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Premessa...

Sarà celebrato tra poco il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. Il presente saggio – pubblicato sul primo fascicolo, marzo 1962, della Rivista Trimestrale - si richiama al centesimo anniversario. Come dichiara sin dalle prime righe, l’A. critica a fondo – mettendone in luce anche gli antecedenti storici – le diverse ma coincidenti ragioni per cui molti esponenti del “mondo culturale cattolico” e di “quello comunista” sostennero la tesi del Risorgimento come “rivoluzione fallita”. Data l’ampiezza del saggio (circa settanta pagine), siamo costretti a suddividerne la trascrizione in tre successive puntate. Quella attuale va da p. 63 a p. 84 del citato fascicolo.


Franco Rodano:
RISORGIMENTO E DEMOCRAZIA

Nell'«anno centenario», l'anno di «Italia '61», come la retorica uffi­ciale si è compiaciuta di definirlo, abbiamo assistito alla piena ripresa di una tesi storiografica che nel passato aveva già conosciuto periodi di fortuna. Il mondo culturale cattolico e quello comunista, o meglio gli intellettuali (grandi e medi e piccoli) che si rifanno in forme più o meno dirette a una delle due decisive costellazioni politiche, sono defi­nitivamente approdati, per quel che sembra, a posizioni storiografiche che, pur muovendo da origini diversissime, pur alimentandosi di motivi e contenuti disparati od opposti e distinguendosi per spiccate differenze d'accento, conducono tutte però, in ultima analisi, a parlare del Risorgimento come di una «rivoluzione fallita».
Una simile valutazione, a dire il vero, viene di lontano; nella sua sostanza, è vecchia almeno quanto il nostro Stato unitario: è stata l'ombra che ne ha accompagnato i passi sin dall'inizio, il contrappunto pole­mico, critico, negativo del suo processo di stabilizzazione e di sviluppo. Seguirla, analizzarla nelle sue origini e mutamenti ed evoluzioni, ci sembra essere allora il primo dei problemi della nostra ricerca, come quello che ci è immediatamente suggerito dal singolare approdo di cui or ora si è detto.

Si può senz'altro riconoscere che ai suoi inizi, e per tutto un lungo periodo, la valutazione fallimentare del grande moto innovatore rimase il semplice riverbero delle speranze deluse dell'opposizione anticavouriana, l'espressione ancora informe, vaga, sentimentale delle recrimina­zioni impotenti degli sconfitti del Risorgimento: una sensazione insom­ma, non un giudizio; una manifestazione di disagio, di scontento, di corruccio, non ancora una categoria di interpretazione storiografica e neppure un mito ideologico politicamente operante, qualcosa cioè che potesse essere il principio e il fondamento ideale di una prassi e di un programma di esplicita revisione dello Stato posto in essere dal Risorgimento.
In altri termini, all'indomani della breccia di Porta Pia e nella fase dell'estrema decomposizione governativa del «partito moderato» (come già prima, del resto, durante il decennio faticoso di Sarnico e Aspromonte e Mentana, della Convenzione di Settembre, della sommossa di Torino e degli avvilenti compromessi del '66), non si riuscì mai a parlare in modo aperto, coerente e deliberato di «rivoluzione fallita». Manca­va — ed era inevitabile — il necessario distacco: i nemici del Risor­gimento, per battuti che fossero, erano ancora in armi o potevano comunque meditar di rivincite; e il formidabile esercito dell'intransigenza cattolica non solo rimaneva accampato entro i confini del paese, ma respingendo ogni ripensamento (persino quelli del machiavellismo tattico del padre Curci), restava compattamente teso nella prospettiva delle rivendicazioni legittimistiche e del più rigido ed elementare temporali­smo. Così le contrapposizioni che ormai da più di un trentennio ave­vano mantenuto discordi, se non divisi, gli uomini del Risorgimento; e la diversità, per molti aspetti antitetica, delle ispirazioni politiche ultime; e persino il ricordo ancora cocente delle lotte intestine, dei colpi, delle ferite, dei rancori (che per l'urto delle opposte correnti avevano segnato, nel suo insieme, la grande élite risorgimentale), anche quando riaffioravano espliciti nello scoppio delle rinascenti polemiche o sotto l'amarezza dei disinganni, rimanevano sempre pesantemente condizio­nati dalla presenza massiccia dell'avversario e dalla vicinanza nel tempo di quella vittoria unitaria che era e restava sostanzialmente comune.
Non si erano ancora maturate, d'altra parte, nè avevano ancora po­tuto assumere la loro autonoma fisionomia, quelle forze sociali e poli­tiche che proprio il Risorgimento doveva necessariamente evocare su dal profondo della mutata società civile, e che avrebbero ben presto assunto il ruolo di protagoniste della nuova storia italiana. Il socialismo, nell'Italia degli anni '60 e '70, e praticamente sino all'ultimo decennio del secolo, rimaneva, come nell'Europa sino al '48, «uno spettro»; e dal canto loro (già lo abbiamo accennato) i cattolici, chiusi nel ghetto temporalistico del non expedit, si limitavano ad affondare lentamente e metodicamente le prime radici organizzative del loro movimento mo­derno, e cominciavano appena a elaborare, all'interno del magma integralistico e indifferenziato dell'«Opera dei Congressi», le formulazioni ideologiche e le linee programmatiche indispensabili a una piena enu­cleazione del loro partito. A chi si poteva dunque rivolgere, di che si poteva nutrire e sostanziare, la disgustata insofferenza del radicalismo democratico per i risultati del Risorgimento?
Che allora ci si richiamasse al passato, e a un passato remotissimo; che le immagini, le memorie, i fantasmi del mondo romano (di un mondo tanto più eroico quanto più poteva essere retoricamente e gratuitamente vissuto) riscaldassero i cuori e ingombrassero le menti, non può dun­que apparire davvero una semplice e pedantesca mimesi del pathos dell' '89 da parte di giacobini in ritardo. Fu qualcosa di molto meno letterario di quanto non dicessero le apparenze, poichè fu, invece, un feno­meno politicamente sintomatico e grave. Era infatti il segno di una fuga (involontaria, inconsapevole, e però non evitabile) dal presente, la manifestazione di una desolata impotenza a comprendere e a padroneggiare le cose: era, in concreto, la mascheratura magniloquente di una sconfitta politica che si era soltanto capaci di ribadire, appunto perchè non la si sapeva accettare criticamente. Proprio per questo, in defini­tiva, il massimo poeta della «terza Italia» è stato anche, e di gran lunga, il più popolare; e in realtà, nella costruita e programmatica riso­luzione classica del romanticismo carducciano si riassume e si esaurisce l'intiera ideologia di un ben determinato personale politico: si esplicita per la prima volta, e nell'unico modo possibile date le condizioni e la temperie dell'epoca, la negazione della riuscita storica, rivoluzionaria, del moto risorgimentale.
Possiamo però cominciare a intendere, in tal modo, come tutte le linee e le correnti che si fondano sul rifiuto delle conclusioni del Risor­gimento, e che quindi possono culminare soltanto nel concetto di «rivo­luzione fallita», tendano a rovesciarsi, quasi per contrappasso, nell'in­consapevole, obiettiva, ma metodica denuncia del proprio fallimento po­litico e ideale. Sorte da una sconfitta, sostanziate di recriminazioni e di speranze tanto illusorie quanto generiche, destinate ad alimentar di con­tinuo l'impossibile storiografia delle occasioni perdute, esse rappresen­tano, politicamente, un vuoto; e iscrivendosi entro un destino di disfatta, debbono sempre, a un certo punto, interrompere la loro logica. Rifiuta­no allora, o non raggiungono, le proprie conseguenze ultime, e arrestan­dosi di colpo a ogni scadenza storica decisiva, scompaiono come un fiume carsico, per riapparire poi nuovamente alla luce delle polemiche e delle battaglie politiche, ma avendo mutato di strada.

