1 - SOMMARIO
1.1 Mai come oggi il futuro della cooperazione internazionale ed il successo della lotta contro la povertà sono in pericolo, e mai come oggi il mondo ha bisogno di partner efficaci ed autorevoli, ed in primo luogo dei suoi centri di sviluppo, di innovazione e di crescita della democrazia: le città.
1.2 Roma non è una città qualunque, e vi sono molti motivi per cui la nostra città può ricoprire un ruolo assai significativo come agente e partner di cooperazione allo sviluppo all’inizio di questo terzo millennio.
1.3 In tempi recenti, Roma ha dovuto affrontare gli stessi problemi di rapida crescita e di povertà diffusa vissuti oggi da un mondo in via di urbanizzazione. Anche grazie a questo, Roma comprende un numero straordinario di organizzazioni della società civile impegnate nella cooperazione internazionale decentrata. Essa ospita anche, al centro di una rete di prestigiosi atenei nazionali e internazionali, la più grande università d’Europa, recentemente impegnata nella cooperazione internazionale come “Università del Millennio”; e vanta inoltre una forte presenza nelle organizzazioni mondiali e regionali dei governi locali.
1.4 L’adozione degli “Obiettivi del Millennio per lo Sviluppo” come agenda condivisa dall’intera comunità mondiale offre alla città l’occasione di assumere un ruolo di grande rilievo internazionale, come pure di ottimizzare la proprie risorse e le proprie competenze in questo campo. Innanzitutto, “mettendosi in rete”, e cioè affinando e potenziando le capacità dei propri attori di cooperazione di superare la logica dei singoli progetti e di cercare sinergie atte a sfruttare al meglio volontà, risorse e competenze.
1.5 Il Comitato Cittadino per la Cooperazione Decentrata della città di Roma, sorretto oggi da un gruppo di lavoro interuniversitario di esperti della cooperazione, costituisce un solido ed utile meccanismo per perseguire questo fine.
1.6 Sarà anche indispensabile, in coerenza con il principio di cui sopra, perseguire in maniera più efficace l’imperativo solidale del “prendersi cura di”. Ciò potrà essere conseguito, ad esempio, adottando un approccio strategico attraverso l’adozione di un intero centro urbano o di un distretto rurale e la creazione di piani, progetti e interventi estesi all’intero territorio in questione, fondati sulla partecipazione e finalizzati al raggiungimento degli obiettivi del millennio per lo sviluppo, sui quali possano confluire le capacità del maggior numero possibile di attori cittadini. In questo modo, analogamente a quanto ha fatto la sua maggiore università, Roma si potrà proporre al mondo come “Città del Millennio”.
1.7 Le disponibilità di risorse adeguate continuerà a costituire una componente essenziale per il successo di questo grande rilancio, e senza dubbio anche il metro di misura dell’impegno dell’amministrazione come dei suoi partner pubblici e privati, anche e soprattutto in un momento in cui la crisi in atto crea facili alibi per il disimpegno dalla cooperazione allo sviluppo.
1.8 Ma la contropartita di questo sforzo dovrà essere il perseguimento dell’obiettivo della “moltiplicazione delle risorse attraverso la qualità”, da tradursi nell’impegno degli attori di cooperazione in uno sforzo di “autovalutazione”, atto a far sì che il proprio impegno nei PVS sia correttamente documentato, consentendo di sottolineare i successi ma anche di individuare i principali problemi incontrati e porre così le basi per una cooperazione sempre più efficiente ed efficace nel nuovo contesto di “Roma Città del Millennio”.
2 – PER UNA ROMA CITTA’ DEL MILLENNIO
2.1 A detta di molti, tra gli aspetti più affascinanti della storia dell’antica Roma figurano l’evoluzione dalla monarchia alla repubblica, e l’involuzione da repubblica a impero. Da una fase che ricalcava il tipo di governance prevalente (il re), si passa al periodo più intimamente “glorioso” della storia romana, quello della repubblica. Fin dalla prima fase della repubblica, il potere, pur rimanendo nelle mani della classe patrizia, viene però affidato non più con una nomina a vita, ma con una carica consolare annuale. Vengono introdotti sistemi di controllo interno a tutti i livelli, e lo scontro di classe tra i patrizi ed i plebei viene risolto in maniera pacifica, creando un maggior equilibrio tra i diritti ed i poteri delle due classi. Solo con l’impoverimento della plebe dovuto all’assenza dai campi per motivi militari si crea un clima di dipendenza che apre la strada alla demagogia ed al cesarismo e quindi alla fase imperiale. Ma l’esperienza repubblicana dura diversi secoli.
