi – come il “père Joseph” della Casa Bianca –era stato uno dei grandi attori di quella svolta decisiva.

Realismo politico e afflato innovatore

Nel presentare ai lettori alcune delle pagine più significative del volume di Sherwood, abbiamo creduto opportuno accompagnare la nostra larga scelta delle “carte” di Hopkins e del commento del suo fedele amico con tutta una serie di richiami e di osservazioni redazionali. In tal modo, speriamo non solo di aver reso al possibile continuo e organico il blocco dei documenti hopkinsiani (che, per quanto ampio, rimane ovviamente antologico), ma anche di avere in qualche modo colmato e corretto le lacune e le stesse incertezze di linea da cui è a volte indebolito il pur ottimo lavoro dello storico americano.
Due sono, come si vedrà, i temi fondamentali che, pur intrecciandosi assai spesso strettamente, caratterizzano la nostra scelta dal libro di Sherwood: quello dei complessi rapporti anglo-americani e quello della genesi e dello sviluppo della grande alleanza di guerra fra Stati Uniti e Unione Sovietica. Ciò non è a caso: attraverso di essi, infatti, è dato di cogliere sino in fondo i più autentici connotati della politica di Roosevelt; non solo, quindi, il suo spregiudicato (e pur sempre lucido) realismo, il suo sapiente e non meccanico aderire alle necessità della storia, ma anche (e forse soprattutto) quel robusto afflato innovatore, quella capacità di interpretare gli affari con respiro non provinciale, che tanto hanno contribuito a sciogliere positivamente la stretta drammatica della guerra e a distinguere coi segni della novità e della speranza il “tempo della pace”(4).

L’ombra di Woodrow Wilson e di Monaco

Che Roosevelt sia stato sempre un accanito anti isolazionista non ha bisogno di nuovi attestati; che Pearl Harbour sia stata per lui una “felix culpa”, neppure. Quel disastro, infatti, gli consentì di provare, entrando nel vivo del conflitto, quanto aveva pubblicamente dichiarato in un discorso ai Canadesi tenuto alla Queen University di Kingston nell’autunno 1938:

«Noi Americani non siamo più un continente remoto ove gli echi delle controversie europee giungano attutiti, e privi di ogni interesse e pericolosità. Al contrario, l’America è diventata un elemento essenziale nella propaganda e nella considerazione d’ogni nazione e d’ogni capo di Stato maggiore di là dai mari. La vastità delle nostre risorse, l’importanza del nostro commercio e la nostra forza militare hanno fatto di noi uno dei fattori vitali della pace del mondo, che lo si voglia o meno».
Sono i giorni di Monaco e Roosevelt avverte la necessità di lanciare un monito non solo alle potenze dell’”Asse”, ma ai Chamberlain, ai Daladier e a tutti i “quisling” in pectore del vecchio continente: L’America farà fronte alle responsabilità che le derivano dalle dimensioni medesime della sua capacità produttiva. Iniziatasi poi la guerra – la “strana guerra” - , il timore di una nuova Monaco rende Roosevelt estremamente prudente, al punto da sconcertare, più di una volta, i suoi stessi collaboratori. La capitolazione della Francia, e le vicende che l’accompagnano, se, da una parte, lo confermano nella necessità di scendere in guerra contro il nazismo, dall’altra non possono non renderlo ancora più cauto e guardingo. Scrive in proposito Sherwood:

