Premessa...
Nel supplemento di febbraio 2010 di questo sito abbiamo trascritto, dalla “Rivista Trimestrale” n. 21/1967, una prima puntata della “Risposta” di Franco Rodano all’intervento pronunziato da Augusto Del Noce durante il convegno organizzato a Lucca, nell’aprile dello stesso anno, dalla Democrazia cristiana sul tema “I cattolici democratici nel tempo nuovo della cristianità”. Segue ora una seconda puntata di tale “Risposta”.
Franco Rodano:
LA RADICE FILOSOFICA DELLA CRISI
RISPOSTA AD AUGUSTO DEL NOCE - II
Dall’acritico, apodittico presupposto qui sopra illustrato [adesione totale e senza riserve «al modo in cui la dimensione dell’assoluto è stata formulata dal pensiero “platonico-cristiano”» - n.d.c.], è corollario – ed è, a un tempo, riprova – il modo in cui Del Noce configura il marxismo e la sua attuale situazione. La crisi del marxismo gli si presenta infatti come quella (certo scontata fin dall’inizio, se le cose stessero in questi termini) di una posizione che, pur rimanendo sempre legata, in linea di fondo, alla dimensione dell’assoluto, si è però arbitrariamente allontanata dalla formulazione datane dal pensiero “platonico-cristiano”, e che pertanto – poiché questa formulazione è ritenuta appunto, da Del Noce, l’unica compiutamente valida - si è risolta di necessità in un mero, progressivo decadimento rispetto a tale pensiero e ovviamente, quindi, rispetto alla configurazione stessa dell’assoluto. Di preciso, un simile decadimento sarebbe misurato dalla presenza, all’interno del marxismo, di una “componente strumentalista”; componente che Del Noce considera eliminabile, ma a condizione che vengano corretti gli errori del modo marxista di collegarsi alla dimensione dell’assoluto, il che a suo avviso non può peraltro avvenire (come è agevole desumere da quanto osservato finora, e come del resto egli non manca di puntualizzare) se non in virtù di un puro e semplice ritorno e riassorbimento del marxismo stesso nell’alveo della tradizionale impostazione “platonico-cristiana”.
Si noti bene che, prima di questo suo intervento al Convegno di Lucca, Del Noce ha sempre considerato il marxismo come incompatibile con il discorso sull’assoluto, e per lui, quindi, come radicale negazione di quest’ultimo: egli infatti ha costantemente definito il marxismo come “non-filosofia”, interpretando la risoluzione marxiana della filosofia in rivoluzione come liquidazione senza residui della filosofia medesima, ossia appunto di ogni possibile discorso propriamente razionale sull’assoluto.
Ora, a nostro parere, un’interpretazione del genere era tutt’altro che esatta, poiché non coglieva l’aspetto filosoficamente centrale del marxismo. Non vedeva cioè che il marxismo, nel rovesciare e risolvere la rivoluzione in filosofia, tende non a un semplice e piatto rifiuto di quest’ultima, ma a una sua conclusione inveratrice, e che difatti esso configura la rivoluzione non già come liquidazione dell’assoluto, bensì come sua realizzazione effettiva, “nella pratica”, poiché la definisce come quel momento culminante, quel “salto di qualità” – conclusivo non solo della storia della filosofia, ma del processo storico in ogni sua dimensione -, attraverso cui l’umanità raggiunge e dispiega finalmente la propria essenza, attuando se medesimo precisamente come assoluto(4).
Si comprende dunque come in Del Noce – non vedendo egli o non puntualizzando a sufficienza tale decisivo aspetto – mancasse una distinzione adeguata del marxismo dallo “strumentalismo”, e in particolare dalla sociologia, e come perciò l’unico criterio secondo cui egli riusciva, sotto tale rispetto, a caratterizzare il marxismo, consistesse nel sottolineare in questo una maggior virulenza, un’estrema e inflessibile decisione violentatrice sul piano della riduzione della società entro forme e schemi materialistici, così da identificarlo semplicemente, per tale motivo, con la categoria del totalitarismo, nell’accezione generica o meramente “sovrastrutturale” in cui si è soliti adoperarla. Si spiega altresì’, di conseguenza, il ritardo con cui Del Noce è pervenuto a riconoscere nella concezione “strumentalista” – finalmente da lui distinta, sia pur solo in parte, dal marxismo – il vero avversario, e dei cattolici e dei marxisti; ciò che appunto egli fa soltanto adesso, quando un simile riconoscimento gli è ormai largamente e massicciamente imposto dalla fenomenicità storica, dall’evidenza stessa delle cose.