2.2 In questa parabola, consumatasi a cavallo di due millenni, si affacciano molti dei problemi che continuano a caratterizzare il mondo contemporaneo. Si apre e sviluppa il tema che oggi definiremmo dei conflitti sociali: per i patrizi-terrieri-senatori, come mantenere il proprio potere economico ed i propri privilegi; per la plebe ed i senza terra, come guadagnarsi condizioni migliori attraverso strategie di scontro ma anche mediante riforme costituzionali e politiche più equamente redistributive. Il mondo si globalizza atraverso l’espansione del potere militare romano, che diventa però anche il mondo delle comunicazioni, dei commerci, e del diritto. L’espansione romana è aggressione, violenza, occupazione e sfruttamento, ma anche occasione di “sviluppo”. I migliori cervelli confluiscono a Roma dalle province annesse (“Graecia Capta Ferum Vitorem Cepit”). Straordinari sforzi vengono compiuti nella costruzione di città, di imponenti reti di collegamento viario, e di mirabili infrastrutture (acquedotti, fognature, canalizzazioni, impianti di irrigazione). Una nuova lingua franca ed una nuova cultura si impongono in tutto il mondo. Ma tutta questa imponente costruzione poggia sostanzialmente sulla forza militare, a sua volta sorretta dalla convinzione di portare, dietro le spade e le coorti, anche “la civiltà”, intesa come un sistema di regole equo, esplicito ed universale. Non appena questa convinzione comincia a mancare, e l’occupazione diventa semplicemente una politica di oppressione e di sfruttamento, inizia la decadenza. Storie simili si possono in fondo raccontare anche a proposito di altre fasi della storia in cui una nazione è arrivata ad esercitare il suo dominio ben al di là delle proprie frontiere.
2.3 Verso la metà dell’ultimo secolo del millennio trascorso avviene un fatto straordinario. Per la prima volta si afferma in maniera seria e concreta la volontà di assicurare al mondo una pace duratura. Lo fanno i paesi alleati vincitori dell’ultimo conflitto mondiale (“The United Nations”), che decidono di tramutare questa alleanza militare in un alleanza di pace estesa a tutti i paesi del mondo. Nascono così le “Nazioni Unite”. Ancora più straordinaria è l’intuizione di voler conseguire la pace attraverso i diritti umani (Dichiarazione dei Diritti Umani, 1948) e lo sviluppo, garantiti e sorretti dalla cooperazione tra i popoli. In altre parole, la pace non è più un concetto astratto, né qualcosa che si possa affidare semplicemente ai trattati di non aggressione. Essa si può fondare solo sul raggiungimento della cognizione dei diritti, l’affermazione della dignità dell’individuo, e lo sviluppo dei fattori che concorrono al suo conseguimento: il lavoro, l’istruzione, la salute, un’abitazione ed un ambiente di vita decenti e salutari. Ugualmente straordinaria è l’affermazione della sovranità e della parità di diritti di ogni stato membro in seno alla nuova organizzazione. Anche se non parla di “democrazia” e tantomeno di “mondo libero”, la Carta delle Nazioni Unite afferma per gli stati membri gli stessi principi di diritto applicabili ad ogni cittadino di ogni stato: diritti umani, sviluppo, uguaglianza.
2.4 Tutto questo avviene nel 1945. Cinquant’anni dopo, l’imminenza del nuovo millennio ispira il segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, ad organizzare per l’anno 2000 una “Assemblea del Millennio” per trarre un bilancio del primo mezzo secolo di attività dell’organizzazione, esaminare i grandi problemi irrisolti e le nuove sfide, e tracciare un piano d’azione che tutti i paesi del mondo possano condividere ed attuare in modo congiunto. Il documento che fa da sfondo alla conferenza si chiama “We the Peoples” , come le prime tre parole del preambolo della Carta. È un documento breve e chiaro, che prende a prestito dal New Deal di Roosevelt e del premio Nobel per l’economia Amartya Sen il leitmotiv della libertà (libertà dalla paura, libertà dal bisogno). L’ultimo capitolo propone sei “valori condivisi” per ispirare l’azione comune: libertà; eguaglianza e solidarietà; tolleranza; non-violenza; rispetto della natura; e responsabilità condivise. Tre “libertà” emergono da questi valori come priorità fondamentali: la libertà dalla povertà; la libertà dal flagello della guerra; e la libertà dal pericolo di vivere in un pianeta irrimediabilmente depauperato dalle attività umane, e le cui risorse non possano più provvedere ai bisogni di tutti. Il documento termina con dei traguardi ed impegni comuni da conseguire entro il quindicesimo anno del nuovo millennio, che verranno puntualmente ripresi nella “Dichiarazione del Millennio” e negli “Obiettivi del Millennio”. Nel settembre del 2000 infatti, i capi di stato di tutto il mondo sottoscrivono una solenne dichiarazione, la “Dichiarazione del Millennio”, che accoglie e sviluppa le proposte operative del documento “We the Peoples”, e nei due anni successivi il segretariato delle Nazioni Unite, in collaborazione con le agenzie specializzate e la Banca Mondiale, le riordina in un otto obiettivi, che prenderanno il nome di “Obiettivi del Millennio”.
