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Ricorre questo mese l’anniversario della strage delle Fosse Ardeatine, avvenuta in Roma il 23 marzo 1944. Uno dei 335 assassinati con un colpo di pistola alla nuca, fu Romualdo Chiesa, amico e compagno di lotta anche di chi scrive. La sua tomba sta ora, in seconda fila, fra le altre allineate in una sala nei pressi della cava.
E’ riprodotto qui sopra, a mezzo “scanner”, un articolo pubblicato su Voce Operaia, 14 giugno 1944, in ricordo di Romualdo. Voce Operaia era l’organo del Movimento dei cattolici comunisti, poi Partito della sinistra cristiana. Uscì clandestinamente in 14 fascicoli (dal 4 ottobre 1943 al 24 maggio 1944) durante l’occupazione nazista di Roma, poi legalmente fino al congresso di scioglimento della Sinistra cristiana (7-9 dicembre 1945).
A Romualdo Chiesa Voce operaia aveva dedicato, nel suo ultimo numero clandestino, il breve ricordo che trascriviamo:
«Fra i nomi più cari dei nostri caduti dobbiamo mettere in cima, con commozione profonda, quello di Romualdo Chiesa. Entrato nella vita politica clandestina ancora diciassettenne, e cioè nel ’38, fu tra i fondatori del nostro movimento; e già conobbe, nel ’41, le carceri fasciste. Arrestato fu lungamente torturato senza che si riuscisse a strappargli una sola confessione, e quindi condannato a morte. La sentenza fu eseguita pochi giorni dopo, coll’includerlo nei trecentoventinove assassinati in rappresaglia ai fatti di via Rasella.
Ognuno dei nostri morti resterà indelebile nel nostro ricordo, ma un posto particolare spetterà sempre a Lui: organizzatore silenzioso e infaticabile, estremamente modesto e disciplinato quanto ricco d’iniziativa e d’intuito; di una tempra morale e cristiana incrollabile, aveva assolto i suoi importanti incarichi politici con una capacità e una fedeltà esemplari. Figlio d’un commerciante, Egli era veramente il tipo dell’autentico “volontario” del proletariato, e cioè di quell’uomo nuovo, di quell’intellettuale che ha saputo portare fino in fondo, nella sua coscienza, l’esigenza di inserirsi in pieno nella lotta del popolo operaio. Questa vocazione, che è in tanti di noi, e che è garante di un’alleanza a cui appartiene l’avvenire, noi la vediamo oggi suggellata dal Suo sangue; anche per questo, oltre che per il ricordo indimenticabile dell’amico, per l’esempio del cristiano, il Suo nome è e sarà sacro per sempre».
La brevità si spiega facilmente considerando il poco spazio di cui poteva materialmente disporre un foglio che si stampava, appunto, alla macchia. Appena liberata Roma, fu possibile far seguito con un articolo più ampio. E’ quello qui “scannerizzato”, di cui trascriviamo nuovamente il testo, per maggior chiarezza di lettura (la firma “f. r.” sta per Franco Rodano):
«Lo abbiamo ricordato nel nostro ultimo numero uscito in vita clandestina, ma vogliamo che oggi il suo nome sia ripetuto nella nuova luce di libertà da tutti gli operai cattolici, cui egli si accostò con dedizione appassionata, con un’umiltà e un rispetto che facevano di lui, studente, un vero volontario della classe operaia. Desideriamo che il suo nome resti scolpito nel cuore di tutti gli uomini di buona volontà, soprattutto dei giovani cattolici, alla cui schiera appartenne, e presso i quali può rimanere come un esempio di virilità, di coraggio, di profondità religiosa.
Noi non gli fummo semplicemente compagni, ma amici. Era con noi fin dai primi passi, sin dagli inizi del nostro movimento. Quando ancora il fascismo sembrava dominare incrollabile la vita politica italiana, seppe – e lo seppero allora, tra i giovani, pochissimi – obbedire piuttosto agli impulsi dell’animo generoso, che non a qualsivoglia freddo e calcolato argomentare. Fu anche dei primi fra noi a pagar di persona. . Nel ’41 conobbe le carceri fasciste: era il primo giovane cattolico di Roma a dare una testimonianza. Cinque lunghi mesi di galera; poi improvvisa, inattesa, la scarcerazione. I compagni non potevano più accostarlo: era in quarantena, vigilato speciale: avvicinarlo poteva significare la caduta immediata, l’intervento della squadra politica. Mesi e mesi di solitudine e di silenzio. E per Romualdo attendere era una cosa bruciante, un tormento; ma sapeva che innanzitutto per il militante antifascista stanno i doveri della disciplina.
Qualche volta, quando sapeva di potermi incontrare in luogo sicuro e coperto, magari in una qualche associazione religiosa, capitava all’improvviso: “Sono venuto per caso” diceva, e seguitava rinnovando subito le sue richieste, sempre le stesse: “Non sono più pedinato, mi dimenticano… Sarebbe ora che ricominciassi; parlane agli altri compagni, ottieni!”.
Gli dissero che poteva ricominciare e si buttò di nuovo a capofitto. Ma non l’avevano dimenticato… mano mano che altri compagni cadevano, la prima domanda, rituale, era su Romualdo Chiesa: “quello studente che ha studiato al Visconti” dicevano alla squadra politica.
