Ma giova anche chiedersi, allora, a che cosa miri – e poco importa se in modo consapevole o inconscio – un atteggiamento come quello del prof. Del Noce, che, per una “ricostruzione”, vorrebbe partir da una scelta tra l’indirizzo modernistico e l’integralismo (naturalmente negato come tale), per ciò stesso disattendendo l’essenziale linea mediana dei veri “padri fondatori” del partito democratico cristiano. Mi sembra che, lungo il piano inclinato dell’anticomunismo (e della lotta al “compromesso storico”), si vengano man mano insinuando, all’interno del cristianesimo politico e sullo stesso ufficialissimo Popolo, delle posizioni che, utilizzando il lessico del movimento operaio, possono esser definite soltanto come “liquidazioniste”.
Franco Rodano:
UN RECENTE CONVEGNO SULLA SCUOLA
IL FILOSOFO E I “LAZZARI”
Ho sott’occhio la relazione, trascritta da un testo stenografico, con cui Augusto Del Noce ha sostanzialmente aperto i lavori di un singolare Convegno che, intorno al tema e sotto il titolo (quanto mai programmatico) “La scuola italiana tra cultura di Stato e pluralismo culturale”, si è tenuto a Rimini, per iniziativa di “Comunione e Liberazione”. Subito, già a prima lettura, si affaccia prepotente una domanda. Qual è il legame, quale può essere il rapporto, che intercorre tra i cosiddetti “ciellini” – esasperatamente integralisti come i “baschi verdi” di geddiana memoria, ma senza dubbio, a loro modo, sinceri credenti – e questo noto filosofo reazionario, così acuto, così sottile e però così indiscutibilmente acattolico?
Immediatamente, la risposta si presenta assai semplice. Secondo ogni evidenza, è l’anticomunismo a fornire il tessuto connettivo. Ma con ciò non si resta soddisfatti. Altri quesiti incalzano irrisolti: viene anzitutto da chiedersi, in effetti, se sia possibile a dei cristiani, sia pure allo scopo di battere quello che si considera il principale avversario, accogliere, e per ciò stesso avallare, un’impostazione filosofica fondamentalmente incomprensiva, e anzi corrompitrice, della loro fede. D’altra parte, in questo artificioso e strumentale “connubio”, chi risulta vincitore e chi sconfitto? Quale dei due, insomma, utilizza il “partner” per i propri obiettivi e chi invece rimane subordinato e asservito? Conviene dunque soffermarsi un poco sull’insieme di tali questioni: non fosse che per veder chiaro nelle contraddizioni interne – e per misurare quindi l’effettiva portata – di un’aliquota non trascurabile di quello schieramento anacronistico che tenta di contrapporsi all’affermazione dell’egemonia proletaria.
Per confusa e rudimentale che sia la sua piattaforma ideologica, “Comunione e Liberazione” vuol essere innanzitutto, ed è, un movimento di credenti. L’istanza religiosa, pertanto, precede nettamente, e informa di sé, quella politica. Così, che poi questa venga a configurarsi un pesanti termini retrivi, ciò non dipende da un’autonoma operazione sociale o da una “scelta di campo” dettata, per dirla con Marx, da “ragioni mondane”. Deriva, all’opposto, essenzialmente dal carattere totalitario, e più propriamente integralistico in modo estremizzato e acceso, che assume il cristianesimo di questi ultimi eredi – piccolo-borghesi e “parvenus” – dell’ “intransigentismo” ottocentesco. In parole più precise, discende dal loro convincimento profondo (ma, teologicamente, quanto meno discutibile) che l’uomo è davvero tale unicamente se è, o si fa, cattolico; che dunque solo un universale incarnarsi di quest’ultimo nella storia può riscattare l’essere umano riportandolo al suo “naturale livello”, e che infine il mondo moderno, poiché in ogni sua espressione impedisce un simile evento, va globalmente negato e respinto come il luogo stesso della non verità e del disvalore. Solo così si potrà costruire un futuro che restauri e ripristini l’antico, “preriformato” (e in buona parte mitico) “soggetto popolare cristiano”.