Tuttavia, malgrado la sua inadeguatezza, il modo in cui Del Noce fino a ieri intendeva il marxismo, presentava comunque il vantaggio di consentirgli di configurare quest’ultimo in termini dotati di un massimo di coerenza e razionalità interne. Vantaggio che, invece, risulta perduto, non appena egli – costretto, per così dire, a mutar di spalla il proprio fucile – viene a ricollegare esplicitamente il marxismo stesso alla dimensione dell’assoluto, ma allora nel senso, poco sopra descritto, di un grave decadimento sul terreno di tale dimensione, poiché precisamente nel presupposto che questa non sia correttamente e compiutamente espressa se non dal tradizionale pensiero “platonico-cristiano”.
Nell’intervento di cui stiamo occupandoci, infatti, alla dimensione dell’assoluto il marxismo non appare collegato se non a prezzo di scinderlo in due “componenti”, meramente giustapposte: una, alla quale viene appunto riferito il collegamento, e un’altra, che continua a essere identificata con lo “strumentalismo”. Di tali due componenti, invero, ci si limita a rilevare fenomenicamente la presenza, senza darne alcuna spiegazione plausibile; nonché senza fornire alcuna definizione effettiva del loro rispettivo significato all’interno del marxismo, e senza quindi cercar di scoprire fra di esse alcun rapporto organico. In definitiva, si viene a ritenere che il marxismo consista in una semplice (e assurda) commistione tra la concezione fondata sull’assoluto e quella che ne prescinde o lo nega, vale a dire in una contaminazione “strumentalista” del pensiero “platonico-cristiano”; cosicché l’apparizione storica del marxismo viene ridotta anch’essa a manifestazione (sempre necessariamente temporanea, tanto più che è vista come soltanto parziale, e perciò riassorbibile e parentetica) dell’errore e del male. Il che ci porta a concludere che il discorso di Del Noce sul marxismo presenta caratteri irrazionalistici analoghi a quelli già rilevati nel suo discorso intorno all’affermazione dello “strumentalismo”, e derivanti dalla medesima pregiudiziale.
Date queste premesse (che consistono, riassumendo quanto sopra osservato, nel ritenere del tutto compiuta e sufficiente la formulazione “platonico-cristiana” della dimensione dell’assoluto, e quindi nel considerare l’opposta concezione “strumentalista”, nonché il marxismo nella misura in cui partecipa di essa, come pura irrazionalità e manifestazione, anche se per principio temporanea, di puro errore e pertanto del male), si comprende come Del Noce non indichi poi al partito cattolico altra politica culturale, né al movimento cattolico in genere altra prospettiva teorica, se non la difesa a oltranza e l’intransigente riaffermazione delle loro tradizionali manifestazioni di pensiero, intese per l’appunto come “platonico-cristiane”(5). Politica e prospettiva che dunque, per quanto espresse sul terreno della cultura (e per quanto, come vedremo in seguito, Del Noce ammetta un “dialogo” con i marxisti), risultano nondimeno rivestire, per lo spirito che le anima e per il fine cui tendono, un carattere di mera forza, di violenza esclusivistica.
E in realtà, gli obiettivi da perseguire attraverso la linea proposta nell’intervento in esame si riducono essenzialmente alla liquidazione semplice, nel quadro del partito e del mondo cattolici, di quelle correnti che credono alla concezione “strumentalista”, finendo per bloccare praticamente con essa; nonché parallelamente, entro il quadro del marxismo (in quanto a quest’ultimo viene riconosciuto, come si è detto, un sia pur ambiguo collegamento con la dimensione dell’assoluto), nella liquidazione di quella sua “componente” che viene assimilata a tale concezione medesima: simili obiettivi si riducono cioè alla pura eliminazione, nell’uno e nell’altro campo, delle tendenze capaci di indebolire e, al limite, di frustrare la lotta contro quello che viene ormai ravvisato come il comune avversario.
