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Premessa...

Abbiamo ricevuto da padre Alberto, del convento di S. Domenico, Pistoia, alcuni importanti testi su cui riflettere. Tra questi, “Due risposte del card. Carlo Maria Martini”, tratto da “Conversazioni notturne a Gerusalemme” (a cura di Georg Sporschill, Mondadori 2008).
Nella lettera di accompagnamento, p. Alberto sostiene l’esigenza e la necessità, per chi ha fede, di ascoltare «le voci più diverse, che si fanno sentire qua e là come quel vento che “soffia dove vuole, ma non sai di dove viene e dove va» (Gv 3,8). Naturalmente – prosegue p. Alberto – «ci sono differenti sensibilità di ascolto, ma sappiamo ormai quali sono i nostri punti “sensibili”. Uno di questi è la ricerca e il sogno di “Una chiesa per i senza-Chiesa”, se questa espressione dice qualcosa, come variazione di “Chiesa dei Gentili”».
L’espressione è legata a un concetto-chiave enunciato dal card. Martini nel ricordare l’esperienza della “Cattedra dei non credenti” che aveva istituito a Milano: un interesse profondo per gli esseri umani [dunque per una società a misura d’uomo] "è comune a molte sorelle e a molti fratelli nel mondo, fra i credenti come fra i non credenti".
Riportiamo qui di seguito il testo citato.

DUE RISPOSTE DEL CARD. CARLO MARIA MARTINI

Il Concilio Vaticano II ha proclamato l'apertura della Chiesa al mondo. Oggi le porte sembrano chiudersi di nuovo. La maggioranza di coloro che sono rimasti e di coloro che dirigono la Chiesa punta più su una ristrutturazione che non su un'apertura verso l'esterno.

Vi è un'indubbia tendenza a prendere le distanze dal concilio. Il coraggio e le forze non sono più grandi come a quell'epoca e subito dopo. Ed è indubbio che nel primo periodo di apertura alcuni valori sono stati buttati a mare. La Chiesa si è dunque indebolita. Altre energie si sono disperse nelle controversie postconciliari. Eppure quegli accaniti dibattiti erano necessari. Ricordo teologi controversi come Karl Rahner, Pierre Teilhard de Chardin, Henri de Lubac e altri più giovani. Essi contribuirono a impostare il concilio sotto il profilo teologico e in seguito lo trasposero nei loro libri e lo esposero dalle loro cattedre. Dovettero confrontarsi con chi nutriva timori e voleva salvare qualcosa della teologia neoscolastica. Posso ben comprendere le loro preoccupazioni se solo penso a quanti in questo periodo hanno abbandonato il sacerdozio, a come la Chiesa sia frequentata da un numero sempre minore di fedeli e a come nella società e anche nella Chiesa sia emersa una sconsiderata libertà. È comprensibile che soprattutto i vescovi e gli insegnanti conservatori vogliano limitare le manifestazioni di disgregazione e siano tentati di tornare ai bei vecchi tempi.
Ciò nonostante dobbiamo guardare avanti. Anche se ogni mutamento radicale richiede sacrifici ed è inevitabile che vi siano esagerazioni, credo nella prospettiva lungimirante e nell'efficacia del concilio. Esso ha affrontato con coraggio i problemi del suo tempo. Invece di ritrarsi con timore, ha avviato un dialogo con il mondo moderno così com'è. Il concilio ha innanzitutto individuato le molte buone energie che nel mondo perseguono lo stesso scopo della nostra Chiesa, cioè quello di aiutare gli uomini e di cercare e venerare l'unico Dio. Le grandi religioni (e ovviamente le diverse confessioni cristiane) offrono un orientamento a chi ne è in cerca, curano i feriti, si battono per la giustizia e per quelle condizioni che diano a tutti i bambini e a tutti i giovani la possibilità di una buona formazione e di un futuro dignitoso. Esse vogliono predicare la fede nell'unico Dio per rendere ogni singola persona forte e sicura nella consapevolezza di essere creata, chiamata e guidata da Dio. Quest'unico grande interesse per gli esseri umani è comune a molte sorelle e fratelli nel mondo, fra i credenti come fra i non credenti.
A Milano avevo istituito la Cattedra dei non credenti per sentirli parlare del loro contributo alla salvezza del mondo e di ciò che hanno da dire all'uomo. Non dimenticherò mai un famoso psicoanalista che parlò della preghiera dei non credenti. Volevo coinvolgere individui pensanti. Dovevano partecipare con la loro ricerca della verità. Ho chiesto ai non credenti da dove traessero il loro fondamento etico. Un noto giornalista ha replicato: «Non lo so. Non ho avuto alcun motivo per vivere e per servire, eppure l'ho fatto. Perché?». È stato il più sincero.
Ho sottolineato spesso che mi interessava il soggetto, che in questa cattedra i docenti erano i non credenti. A volte essi hanno espresso qualche critica nei nostri confronti, portando la Chiesa a correggersi e soprattutto ad ampliare il suo orizzonte. Mi hanno indicato alcuni problemi e ingiustizie nell'ambito della diocesi. Hanno donato ai giovani la tolleranza eliminandone le paure, perché tutti noi abbiamo sentito che non erano nemici, al contrario, condividevano con noi obiettivi fondamentali e talvolta escogitavano idee e percorsi migliori dei nostri. Attraverso questa cattedra molti cattolici, e soprattutto giovani dotati di spirito critico nelle nostre file, hanno imparato a essere aperti al dialogo e a parlare della fede. In queste discussioni con i non credenti, alcuni hanno scoperto i tesori della loro fede e i dolorosi limiti della Chiesa. Non si avvertiva alcuna ostilità, piuttosto amicizia. Il risultato più importante è stato l'esaurirsi di paure e pregiudizi.
Da questi colloqui è nato anche il mio carteggio con Umberto Eco, pubblicato con il significativo titolo In cosa crede chi non crede? Se la Chiesa vuole essere missionaria (e oggi deve esserlo se guardiamo ai dati sul calo dei suoi membri), ma soprattutto se ricordiamo il mandato fondante di Gesù: «andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni», questo ci obbliga ad avviare un dialogo con tutti, a donare a tutti la nostra amicizia e a cercare la collaborazione di tutti. Allora potremo trovare interessi comuni, ascoltarci a vicenda con attenzione e imparare gli uni dagli altri. Se non si allacciano e non si coltivano questi rapporti umani, è impensabile che la Chiesa riesca a portare al mondo i suoi valori e il Vangelo. Un cristiano si distingue proprio perché entra senza timore in contatto con coloro che la pensano diversamente e che hanno un'altra fede, con chi si pone domande ed è in cerca di qualcosa.