Impronta Italia domandava Roma
Bisanzio essi le han dato.

In fondo, tutto il succo dell'opposizione risorgimentale al Risorgimento sta nel voluto e specioso classicismo, nella facile invettiva del poeta dei «Giambi ed Epodi». E tuttavia è agevole riconoscere oggi (la lezione del Croce rimane, su questo punto, definitiva) che proprio da «Bisanzio», e non dalla mitica «Urbe» di Enotrio Romano, si è sviluppato quanto di sobrio, di operoso, di onesto, di durevole esiste nella storia del nostro Stato unitario. Dal Sella e dal Depretis, dal «lungi-operoso tessitore» e dal!'«irto e spettral vinattiere» della sprezzante satira carducciana, discende in linea diretta Giovanni Giolitti, e con lui, sotto il segno di lui, il pieno ingresso, nella vita politica e statuale, del movimento operaio e di quello cattolico. I punti-limite, o meglio gli esiti di crisi della protesta radical-democratica, quale si esprime all'indomani del '70, stanno invece negli «astratti furori» del Crispi, nelle sue ossessioni coloniali, mediterranee, antivaticane, antifrancesi; e subito dopo, nel capovolgi­mento puramente retrivo (improvviso, ma conseguente) del «ritorno allo Statuto», delle insanie del '98 e delle palinodie cortigiane, già preparate dal lirismo sull' «eterno femminino regale». Stanno, cioè, lungo la linea di quel vagheggiato proseguimento della tematica risorgimentale (di là dalle colonne d'Ercole raggiunte dalla soluzione cavouriana), che è il solo a poter essere ipotizzato e tentato, quando si rimanga sul piano acri­tico dell'insoddisfazione emotiva per i risultati del '61 e, quindi, dentro la mitologia della «passione nazionale»: la linea, insomma, della forza­tura indipendentista.

Non è proprio in questo tentativo, però, che si discopre per la prima volta, nel vivo della storia, tutta l'obiettiva, la necessaria sostanza antirisorgimentale della svalutazione del Risorgimento come «rivoluzione fal­lita»? L'esaltazione dell'indipendenza non poteva infatti essere seria­mente perseguita sul terreno ancora democratico e per così dire tradi­zionale dell'irredentismo, che era, per definizione, un movimento troppo periferico ed effimero, e dalle prospettive limitate, definite da ben pre­cise scadenze. E invero, nel quadro del neo-giacobinismo crispino (che fu il momento culminante, in sede ideologica e in pratica, della prima configurazione storica assunta dall'opposizione anticavouriana) la forzatura indipendentista si concretò nell'unico modo che tosse per essa ade­guato e omogeneo: nelle formule cioè schiettamente moderne e nuove, ma soprattutto antitetiche alle idealità e allo spirito del più recente passato, della politica di potenza.
Di fatto, la conseguenza più immediata di una simile politica non fu forse quella di ridurre l'Italia del '48 e del '59 nell'alveo e sotto l'egemonia delle Potenze centrali, e dunque entro quel sistema di alleanze e di contrapposti equilibri, su cui ormai si fondava la politica del «secolare nemico»? Anzi, nell'ambito tradizionalista dei due Imperi, la realtà borghese-rivoluzionaria dello Stato nazionale si veniva caricando fatal­mente delle vecchie pretese dell'universalismo germanico e quindi del­l'aspirazione utopistica (ma perciò tanto più violenta) a un capovolgimen­to semplice, su scala internazionale, delle gerarchie storiche, delle posi­zioni di potere e di tutti i privilegi costituiti. E non si preparava allora, nel profondo, nel cuore del mondo austro-tedesco, la più disperata, ana­cronistica e irrazionale tra le avventure dell'imperialismo, quella che, distruggendo persino le ultime vestigia dell' «armonico concerto euro­peo» fondato sull'autonomia e la parità delle libere nazioni (e rivelan­done il limite ipocrita e prevaricatore), avrebbe segnato il tramonto definitivo di una delle idealità essenziali del Risorgimento?
Non a caso, dunque, nelle fila della stessa Sinistra, Benedetto Cairoli, il «Baiardo» del momento più ideale e unitario dell'epopea garibaldina, si rifiutò sempre alla prospettiva della Triplice e preferì l'isolamento dell' '81, mentre Depretis e Mancini, troppo legati alle «sacre memorie», esitarono a lungo e solo a malincuore si decisero a percorrere la strada di Berlino e di Vienna. Non a caso soltanto il Crispi, l'avversario più irriducibile della politica cavouriana, il provinciale ammiratore di Bi­smarck, potè condurre a termine, senza riserve e senza pentimenti, il rovesciamento delle alleanze risorgimentali, facendone anzi il fulcro di tutta la propria politica.
In realtà la politica di potenza rappresenta la rottura più completa, la negazione del Risorgimento: se ne ha un'ulteriore verifica (ma anche la spiegazione più esauriente) proprio nel fatto che le sue formule non possono non condurre a considerar come remore, e in ogni modo come qualcosa di non essenziale e persino di superfluo, le garanzie, le esigen­ze, la prassi della libertà.
Ecco perchè in quegli anni, con singolare ritorno all'indietro, sem­brò quasi che si riproponesse (ma in un ben diverso e più soffocante e addirittura intollerabile contesto) il «porro unum» dei moderati alla Balbo, di quella destra, guelfa o regalistica, che fu sempre estranea, se non ostile, alla più genuina ispirazione, liberale e liberista, del Risor­gimento, e che aveva trovato la sua fine nel rivoluzionario «connubio» voluto da Cavour. Ma ecco anche perchè, quando nel '98, in un sussulto di paure e di livori di classe o di casta, si scatenarono gli odi antipopo­lari, a lungo compressi e ancora più a lungo covati; quando insomma la crisi africana della politica di potenza produsse all'interno il suo estre­mo e più pericoloso contraccolpo, si potè sfuggire all'ultima rovina, alla dialettica dilacerante di reazione e anarchia, solo attraverso una robusta ripresa, una riaffermazione sostanziale, della logica più profonda e più vera del Risorgimento, la quale doveva condurre, e condusse di fatto, lo Stato risorgimentale (lo Stato di Cavour, della Destra storica, di Cairoli e di Depretis) ad aprirsi alle nuove forze espresse dalla società civile, permettendo così, con Giovanni Giolitti, l'ingresso di socialisti e catto­lici nella vita politica del paese. In altre parole, quella fuga dal presente, quell'astrattezza, quel vuoto politico mascherato prima di classicità retorica e poi di attivismo feb­brile, che abbiamo già intravisto quali caratteristiche peculiari di quanti si arroccavano nel rifiuto delle conclusioni del Risorgimento, rivelano, in sul finire del secolo scorso, tutta la loro sostanza. Proprio perchè si passa all'azione e si tenta una immediata traduzione pratica, a esplicito carattere politico, dei sentimenti e delle passioni, ecco che maturano di colpo i frutti inevitabili del misconoscimento irrazionalistico dei risultati del '61.
E però il paese, se viene condotto fino all'orlo della catastrofe, non precipita nell'abisso. Vi precipita solamente, invece (e vi trova la sua fine), il neo-giacobinismo carducciano e Crispino, la prima e più diretta espressione, cioè, dell'opposizione anticavouriana.


Ebbene (oggi lo si può riconoscere con chiarezza), ciò è dipeso sol­tanto dal fatto che il nuovo Stato unitario, lo Stato proclamato nel '61, non solo dimostrò di saper accogliere e garantire la libera espressione delle esigenze di forze esplicitamente antiborghesi (come il movimento operaio e l'intransigentismo cattolico), ma si rivelò, addirittura, singo­larmente capace di trarre alimento, per la propria affermazione e per la sua stessa stabilità, dall'impetuosa dialettica delle vicende, delle rea­lizzazioni e delle lotte politiche delle due grandi correnti post-risorgimentali.