Precisamente, infatti, la linea prospettata da Del Noce punta in maniera esplicita - per quanto riguarda il partito e il mondo cattolici – sull’anatemizzazione e sull’espulsione del progressismo, considerato in sostanza quale mero tradimento interno. Per quanto concerne poi il marxismo, tale linea pone bensì l’esigenza di un “dialogo” con esso, ma fondato sui due seguenti aspetti. Da una parte, sulla condizione pregiudiziale che siano appunto soppresse all’interno della posizione cattolica le tendenze progressiste, le quali altrimenti porterebbero tale posizione a esser preda di quella marxista, e proprio nella “componente strumentalista” di quest’ultima. Dall’altra parte, sulla convinzione che il collegamento marxista con la dimensione dell’assoluto, dati gli intrinseci caratteri di insufficienza e di ambiguità attribuitigli, sia di per sé destinato a venir messo in crisi dalla crescente pressione “strumentalista”, cosicché il marxismo stesso – per mantenere quel legame, che pure gli è essenziale – non avrebbe altra scelta se non di convertirsi al “vero” assoluto: di rientrare cioè nel grembo del tradizionale pensiero “platonico-cristiano”, come il solo capace di configurare la dimensione dell’assoluto in maniera coerente, e perciò inattaccabile anche dall’odierno, più radicale e pericoloso avversario. E per incamminarsi in questa direzione, il marxisno dovrebbe ovviamente liberarsi dalla propria “componente strumentalista”, riconoscendo insomma – di fronte alla generale minaccia di un predominio dello “strumentalismo” – essere ormai tempo di uscire dal proprio equivoco di base(6).
Tuttavia, per poco che si vadano ad analizzare le effettive possibilità e implicazioni di questa linea di politica culturale, concepita nei suddetti termini di forza, ci si accorge trattarsi, in realtà, di una politica di estrema debolezza, se non addirittura di totale impotenza.
Innanzitutto, anche ammesso – e certo non concesso – che sia un obiettivo raggiungibile quello di espellere le correnti progressiste dal mondo cattolico, e la componente “strumentalista” dal marxismo, è allora da osservare che la realizzazione di un simile obiettivo porterebbe a depotenziare e il mondo cattolico e il marxismo delle forze che sono oggi, rispettivamente, le più cospicue e, in ogni caso, storicamente in crescita. Che esse siano tali, Del Noce non può invero non riconoscerlo, dal momento che tutto il discorso tende a denunciare, quanto meno, la grave minaccia di un generale predominio di quella concezione “strumentalista” della quale, appunto, le suddette forze si alimentano. In altre parole, tanto il mondo cattolico quanto il movimento marxista si ridurrebbero a quelle sole posizioni interne che rimangono impermeabili allo “strumentalismo”, ma che, oltre a essere materialmente le più esigue, hanno perduto la loro egemonia storica; o che comunque, anche dal punto di vista di Del Noce, non godono più di una egemonia sufficiente, poiché questa è ormai da considerare per lo meno contrastata e messa in pericolo.
Ma non basta. V’è altresì da sottolineare – richiamando quanto si è notato poc’anzi in merito alle prospettive attribuite da Del Noce al “dialogo” con il marxismo – che la “componente” marxista legata alla dimensione dell’assoluto, una volta separatasi da quella “strumentalista”, dovrebbe realizzare il significato effettivo di tale separazione attraverso un’evoluzione, il cui punto d’approdo sarebbe dato dal mero rientro nell’alveo del pensiero “platonico-cristiano”: e ciò vuol dire, in pratica, che il marxismo – o meglio, quel poco che ne rimarrebbe – finirebbe semplicemente per aggiungersi alle forze cattoliche tradizionali, con esse identificandosi. In ultima analisi, dunque, la lotta contro lo “strumentalismo” resterebbe affidata unicamente alla posizione cattolica fedele all’assoluto “platonico-cristiano”, poiché invero tale posizione non avrebbe più alcun alleato effettivo (cioè alcuna forza distinta da sé) su cui poter contare ai fini di quella lotta, anche se verrebbe a fruire di un certo accrescimento quantitativo.
Di più, per quel che riguarda poi la sorte del progressismo cattolico e della “componente strumentalista” del marxismo, è chiaro che all’uno e all’altra, ove realmente venissero tagliati fuori dalle rispettive matrici storiche, non rimarrebbe che confluire nella posizione socialdemocratica, in effetti immediatamente omogenea alla “società del benessere” e, sul piano teorico, allo “strumentalismo”. Cosicché la linea proposta da Del Noce, oltre ad assottigliare le forze suscettibili di essere opposte all’odierno avversario “strumentalista”, verrebbe nel contempo ad allargare e a potenziare lo schieramento in cui esso trova diretta espressione politica, consentendo a tale schieramento di raggiungere una estensione ben maggiore di quella che, almeno in Italia, abbia mai potuto sperare di possedere.