2.5 L’aspetto centrale che emerge da queste considerazioni è che gli obiettivi del millennio costituiscono la piattaforma condivisa da tutti gli stati, dal sistema delle Nazioni Unite, e dall’ intera comunità internazionale, per la cooperazione allo sviluppo ivi compresa, naturalmente, l’Unione Europea. Ne consegue che ogni iniziativa di cooperazione allo sviluppo ha migliori possibilità di sinergie e di efficacia complessiva se inquadrata in strategie finalizzate agli obiettivi del millennio.
2.6 Un secondo aspetto è quello delle opportunità offerte dalla dimensione territoriale e locale della cooperazione allo sviluppo. Questo modello offre la possibilità di superare una serie di ostacoli che hanno danneggiato le prospettive di successo dei programmi di cooperazione. Il primo di questi è la cooperazione ufficiale bilaterale tra stato stato, che dialoga assai difficilmente con gli attori potenziali ed i cosiddetti beneficiari delle politiche di aiuto. Il secondo è il basso potenziale di sostenibilità, derivante dal mancato coinvolgimento degli enti locali e delle comunità. Il terzo è la prevalenza del”prodotto” sul “processo”, ogni qual volta il desiderio di “consegnare un prodotto” (scuola, pozzo, ospedale impianto, etc) trascura la necessità sempre più pressante di formazione di una cultura di governance capacity. Il quarto è il problema della mancanza di un approccio strategico capace di far tesoro di risorse limitate ed indirizzare gli sforzi nella direzione della massima sostenibilità ed efficacia.
2.7 Queste argomentazioni convergono nell’opportunità di un approccio di pianificazione strategica locale, che deve corrispondere necessariamente alle responsabilità geografiche ed amministrative di un ente territoriale locale. È questo il concetto noto sotto la denominazione generica di “Città del Millennio”. Sono “città del millennio” quegli enti locali territoriali che si impegnano in uno sforzo di cooperazione orizzontale teso ad adottare politiche di pianificazione strategica locale per il conseguimento sostenibile degli obiettivi del millennio attraverso il pieno coinvolgimento della popolazione, della società civile e delle sue organizzazioni.
2.8 Perché, infine, “Roma Città del Millennio”? Perché Roma possiede le potenzialità di proporsi come capofila di questo nuovo modello di cooperazione tra gli enti territoriali locali di tutto il mondo. È da tempo responsabile della commissione obiettivi del millennio dell’organizzazione delle città e governi locali uniti (CGLU). Ha da tempo al suo attivo la presenza di un comitato cittadino per la cooperazione decentrata. La sua maggiore università, la Sapienza, si è proposta come “Università del Millennio” proprio per dare il proprio contributo all’attuazione degli obiettivi del millennio attraverso attività di formazione e di cooperazione.
( Prof. Pietro Garau )
3 - METTERSI IN RETE:
VERSO UN PARTENARIATO TRA COMUNITA’ PER UNA AUTENTICA
FORMA DI COOPERAZIONE
3.1 E’ oramai largamente accettato che senza una cooperazione capace di riconoscere il ruolo
degli attori non statali e delle autorità locali non si ha autentico sviluppo fondato sulla crescita armoniosa e solidale.
3.2 L'importanza della partecipazione nei processi di cambiamento è stata autorevolmente
riconosciuta dal Rapporto sullo sviluppo umano del 1993 del UNDP che mette in evidenza il
ruolo fondamentale del decentramento, dell'organizzazione della società civile e della
democrazia per la piena realizzazione di ogni programma di cooperazione.
3.3 In Italia negli ultimi venti anni, a seguito della crescente consapevolezza della
interdipendenza esistente tra globale e locale, è andato aumentando il numero e lo spettro
degli attori sociali, economici e culturali coinvolti nella cooperazione. Parimenti è anche
cresciuto il ruolo internazionale delle autorità locali, Regioni, Provincie, Comuni, le quali si
sono dotate, nel solco di una adeguata legislazione, di capacità amministrative e di risorse
proprie per sostenere l'attività di cooperazione di quanti operano nel proprio territorio.
