Il partito democratico nasce solo se le ambizioni sono grandi. Tanto più a Roma dove con Veltroni, il miglior sindaco d’Europa, siamo all’apice del successo. Ma proprio nei punti alti del consenso una forza viva che guarda lontano si deve porre nuove domande, senza perdere il gusto delle sfide. Veltroni ha dato una narrazione del governo della città – chi siamo e dove stiamo andando – che ha fatto sentire tutti partecipi di una trasformazione, come non era mai accaduto in una città per sua natura scettica e caustica. Come ex amministratore mi preme aggiungere che l’attuale amministrazione ha saputo far meglio di noi nel coinvolgimento dei romani e ha portato la città ad un prestigio mondiale mai raggiunto prima. Se vogliamo vedere i suoi limiti, sono da ricercare proprio in una eccessiva continuità con le amministrazioni precedenti, che ha impedito di correggerne gli errori e le carenze, delle quali so certamente qualcosa.
Da quasi tre lustri facciamo sempre le stesse cose in certe politiche che invece meriterebbero un aggiornamento. Non c’è nella politica romana l’attitudine a cercare politiche innovative rispetto a noi stessi. Il partito democratico a Roma è oggi più uno stato d’animo che una linea politica. Ci vediamo ai convegni per dirci quanto siamo bravi e quanto ci vogliamo bene, che è certamente meglio che volersi male, direbbe Catalano, ma oltre a ciò sarebbe utile affrontare e discutere seriamente alcuni problemi strutturali della città che, dopo un lungo ciclo di buongoverno, non possono certo dirsi risolti. Se non li affrontiamo oggi, all’inizio del secondo mandato, al massimo dei consensi, potrebbero esploderci in mano quando Veltroni sarà passato ad altro incarico e allora la nostra funzione di governo potrebbe cominciare a vacillare e non avremmo più il tempo e la forza per affrontarli. Il riformismo non si ferma mai a riposare e anzi deve essere ancora più coraggioso quando raccoglie tanti consensi. Propongo qui alcuni spunti schematici.
Primo- Da oltre dieci anni tutto ciò che si costruisce a Roma si localizza fuori del GRA, lasciando all’interno dei vuoti urbani esposti al degrado. Non siamo mai stati in grado di mettere le briglie alla vecchia patologia espansiva e questo comporta costi sempre più alti nella gestione dei servizi. Continuiamo a costruire case nell’hinterland per cittadini che vengono a lavorare a Roma, quindi il traffico peggiora strutturalmente e diventa inutile incaponirsi a fare buone politiche sulla mobilità, come pure si sta facendo. E’ come spostare il mare con un secchiello. Per fare un esempio, abbiamo lasciato vuote le aree dello SDO di Pietralata, pur essendo già servite dalla metropolitana – dalla stazione di Quintiliani si può uscire per cogliere la cicoria – e siamo andati a costruire tante case oltre il raccordo, da Settecamini a Guidonia, con il risultato di paralizzare la via Tiburtina e l’autostrada per l’Aquila, of course. Dovremmo fare esattamente il contrario: riportare le residenze nelle zone semicentrali, riqualificare i vuoti interni, rilanciare il programma delle ferrovie metropolitane per servire comunque i quartieri esterni già realizzati ed evitare di ripetere gi errori cancellando le previsioni urbanistiche che non si trovano nei pressi delle stazioni. Della nuova edilizia costruita a Roma negli ultimi vent’anni nessuno ricorderà come positivi i quartieri isolati nell’hinterland, ma certamente le realizzazioni migliori sono state il recupero degli edifici pericolanti di via Giustiniano imperatore e soprattutto la riqualificazione dei vuoti industriali dell’Ostiense che ha consentito, con la terza università, di lanciare uno dei quartieri romani più creativi e più in sintonia con le tendenze internazionali.