E però — ci si deve chiedere adesso — in che senso abbiamo potuto definire anticipatamente una simile capacità come «ripresa» e «riaf­fermazione» della «logica più profonda e più vera del Risorgimento»? Ossia, scendendo più nel concreto, in qual senso è lecito ritenere che l'unica continuazione possibile dell'esperienza risorgimentale stava pro­prio in quel nuovo blocco storico che si veniva esprimendo sotto il se­gno della politica giolittiana, che consentiva anzi una tale politica, e che si fondava sulla pratica, alterna alleanza del liberalismo, divenuto Stato, ora con le organizzazioni sindacali e politiche del mondo proletario, ora con quelle che esprimevano, sul piano della moderna società civile, e però nella maniera più diretta, gli interessi e le esigenze specifiche della Chiesa di Roma?
Certo, una risposta la si può subito fornire, semplicemente sottoli­neando che solo in quel modo e su quelle basi era ormai divenuto pos­sibile prolungare l'esistenza dello Stato posto in essere nel '61 e, come suol dirsi, «salvare il salvabile». Una simile spiegazione, di per sè, non è davvero insufficiente, nè si può escludere (e si deve piuttosto ammet­tere) che, allora, il grosso del personale politico liberale e lo stesso Gio­litti ragionassero appunto nei termini più empirici e utilitari, e nell'unica prospettiva del ritrovamento d'una via d'uscita qualsiasi. Ma per suffi­ciente che possa essere, non è questa un'analisi che, sul terreno storico, possa soddisfare a pieno.
Come ha visto acutamente Benedetto Croce (ed è stato, ed è, del tutto ingiusto parlare in proposito della «creazione di un mito»), nello scioglimento dato alla crisi del '98, e degli ultimi anni dello scorso secolo, è insito qualcosa che supera di molto le idee e i pregiudizi, le convin­zioni e i progetti, e insomma la stessa consapevolezza esplicita di quanti assursero a protagonisti di quella svolta radicale. In altre parole, le formule del giolittismo (come già, ma su un piano più angusto, il compro­messo trasformistico del Depretis, e a somiglianza persino del «con­nubio» cavouriano, che si pone però su di un ben superiore livello rivo­luzionario) sono l'espressione politica, propriamente sovrastrutturale, di un blocco storico, il cui significato trascende tutti i condizionamenti em­pirici della situazione o le finalità tattiche del salvataggio in extremis dell'istituto monarchico o di quello parlamentare. Non per nulla la solu­zione giolittiana ha dominato senza pause o intervalli il primo quindi­cennio di questo secolo; non per nulla l'abbandono avventuroso di essa si rovesciò, secondo un ritmo di scadenze non evitabili e non evitate, nell'irrazionalismo fascista, per concludersi in un tremendo disastro, che parve determinare la liquidazione dello Stato unitario e che condusse il paese all'estrema rovina; non per nulla, infine, la stessa ricostruzione democratica del secondo dopoguerra ha mutuato l'uno o l'altro aspetto essenziale della linea politica di Giovanni Giolitti.
Dobbiamo allora esporre qui, se pur vogliamo fornire una spiega­zione meno insoddisfacente e incompleta, alcune considerazioni.
La decisività e la conseguente, eccezionale durata, di cui (pur nelle formule diverse assunte via via nel corso degli anni) ha dato prova la soluzione giolittiana, dipendono, in ultima analisi, dal fatto che in essa si esprimono e per così dire si condensano, per un loro aspetto decisivo, tutta la sostanza dinamica e la logica medesima del moto risorgimentale. E in realtà questo si fonda, a veder bene, sulla peculiare ed effet­tiva contrapposizione di due momenti, che nell'esperienza storica degli altri paesi europei coincidono invece in maniera così stretta da fare tutt'uno.
Anche il Risorgimento, cioè, è stato il processo della costruzione di uno Stato moderno, nazionalmente unitario (e quindi borghese), così come è stato — nella sua più intima essenza — quello della nascita a pie­na consapevolezza storica del popolo italiano. Che possa e anzi che debba sussistere una correlazione tra questi due processi è del resto, in sè, cosa anche troppo chiara. Un popolo non può riconoscersi e affermarsi, se non riesce a garantire politicamente la propria autonomia, la propria originalità nazionale; e viceversa, non si dà certo Stato unitario, nei modi in cui lo concepisce la borghesia, e perciò in quanto organismo in­dipendente e separato da altri Stati, se la nazione non si esprime nella volontà consapevole della propria autoaffermazione piena, esclusiva e distinta. Da noi, tuttavia, quello che altrove, che dappertutto è correla­tivo, si rivela singolarmente, almeno a un certo punto di maturità storica, come antitetico.
Alla storia del nostro paese è stata infatti inerente sin dalle origini, e stata anzi essenzialissima, una dimensione di carattere universale, che si è intimamente intrecciata alle vicende secolari, alle tradizioni specifi­che, alla particolare cultura, alle forme stesse della vita quotidiana del nostro popolo, e che ne ha alimentato la civiltà inconfondibile. Da ciò un dissidio profondo, un contrasto di continuo risorgente, e non mai eliminabile sul semplice terreno di una forzatura, di un'esaltazione degli interessi nazionali, tra una forma statuale che sapeva e poteva richiamarsi soltanto a questo tipo di interessi, e il respiro ideale e ci­vile del popolo italiano, la complessità, insomma, delle sue forme cul­turali più genuine, alimentate dalle linfe più antiche e più riposte della sua vita spirituale. Da ciò, ancora, la natura eminentemente dialettica della relazione fra Stato e popolo nel quadro della nostra politica nazio­nale unitaria: poichè i due termini, se erano l'uno all'altro necessari, se riuscivano cioè a fondarsi solo nel vivo del loro mutuo rapporto, conclu­devano però, inevitabilmente, in una negazione reciproca, e in concreto finivano per condannarsi scambievolmente a una crisi, che pretendeva una sintesi superiore e comprensiva d'entrambi.
Proprio per tutto questo, il massimo problema del Risorgimento si è configurato sin dall'inizio (sin dalle prime elaborazioni programmatiche di mazziniani e neoguelfi) nella cosiddetta questione romana: qui si è intrecciato il suo vero nodo, rimasto sostanzialmente insolubile, mal­grado e oltre gli espedienti conciliatorii troppo conclamati; qui infine, dove appunto assommava, e non solo nelle sue motivazioni e nelle sue forme religiose, tutta l'universalità immanente nella storia italiana, si è fissato, in maniera definitiva, il suo traguardo di esaurimento e di arrivo. Così, se la classe dirigente risorgimentale, proprio per poter giungere a Roma (e dunque per dare stabilità e coronamento alla propria costruzione politica unitaria), dovette promuovere al massimo, tra i suoi caratteri specifici, quelli di più generale significato e di meno an­gusta portata nazionalistica; se anzi dovette incorporare (di più, incom­parabilmente di più che ogni altra borghesia) valori e aspetti delle pas­sate civiltà e dell'universale esperienza umana, è altresì vero che, per­venuta a Roma, vi doveva anche fatalmente incontrare il limite estremo della propria capacità e della propria iniziativa. E di fatto, poichè con la breccia di Porta Pia aveva condotto a termine l'edificio statuale, v'in­contrava, ormai pienamente ridestatasi e fattasi consapevole di se me­desima, l'intiera nazione; ma questa, ora, per le peculiari caratteristiche di universalità della storia del popolo italiano, ecco che le si ergeva di fronte con dei bisogni e con degli ideali, che esaltati, o meglio compiutamente scoperti dalla nuova costruzione unitaria, non potevano più es­sere riassorbiti nel quadro dello Stato nazionale, e quindi su di un piano borghese.