Per Augusto Del Noce, invece, la prospettiva reazionaria è il vero punto di partenza: è, teoreticamente, una necessità logica, come, esistenzialmente, è un bisogno, una vocazione. Quali che siano le sue (calcolate) affermazioni in contrario, questo singolare filosofo politico (o storico del pensiero e delle ideologie) resta, come Maurras, essenzialmente un precristiano. Il suo ideale di uomo è quello platonico dell’ “homo sapiens”, seccamente e vittoriosamente contrapposto (per riprendere lo schema aristocraticistico dello Scheler) all’ “homo faber”. Il suo valore ultimo è quello signorile della contemplazione e, in tal senso, dell’ “otium”. Il suo concetto di ordine è quello, eminentemente pagano, per cui ci si propone di garantire antidemocraticamente la tranquillità di chiuse “élites” illuminate a spesa della gran massa “aristotelica” dei “servi per natura”. Il suo problema, infine, è allora quello – di nuovo maurrasianamente – di distorcere e captare l’immensa energia, oggettivamente rivoluzionaria, della fede cristiana, per risolverla, in modo empio, nello strumento di sostegno della piena libertà di quei pochi (i “felici pochi”) che la predestinazione all’amore della sapienza, della “gnosis”, ha prescelto ed eletto fuori dell’immenso gregge degli altri, ciecamente subordinati alle umili necessità del quotidiano.
Solo che, una volta delineate e definite – credo esattamente – le posizioni, senza dubbio diverse, del reazionario filosofo “precristiano” e dei cattolici, certo esasperatamente integralisti, di “CL”, rimane pur sempre aperto il problema di come mai esse possano incontrarsi e pensare di sostenersi reciprocamente, e soprattutto di quale delle due venga a essere, in questo incontro, quella dominante. Ma al punto cui si è pervenuti, le risposte si son fatte entrambe, mi sembra, abbastanza agevoli.
In realtà, ove il cristianesimo si chiuda, per trionfalismo o per pavidità, in se medesimo e si separi quindi dalle grandi forze, emergenti via via all’avanguardia della storia (ma sono questi, appunto, i frutti avvelenati della ubriacatura integralistica), ecco che subito, perduto il presente, la inesausta carica profetica della fede non può, per conservarsi, non ripiegare nella santità riposta della vita ecclesiale, mentre a livello di società e di politica viene necessariamente a risolversi, invece, in una sorta di sacralizzazione nostalgica e ideologicamente fissista del passato, il quale diventa così il modello, il paradigma dell’avvenire. Il pensiero reazionario ha allora, come è chiaro, partita vinta.
La relazione di Del Noce al Convegno di Rimini suona precisamente come una conferma specifica di queste considerazioni generali sul rapporto tra reazione e integralismo. In definitiva, al nostro filosofo interessa ben poco della scuola e della sua (più che necessaria) riforma: a veder bene, gli valgono come meri pretesti per impostare e portare avanti, naturalmente nei limiti del possibile, quell’operazione politica che è la sola a importargli sul serio.
L’intiero discorso di Del Noce può essere infatti ridotto al suo nocciolo essenziale, che sta tutto nel confronto tra la concezione di Gramsci e quella gentiliana del “cursus” scolastico, nonché nel riconoscimento ripetuto della indiscutibile superiorità della seconda proprio dal punto di vista degli interessi della fede cattolica. Certo, soprattutto per chi (ma non è facile sia il caso dei “ciellini”) ne abbia letto le stupende pagine sulla scuola, sui suoi problemi e sulla stessa “riforma Gentile”, questo Gramsci, configurato e definito secondo le categorie e le misure del pensiero reazionario, risulta – a dir poco – scarsamente credibile: così aprioristicamente e quasi maniacalmente ateista, così determinato a risolvere (e a dissolvere) la rivoluzione proletaria – il duro mutamento delle “strutture” – nella “sovrastrutturalità” illuministica di una vaga “riforma intellettuale e morale”; così borghesemente radicale, infine, sulla scuola e così singolarmente immemore – proprio lui – del mondo determinante della fabbrica e della decisività dell’ “alleanza” dei contadini. Ma se pur converrà, un giorno o l’altro, tornar sopra criticamente a questo Gramsci di comodo, costruito (non senza sottigliezze di reticenze e di preterizioni) da A. Del Noce, non sta qui, dato l’argomento di cui mi sto occupando, il vero punto della questione.
In effetti, ciò che occupa e preoccupa il filosofo torinese, nel suo attacco a Gramsci, è di approfondire irrimediabilmente il fossato tra gli sprovveduti adepti del neointegralismo e le grandi forze sociali e politiche del possibile rinnovamento del nostro paese, che nel gramscismo trovano appunto una bussola e una lezione tra le più insostituibili. Una volta operata e anzi fatta incolmabile questa separazione, in realtà il gioco è fatto. Quanti ingenuamente (secondo gli schemi di un rozzo integralismo sociologico) identificano il “soggetto popolare cristiano” con l’uomo finalmente liberato, rimangono definitivamente costretti nel ghetto della loro precultura, e il pensiero reazionario può agevolmente apparir loro come l’unico tramite per recuperare comunque un qualche livello storico.