Ma non smise di lavorare: “Vedi? Non mi pescano più”: e in realtà il periodo ultimo del fascismo, i mesi prima del venticinque luglio, furono per lui un miracolo di abilità clandestina; di settimana in settimana la sua personalità di militante cresceva; era diventato un lottatore tenacissimo, audace e meticoloso. E nascondeva questo suo fervore costante, questo suo impegno senza abbandoni, in un’umiltà assoluta e un po’ scontrosa, che velava di timida ironia.
Dopo il 9 settembre, quando si cominciò a lottare coi tedeschi, e sul serio e a distanza ravvicinata, gli venne affidata la prima zona; i compagni giudicarono ormai sufficiente la sua maturazione ideologica e politica per dargli un incarico di piena responsabilità. Aurelio, Porta Cavalleggeri, Trionfale sono tra i più popolosi quartieri di Roma; messe larga, schiera compatta, possibilità di lottare apertamente e duramente, e di giocare grosso. Quando gli portai la notizia gli brillarono gli occhi; e partì.
Reggere una zona, e in vita clandestina, non è certo facile impresa; la responsabilità di centinaia e centinaia di vite, la necessità della disciplina rigida, l’onore del Movimento, l’organizzazione accurata dei colpi di mano, la propaganda, le armi: un carico grave per le spalle di un ragazzo; anche se lui era un uomo.
Per Romualdo, non ci furono più, letteralmente, né pasti né sonni. La madre lo guardava preoccupata; ma lui continuava a uscire; certe volte incontrandomi me lo diceva: “Credi che mi consideri cattivo? Che io non pensi a lei?” Io tacevo; l’abbiamo tutti la madre; ma lui sapeva conchiudere anche da solo, e molto bene: “Che ci vuoi fa’? E’ dovere”. E avanti! Quando usciva la stampa era una festa, per lui; ci tremavano le mani nel vicolo di S. Maria in Cappella, quando leggemmo insieme il primo numero. Ma non era contento: “E’ piccolo” diceva. “I compagni – dissi – non possono fare di più: mezzi scarsi”. Altro che questo ci voleva per la sua fede: “Più grande bisogna farlo; più è grande e più gli operai sono contenti”; e tornò con i soldi. E il giornale venne fatto più grande. “A quattro pagine” disse. E venne a quattro pagine; ma lui non c’era più.
Da via della Panetteria al quartiere Aurelio la strada è lunga. Prima c’era la bicicletta; ma poi, ogni giorno, se la faceva a piedi. A lungo andare si finisce con l’essere notati; c’è sempre, quando non ci sia pericolo, una carogna fascista: la spiata, il pedinamento, la provocazione con l’offerta di armi: Via Tasso.
Chi può ridire da febbraio a marzo che cosa hanno passato quei compagni che gli furono anche amici? Ci pareva impossibile che la fossa Ardeatina racchiudesse anche lui insieme ai trecento martiri. Ma era egli veramente primizia di nuovo sangue italiano, e da molto tempo aveva scelto il suo posto, da buon cristiano, là dove si soffriva di più.
Poi abbiamo saputo: l’hanno picchiato, staffilato a sangue, il suo volto era un grumo; non poteva sdraiarsi sulla schiena. Noi continuavamo a lavorare: “Romualdo non parla” dicevamo; non ha parlato infatti.
Ma i suoi compagni di cella lo ricordano con religioso stupore; piagato e affranto sapeva confortare e sostenere, poi, mattina e sera, recitava il Rosario. Pregavano in quella cella accanto alla saletta degli aguzzini, per i vivi e per i morti di questo rinnovamento profondo, di questo risorgimento dall’abiezione.
Come tanti giovani a cui, all’uscita dalla vita familiare, una educazione religiosa retriva non fornisce un adeguato impegno verso la vita, una documentata esperienza della realtà del Cattolicesimo, aveva avuto la sua crisi. Si era anche lui, come tanti, aggirato, anche se incerto e dubbioso, per i sentieri freddamente facili del Crocianesimo.
Gli operai, la vita dura, i pericoli, le difficoltà concrete gli avevano ridato il senso tragico della vita, lo avevano avviato alla piena consapevolezza della verità cristiana. Da molto tempo era rientrato nel cattolicesimo in modo completo. Poi la sua fede l’ha ribattezzato nel suo sangue, egli ha dato alla sua coroncina di fanciullo il valore di tutto il suo sacrificio, ha riscattato dinnanzi a Dio la bigotteria dei tiepidi, nello slancio ardente della preghiera eroica.
Oggi gli operai cattolici dei quartieri Aurelio, Cavalleggeri, Prati e Trionfale, i “suoi” operai, vogliono fargli la lapide e metterle accanto la corona d’alloro».

f. r.

[A fianco dell’articolo c’è un riquadro che reca: «Domenica 18, alle ore 9, nella chiesa di S. Marcello al Corso, sarà celebrata una Messa in suffragio dei nostri caduti, e in ringraziamento per la liberazione di Roma. Tutti i nostri militanti e simpatizzanti sono invitati a intervenire».
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