* * *
Ma in realtà, ove si approfondisca ulteriormente la questione, la linea proposta nell’intervento in esame viene a risultare, più ancora che estremamente debole, del tutto irrealizzabile; e ciò precisamente perché non possono ritenersi attuabili né la divisata espulsione del progressismo dal mondo cattolico (a opera della posizione tradizionalmente richiamantesi al pensiero “platonico-cristiano” e sulla base delle ragioni da essa addotte), né l’auspicata separazione delle due “componenti” che Del Noce ipotizza come contraddittoriamente giustapposte nel marxismo.
Quanto al primo aspetto, è chiaro che il tentativo di anatemizzare e di espellere il progressismo richiede che ne venga dichiarata, e comprovata, la qualità di posizione pseudo-cattolica, e insomma che esso – a motivo appunto del suo orientamento “strumentalista” – venga smascherato come fondamentalmente estraneo alla stessa dimensione religiosa. Tuttavia, esso sembra in grado di accampare validi argomenti per resistere a un simile tentativo, in quanto questo sia condotto dal tradizionalismo “platonico-cristiano”: per dimostrare cioè, di fronte a quest’ultimo, di avere le carte in regola e pieno diritto di cittadinanza nel mondo cattolico.
Certo, Del Noce ha buon gioco nei confronti del progressismo cattolico, finché assume a esempio tipico di questo la posizione di Teilhard de Chardin. Ma tale posizione (che tende a identificare la storia sacra con l’ “evoluzione” dell’umanità e della natura creata in genere, e a risolvere dunque la teologia nella conoscenza scientifica – o meglio scientista – di detta evoluzione, con l’inevitabile conseguenza di lasciare pressoché il vuoto almeno su due punti essenziali del discorso religioso, quello della libertà dell’uomo e quello del peccato) è un caso troppo facile di progressismo, e come tale, se è molto diffuso, non è però rappresentativo del progressismo medesimo nelle sue più efficaci giustificazioni di fondo. Simili giustificazioni, in effetti, non hanno nulla a che vedere con il suaccennato evoluzionismo alla Teilhard de Chardin. Esse invece muovono proprio dal modo “platonico-cristiano” di concepire l’assoluto, e dalla conseguente impostazione del rapporto fra la dimensione religiosa e quella “terrena”, impostazione di cui non sono altro che la reductio ad limitem.
Posto infatti che il pensiero “platonico-cristiano”, nel suo ultimo rigore, riferisce ogni vero fine umano, e ogni criterio di valore, immediatamente ed esclusivamente alla sfera dell’assoluto, della trascendenza, ebbene, il progressismo cattolico ha la piena possibilità di difendersi esattamente sulla base di questa premessa, traendone le estreme conseguenze logiche. Di preciso, se l’unica realtà dalla quale i cattolici debbono sentirsi effettivamente e profondamente investiti è appunto quella dell’assoluto, il progressismo ha allora ragione di sottolineare quanto segue: che tutto ciò che non riguarda in maniera diretta il problema della partecipazione umana all’assoluto, cioè il problema della salvezza sovrannaturale, e insomma tutto ciò che, svolgendosi sul piano storico-sociale, viene ad appartenere invece alla sfera del transeunte, del relativo, del non essenziale, va conseguentemente trattato con distacco, con sostanziale indifferenza, e pertanto secondo semplici criteri di opportunità empirica; che perciò nulla impedisce ai cattolici, sul piano storico-sociale, di “adeguarsi ai tempi”, collegandosi a quelle posizioni che raggiungono, di volta in volta, il predominio sulla “città terrena”, e quindi in particolare, oggi, alla posizione “strumentalista”; e che anzi i cattolici sono tenuti a far questo, perché un simile, accorto e spregiudicato comportamento sulla dimensione dell’empiria storica (della storia ridotta a mera successione di fenomeni contingenti) è strumentalmente necessario per garantire le condizioni materiali di una completa, superiore indipendenza della Chiesa rispetto a tale medesima empiria, e dunque per assicurare la piena possibilità di vivere la prospettiva religiosa in quei termini di esclusiva tensione mistica – alimentata da una realtà ecclesiale autosufficiente – che sono appunto i più omogenei alla concezione “platonico-cristiana”.