Allora tutto diviene possibile: che cioè sia accolta persino, come a suo modo cristiana, la famosa tesi del Gentile secondo cui la dottrina religiosa è prefigurazione mitica, favoleggiante, infantile della filosofia; la quale però non è “forma razionale” della fede, bensì rapinoso e superbo surrogato di essa nella tensione alla vita dell’assoluto. Del resto, non è su queste basi che si determina, gentilianamente, la possibilità dell’insegnamento della religione nelle scuole (elementari) e che comunque la fede può e deve rimanere appannaggio del buon popolo (pio, ignorante e sottomesso), sia pur lasciando agli illuminati, agli “gnostici”, il culto aristocratico e sfruttatorio (ma felicemente premoderno) della contemplazione della sapienza? Un’alleanza è dunque possibile tra la corrente integralista e quella reazionaria: a Rimini, applaudendo il prof. Del Noce, lo hanno appunto conclamato – poverini – i patetici “lazzari” del Cardinal Colombo.
Franco Rodano:
AUGUSTO DEL NOCE FRA “PROGRESSISTI” E
INTEGRALISTI
Nel riordinare alcune mie carte, mi è ricaduto sott’occhio un vecchio articolo di Augusto Del Noce, e vi ho riletto una definizione dell’indirizzo integralistico, che si proporrebbe di esserne una sottile difesa. Non so per quali contingenze abbia, a suo tempo, trascurato di replicarvi, ma proprio il suo singolare contenuto apologetico invita ancora, mi sembra, a dedicarvi alcune critiche parole di commento.
Secondo il noto filosofo (che, per motivi di politica reazionaria, passa disinvoltamente per cattolico, e che piuttosto, quando non scade a ideologo, è forse il nostro più acuto storico della filosofia), integralismo è un termine che, nella concreta e quotidiana battaglia delle idee, non riuscirebbe a sottrarsi a una fondamentale ambiguità. Esso patirebbe, cioè, di una duplice interpretazione; e ne sarebbe appunto verifica probante il fatto che verrebbe costantemente usato in due sensi, tra loro diversi e anzi opposti, ma troppo spesso, se non sempre, lasciati indistinti, quando non, addirittura, identificati esplicitamente.
«Il primo – scrive infatti De Noce – è quello per cui la Chiesa si confonderebbe con la comunità politica, così da essere legata indissolubilmente a un sistema politico determinato […]. Il secondo è quello di un nesso inscindibile tra la religione e ogni forma di attività umana, in particolare la morale e la politica». La conclusione poi che se ne trae è ben precisa: egli lascia chiaramente intendere, insomma, che nell’ultima accezione l’integralismo va senz’altro accolto e sostenuto, poiché sarebbe il miglior modo di sfuggire a quello definibile nella prima maniera, che è rozzo, strumentalistico, pericolosamente anticristiano; e infine si affretta a indicare, denunciandoli, quelli che, a suo avviso, sono invece i responsabili della mistificante ed erronea identificazione delle due differenti forme integralistiche: «Confondere i due significati – afferma egli infatti – è stata l’arte dei cattolici progressisti».
Che questi ultimi siano, letteralmente, l’ossessiva “bestia nera” del filosofo torinese, è anche troppo noto ai suoi lettori. E, a dire il vero, non piacciono neppure a me, essendo persuaso che, quando si è avuto il dono della fede, e accada di doversi professare (con tremore) credenti, nessun’altra qualificazione vada aggiunta al termine con il quale (approssimativamente) si definisce la specialissima dimensione cui, se si crede sul serio, si è consapevoli di essere stati chiamati “per grazia”. Ma in ogni modo, non mi pare si possa, in coscienza, accusare i “cattolici progressisti” del malizioso artificio di cui or ora si è detto: per la molto semplice ragione che, a veder bene, un simile “misfatto” non può esistere. In effetti, il tipo di integralismo che Augusto Del Noce afferma (per la verità, apoditticamente) doversi difendere e accogliere, non è per nulla quell’indirizzo per cui sarebbe appunto consentito alla Chiesa di evitare il rischio di una sua coincidenza massiccia – se non praticamente senza residui – con un determinato assetto politico e sociale, così legandosi alle sorti di questo e vincolandolo alla propria direzione o, meglio, al proprio “dominio”. Ben al contrario, quell’integralismo – e cercherò di dimostrarlo – costituisce la causa stessa, direi anzi il principio primo, fontale, della riduzione (evidentemente distorta e inaccettabile) del “sacro” al “profano”, e viceversa.
Che cosa può mai significare, infatti, e soprattutto come può mai accadere che si dia – per riprendere le parole del nostro filosofo – quel «nesso indissolubile tra la religione e ogni forma dell’attività umana», in cui consisterebbe, a suo avviso, l’essenza stessa del vero (e positivo) integralismo? Per rispondere, non si deve comunque andar troppo lontano, posto che è dato trovar agevolmente la spiegazione in un’altra tesi, egualmente tipica del pensiero di Del Noce.