Possiamo cogliere sino in fondo, allora, quel nesso, quel rapporto essenziale, che costituiscono tutta l'originalità del Risorgimento. Lo Stato unitario non è, né fu mai, da noi, come invece altrove, la sintesi più alta, il supremo, comprensivo fastigio delle diverse possibilità e virtù della nazione; ne è stato il semplice strumento, nel senso appunto che ne ha rappresentato la necessaria levatrice storica : è stato soltanto, insomma, la condizione materiale, il mezzo di cui la nazione stessa si è avvalsa per prender coscienza di sè, per riconoscersi storicamente, per affermarsi nella propria pienezza. Ma tutto questo vuol dire che la bor­ghesia italiana, nell'atto medesimo in cui veniva facendo la propria rivoluzione (e la portava a compimento nell'edificazione dello Stato nazio­nale), ne poneva in essere e ne scatenava obiettivamente un'altra, ben più radicale e profonda. In altre parole, se la nazione italiana poteva cominciare a sussistere storicamente, se poteva svilupparsi e raggiun­gere la perfezione del proprio atto solo sulla base dello Stato borghese, non poteva però, proprio in quanto finalmente esisteva come realtà autonoma, compiuta e distinta, restar ferma davvero alle istituzioni politiche in cui aveva trovato vita, nè poteva rimanere appagata o lasciarsi assorbire dalla prospettiva di un loro potenziamento : essa do­veva passare immediatamente, invece, a delle forme politiche nuove, in cui si rispecchiasse, in modo del tutto omogeneo, la profonda sostanza universale della sua storia e della sua civiltà.
Il Risorgimento pertanto (e possiamo intendere qui la riposta verità che sussiste, sia pure stravolta, all'interno del concetto di « rivoluzione fallita »), quando raggiunge il suo risultato più alto e più decisivo, pone in crisi subito, nell'istante medesimo, tutte quelle condizioni che pur ne avevano permesso il conseguimento, e che erano il portato diretto della matrice borghese. Ma poichè esse sono, altresì, aspetti essen­ziali e non sostituibili della figura risorgimentale, ecco che lo stesso Risorgimento, nell'atto in cui si esaurisce, sembra decomporsi e fallire. Ossia, proprio perchè si dimostra assolutamente improseguibile su di una linea di piena e immediata continuità materiale, esso non solo si rivela come una esperienza definitivamente conchiusa (e che in effetti pretende una trasposizione completa dei suoi propri valori su di un diverso ter­reno), ma appare anche come qualcosa di interrotto, di contraddetto, di negato.
Poteva allora la forza che era stata egemone del moto risorgimen­tale, poteva la borghesia italiana accogliere un siffatto verdetto della storia come qualcosa di logico e di indiscutibile? Tutte le apparenze (come tutti i suoi interessi specifici) la sollecitavano a respingerlo. E del resto accettarlo avrebbe significato per essa ammettere la transi­torietà meramente maieutica della propria funzione, proprio quando negli altri paesi europei si scatenava ormai la trascinante avventura degli imperialismi contrapposti, che se denudava la natura borghese dei singoli Stati nazionali, ne scopriva anche, però, le possibilità pratica­mente indefinite ai fini della durata del predominio di classe. Tutto era insomma possibile, ma non che la nostra borghesia si adattasse a «passare la mano», rinunziando così a usufruire dei dovuti, legittimi pro­fitti della propria impresa.
L'amarezza, l'insofferenza, il senso di disinganno, da cui sorgerà a poco a poco, nel quadro ideologico borghese, la mitologia della «rivoluzione fallita», possono dunque risultare adesso alquanto chiariti nelle loro origini, nelle loro «ragioni», e nel loro abbaglio di fondo. Ma diviene soprattutto evidente la sostanza antistorica che contraddistingue tutti quei sentimenti esacerbati e confusi.
In realtà, il nocciolo dell'intiera questione stava tutto in un fatto: apprendisti stregoni, gli uomini che avevano coronato in Roma lo Stato unitario, avevano risvegliato un gigante, che veniva scuotendo e scrollando le strutture troppo anguste, le formule asfittiche in cui si voleva imprigionar la sua vita. L'unico modo pertanto di giustificare il significato e il ruolo dello Stato nazionale in Italia, e perciò anche di prolun­garne l'esistenza, veniva a essere quello di costituirlo garante della ma­turazione, dell'ascesa, del completo sviluppo di quelle forze post-risor­gimentali (e tuttavia sorte dall'ormai esplicitata pienezza del momento della nazione), che erano le sole a poter fornire la materia per la nuova sintesi, le sole su cui ci si poteva fondare per determinare il nuovo, indispensabile «salto rivoluzionario», e che in effetti già si annunziavano portatrici di una carica di universalità, certo ancora inesplosa, ma possente, tenace, non mistificabile.
Si deve anzi riconoscere che, con ciò, non si è detto tutto. Se infatti, nella sua più intima essenza, il Risorgimento fu il processo di scopertura e di esplicitazione della realtà nazionale (e non si può non am­metterlo), esso allora poteva e doveva necessariamente ritrovare la sua continuità vera ed effettiva soltanto in una dimostrata capacità di garantir lealmente la vita, i destini della nazione, quale appunto si esprimeva, in concreto, nelle sue forze e componenti di fondo. Ogni altra via, ogni altra scelta potevano significare unicamente, in definitiva, la negazione semplice del grande moto risorgimentale proprio nel suo risultato più alto: tutte, invero, avrebbero portato ad abbandonar la nazione, a distaccarsi dalla sua storia reale, per inseguire il fantasma artificioso di una costruzione nazionalitaria, ritagliata in modo da poter essere calata e compresa nelle forme, puramente strumentali e transeunti, dello Stato e dell'ordinamento giuridico borghesi; tutte, pertanto, si sarebbero sempre risolte in una mera operazione di classe, ristretta, miope e tale da rivelarsi ben presto insostenibile.
Da qui dunque il valore ideale, la sostanza politica, la storicità profonda della soluzione giolittiana. In essa, appunto, il liberalismo, ossia la corrente politica egemonica del Risorgimento, si dispone e si riduce a garanzia di una situazione democratica, e cioè delle possibilità di estrinsecazione piena e di sviluppo delle organizzazioni operaie e del mondo cattolico. E in essa infatti — proprio per tutto questo — il nuovo blocco sociale, il nuovo sistema d'alleanze, così come erano determinati e definiti dalla politica di Giovanni Giolitti, venivano a raccogliere storicamente l'intiera eredità del Risorgimento: in altre parole, continuandolo nell'unico modo che restava possibile, lo utilizzavano, lo giustificavano, ne asserivano, pur se in forma pratica, obiettiva, la riuscita storica.
A verifica di tutto ciò, si può e anzi si deve aggiungere che nella formula giolittiana trova una sua prima composizione (e poco importa se ancora inconscia ed empirica) quella che era stata senza dubbio la polemica centrale del Risorgimento, quanto cioè aveva costituito il suo contrasto ideale di fondo. La verità di Vincenzo Gioberti e quella del Taparelli vi raggiungono infatti la loro riconferma, e proprio nell'atto stesso in cui vi rinvengono la denuncia dei propri limiti rispettivi.
Indiscutibilmente (e trionfava qui la giusta intuizione dell'autore del «Primato»), la nascita della nazione era il fatto storico decisivo, il grande impegno, l'obiettivo supremo, non contrastabile, non eludibile, che, a mezzo del XIX secolo, i tempi imponevano a tutte le forze politiche e sociali italiane. La storia della penisola, quella europea, quella stessa del mondo, la civiltà e il pensiero dell'umanità progredita sareb­bero stati condizionati perciò, in modo ormai inevitabile, dall'esistenza, dall'avvento della nuova nazione. Ora, le esigenze di questa non si rivelavano in realtà, con il giolittismo, decisamente più forti di quelle stesse della borghesia, che pur ne aveva promosso e assicurato il processo di sviluppo?