«Di un altro aspetto del pensiero di Roosevelt, all’inizio della guerra in Europa, possiamo essere certi: il timore ch’egli ebbe, allora e dopo, di una pace negoziata, di un’altra Monaco. Era, si può dire, la paura della paura. E informò di tale sua preoccupazione il governo britannico, sia pure in via non ufficiale (per mezzo di Lord Beaverbrook, a voler essere precisi), iniziando la sua storica corrispondenza con Winston Churchill. […] La paura di una pace negoziata era dettata in Roosevelt dal timore che venisse accettata nello stesso spirito di rinuncia e d’intimidazione da cui era stata contrassegnata la resa di Monaco».
Ma non è solo il ricordo Monaco a frenare le impazienze di Roosevelt; un altro aspetto lo tormenta, né gli darà tregua lungo tutto il corso della guerra: quello di Wilson. E’ in una duplice direzione che l’ombra del primo presidente anti isolazionista lo ammonisce e lo sollecita: in politica estera, a guardarsi dal giungere a una nuova Versailles; in politica interna, a preoccuparsi di avere il consenso del Congresso. E infatti,
«pur ammettendo – annota Sherwood – che in un certo senso il popolo americano fosse più neutrale nel 1914 che venticinque anni dopo, nel 1939 era forte di un’esperienza che era mancata alla generazione precedente; e non la voleva assolutamente rinnovare, correndo il rischio di essere travolto in una guerra. L’impulso di “lasciar cuocere l’Europa nel suo brodo” era molto forte e ben comprensibile, poiché troppi americani ricordavano ancora qual era stata l’unica ricompensa ricevuta per aver aiutato l’Inghilterra e la Francia nel 1918: quella d’esser chiamati con l’appellativo di “Zio Shylock”. (Ma, come ebbe più volte a notare Roosevelt, “noi non avemmo modo, per fortuna, di provare quale sarebbe stata la nostra ‘ricompensa’ se avesse vinto la Germania”)».
Così, a proposito del discorso sugli “Affitti e prestiti” (pronunciato da Roosevelt il 29 dicembre del ’40, quando appunto ebbe ad affermare che gli USA dovevano «essere il grande arsenale della democrazia» – ma ci fu la discussione sull’opportunità di pronunciare questa frase, ché al Presidente «pareva di escludere in tal modo gli aiuti all’Unione Sovietica»), il curatore delle “memorie” di Hopkins ricorda:
«Roosevelt durante il lavoro preparatorio di questo e di altri discorsi, sedeva alla lunga tavola della sala del Gabinetto e levava spesso lo sguardo al ritratto di Woodrow Wilson, appeso sopra il caminetto. La tragedia di Wilson era sempre presente al suo spirito. Roosevelt non poteva dimenticare gli errori pur dovuti alla maggiore buona volontà del mondo e ai più alti ideali morali e cristiani. Wilson aveva invocato “una pace senza vincitori”, e aveva sostenuto i quattordici punti come base di un’onorevole resa per la Germania. Ma la violazione di quei principi aveva avvelenato il mondo del dopoguerra, e permesso il sorgere di Hitler e lo scoppio di una seconda guerra mondiale. Nulla era più forte, nelle direttive di Roosevelt durante la guerra, della decisione di impedire il ripetersi degli stessi errori».
E più di un anno dopo, alla conferenza di Argentia, mentre discute con Churchill la Carta atlantica, «il fantasma di Wilson» consiglia Roosevelt a sopprimere dal progetto, preparatogli da Welles, ogni accenno a «una effettiva organizzazione internazionale», che, richiamando nella situazione di quei mesi la Lega delle Nazioni, «ridesterebbe negli americani tutti i risentimenti e i rancori della prima guerra mondiale. In realtà, colui che sarà l’ideatore e il più strenuo pronubo dell’ONU è ostile alla creazione di una nuova Assemblea internazionale, «finché non trascorra un certo periodo di tempo in cui sia dato modo di agire a una forza di polizia internazionale, composta dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra». In altre parole, fino a quando gli USA non avranno gettato nella guerra tutto il peso del proprio potenziale economico e militare e fino a quando l’intervento dell’URSS non avrà introdotto una qualità nuova di decisivo valore nei rapporti di forza esistenti (sì da impedire che si costituisca, sotto l’egida di Londra, un fronte politico-diplomatico simile a quello degli anni ’18-20), Roosevelt eviterà ogni passo intempestivo. E infatti, sarà solo sei mesi dopo l’aggressione nazista all’URSS e tre settimane dopo Pearl Harbour, quando appunto la possibilità di quel fronte è stata ormai liquidata dagli eventi, che il Presidente americano lancerà il manifesto delle Nazioni Unite. Non a caso sarà allora Churchill, che pure ad Argentia aveva strenuamente difeso la proposta di Sumner Welles, a mostrarsi recalcitrante: fino a Yalta e oltre, anzi, il leader britannico cercherà sempre di ritardare la convocazione della nuova assemblea internazionale.
Non è senza ragione, allora, che abbiamo voluto iniziare la nostra rilettura delle “carte” di Hopkins dall’episodio di Argentia. In questa conferenza, difatti, non solo è dato di cominciare a cogliere con singolare nettezza il carattere nuovo, e innovatore, della vocazione anti isolazionista di Roosevelt, ma anche di verificare come, sin dall’inizio, essa fosse inevitabilmente destinata a scontrarsi con le puntigliose resistenze del vecchio mondo europeo. Il dibattito si conclude ad Argentia senza vincitori né vinti; la contraddizione, che già anima il comune impegno delle potenze occidentali contro il nazismo, non trova cioè, per il momento, una soluzione positiva. Né può, a veder bene, essere altrimenti poiché – con l’Unione Sovietica – è ancora assente dalla scena il terzo decisivo protagonista del conflitto mondiale. Ad Argentia, insomma, le carte vengono solo poste in tavola: la loro completa scopertura – che farà da contrappunto alla progressiva liquidazione dell’hitlerismo – richiederà un tempo non breve e avverrà lungo un processo complesso e non di rado tormentato. L’ombra di Monaco verrà così spazzata via da Casablanca e gli intrighi di Versailles incontreranno a Yalta la loro nemesi storica; ma di un tale cammino conviene ora, sulla base del libro di Sherwood, seguire nella loro successione cronologica i momenti qualificanti e le tappe fondamentali.