«Non esiste – egli scrive con esplicita chiarezza – un umanismo, per così dire, neutro, a cui poi si sovrapporrebbe la rivelazione cristiana»; e subito aggiunge: «Ogni tentativo di dissociare, anche soltanto metodicamente, umanesimo e cristianesimo è destinato alla catastrofe, poiché la dignità dell’uomo ha il suo fondamento solo [il corsivo è mio] nell’esser creato “a immagine somiglianza di Dio”, e Cristo è il redentore in quanto ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza di Dio, resa deforme dal peccato». Né dunque può esservi dubbio, allora, che, se a livello antropologico le cose stessero effettivamente in questi termini, il legame tra la religione e i diversi aspetti dell’attività del genere umano si presenterebbe (nel vario dispiegarsi dell’azione dell’uomo) non solamente come necessario e ontologicamente organico, ma come eminentemente salvifico. A quale autonoma dignità potrebbero infatti aspirare le molteplici dimensioni della prassi e dell’iniziativa umane, se essa è tutta esclusivamente affidata, nonché all’ammissione dell’esistenza di Dio, persino al riconoscimento redentivo del Cristo? Se, insomma, essa viene ad assommarsi totalmente nella Chiesa, poiché appunto l’uomo è il cristiano e fuori di questo è soltanto attivismo nullificante, distorsione e catastrofe?
Il discorso di Augusto Del Noce ha pertanto, sin qui, un’innegabile e vigorosa coerenza interna: come del resto era da attendersi, data la lucidità perspicua del pensatore, che non viene mai intieramente risucchiato dall’ideologo. Solo che, come può allora sostenere che un siffatto (indiscutibile) integralismo condurrebbe poi a sottrarsi a quella sua forma ben strutturata e massiccia, che sta nell’identificazione della Chiesa con un determinato sistema sociale, avvenga essa in chiave direttamente teocratica o in mediata forma “laicale”, ossia perché un personale faccendiere e politicante riesce a strumentalizzare il “kerigma” (attraverso “appropriate dottrine”) per fissare metodicamente in sistema degli specifici – e sempre anacronistici – interessi? In realtà, se l’uomo e il cristiano coincidono senza residui; se per il primo non esiste uno spazio indipendente e peculiare (e, a ben guardare, neppure per il secondo), la soluzione più conseguente, e davvero conclusiva, è l’immobilismo della teocrazia o il suo semplice rovesciamento “laicale”, per cui si viene a far della Chiesa un instrumentum regni.
Perché dunque Del Noce viene a negare questo sbocco? Perché mai commette un tale errore e giunge a una simile incoerenza, a una conclusione così contraddittoria? Credo proprio che l’istinto sottile dello storico della filosofia lo abbia avvertito dell’ormai sopravvenuta impossibilità di presentare e sostenere l’integralismo nella sua compiutezza compatta e nell’intiero arco, insomma, delle sue posizioni: dai princìpi fondanti, cioè, agli inevitabili esiti.
In altre parole, agli integralisti non rimane, oggi come oggi, che continuare a predicare e difendere le proprie categorie ultime e fondamentali: senza però illudersi, come un tempo, di potere, attraverso di esse, fissare in una forma data il processo storico-sociale, ma tentando solamente di calarle – per così esprimersi – al suo interno, onde condizionarlo, distorcerlo, frenarlo, e cioè impedirlo nei suoi ritmi normali e nella pienezza del suo respiro. Così, nell’abbandonare la vigorosa utopia reazionaria di un “sistema eterno”, perché garantito nella sua “naturalità” e quindi nel suo “carattere perenne” dalla simbiosi con la Chiesa, e nell’acconciarsi invece a seguire la storia e perciò a riconoscere l’inarrestabilità del suo corso, anche l’integralista Del Noce finisce per compromettere con il progressismo (il vero fratello nemico) e per cercar di civettare – come papa Wojtyla, da lui tanto ammirato – con le esigenze e le immagini dell’aborrito mondo moderno.
Ma di questo estremo e morente integralismo, che non ha più la forza né il coraggio di far discendere dalla Chiesa – dalla custode del “kerigma” – una definita sistemazione sociale, chi può mai accontentarsi? Esso strumentalizza la fede, senza nemmeno poter promettere di “compensare a sufficienza”, sul terreno della difesa dei vecchi interessi sociali, quell’intollerabile costo. In definitiva, come sempre inviso ai credenti e ai rivoluzionari, inadeguato per quanti si ostinano sulla via della reazione, esso appartiene ai tiepidi: a coloro che, come dice la pagina apocalittica, «Dio vomita dalla sua bocca»(1).