3.4 L'elemento fondamentale su cui si basa l'attività dei diversi attori è il principio partecipativo,
un principio che non comporta unicamente la mera presenza di più attori operanti insieme
quanto piuttosto l'esistenza di un metodo partecipativo avente come obiettivo la costruzione
di una società più democratica nell'impegno prioritario di essere a servizio delle persone più
svantaggiate.
3.5 Il principio partecipativo, fondato sul diritto di ogni persona ad influire sulle decisioni che
riguardano la propria vita e quella della società in cui vive, riconosce nella democrazia la
miglior forma di governo, la quale, tuttavia, assume forme diverse a seconda dei diversi
contesti culturali in cui si radica.
3.6 Va da se che all'interno della cooperazione così concepita, i diversi attori abbiano dei ruoli distinti seppur uniti da vincoli di sussidiarietà orizzontale tra attori sociali e autorità locali, e verticale con la Cooperazione Italiana e con Organismi nazionali ed internazionali
interessati ai processi di sviluppo umano.
3.7 La riflessione sul ruolo e sull'importanza della cooperazione decentrata ha portato in questi
ultimi tempi alla definizione di un modello ideale di partenariato tra comunità
caratterizzato, tra l'altro, dai seguenti elementi:
- il dialogo politico tra partner di pari dignità con condivisione della ownership delle politiche da attuare;
- la condivisione delle responsabilità con adozione di metodi partecipativi;
- il passaggio da un approccio per progetti a strategie e programmi a medio e lungo termine;
- un approccio per piccoli passi con costruzione continua della fiducia reciproca;
- un approccio territoriale per uno sviluppo endogeno sostenibile e continuato nel tempo;
- la messa in rete delle iniziative con inserimento delle relazioni in un quadro di governance multi-livello.
3.8 Rispetto a questo ideal-tipo, un gruppo di ONG hanno recentemente promosso il progetto
“Nord-Sud: costruire insieme è possibile” (cfr. documento Focsiv) che ha evidenziato
l'importanza di far crescere il proprio ruolo quali:
-
attori politici portatori di voci del Sud e del Nord interessate ad uno sviluppo equo, democratico e sostenibile;
- attori sociali con funzioni radicate nei territori e capaci di far crescere la relazione di reciprocità con i partner del sud e di sviluppare gli elementi di ritorno sul territorio italiano.
3.9 Ulteriore elemento di grande rilievo messo in evidenza nel documento è l'importanza dello
stimolo dato alle autorità locali a far crescere il loro impegno politico all'interno della
cooperazione decentrata non tanto in termini di risorse messe a disposizione quanto
piuttosto in termini di sostegno a percorsi di sussidiarietà capaci di valorizzare competenze
a favore dello sviluppo umano sostenibile.
3.10 In questa ottica lo scenario che si apre davanti a noi è fortemente promettente in quanto la
messa in rete delle conoscenze, competenze e capacità relazionali acquisite sul campo dagli
attori sociali e culturali, in unione strategica con le autorità politiche operanti a diversi
livelli permetterà di superare i non pochi ostacoli che si parano dinanzi a quanti con
passione ed impegno si adoperano per uno sviluppo umano vero e democratico.
(Prof. Pasquale De Sole)
4- “PRENDERSI CURA DEI PIÙ DEBOLI”:
VERSO UN APPROCCIO STRATEGICO
4.1 Uno dei principali punti dell’agenda preparata dalla Cooperazione Italiana per il prossimo
Ministeriale Sviluppo G-8 in programma a Roma l’11-12 giugno è quello di “ armonizzare e
dare maggiore coerenza, creando utili sinergie, agli interventi di cooperazione nei vari settori
dello sviluppo (l’educazione, l’ambiente, la salute, la sicurezza alimentare), al fine di
ottimizzare le risorse disponibili e incrementare le “economie di scala”. In tale contesto, si
menzioneranno anche le quattro priorità della Presidenza italiana del G8 nello sviluppo
(sicurezza alimentare, educazione, sanità e acqua)”.
4.2 Nel definire gli obiettivi del millennio per lo sviluppo, gli stati membri delle Nazioni Unite
si sono a suo tempo posti lo stesso problema: come concentrare l’attenzione su obiettivi
essenziali, senza trascurare alcuni degli aspetti che concorrono all’affrancamento della
povertà.
4.3 Gli obiettivi del millennio per lo sviluppo coprono i quattro settori di cui sopra, con
l’aggiunta di alcuni altri elementi fondamentali: l’ambiente, la parità di diritti per la donna,
l’accesso ad un lavoro decente, il miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti degli
slum – oltre all’impegno di assicurare alle economie più fragili la possibilità di non venire
schiacciate dai condizionamenti imposti dalle economie più forti in un contesto di crescente
competitività ed apertura dei mercati.