«La frontiera è sul Reno»

E’ in nome della pace e della stessa sicurezza americana che Roosevelt muove i primi assalti alla legge per la neutralità (varata dal Congresso, in chiave isolazionista – e in assenza del Presidente –, agli inizi della guerra civile spagnola). L’aggressione nazista è in atto da due settimane sul continente europeo, quando il Presidente – ricorda Sherwood - «convoca il Congresso per riformare le norme sull’embargo delle armi, previste dalla legge sulla neutralità. Ciò permette di vendere materiale da guerra all’Inghilterra e alla Francia, sulla base del “pagare e ritirare”». Roosevelt giustifica tale revisione, affermando che «i provvedimenti d’embargo sono molto più gravidi di pericoli per la neutralità americana, per la sua sicurezza e soprattutto per la pace dell’America», che non la vendita di armi a Londra e Parigi.
Ricordiamo questo episodio, che risale agli inizi della “strana guerra”, perché da esso emergono bene i termini con cui Roosevelt, prima del trauma di Pearl Harbour e quando ancora è lungi dal poter contare sulla spalla sovietica, tende a imporre a un Congresso e a un’opinione pubblica ancora recalcitranti la propria politica anti isolazionista e la sua linea di intervento in Europa. Più ancora che come una scelta ideale, gli aiuti e l’alleanza con l’Inghilterra vengono lucidamente presentati come una necessità d’ordine strettamente politico, nazionale, statuale, di conservazione e di sviluppo della realtà americana. Non senza motivo un senatore a lui avverso, già al principio del ’39, gli ha attribuito la frase «la nostra frontiera è sul Reno». E Sherwood così commenta:

«E’ indubbio che Roosevelt – abbia o no pronunciato effettivamente quella frase – pensava che la frontiera orientale dell’America si trovasse sul Reno, e in tale stato d’animo agì quando rischiò di suicidarsi politicamente nel tentativo di spezzare il cerchio costituito dalla legge sulla neutralità. […] Egli non riuscì a fornire tempestivamente un appoggio che consentisse di difendere la frontiera del Reno, ma riuscì però a mantenerla salda sulla Manica e nello stretto di Gibilterra».
In realtà, se vogliono impegnarsi in una politica a livello e dimensioni mondiali, gli USA non possono non preoccuparsi di una loro diretta partecipazione a una eventuale difesa della Manica e del Reno; tutta l’Europa occidentale, anzi, finisce per dover essere concepita quasi come una «testa di ponte», quale il naturale avamposto, volto a garantire la «libertà dell’Atlantico, i liberi traffici dell’oceano», la via per uscire nel mondo e restarvi. A differenza di quella di Wilson, insomma, la strategia internazionale di Roosevelt si ancora solidamente fin dall’inizio a un’avvertita coscienza dei concreti interessi americani. E tuttavia – come vedremo – la politica estera rooseveltiana non riesce dapprima a sfondare; nel rapporto di concordia discors che, come già nel ’17, si apre con il partner britannico, essa rimane cioè ancora impotente, poiché non riesce a trovare altri sbocchi che non siano quelli della difesa dell’Inghilterra e della sopravvivenza del suo dominio mondiale(5).