Di questi progetti urbani ha bisogno Roma per il futuro, non di case sparse per la campagna. A tal fine dovremmo ripensare anche la legge per Roma Capitale, ormai ridotta ad un contenitore delle iniziative più disparate e lontana dall’ispirazione originaria di uno strumento volto a qualificare la presenza dello Stato in città. La gestione della legge dovrebbe scegliere una priorità: riqualificare l’impronta fisica che la formazione statale ha lasciato nel tessuto urbano in oltre un secolo. Come le città industriali stanno recuperando le vecchie fabbriche, allo stesso modo noi dovremmo riqualificare l’intero patrimonio immobiliare pubblico, invece di venderlo alla disperata, regalando, come si è fatto, generosi plusvalori ai furbetti del quartierino che hanno rivenduto a tre volte il prezzo d’acquisto. Caserme, aree ferroviarie, demani di aziende pubbliche, impianti tecnologici obsoleti possono diventare il volano di trasformazioni urbane per parti della città, come si è fatto all’Ostiense. Invece di chiedere allo Stato soldi che non ci sono, chiediamo di restituire alla città lo spazio fisico che l’espansione burocratica ha occupato in un secolo. Possono diventare i luoghi più belli della nuova Roma post-burocratica.
Secondo- La macchina comunale con le sue decine di aziende è ormai un apparato di 50 mila dipendenti. E’ una delle più grandi burocrazie italiane e non possiamo dire di averla davvero cambiata in oltre dieci anni di buongoverno. Nonostante tante migliorie sono ancora alte le inefficienze, le rigidità burocratiche e l’insoddisfazione dei cittadini per la bassa qualità dei servizi. Non siamo ancora riusciti a valorizzare pienamente i meriti e le professionalità dei lavoratori pubblici. Certo, si sono fatti progressi enormi nell’accesso ai servizi, soprattutto negli ultimi anni: basti pensare a quel piccolo miracolo di poter telefonare agli uffici comunali con l’amichevole centralino 060606. Ma al forte miglioramento del front-office non è ancora corrisposto un adeguamento del back-office e della organizzazione interna della macchina comunale. C’è poi da domandarsi se tutto questo apparato debba essere conservato gelosamente oppure se a Roma si può riprendere la politica di liberalizzazioni che porta avanti Bersani a livello nazionale. Vedo qui un certo adagiarsi di DS e Margherita su una vecchia cultura statalistica. Se dobbiamo attuare la politica di Rifondazione comunista, a che serve il partito democratico?
Terzo- Facciamo molta retorica su Roma capitale della ricerca e dell’innovazione, ma non disponiamo di un concreto programma di governo sul tema, fino al punto di non aver ancora utilizzato i nuovi poteri legislativi della Regione. Le nostre università dovrebbero essere aiutate a compiere il salto decisivo nelle reti mondiali della conoscenza per fare della capitale un luogo di alta ricerca, sia nella cultura classica sia nei saperi moderni.
Forse dovremmo porci l’obiettivo di realizzare un forte Politecnico, capace di collocarsi sulle frontiere tecnologiche, e dotarlo di moderne strutture per trasferire i risultati della ricerca verso le imprese. E dovremmo riuscire ad attrarre le grandi università del mondo perché aprano delle sedi a Roma, realizzando qui un polo universitario di livello mondiale. Se ci riesce Bangalore, perché non può tentarlo la Città Eterna. Abbiamo un numero di laureati pari a quello degli analfabeti e in percentuale sotto la metà della media europea. Nella società della conoscenza abbiamo bisogno non solo dell’eccellenza, ma di un generale elevamento dell’istruzione dei cittadini. Dobbiamo valorizzare la rete delle scuole come la principale infrastruttura della conoscenza. Realizziamo un programma straordinario per la manutenzione scolastica con le risorse stanziate in finanziaria. Cogliamo l’occasione per fare le scuole più belle, rinnovare le architetture, modernizzare le tecnologie, e aprirle giorno e sera, non solo per l’istruzione dei figli, ma anche per riportare a scuola i genitori che non hanno potuto studiare, per offrire spazi liberi alla creatività giovanile, per alfabetizzare i nuovi italiani che arrivano con la pelle di diversi colori e che hanno tanta voglia di imparare la nostra lingua.