4.4 Vi è quindi consenso sul fatto che sarebbe insensato limitare le azioni di sviluppo e di
cooperazione ad un unico settore d’intervento in nome dell’esigenza della priorità.
4.5 Va peraltro anche sottolineato che l’efficienza delle azioni di sviluppo e di cooperazione
dipende non tanto dal contenimento del numero dei settori d’intervento da privilegiare,
quanto dalla maniera in cui le varie azioni settoriali convergono in un esito di mutuo
rafforzamento. Come infatti non avrebbe senso assicurare la salute di tutti i cittadini senza
prendersi parimenti cura del loro accesso ad una istruzione adeguata, oppure assicurare
servizi essenziali senza aver cura di garantire le condizioni per guadagnarsi la vita in
maniera dignitosa, così la salute determina le migliori condizioni per trarre profitto dalle
opportunità educative e lavorative. E così ragionando.
4.6 È proprio nelle comunità insediative, ed in particolare nelle città, che le sinergie tra le azioni
settoriali possono permettere di conseguire più felicemente questi effetti virtuosi. Con
l’aggiunta di un elemento di straordinaria importanza: la partecipazione alla vita della
comunità che è propria del cittadino. È nel governo del territorio che si esplica la
componente sostenibile dello sviluppo, e cioè quella che consente il reperimento e la
gestione delle risorse collettive indispensabili per la vita civile, la partecipazione alle scelte
di interesse comune ed alla definizione di obiettivi condivisi, la consapevolezza e l’esercizio
dei diritti e dei doveri di tutti, come il “diritto alla città” e l’imperativo del rispetto
reciproco, della convivenza e della solidarietà.
4.7 Spesso si dimentica che nella storia è stata proprio la città il luogo dell’accoglienza e della
libertà (stadtluft mach frei), della diversità e conseguentemente della ricchezza culturale,
della vivacità sociale e del dinamismo economico. Le città, quindi, e le comunità
insediative in genere, sono non solo luoghi di concentrazione produttiva di scambi,
interventi e investimenti, di produzione e di consumo, ma anche una palestra per la
costruzione di capacità (capacity building) in quella sfera che noi definiamo oggi con il
termine di governance.
4.8 Non a caso, quindi, le intuizioni più avanzate in materia di cooperazione allo sviluppo
postulano il superamento del concetto di “beneficiario” e di “aiuto” per porre al centro del
discorso il principio della centralita’ dei più bisognosi nei processi di governance.
4.9 È al cuore di questa confluenza tra spirito costitutivo della città, sinergie di settori
d’intervento, definizione di obiettivi condivisi, e centralità dei più poveri nei processi di
governance, che si pone il concetto di città del millenno, introdotto in prima istanza dal
rapporto del Progetto ONU per il Millennio “A Home in the City” e poi fatto proprio
dall’organizzazione mondiale delle Città e Governi Locali Uniti.
4.10 Si tratta naturalmente di un processo del tutto volontario, il cui percorso ideale può essere
descritto come segue.
-
Il primo momento è ovviamente affidato all’istituzione locale, tramite l’adozione formale degli stessi obiettivi del millennio per lo sviluppo già adottati in sede ONU da tutti gli stati nazionali. A ciò si deve però aggiungere il passo di porre gli stessi coma piattaforma locale di partenza e quadro di riferimento per la elaborazione di una vision condivisa. A questo riguardo gli obiettivi del millennio possono essere un riferimento assai utile, perché corrispondono sostanzialmente a quegli stessi bisogni che troviamo al cuore della definizione di sviluppo sostenibile: uno sviluppo capace di soddisfare le fondamentali esigenze di tutti senza pregiudicarne il raggiungimento da parte delle generazioni future.
- Il secondo passo è quello dell’avvio del momento fondativo di un processo di partecipazione, e cioè della mobilitazione della cittadinanza, che dovrà accompagnare l’intero processo. Tale mobilitazione può essere attivata, come già è accaduto in molti casi concreti, attraverso rappresentanti territoriali eletti nel caso di centri di maggior dimensione, ed il suo primo obiettivo è la definizione della vision (qual ‘è la “città del millennio” che vogliamo?). Naturalmente, la governance di questo processo deve essere necessariamente affidata al governo locale, nella funzione di istituzione mobilitante e presenza facilitatrice.