Non si può allora negare che il progressismo cattolico, nell’addurre siffatti argomenti a propria giustificazione, venga a richiamarsi a quello che in verità risulta essere il modo più rigoroso di intendere il platonismo – con la sua preternaturalistica spinta verso l’assoluto e con il suo disprezzo per ogni aspetto “materiale” e “contingente” – nel mutato quadro della rivelazione cristiana. E ciò significa evidentemente, in ultima analisi, che il progressismo rimane imbattibile per la posizione cattolica tradizionale, tanto più se accentuata – ma, come si è visto, non immotivatamente(7) – in senso platonico.
(continua)
N O T E
(4) Ci si consenta di limitarci a questi richiami, rimandando, per un maggiore approfondimento della questione, alle ricerche precedentemente intraprese sul presente periodico.
(5) La qualifica di “platonico”, che Del Noce affianca a quella di “cristiano” per indicare il modo tradizionale di configurare la dimensione dell’assoluto, viene da noi accettata per i seguenti motivi. In primo luogo perché, in realtà, il pensiero cristiano è la risultante di un compromesso fra il messaggio religioso (rivelato) del Cristianesimo e la filosofia classica, compromesso nell’ambito del quale – occorre aggiungere – l’uno viene fatalmente a essere coperto e praticamente dominato dall’altra in più di un aspetto decisivo. E in secondo luogo perché, all’interno della stessa filosofia classica, la posizione platonica non appare sufficientemente superata da quella aristotelica per quanto riguarda il punto decisivo della concezione dell’uomo e della sua operazione. Aristotele infatti – pur cercando di riportare l’uomo a una configurazione unitaria, fuori della drammatica antitesi posta da Platone fra l’elemento “materiale” e la razionale, umana tensione verso il “mondo delle idee” – continua tuttavia ad attribuire un netto predominio al momento “contemplativo”, inteso appunto, sostanzialmente, come quello in cui si realizza, sotto nuova forma, la predetta tensione: e invero egli definisce tale momento come l’unico “propriamente umano”, riducendo per converso gli altri aspetti (che si compendiano nella dimensione elaborativa, e perciò sociale, dell’esistenza dell’uomo stesso) a un piano inferiore, subordinato e meramente strumentale. Cosicché si può effettivamente dire che, sulla centrale questione del rapporto dell’uomo con l’assoluto, il pensiero cristiano – malgrado l’aristotelismo di S. Tommaso – recepisce la filosofia classica in termini che rimangono di segno ultimo platonico.
(6) In altre parole, in tanto Del Noce propone una politica tendente a fare del marxismo un alleato dello sforzo cattolico di riaffermazione dell’assoluto, in quanto e nella misura in cui ritiene che il marxismo stesso possa essere indotto a rinunziare alla propria posizione fondamentale, e non possa anzi non finire per rendersi conto della necessità di farlo. Esso dovrebbe infatti rovesciare tale posizione – che Del Noce, avvalendosi della reazionaria tematica dello Scheler, identifica nella rivendicazione esclusiva dell’homo faber – tornando a concepir l’uomo nei tradizionali termini “platonico-cristiani”, e cioè principalmente e peculiarmente – sempre per usare le espressioni dello Scheler – come homo sapiens. Una volta ottenuto dal marxismo tale rovesciamento, invero del tutto auto-liquidatorio, potrebbe allora – secondo il Del Noce – accordarsi al discorso marxista non già, ovviamente, una qualche verità interna, ma una certa significanza storica; e ciò per aver di fatto sottolineato, sia pure entro un contesto radicalmente erroneo, l’importanza di quel che noi chiameremmo il necessario e intrinseco momento elaborativo dell’operazione umana, e che però Del Noce astrae e risolve in quello della tecnica. Questa così - a quanto egli afferma – può senz’altro essere pienamente rivendicata al pensiero “platonico-cristiano”, in verità tutt’altro che chiuso a essa, poiché infatti vi può vedere e vi vede lo strumento per liberare l’uomo dalla servilità del lavoro e dunque, in conclusione, per garantirgli pienamente e in concreto la sua dignità “signorile” di homo sapiens.
(7) A proposito di tale accentuazione, rimandiamo alla nota n. 5.