La “strana guerra”

Al riguardo gli anni che vanno da Monaco all’aggressione della Francia sono davvero esemplari. In questo oscuro periodo, infatti, la strategia rooseveltiana, se non appare proprio asfissiata, si dibatte comunque in un’estrema incertezza. Tanto più che il secondo mandato presidenziale è sul punto di scadere, per cui le iniziative della Casa Bianca risultano ulteriormente frenate.
Certo, nei giorni culminanti della crisi che porta a Monaco, Roosevelt rinnova e moltiplica i suoi appelli personali ai responsabili degli affari europei, ma non riesce ad ottenere nulla dinnanzi alla esplicita volontà del governo Chamberlain di giungere a un’intesa con Hitler. Nell’impossibilità di far fallire il disegno britannico, la posizione di Roosevelt appare gravemente scossa, così come, in URSS, entra in crisi la linea di entente con l’occidente europeo incarnata da Litvinov. Al Presidente americano, inoltre, è precluso, per evidenti ragioni, quel rapido mutamento tattico che, in un breve giro di mesi, porta Stalin a sostituire Litvinov con Molotov e a stringere con Berlino il patto di non aggressione. Ma, nella sostanza, gli “accordi” di Monaco determinano negli Stati Uniti e nell’Unione sovietica un contraccolpo analogo e ugualmente grave: l’ “uscita nel mondo” sembra per entrambe le potenze momentaneamente bloccata. Né la “strana guerra” sembra modificare in modo significativo i termini del quadro. Ricorda Sherwood:

«Fu uno strano periodo d’impotenza quello che Roosevelt attraversò; un periodo in cui il capo della nazione più potente del mondo si vide costretto ad aspettare, giorno dopo giorno, in ansia, lo svolgersi degli eventi, temendo sempre di venire travolto dallo sviluppo di una situazione che non poteva controllare. Era un’agonia per un uomo della sua tempra sentirsi incapace di agire per stornare l’imminente calamità, di cui era stato un chiaro anticipo la Blitzkrieg contro la Polonia. Il mondo sapeva ora come potevano combattere i Tedeschi, sapeva che le loro forze aeree potevano paralizzare le comunicazioni e che i loro carri armati non eran fatti di latta, come era stato detto ottimisticamente. I Francesi non avevano altra difesa che la “Maginot”, gli Inglesi non potevano fidare che sulla Manica e gli Americani avevano come unico baluardo la legge di neutralità. Roosevelt, per la prima volta in vita sua, si trovava senza mezzi e, perlomeno finché non poté di nuovo fare qualcosa di concreto e di coerente, senza parole. Al principio di gennaio 1940, egli ebbe un colloquio con Sumner Welles, il quale dichiarò: “Roosevelt ammise francamente di non avere più dell’uno per mille di possibilità per fare qualcosa e mutare il corso degli eventi”. L’unica era mandare in Europa Sumner Welles, perché conferisse con i capi di governo tedesco, italiano, francese ed inglese, e vedesse di concludere “una pace giusta e durevole”, che non fosse “una tregua d’armi incerta e provvisoria”».

La “missione Welles”, in realtà, ancor più che un disperato tentativo di bloccare gli eventi, appare un atto di politica interna esperito per tacitare le correnti ostili alla Casa Bianca e per preparare l’opinione pubblica americana a sostenere la causa della “democrazia europea”. Lo stesso Welles, commentando nel suo libro di memorie(6) l’incarico ricevuto e il suo scontato fallimento, scrive infatti:

«La situazione europea, com’era vista da Washington, non offriva molto campo all’ottimismo. Mentre il signor Chamberlain stesso aveva deciso che non vi era speranza di sicurezza per la Gran Bretagna finché l’hitlerismo rimaneva in sella, potenti elementi dei circoli finanziari e industriali ancora credevano che la dominazione dell’Europa da parte di Hitler e il sopravvivere di un libero Commonwealth britannico non fossero necessariamente contraddittori. In Francia il caos politico che era sussistito durante i precedenti sei anni, la costante corrosione dall’interno di ogni parte della struttura nazionale francese praticata dai complici diretti e indiretti della Germania, e la disastrosa corruzione del sentimento nazionale francese, avevano tutti contribuito a uno stato di cose che dava poca speranza di una qualsiasi reale resistenza alla Germania […].
Il governo degli Stati Uniti non era in quel momento minimamente sostenuto dall’opinione pubblica per l’esercizio di una reale influenza sull’Europa. Il nostro Paese non era impegnato da alcun trattato a prendere parte ad un’azione internazionale contro l’aggressore nazista, anche se quell’aggressore aveva reso manifesta la sua intenzione di dominare il globo. Il Congresso era andato ancora oltre, attraverso il cash and carry ed altri simili provvedimenti della cosiddetta legislazione della “neutralità”, per mettere in chiaro che gli Stati Uniti non avrebbero nemmeno aiutato le nazioni aggredite da Hitler a ottenere dal nostro paese mezzi di autodifesa».

N O T E

(1) Il titolo originale, a un tempo più modesto e comprensivo, dell’edizione americana è: Roosevelt and Hopkins. An intimate history, New York 1948.
(2) Cfr. la prefazione di R. Mosca a W. CHURCHILL, La seconda guerra mondiale, Milano 1970.
(3) I problemi e le prospettive del rapporto tra Unione Sovietica e Stati Uniti costituiscono – come i lettori più fedeli hanno certo avvertito – uno dei temi di ricerca e di analisi ricorrenti nelle pagine di questa Rivista. Per un esame e una considerazione più motivati di quanto, a proposito della politica di “coesistenza pacifica”, viene affermato nel testo, rinviamo perciò ai diversi articoli che hanno già affrontato su queste colonne un tale argomento. Cfr., in particolare, Cuba: la lezione di una crisi (n. 4/1962); Significato e limiti degli accordi di Mosca (n.7-8/1963); L’America e il disarmo (n.ri 15-16/1965 e 17-18/1966); Il nodo del Medio Oriente: vecchi contrasti e prospettive di soluzione (n. 21/1967); La verità di Brandt e quella di Ulbricht (n. 31-32/1970). Si vedano inoltre, per un primo tentativo di sintesi storiografica, le cinque puntate dell’ampio studio che è stato condotto, tra il ’64 e il ’66, intorno alla questione dell’ “imperialismo”.
(4) Motivi di spazio ci hanno costretto a dividere in due parti questa rilettura del libro di Robert Sherwood. La prima comprende gli avvenimenti che vanno dalla conferenza capitolarda di Monaco all’attacco giapponese di Pearl Harbour; la seconda, la cui pubblicazione è prevista per il prossimo “Quaderno”, porterà a termine la ricostruzione dei fatti fino all’incontro di Yalta e alle sue prime conseguenze [questa seconda parte fu pubblicata invece nel n. 42/1974-75 – n.d.c.].
(5) Questo fatto, sia detto per inciso, dà armi in America alle iniziative e alla propaganda degli isolazionisti, che da tempo osteggiano la politica rooseveltiana di appoggio alle potenze democratiche europee schierate contro il fascismo e l’hitlerismo. Ne fa diretta esperienza – ricorda Sherwood – un noto scrittore scozzese, Robert Bruce Lockart, durante un giro di conferenze tenute in USA agli inizi del ’39 per perorare la causa dell’alleanza anglo-americana: «L’effetto della mia conferenza – egli ha scritto successivamente – come quelle di altri conferenzieri inglesi, fu insignificante, se non addirittura dannoso…» E Lockart ne spiega il motivo così riassumendo l’ “atteggiamento medio” dell’uomo della strada americano: «Noi entrammo nell’altra guerra per salvare la democrazia. Vi tirammo fuori dal baratro e per tutta risposta non ricevemmo che dei ringraziamenti a denti stretti. A Versaiiles, e dopo, avete calpestato gli ideali democratici, ed ora, soprattutto per colpa vostra, siete di nuovo nei pasticci e ci chiedete aiuto. Ma abbiamo imparato la lezione».
(6) Cfr. The Time for decision, New York 1944, trad. it. Torino 1945.

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