- Il terzo momento è il passaggio dalla vision ad un vero e proprio piano strategico che, partendo dall’immagine ideale della “città che si vuole” ed utilizzando il metodo della consultazione la più ampia possibile, arrivi a determinare gli obiettivi da raggiungere nell’arco di tempo stabilito, elenchi le azioni da compiere secondo un ordine di priorità e di urgenza, nonché le risorse necessarie per la loro realizzazione, accompagnate da un piano economico che distingua le fonti prevedibili di finanziamento, quali ad esempio entrate tributarie locali, accordi di partenariato, trasferimenti dal governo centrale, contributi e prestiti internazionali. È questo un processo in cui la cooperazione decentrata e le organizzazioni non governative possono giocare un ruolo di assoluto rilievo – non solo quindi come esecutori di progetti, ma come portatori di esperienza nella definizione di interventi appropriati sotto il profilo della sostenibilità economica, sociale e tecnologica.
4.11 Il piano strategico può anche costituire uno strumento formidabile per superare le barriere
che si oppongono alle politiche di aiuto. Le obiezioni mosse più frequentemente dai
cosiddetti donatori, infatti, sono la qualità insoddisfacente della governance, la poca
trasparenza nell’individuazione dei progetti sottoposti all’attenzione della cooperazione
internazionale, la frammentazione e la dispersione della domanda e della fornitura di aiuto
e l’insufficienza del monitoraggio sull’effettivo impiego dei fondi e degli aiuti.
4.12 Queste obiezioni non potrebbero certo sussistere ove si fosse in grado di presentare un
piano strategico chiaro e coerente ispirato all’agenda universalmente condivisa per la
cooperazione allo sviluppo (gli obiettivi del millennio), emerso da un processo di
consultazione con i “beneficiari”, disaggregabile in una serie di azioni e di interventi
ognuna delle quali potrebbe essere oggetto di finanziamento esterno e/o di partenariato e di
cooperazione decentrata, e sottoposto alla supervisione degli attori più autorevoli: i
cittadini autori del piano e fruitori delle azioni e degli interventi da esso previsti.
4.13 A questi stessi principi si è ispirato lo stesso comune di Roma, istituendo all’inizio del
2008, in consultazione con l’organizzazione mondiale delle città e dei governi locali uniti
(UCLG), un premio internazionale denominato “Rome Millennium Cities Prize” per
premiare città e governi locali dei paesi in via di sviluppo impegnati in questo tipo di ciclo
virtuoso. Il cambiamento amministrativo verificatosi in Campidoglio ha spiegabilmente
prodotto un momento di pausa in questa iniziativa, che sarebbe però opportuno riprendere
al più presto sia per ridare alla città un’occasione di prestigio e di forte visibilità
internazionale, sia per creare una nuova ed utile occasione di coinvolgimento per gli attori
cittadini di cooperazione decentrata. Un’ipotesi avvincente, ad esempio, potrebbe essere
quella di individuare, attraverso il meccanismo selettivo del “Rome Millennium Cities
Prize”, città ed enti locali nei PVS già avviati su un percorso di pianificazione strategica
partecipata ispirata agli obiettivi del millennio su cui concentrare le capacità di intervento
multisettoriale dell’universo della cooperazione decentrata romana – dall’amministrazione
stessa ai suoi partner della società civile.
( Prof. Pietro Garau )
5 - MOLTIPLICARE LE RISORSE ATTRAVERSO
LA QUALITÁ:
valutazione dei risultati dei progetti di cooperazione decentrata.
5.1 In tanti campi dall’Università alla cooperazione allo stesso mondo degli affari, cresce la. cultura della valutazione. Viene incoraggiata una mentalità in cui, per qualsiasi elemento del processo, i partecipanti devono pensare e pianificare tutte le proprie linee di intervento e dichiarare lo scopo dell’iniziativa dalla missione generale dell’organizzazione alla più piccola azione
5.2 Per esempio, per l’università, dalla singola lezione: in questa ora o due ore, che cosa avranno imparato gli studenti? Cosa sapranno fare? Come si potrà misurare la riuscita o meno della lezione? Così per il corso intero, per l’attività del Dipartimento fino alla Facoltà e fino agli obiettivi a lungo termine dell’università intera. E’ una cultura nella quale i partecipanti vengono incoraggiati a mettere a fuoco i risultati desiderati anziché la procedura. Nel campo scolastico ed universitario, questo vuol dire puntare su quello che lo studente ha imparato piuttosto che sul metodo di insegnamento.
5.3 Gli obiettivi devono essere formulati in modo da essere misurati. Il ciclo è articolato in tre fasi: la proposta, la valutazione dei risultati e le modifiche portate dall’esperienza.
E’ un sistema che viene usato anche nel campo dello sviluppo in generale e nella cooperazione decentrata in particolare, per garantire un più efficiente uso delle risorse disponibili e la possibilità effettiva di rendere gli obiettivi più raggiungibili e di migliorare il modo di raggiungerli. Inoltre aumenta la trasparenza e la responsabilità sia per i donatori che per gli operatori. Permette l’articolazione di tutti gli elementi del processo dal punto di vista di tutti gli agenti coinvolti.