Quarto- L’anomalia storica della regione tende ad accentuarsi: una grande metropoli con una corona debole intorno a sé. Un grande pieno e un grande vuoto. Questo squilibrio fa male soprattutto a Roma e dovremmo a capirlo soprattutto noi romani, ma non solo. Nella competizione globale non basta il municipio, è necessaria la regione. Le città europee che negli ultimi vent’ anni hanno realizzato grandi salti in avanti, penso a Barcellona e a Monaco, hanno avuto il sostegno di forti sistemi regionali, come la Catalogna e la Baviera. Roma presenta un pericoloso squilibrio con il territorio circostante. In nessun’altra città esiste una differenza tanto forte tra il Pil dell’area urbana e di quella regionale. Da un lato una ricchezza che tende a ingolfarsi e dall’altra carenza di risorse per la politica di sviluppo. Dovrebbe farci riflettere, a noi di sinistra che vinciamo nella parte ricca e perdiamo quasi sempre nelle altre zone. Il successo di Veltroni andrebbe speso per recuperare consensi nella regione, ma se continuiamo a schiacciare la Pisana sul Campidoglio otterremo l’effetto contrario. Non è una brillante operazione di governo, ad esempio, annunciare a Roma la riduzione dell’Ici, senza ridurre le spese comunali, e far pagare il conto alla Regione che sarà poi costretta ad alzare l’Irap per coprire la voragine della sanità. Ci sarebbe bisogno di un grande progetto per integrare la città con la regione.
Si presenta una grande occasione. Con la realizzazione dell’alta velocità, infatti, si liberano le tracce ferroviarie ed è possibile realizzare anche da noi una vera e propria Rer parigina, non solo per trasportare i pendolari, ma come una griglia di nuove dinamiche di sviluppo. Ad esempio, dovremmo pensare a un asse ferroviario tirrenico, da Civitavecchia a Formia, capace di attirare nuove imprese e sostenere una rete logistica integrata con i porti, per attirare i flussi asiatici che stanno rivitalizzando il commercio mediterraneo. Distendere i flussi su una rete regionale ci consente di raggiungere il duplice obiettivo: dare a Roma una piattaforma più solida per il suo sviluppo e nel contempo impostare una credibile politica di crescita dell’economia laziale. Se non vogliamo che la regione diventi una grande periferia romana, dobbiamo inventare delle missioni per i territori laziali. Il viterbese ha l’occasione storica di raccogliere il traboccamento (spill-over) della Toscana dovuto alla saturazione di quel modello turistico. Paesaggi e centri storici della Tuscia, se fermiamo il degrado, sono paragonabili a quelli toscani, ma in più avrebbero l’attrattiva della vicinanza con Roma e potrebbero trovare nella giovane università della Tuscia un vivace organizzatore culturale.
Non possiamo rassegnarci al primato della destra a Latina, anzi dovremmo avere l’ambizione di strapparle di mano alcuni simboli storici, a cominciare dal mito fascista della bonifica. Un grande progetto di ammodernamento potrebbe trasformare la Pontina in polo agricolo specializzato, al passo della ricerca e delle tecnologie del settore, e le sue produzioni potrebbero fregiarsi nel mondo del simbolo di Roma. Petroselli strappò dalle mani della retorica imperiale l’idea dei Fori, e da allora tutto ciò che a Roma si richiama alla cultura antica è di sinistra. Si può fare qualcosa di analogo nell’agro pontino. Unire la memoria dell’antico con il sapere moderno è un meccanismo vincente in tanti altri campi. Pensiamo al Lazio come terra delle grande abbazie, da Farfa, a Subiaco, a Montecassino, i luoghi che hanno consentito la trasmissione della cultura occidentale dal papiro alla carta stampata.
E oggi siamo a un altro passaggio cruciale, dal libro al supporto digitale, con progetti molto ambiziosi: Google si propone di mettere in rete tutte le biblioteche americane e la Francia, punta sull’orgoglio, ha reagito lanciando il progetto di un motore di ricerca europeo. Noi siamo assenti, mentre potremmo candidare la regione delle antiche abbazie come polo della digitalizzazione dei saperi, promovendo la ricerca e la nascita di nuove imprese specializzate nel software dei beni culturali. Dobbiamo portare il territorio laziale nell’economia del mondo. Solo così si crea sviluppo. Per tale obiettivo nessun’altra regione può avvalersi di un veicolo straordinario qual è l’immagine internazionale di Roma. Il Lazio ha bisogno di Roma per aprirsi al mondo. Ma anche Roma ha bisogno del Lazio per distendere le sue reti produttive. Città e regione diventano ciascuna la risorsa dell’altra. Ecco la chiave per governare degnamente la regione. Se dobbiamo continuare l’attuale tran tran, non si capisce a cosa serva il partito democratico. Se si fonda un partito nuovo, è per fare cosa mai fatte prima.