Premessa...
Sul n. 03/09 di Argomenti umani è stato pubblicato l’intervento di Giorgio Ruffolo al seminario “Il progetto del Pd alla prova della crisi”, organizzato dallo stesso mensile il 26 febbraio 2009. Dopo aver dimostrato «l’origine reale, non finanziaria, dell’attuale crisi», l’A. riprende il tema della “crisi etica del capitalismo”, concludendo con alcune considerazioni sulle vicende politiche del nostro Paese. Sostiene – e, a nostro avviso, giustamente – che il “berlusconismo” è un fenomeno assai più grave e pericoloso di quanto comunemente si creda o si cerchi di credere, e che è urgente combatterlo per salvare la democrazia. Ci permettiamo di trascrivere – ringraziando l’Autore e la Rivista – la parte dedicata a quest’ultimo tema, anche perché pensiamo che il pericolo non sia certo passato dopo l’esito inferiore alle aspettative ottenuto dal personaggio alle ultime Europee.
Con l’occasione segnaliamo, dello stesso Autore, l’importante libro Il capitalismo ha i secoli contati (Einaudi 2008), di molto interessante e anche piacevole lettura.
Giorgio Ruffolo:
AL DI LA’ DEL BERLUSCONISMO
[…] a ogni piè sospinto ci sentiamo ripetere di smetterla con l’antiberlusconismo, una cantilena che trae dalla noia ripetitiva la sua efficacia: ce l’avete sempre con lui. E’ l’invidia, per i soldi che si è fatto, ne siete capaci? Fa delle gaffe, che Dio lo benedica. Scherza sulle donne. Insomma: via, che male c’è?
E invece c’è molto male. Perché questa nuova sindrome tutta italiana inserisce con apparente innocuità nel sangue politico della nostra democrazia un veleno mortale. Il veleno che chiamerei, con formula commerciale, del priv-pop, del privatismo populistico. Una miscela di plebiscitario consenso all’ideologia apolitica dei fatti propri, che dissolve la democrazia.
Si tratta di una possente offensiva culturale privatistica condotta, in nome degli interessi individuali e familiari, contro una politica indicata come sovrastruttura intellettuale e parassitaria della società che produce e lavora.
Questa offensiva si è largamente valsa dell’indebolimento delle organizzazioni di classe e soprattutto del declino del prestigio culturale - parallelo all’aumento del potere di amministrazione e di influenza clientelare e affaristica - dei grandi partiti politici della democrazia repubblicana.
Essa ha alimentato un populismo diffuso, base fertile dell’ascesa plebiscitaria di un personaggio avventuroso.
L’Italia è stata, come altre volte, il teatro politico di una sollevazione che raccoglieva, grazie a un’ alta capacità di manipolazione mediatica, confluenze di varia origine: dal rigetto tardivo di una unità nazionale sofferta come costo economico e soffocamento identitario, ai forti residui dell’esperienza fascista, al diffuso sentimento particulare che ha animato tanta parte della storia di questo Paese.
Ora, in perfetta simmetria oppositiva allo slogan che da ogni parte della saggezza convenzionale e della tradizionale viltà risuona (basta con l’antiberlusconismo), è missione imprescindibile della democrazia quella di denunciare la minaccia mortale che questo mostro mite costituisce per il nostro Paese.
In un momento in cui una crisi totale si profila per il capitalismo, non è la sinistra, come in altri tempi si sarebbe pensato, a profittarne, ma una destra populista retrograda, il peggio della storia italiana, che può emergerne. La disperazione dei disoccupati, la paura suscitata dagli immigrati, possono innescare una miscela esplosiva. Il genio nazionale, sempre prodigo di avanspettacolo, le conferisce anche i guizzi e i lazzi dell’eterna commedia dell’arte. E non manca, a contrappeso di questa che il sociologo napoletano Pasquale Turiello chiamava la scioltezza italiana, la gravitas degli editorialisti del “Corriere”, che ci rivolgono pressantemente l’invito a non occuparci delle barzellette di Berlusconi, come tanto tempo fa, che Dio gli perdoni, Benedetto Croce e certi liberali di allora invitavano gli italiani a non prendere troppo sul serio le “smargiassate” fasciste.
Pensate, ci dicono, alle cose serie. Io penso, cari amici, che la cosa seria è l’unità di questo Paese. E che è in pericolo.
Io penso che compito essenziale della democrazia italiana sia quello di ricostruire l’unità d’Italia, anzitutto quella tra il Nord ancora ma sempre meno prospero e un Sud ormai dimenticato, proprio attorno all’antiberlusconismo, al rigetto di questa antistoria d’Italia, l’assalto proditorio alle sue vere glorie, dal Risorgimento alla Resistenza, l’attacco alla Costituzione, l’ammiccamento esplicito all’evasione fiscale, l’indifferenza scandalosa all’impunità di una corruzione politica pubblicamente accertata