5.4 L’esempio macroscopico dell’utilizzo di questo processo di valutazione si può vedere negli Obiettivi dello Sviluppo del Millennio (MDGs) posti dalle Nazioni Unite, otto obiettivi chiari e misurabili con un termine a tempo, come per esempio 7.D) Ottenere un miglioramento significativo della vita di almeno 100 milioni di abitanti delle baraccopoli entro l'anno 2020 oppure 4.A) Ridurre di due terzi, fra il 1990 e il 2015, la mortalità dei bambini al di sotto dei cinque anni.
5.5 Per la cooperazione decentrata ogni progetto , sia grande, medio o piccolo, avrà lo stesso tipo di obiettivi misurabili. Non significa in nessun modo che qualcuno detti dall’alto il tipo di progetto di cui ogni ONLUS, ONG o altra istituzione si occupi, ma si tratta di organizzare ed articolare da parte delle istituzioni stesse in modo indipendente, organico ed integrato, gli strumenti di valutazione.
5.6 Questo tipo di pianificazione permetterà alle associazione di qualsiasi grandezza di capire meglio quale siano le strade migliori da seguire nel loro lavoro e di aumentare la resa del lavoro stesso. E’ uno strumento non solo che rende ogni associazione responsabile per quello che ha fatto nel passato ma serve come anche per giustificare il proseguimento del progetto. Per i donatori, nel nostro caso il Comune di Roma (ma il ragionamento è uguale per enti pubblici o privati) è un modo chiaro di dimostrare l’efficacia e l’utilità dei fondi elargiti ai loro elettori.
5.7 1. Proposta.
Il progetto di cooperazione decentrata viene articolato in tre punti:
a. Descrizione più precisa possibile della proposta: campo (medicina, istruzione ecc.), area geografica di operazione, ampiezza e durata.
b. Elenco degli obiettivi misurabili. La chiave della procedura è di formulare gli obiettivi in un modo che li rende abbastanza facilmente misurabili. Di solito si intende in modo quantitativo ma può essere anche qualitativo. Alfabetismo, riduzione di mortalitià o morbidità, aumento di produzione agricola o artigianale, sostenibilità economica o ambientale, aumento dell’occupazione femminile ecc. sono tutti scopi che possono essere misurati.
c. Metodi per misurare i risultati. Scelta dei dati da raccogliere. Raccolta e monitoraggio dei dati. Sarà sempre un compromesso fra i dati ideali e la possibilità pratica di averli
5.8 .2. Valutazione dei risultati. Alla fine del periodo sotto esame, di solito un anno per progetti che continuano, oppure alla fine del progetto se è un progetto limitato nel tempo, si raccolgono i dati per valutare come e quanto si siano raggiunti dei risultati.
5.9 3. Chiudere il cerchio: utilizzo dei risultati nel prossimo ciclo. La valutazione può portare a varie conclusioni: dal peggiore, cioè che gli obiettivi erano impossibili da raggiungere o malposti via via a grosse o piccole modifiche, fino al raggiungimento pieno e all’aumento del livello degli obiettivi stessi.
( Prof. James Walston)
6 – Alcune Proposte
6.1 Presupposto di ogni valida strategia è la conoscenza dell’esistente. La città di Roma ospita diverse centinaia di attori della solidarietà e cooperazione internazionale: organizzazioni non governative, associazioni, gruppi informali, reti tematiche, organismi internazionali, istituzioni economiche private, municipi, dipartimenti e assessorati comunali, provinciali e regionali, scuole e università, categorie sindacali ecc.. Questa ricchezza che mobilita notevoli risorse sia economiche che qualitative potrebbe avere ancora maggiore efficacia se si realizzasse un indirizzario dei vari soggetti e una banca dati dei loro progetti, in modo da: diffondere conoscenze, facilitare possibili sinergie e consentire all’Amministrazione Comunale la definizione di un piano strategico cittadino di cooperazione decentrata per i prossimi anni che sappia indirizzare, proporre, collegare e valorizzare i diversi interventi. La riedizione delle Pagine della Solidarietà, stampata dal Comune di Roma nel 2001, è il più urgente strumento da realizzare che andrebbe affiancato dalla costruzione di una Banca Dati dinamica sugli interventi di tutti gli attori, pubblici e privati, della città di Roma.