E però si riconfermava altresì l'esattezza dell'asserto fondamentale dell'irreducibile polemista gesuita: lo Stato nazionale era veramente, in sè, qualcosa di insufficiente, di arbitrario, di improprio, di mal costituito; nè era assolutamente possibile che la vita e le sorti del popolo italiano potessero essere proseguite e risolte in un simile quadro. E invero, il sistema giolittiano, quale risultato diretto di quelle insuffi­scienze e impossibilità, non costituiva proprio la verifica più probante di quanto vi era di valido nella critica vetero-reazionaria, e cioè del suo rifiuto — aperto, integrale — del limite borghese e nazionalitario del Risorgimento? Tacitamente e implicitamente, insomma, il giolittismo non pretendeva forse, o meglio non restava in attesa che dal dispiegarsi politico delle forze socialiste e cattoliche venisse alla fine a scaturire la forma del nuovo Stato, e dunque di un organismo statuale non più eretto sulla base esclusiva degli «interessi nazionali»?
La politica giolitiana dunque, proprio perchè rendeva ragione a tutti e due i protagonisti di questa polemica decisiva, in cui era rimasta prefigurata e riassunta la vera contraddizione di fondo del Risorgimento, finiva, nel medesimo istante, per dare torto a entrambi. Né poteva essere altrimenti : se, come si è visto, il giolittismo rappresentava l'unico proseguimento possibile del moto risorgimentale (e la conferma della sua riuscita storica), doveva necessariamente risolversi nell'accettazione del­la realtà italiana — riconosciuta in tutta la sua concretezza sociale e politica —, ma al tempo stesso nella crisi, o comunque nella messa in mora, nella pratica paralisi, dello Stato nazionalitario e della iniziativa borghese.

Si può allora prender le mosse da quest'ultima considerazione, per sottolineare anche il limite, e anzi per mettere nel dovuto risalto le insufficienze del sistema giolittiano.
Innanzitutto, nell'ambito del giolittismo si viene a perdere qualche cosa; e si tratta di un valore, o in ogni caso di un aspetto, che interessa vitalmente la borghesia in quanto classe. E' questa, in fondo, che fini­sce per fare le spese dell'intiera operazione, anche se in cambio ne ricava la possibilità di una pausa, di un respiro, e soprattutto la prospettiva non di una catastrofe sanguinosa e violenta, ma di una pacifica eutanasia.
Non per nulla si è parlato poco fa di una paralisi inevitabile, nel quadro delle formule giolittiane, tanto dello Stato unitario quanto del rigore e della logica dell'iniziativa borghese. E di fatto, se pur si voleva riconoscere integralmente la realtà nazionale, favorirne lo sviluppo, assicurarne la libera espressione, si doveva anche far agire lo Stato, si doveva cioè governare, piuttosto nel senso di una protezione liberaleggiante della dialettica delle forze politiche storicamente sul tappeto, che non in quello di una rigida garanzia, di una sanzione totale e univoca dei meccanismi economici peculiari all'ordinamento giuridico in atto. Mutavano in tal modo, del tutto innaturalmente, le gerarchie e i rapporti tra quelle funzioni che erano proprie allo Stato unitario, così come lo aveva voluto ed edificato la classe detentrice della proprietà capitalistica; e al tempo stesso una modificazione siffatta, che attentava senza dubbio al prestigio e alla forza dell'istituto statuale, si realizzava intieramente, dato il suo necessario contenuto riformistico, a secco scapito degli interessi borghesi più concreti e immediati.
In definitiva, se nella sua ispirazione ultima il giolittismo rimaneva ancora un tentativo borghese (proprio perchè prolungava l'esistenza di questa classe oltre il limite storicamente necessario), esso però, in quanto eredità e proseguimento dell'esperienza risorgimentale, era anche la prima apparizione in Italia di una decisa scelta democratica e rap­presentava quindi un'aperta rottura nei confronti del più organico modo di essere e delle forme normali d'azione della classe borghese. Nella pratica, anzi, giocava soprattutto in quest'ultimo senso.
In sostanza, è proprio per questo che gli schemi e i moduli liberi­stici cessano, con Giovanni Giolitti, di fare tutt'uno con il liberalismo, il quale, a sua volta, tende a perdere il significato (ma anche il mor­dente) di posizione politica specificata — e insomma di espressione di parte —, per ridursi a generale ideologia di governo, a minimo comun denominatore di tutti i partiti, di tutte le forze politiche in lotta. E si può dire, perciò, che già all'inizio di questo secolo, ben prima della «rivelazione» determinata dallo scandalo non preveduto del fascismo, la corrente liberale si avviava a essere quel «prepartito», che Benedetto Croce doveva poi realisticamente riconoscere, tentandone la giustifica­zione e la catarsi in sede filosofica.
Ma c'è di più: il tentativo giolittiano si presentava essenzialmente come un sistema di conservazione e di attesa; né poteva pertanto reg­gersi all'indefinito, senza che le componenti interne di squilibrio, di rot­tura, e insomma di insufficienza, non venissero a sprigionare catastro­ficamente tutta la loro carica distruttiva. Esso aveva bisogno, cioè, che le nuove forze sociali e politiche di cui si era fatto garante, che condi­zionava e proteggeva, sapessero e potessero liberare una loro inizia­tiva rivoluzionaria, affermandosi finalmente quali fondatrici ed egemoni di un nuovo Stato.
In mancanza di ciò, la conservazione e l'attesa divenivano necessa­riamente un vuoto; e questo poteva essere riempito soltanto dalle rivendicazioni, dalle speranze illusorie, dall'utopia del radicalismo bor­ghese. Ecco perchè, ecco come poteva riaffiorare di nuovo alla luce il fiume carsico dell'opposizione risorgimentale al Risorgimento; ecco per quali ragioni il tema della «rivoluzione fallita» poteva ripresentarsi nel quadro della polemica antigiolittiana.

Certo, di fronte a Giolitti e subito dopo i primi anni di assestamento e di assimilazione della nuova esperienza, se si ha una decisa ripresa delle pregiudiziali e delle «intransigenze rivoluzionarie» di tutti gli eredi e gli epigoni dell'opposizione anticavouriana, si assiste altresì al muta­mento profondo dei modi e delle stesse categorie di base, attraverso cui questa aveva espresso fino allora il proprio dissenso di principio nei confronti delle conclusioni del '61 e del '70. Ma la cosa non può dav­vero stupire; poichè, come si è visto, nel sistema giolittiano stava la riconferma della validità del processo risorgimentale e la sua continuazione effettiva, si imponeva anche, con tutta la forza di una necessità pratica, il rinnovamento completo delle ideologie e dei programmi delle vecchie correnti protestatarie : ed è quanto puntualmente si veri­fica a cavallo dei due secoli.
In sostanza, una simile trasformazione si raccoglie e si sintetizza in un punto: il rifiuto dei risultati del Risorgimento diviene cioè espli­cito, e acquista una forma e un contenuto direttamente e propriamente politici. Vien meno infatti, e politicamente si svuota, lo schema neogiacobino del classicismo, che mantiene una sua nobiltà letteraria nella esperienza decadente di Gabriele d'Annunzio, e che comunque si rifugia, adesso, nella propaganda nazionalista più sprovveduta e più spicciola; e al suo posto, invece, mentre il discorso dell'opposizione si carica e si alimenta di tutta una serie di motivi economici, giuridici, storiografici, sociali, ecco che si manifesta finalmente, in maniera dispiegata, la nuova mitologia della «conquista regia», ecco che insorge l'aperta denuncia del Risorgimento come «rivoluzione fallita».
C'è in tutto questo una logica che è quanto mai precisa, anche se poi, nei diversi protagonisti della svolta, rimane affatto subconscia. E in realtà, posto che il Risorgimento, con Giolitti, si era palesemente concluso nella garanzia di una situazione democratica e nell'obiettivo sostegno, o almeno nella tutela, dei grandi movimenti popolari, esso si presentava necessariamente per la classe borghese con le caratteristiche di un'impresa fallimentare. Era insomma, per la borghesia, qualcosa di mal riuscito, proprio perchè da essa iniziato, da essa promosso e con­dotto a termine, non si era alla fine risolto nel trionfo e nella sanzione univoca ed esclusiva degli interessi specifici della classe detentrice del capitale, ma nel pratico riconoscimento di nuove élites e di nuove forze sociali.