In questa apertura verso gli estranei (ai suoi tempi i pagani e i soldati romani) Gesù è il nostro maestro. Egli si stupì della fede del centurione. La giudicò perfino superiore alla fede del proprio popolo. Si meravigliò della donna pagana che si aspettava da lui la guarigione più dei suoi seguaci. Gesù ebbe importanti conversazioni con i capi, i membri di un governo, vale a dire del sinedrio. Essi ebbero nei suoi confronti un atteggiamento critico e sfavorevole. Anche la sua amicizia con Giuseppe di Arimatea, che gli mise a disposizione la sua tomba e provvide insieme a Nicodemo all'unzione e alla sepoltura della salma, dimostra che era amico di persone di idee diverse. Non a caso il ladrone alla sua destra e il centurione romano sotto la croce sono potenti testimoni dell'importanza di Gesù. Hanno riposto la speranza in lui.
Queste linee programmatiche di Gesù furono poi diffuse nel mondo grazie al coraggio e all'impegno dell'apostolo Paolo. E non dobbiamo dimenticare i contrasti che ne derivarono tra gli apostoli e le difficoltà che dovettero affrontare il messaggio di Gesù e la Chiesa primitiva. Le discussioni successive al Concilio Vaticano Il appaiono, in confronto, ben più moderate. È al coraggio degli apostoli di allora che dobbiamo la fioritura e la diffusione della Chiesa e oggi occorre il medesimo coraggio per non indietreggiare di fronte alle difficoltà, ma andare avanti e mantenere aperto il dialogo con tutti. (pp. 103-106)

Lei auspica una Chiesa aperta. Ha il coraggio di rischiare. In cosa ripone la sua fiducia?
Sì, voglio una Chiesa aperta, una Chiesa che abbia le porte aperte alla gioventù, una Chiesa che guardi lontano. Non saranno né il conformismo né tiepide proposte a rendere la Chiesa interessante. Io confido nella radicalità della parola di Gesù che dobbiamo tradurre nel nostro mondo: come aiuto nell'affrontare la vita, come buona novella che Gesù vuole portare. Tradurre non significa svilire. Oggi la parola di Gesù deve mostrare il suo carattere attraverso la nostra vita con il coraggio dell'ascolto e della confessione religiosa. Gesù vuole liberare gli afflitti e gli oppressi, mostrare ai ricchi le loro possibilità e opporsi agli ingiusti.
Sono colpito dalla domanda di Gesù: il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede? Egli non chiede: troverò una Chiesa grande e bene organizzata? Sa apprezzare anche una Chiesa piccola e modesta, che ha una fede salda e agisce di conseguenza. Non dobbiamo dipendere dai numeri e dai successi. Saremo molto più liberi di seguire la chiamata di Gesù.
Da vescovo, ho spesso riflettuto sui nuovi movimenti religiosi, molti sono partiti da Milano. Mi sono sforzato di capire se ci guidino nel futuro. E naturalmente mi sono anche chiesto: non mettono in ombra i comuni e bravi cattolici? (p.109)

Card. Carlo Maria Martini

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