6.2 La conoscenza di chi e come interviene con progetti di solidarietà e cooperazione internazionale è auspicabile che dia vita a momenti di confronto tra i diversi attori e fra loro e la città in modo da favorire lo scambio delle esperienze e delle buone pratiche, la formazione di sinergie e soprattutto l’affermarsi della cultura di solidarietà e di pace. In una metropoli come Roma è indispensabile la realizzazione di luoghi di incontro permanenti: la Casa Internazionale della Solidarietà e della Cooperazione, la Casa della Pace, la Casa dell’Africa. significherebbero una atto di riconoscimento forte e di sostegno al vastissimo mondo formato da associazioni, istituzioni, cittadine e cittadini romani impegnati su questi temi. Si offrirebbero finalmente dei luoghi dove le iniziative del mondo della solidarietà internazionale e della promozione della pace possono trovare ospitalità esplicita e chiara: tra cui incontri con personalità della cultura, delle istituzioni, della società civile e della politica del sud del mondo, conferenze, mostre, concerti, presentazioni di libri.
6.3 Nel 2002 il Consiglio Comunale di Roma ha istituito il Comitato Cittadino per la Cooperazione Decentrata ritenendo “indispensabili la collaborazione e il sostegno delle associazioni, organizzazioni e forze sociali operanti sul territorio cittadino nel settore della cooperazione internazionale “ attuando quanto riconosciuto dalle Agenzie delle Nazioni Unite e dell’ Unione Europea e dal nostro Ministero degli Esteri che definisce la cooperazione decentrata come la “ ..cooperazione allo sviluppo svolta dalle autonomie locali ..anche con il concorso delle espressioni della società civile organizzata sul territorio..” . Il lavoro che il Comitato Cittadino ha svolto ne ha fatto un importante strumento e riferimento di partecipazione “politica” nella città. La costruzione insieme all’Amministrazione del bando sulla cooperazione decentrata, il confronto nella Commissione e nei Tavoli di Lavoro, la collaborazione ad iniziative cittadine ( ultime: gli Stati Generali della Solidarietà e Cooperazione Internazionale, Italia Africa, il Civil G8), la realizzazione di eventi nei Municipi, nelle Biblioteche, nelle Università, la gestione dell’unico sito web sulla cooperazione internazionale di Roma sono alcuni dei momenti del lavoro del Comitato. Ma per raggiungere l’obiettivo previsto dalla delibera istitutiva “stabilire un regolare confronto tra l’Amministrazione stessa e le forze della società civile … per individuare e programmare, anche a livello pluriennale, le iniziative e le attività, promosse dai diversi soggetti operanti nel settore, anche al fine di un loro coordinamento” occorre assegnare adeguate funzioni e risorse al Comitato Cittadino estendendo i casi in cui è obbligatorio il suo coinvolgimento (parere consultivo e ruolo propositivo) e prevedendo uno specifico capitolo di spesa.
6.4 Il piano strategico di cooperazione decentrata di una città come Roma non può non porsi l’obiettivo di raggiungere nei prossimi anni l’impegno finanziario previsto dall’art. 272, comma 2, del Testo Unico Ordinamento Enti Locali, D.Lgs. n. 267/2000, pari allo 0,80 % della somma dei primi tre titoli delle entrate correnti del bilancio e di realizzare piena trasparenza contabile istituendo una apposita dotazione di voce di bilancio per la cooperazione decentrata, che potrà essere incrementata da ulteriori disponibilità della cooperazione italiana ed europea, con fondi privati di realtà cittadine interessate, rispettando le indicazioni comunali sugli sponsor etici, e attraverso campagne di sensibilizzazione cittadina da attività di fund raising sociale e fiscalità solidale.
6.5 Gli obiettivi del millennio costituiscono la piattaforma condivisa da tutti gli stati, dal sistema delle Nazioni Unite, e dall’ intera comunità internazionale, per la cooperazione allo sviluppo ivi compresa, naturalmente, l’Unione Europea. Ne consegue che ogni iniziativa di cooperazione allo sviluppo ha migliori possibilità di sinergie e di efficacia complessiva se inquadrata in strategie finalizzate agli obiettivi del millennio. In questa ottica si dovrebbe prevedere il proseguimento degli impegni assunti a sostegno dell'attuazione degli obiettivi di sviluppo del millennio, del rilancio del processo di pace in medio oriente, della cooperazione euro mediterranea in un’ottica di dialogo, inclusione politica e sociale per una politica reale di allargamento dell’Europa.
6.6 Le tematiche della cooperazione internazionale sono collegate al problema dell’immigrazione e pongono la necessità di una coerenza delle politiche. I migranti sono il trait d’union tra istituzioni/comunità del Sud ed istituzioni/comunità italiane: hanno infatti le competenze per contribuire non solo ad una mappatura dei bisogni nei loro paesi di origine ma anche e soprattutto alla valorizzazione dei saperi territoriali di quei paesi. Occorre porsi l’obiettivo del loro riconoscimento e coinvolgimento come attori della cooperazione decentrata della nostra città.