Come è ovvio, però, una simile tematica classista (e poco sopra già lo abbiamo accennato) non risulta in modo diretto nei vari indirizzi ideo­logici e programmatici, non affiora alla superficie nelle coscienze, nei discorsi, nelle dichiarazioni. La si può tuttavia indovinare anche qui, la si può riconoscere anche a questo livello, osservando come l'imposta­zione politica essenziale di tutte le correnti antigiolittiane si sostanzi sempre di quei motivi e di quelle idee che avevano caratterizzato, par­ticolarmente in Italia, la rivoluzione della borghesia, ossia la fase più dinamica di questa classe, il suo momento eversivo di rottura e di liqui­dazione del vecchio mondo precapitalistico.
I principi liberistici, quelli del laicismo, quelli ancora del rigore amministrativo e giuridico, quelli infine dell'autorità e dignità dello Stato e del valore insostituibile dell'iniziativa individuale di fronte e contro la passività egualitaria e il riformismo dispendioso e famelico del «gregge democratico», divengono infatti i caposaldi ideali e pratici della linea della nuova opposizione. Essi ne costituiscono appunto la piattaforma fondamentale; ed è proprio in loro nome, è sulla base di una simile tavola di valori, che si conduce la critica, come al giolittismo, così, attraverso questo e dietro di questo, a tutto il modo di sviluppo del processo risorgimentale.
Ebbene, l'operazione teorica e pratica, che in tale maniera veniva impostata e portata avanti dalla protesta radicai-borghese, si presen­tava, formalmente, con le caratteristiche di una semplicità e di una coe­renza addirittura esemplari.
Innanzitutto, per definizione, il sistema giolittiano era l'antitesi vi­vente di quegli asseriti valori, dal momento che solo scartandoli, o quanto meno diluendoli al massimo in un empirismo avveduto e pru­dente, aveva potuto raccogliere, nell'essenziale, l'eredità del Risorgi­mento. La polemica contro il giolittismo dunque, una volta stabilita la validità permanente e metastorica, l'assolutezza letterale, dei principi della borghesia rivoluzionaria, diveniva, più che facile, persino mec­canica. Essa anzi poteva assumere gli aspetti e gli accenti della più ri­gida rispettabilità conservatrice, poteva cioè alimentare una posizione chiaramente di destra, e finiva infatti per risolversi spesso, più ancora che in una critica o in una denuncia, in un verdetto aprioristico, in una condanna che non consentiva appelli.
In secondo luogo, tuttavia, su di un simile piano poteva finalmente esser colpito, di là da Giolitti, lo stesso Cavour. E se un prolungamento siffatto si qualificava senza dubbio per una sua peculiare componente di spregiudicatezza e di audacia; se conduceva il radicalismo borghese alle sue estreme posizioni di sinistra, e comportava numerose revisioni, no­vità (e forzature) storiografiche, esso possedeva comunque una sua ine­sorabile logica interna, ed era preteso dalla necessità medesima di ridare una qualche ragionevolezza a quel processo risorgimentale, che era divenuto discontinuo e inesplicabile, proprio perchè veniva negato nella sua ultima, conclusiva manifestazione. In verità, ci doveva ben essere «qualcosa di marcio» nella soluzione che era stata data al Risor­gimento dall'iniziativa cavouriana (e in seguito dal rigido dogmatismo della Destra storica), se si era scivolati dapprima — praticamente senza soluzione di continuità, ma soltanto attraverso un normale ricambio ga­bellato per «rivoluzione parlamentare» — nelle combinazioni mortifi­canti del trasformismo, e se si era passati di poi, senza alcuna vera rot­tura, alle furbizie paternalistiche (e solo in tal senso democratiche), al machiavellismo equilibratore (e solo in tal senso liberale) dell'«uomo del plico», del prosastico e antieroico burocrate di Dronero.
Eccole dunque qui, definite nei loro tratti più essenziali, le due linee, le due posizioni, di cui si sostanzia e in cui si diversifica la pole­mica antigiolittiana. E in effetti, a prima vista, esse possono pur sem­brare affatto dissimili, come quelle che costituiscono rispettivamente la destra e la sinistra dello schieramento di opposizione. Ma se la se­conda è più recisa e più aspra, se soprattutto tende a discutere e a rivedere per intiero la forma particolare, storicamente concreta, in cui si è realizzata in Italia la rivoluzione borghese; e se invece la prima è ben più limitata, più rispettosa del passato, più cauta (sicchè si riduce a una semplice critica del presente, e a una denuncia di questo come tra­dimento delle idealità risorgimentali), è anche vero però che l'una fini­sce sempre per confluire con l'altra.
Ad esempio, nel loro richiamarsi intransigente e continuo ai prin­cipi originari della borghesia, non vengono forse a rivelare l'assoluta identità del loro ultimo contenuto teorico e programmatico? E ancora, non hanno forse in comune una incomprensione caparbia della situa­zione storica reale, tanto nella sua genesi quanto nelle sue prospettive? Non si contraddistinguono infine, e precipuamente, per la medesima astrattezza, per lo stesso distacco dalla vita del paese, dalle esigenze, dagli interessi, dai modi quotidiani e corposi di sviluppo, di tutte le forze sociali effettivamente operanti?
Ma proprio da quest'ultima caratteristica comune è bene riprender le mosse e continuare il discorso. Essa infatti — come potremo subito vedere —, mentre rende definitivamente chiara la natura intrinseca del­la opposizione radicai-borghese al giolittismo, permette anche di prefi­gurarsi la sua necessaria parabola evolutiva, di prevedere il suo imman­cabile destino finale.

In realtà, quell'astrattezza, quel distacco, di cui or ora si è detto, sono semplicemente il costo che si deve per forza pagare, quando si arriva a respingere in maniera esplicita i risultati del Risorgimento, proprio in nome di quegli ideali che pur si affermano e si riconoscono come sue radici e sorgenti originarie: quando cioè lo si definisce, nella forma più aperta, come una «rivoluzione fallita», oppure quando lo si considera, lo si giudica (il che però viene a significare la medesima cosa) come un processo storico che, alla fine, ha potuto essere pienamente negato, contraddetto, tradito. L'operazione che in tal modo si viene a promuovere, può avere infatti un senso solo: essa porta a rinchiudersi in una immobile fedeltà a determinati principi, senza più curarsi mini­mamente di valutare quale sia stata mai la verifica che ne hanno dato i fatti, quali siano state anzi le modificazioni e le qualificazioni critiche di cui li ha investiti la storia. Si tratta dunque di un'operazione, la quale non ha nulla a che vedere con il ripensamento «autocritico» di un processo storico determinato, e neppure con l'ipotesi, sempre legittima, di un corso degli eventi possibilmente diverso, proprio perchè condizionato da un ben diffe­rente contesto di categorie e di principi, dall'esistenza di un patrimonio culturale più comprensivo e più ricco. In effetti, lungo lo scivolo delle negazioni semplici della storia, si può giungere soltanto a una scelta: quella, intellettualisticamente superba (o meccanicamente determinata da una situazione di classe), del distacco dalla vita. E che allora insorga una contraddizione tra la realtà e i valori, che si manifesti un contra­sto angoscioso tra gli ideali che si vagheggiano e la società in cui dovreb­bero vivere e attuarsi, è cosa non solo logica, ma addirittura necessaria. Non a caso (anche se troppi non lo riconoscono), figura centrale di tutto questo periodo è senza dubbio quella di Vilfredo Pareto, la cui opera, appunto, condiziona strettamente, in ultima analisi, ambedue le correnti dell'opposizione al giolittismo. In lui, nel solitario di Losanna, nell'esule volontario e corrucciato, pieno di dispetto e di disprezzo per gli indirizzi e le vicende della politica italiana, si esprime infatti con com­piuta perfezione, e diviene definitivo, quel divorzio tra economia e società, che si era venuto preparando e che aveva trovato la sua prima formulazione scientifica negli ultimi decenni del secolo XIX. Finisce, con Pareto, la grande e non indegna illusione che aveva contrìbuito a sostenere e a illuminare lo sforzo dell'élite cavouriana, che ne aveva alimentato l'indistruttibile ottimismo, e che più generalmente costituiva, al fondo, il nucleo ideologico essenziale, l'anima della rivoluzione borghese. Viene meno cioè, o meglio si dissolve senza essere sostituito da nulla, il convincimento che legge regolatrice unica e suprema degli sviluppi della vita associata sia l'economia; ma in tal modo, mentre questa, per logica conseguenza, cessa di esser politica e diviene pura, si smarrisce altresì sul terreno sociale, se non proprio ogni regola di condotta e ogni possibilità di descrizione scientifica e di indagine «obiettiva», certo ogni norma di azione secondo giustizia, ogni capacità di giudizio in termini di valore. Un solo atteggiamento rimane allora possibile sul piano dei «processi sociali»: quello di un pessimismo disincantato e amaro, che, come è ovvio, non può non tendere sempre a rovesciarsi nelle avventure demiurgiche delle soluzioni autoritarie. E di fatto, le vaste costruzioni economiche paretiane, che raggiungono la perfezione platonica dell'utopia, trovano il loro contrappunto, e la scopertura del loro limite, nelle analisi spietate dei «Sistemi socialisti», nel ragionato irrazionalismo della «Sociologia».
La separazione, il riconoscimento di un contrasto insuperabile tra schemi liberistici e pratiche liberali, non stanno dunque soltanto alla base dell'esperienza giolittiana, ma si ripetono anche, si ripresentano —quali caratteristiche decisive — nella complessiva «visione del mondo» del grande teorico dell'«equilibrio generale». Una simile simmetria è però capovolta; e in realtà, mentre la scelta di Giovanni Giolitti (non a caso del tutto empirica e non teorizzata) si rivolge ad abbracciare senza incertezze il momento pratico del liberalismo, quella del Pareto si dirige esattamente all'opposto, e si risolve infatti nell'esaltazione appassionata, nella riconferma definitiva dello schema liberistico, che, trasposto nella formula della «concorrenza perfetta», viene elevato a verità assoluta. L'opzione dell'uomo di Stato si apriva nettamente, si allargava verso la corposità della storia e della vita; quella invece del grande intellettuale aristocratico si chiudeva nel culto esclusivo e settario di una mera forma teoretica, di un principio divenuto ormai affatto utopistico. Che importava, comunque, tutto questo? L'opposizione antigiolittiana aveva appunto bisogno di una ricostruzione scientifica dell'utopia, per rimet­tere a nuovo il vecchio arsenale ideologico della borghesia rivoluzio­naria, per poter coprire così il proprio vuoto politico, e per dare inizio finalmente alla lotta.
Che essa riconosca quindi, apertamente o tacitamente, Vilfredo Pareto come proprio maestro non può davvero sorprendere: in definitiva, l'astrattezza dell'economia pura, l'irrazionalismo pessimistico del­la sociologia sono, nel medesimo tempo, il contraccolpo, il parallelo e lo sbocco della pseudostoriografia antirisorgimentale incentrata sul mito della «rivoluzione fallita». Ma se tutto ciò non stupisce, è lecito anche dedurne un giudizio conclusivo sulle diverse forme dello schieramento antigiolittiano.
Esse sono tutte, indistintamente tutte, l'espressione politica diretta del più genuino e originario ideale borghese, e rappresentano, nel loro insieme, l'estremo tentativo di ricondurre e di mantenere lo Stato uni­tario nella sua primitiva funzione, quella cioè di custode univoco e rigo­roso di un ordinamento giuridico e di un assetto sociale strettamente conformi agli interessi della classe detentrice della proprietà capitali­stica. La loro ispirazione più profonda, la loro più vera natura affondano perciò le radici in un sottosuolo propriamente reazionario; e in effetti — come già si è visto — si alimentano di un antistoricismo irrazionale, utopico, consciamente o inconsapevolmente eversivo.
Certo, un giudizio siffatto, se risulta subito ovvio o almeno compren­sibile, nei confronti degli avversari di destra del giolittismo (da Sonnino ad Albertini, e magari a Pantaleoni o allo stesso De Viti De Marco), può invece apparire ingiusto e paradossale rispetto a quanti (con Salvemini, Murri, Arturo Labriola, Mussolini, Sturzo, e poi Dorso, e alla fine Gobetti) si contrappongono nettamente da sinistra alla politica giolittiana, in una discorde concordia che unifica sotto un denominatore comune le diversità di coloritura e di accento. Non si attestano forse tutti costoro, a seconda delle proprie specifiche preferenze ideali, sulle posizioni del meridionalismo socializzante o dell'anarco-sindacalismo, o su quelle ancora del sovversivismo massimalista e plebeo, o del modernismo demo-cattolico, o della «rivoluzione liberale»? E non adottano dunque delle formule, non incorporano interessi e rivendicazioni, non affrontano dei problemi, che escono chiaramente fuori dai limiti di un rigido qua­dro borghese?
A tutta prima, sembra davvero difficile poter rispondere a tali obiezioni, e si è portati a escludere che simili correnti politiche pos­sano rientrare in quel contesto reazionario di cui sopra si è detto. Ma al fondo di tutte quelle impostazioni (per audaci, spericolate o accese che siano) permane sempre, insoluto e tenacissimo, il duro nodo con­creto del convincimento liberistico; questo anzi, proprio nell'antigiolit­tismo di sinistra, si viene qualificando e mediando attraverso una serie di passaggi, che lo rendono, se non meno estraneo, certo meno imme­diatamente antitetico alle forze e agli strati sociali del mondo precapi­talistico e persino a un movimento radicalmente antiborghese come quello operaio.
In definitiva (è questa un'acutissima intuizione di Antonio Gramsci), i politici e gli intellettuali della sinistra antigiolittiana operano semplicemente la trasposizione dell'iniziativa, degli interessi, degli ideali borghesi dalla sfera dell'individuo a quella del gruppo. Ecco perchè, sul piano propriamente economico, un personale siffatto non sa spingersi mai al di là di uno schema classico di mercato, anche se poi si affanna magari a ricostruirlo sul presupposto di autonomi centri collettivi di direzione imprenditoriale, inseriti in un sistema di spregiudicato e multi­laterale confronto. Ecco perchè, soprattutto, gli sforzi e gli esperimenti politici del radicalismo antigiolittiano, pur se assumono espressioni e sfumature diverse, si risolvono sempre nel tentativo di ricondurre la dialettica oggettiva dei contrasti di classe entro i modelli soggettivistici dell'individualismo concorrenziale, e di ripristinare quindi, attraverso la contrapposizione e la lotta fra le scelte volontarie dei diversi gruppi di interessi, un processo di sviluppo del tipo di quello ipotizzato dagli ideo­logi della borghesia rivoluzionaria.
Non è dunque qualcosa di fortuito il fatto che, da Salvemini sino a Gobetti, il momento politico finisca sempre per scadere al livello del­l'economismo, e venga così mutuando le sue leggi e le sue formule, le sue stesse immagini e le sue categorie di giudizio da quelle del sistema produttivo, così come è stato definito dalle strutture degli ordinamenti capitalistici. Ma allora, mentre si riconferma l'insuperata e peculiare sostanza di classe delle diverse correnti politiche che abbiamo com­preso sotto il termine di antigiolittismo di sinistra, risulta altresì com­provata definitivamente l'egemonia ideologica della grande sintesi paretiana su tutto lo schieramento dell'opposizione, poichè è appunto in Pareto che si rinviene la formula teoreticamente più rigorosa, il vero e proprio modello, di una scelta liberistica che respinga e rifiuti il libera­lismo anche nel suo momento pratico, o che pretenda comunque di reciderne i necessari e organici prolungamenti verso la democrazia.
Di là dunque da tutte le apparenze o le assimilazioni libertarie e socializzanti, di là da tutti i tentativi attivistici e disperati di «collegarsi alle masse» (magari in chiave sindacalistica o sulla linea gobettiana della «rivoluzione delle élites»), ciò che concretamente viene abbrac­ciato e perseguito è l'utopia, senza dubbio reazionaria, di un rigoroso proseguimento, fattosi ormai antistorico, del processo borghese. Per­tanto, il fiume carsico del rifiuto del Risorgimento come «rivoluzione fallita», se ha mutato di forme e di strada ricomparendo alla luce delle battaglie e delle lotte civili, è rimasto però sostanzialmente il medesimo. Lo stesso vuoto politico, lo stesso distacco dalla storia, la stessa ten­sione eversiva, la stessa incapacità a costruire (come a conservare) lo contraddistinguono contro Giolitti, come già prima contro gli eredi im­mediati di Cavour o la paziente e prudente Sinistra di Cairoli e Depretis. E, come è chiaro, esso non potrà avere uno sbocco effettivamente di­verso, non potrà in alcun modo garantirsi un altro destino.

La lezione della storia è lì a confermarcelo: se l'opposizione risor­gimentale al Risorgimento, nella sua prima forma, si è inabissata con Crispi, quando è poi riemersa come antigiolittismo, e dunque nella sua seconda apparizione storica, ha trovato la propria fine inevitabile — sempre lungo la china della politica di potenza — nell'esperimento (ben altrimenti catastrofico, ma egualmente eversivo) dell'avventura fascista. Un simile impressionante ricorso non si sostiene semplicemente, però, su quella verità inoppugnabile, su quella verità di fatto, la quale, per così dire, consacra tutto ciò che è storicamente accaduto. Esso si regge altresì su di un nesso logico profondo, che collega insieme, nella loro origine, nel loro contenuto, nel loro esito conclusivo, i due modi di essere della non mai spenta opposizione anticavouriana: è proprio que­sto un caso in cui è dato riconoscere che il reale è razionale.
La contraddizione decisiva, di fronte a cui si trovano, dopo il '61 come dopo il '98, ogni indirizzo, ogni linea di prosecuzione semplice del processo borghese, è infatti (lo abbiamo già veduto, del resto, esa­minando il significato di fondo del sistema giolittiano) quella della inca­pacità a cogliere e a garantire la realtà della nazione e delle concrete forze sociali e politiche che la sostanziano e che la esprimono democraticamente, in tutta la sua effettuale interezza. La via d'uscita da una situazione siffatta, quanto mai fragile politicamente e alla lunga inso­stenibile, può allora essere soltanto quella di una forzatura dello Stato unitario nella direzione nazionalistica della politica di potenza, attri­buendogli così, per questa strada violenta e surrettizia, se non un senso, una carica, una tensione mistificatrice, di tipo nazionale. Lo stesso Giolitti (appunto per mantenere in piedi il delicato meccanismo con­servatore dei suoi equilibri e delle sue mediazioni) dovette sacrificare a quest'idolo, dovette incorporare una simile componente entro la propria politica, quando nell' '11, e sia pure con tutta l'avvedutezza possibile, inaugurò obiettivamente la mitologia rovinosa della «quarta sponda».
Può sorprendere piuttosto, a tutta prima, che le diverse correnti dell'antigiolittismo abbiano a lungo ondeggiato, nelle loro scelte, tra una critica impostata sui motivi della politica interna e la lusinga delle fascinose diversioni sul terreno internazionale. Sorprende, in­somma, che non abbiano subito seguito l'esempio già illustrato dal Cri­spi, seppure con scarsa fortuna : sorprende, cioè, che non si siano inol­trate con fermezza, e per un'autonoma decisione, lungo la strada del tentativo imperialistico. E tuttavia è un fatto che, nel primo decennio di questo secolo, e in pratica sino alla vigilia della prima guerra mon­diale, i gruppi nazionalisti sono rimasti politicamente e idealmente iso­lati, anche se la loro influenza si veniva mano a mano allargando ai cir­coli intellettuali più impazienti, ai gruppi ideologici meno radicati nelle tradizioni, meno sensibili ai valori specifici della nostra civiltà.
In altre parole, è dato di constatare un'esitazione, un timore quasi, che non è facile comprendere subito. Ma la forzatura nazionalistica dello Stato unitario, quale ormai si era costituito e affermato sulle basi democratiche del sistema di Giovanni Giolitti, era divenuta un'impresa di eccezionali proporzioni, che comportava un'ampiezza di respiro, una vastità di disegno, un vigore, un'energia, di cui certo non potevano es­sere capaci, da sole, le varie forze dello schieramento antigiolittiano.
Contro il trasformismo di Depretis era stata sufficiente (e del resto non senza lunghe lotte e intrighi coperti e accaniti) la cocciuta mono­mania crispina, ancora direttamente connessa al giacobinismo del «par­tito d'azione». Adesso, però, erano entrati nel gioco i socialisti e i cat­tolici. Erano cioè parte attiva della vita civile e politica del paese, erano anzi momento decisivo e non liquidabile dell'organismo statuale, que­ste due grandi correnti, le quali non erano certo scaturite a caso dal nuovo terreno storico arato dal processo risorgimentale, dal momen­to che proprio nella loro carica universalistica (o, come si soleva dire, nel loro internazionalismo) si esprimeva e trovava forma, stori­camente, la caratteristica vocazione universale della nazione italiana. Perciò, oramai, forzare lo Stato in senso nazionalista significava, innan­zitutto, forzare l'intiera nazione; e dunque questa nazione, per la quale nulla vi poteva essere di più innaturale e incongruo. E non voleva dire allora, tutto questo, sprigionare un'ondata di irrazionalismo, di cui non si potevano davvero misurare a priori gli sviluppi e le conseguenze?
Di qui, appunto, le esitazioni, le riluttanze; e però, non appena si disgrega l'intiero assetto degli equilibri europei, e scoppia nel '14 il primo conflitto mondiale, ecco che la scelta, troppo a lungo rinviata, immediatamente si compie. In realtà, proprio inserendosi nello sconvol­gimento generale, le diverse correnti dell'opposizione antigiolittiana possono finalmente acquistar di riverbero quell'energia e quel peso politico che facevano loro difetto, e tutte allora, senza eccezioni, pos­sono confluire da destra e da sinistra nell'interventismo, per imboc­care, abbandonata ogni remora, la strada dell'avventura imperialista.
Naturalmente, all'interno di questo nuovo blocco, le singole posizioni che vi sono approdate giustificano in maniera differente la propria decisione. Così, ad esempio, i conservatori parlano, non senza una ma­laccorta ingenuità, di «sacro egoismo», e con Sonnino concepiscono una loro astratta guerra particolaristica, che dovrebbe sì restituire alla Italia i suoi «naturali confini» e assicurarle una buona volta il ruolo di «grande potenza», ma che, al tempo stesso, non dovrebbe intaccar la sostanza del vecchio assetto europeo, nè modificare troppo profon­damente i rapporti di forza tradizionali. Così, invece, i democratici, sot­tacendo della loro alleanza con lo czar, dirigono decisamente la punta della loro politica contro gli «imperi del militarismo autocratico», ne proclamano necessaria la dissoluzione, legano le loro speranze allo insorgere di nuove nazionalità e nuovi Stati. Così, infine, gli estremisti dell'anarco-sindacalismo e del sovversivismo mussoliniano si spingono addirittura a identificare la guerra con la rivoluzione, la quale, appunto, dovrebbe «uscire dalle trincee».
Quale che sia, però, la diversità delle motivazioni e degli indirizzi, tutte le correnti antigiolittiane finiscono comunque per trovarsi d'ac­cordo su un concetto, su un giudizio storico e politico, che costituisce, in definitiva, la loro base comune. Per esse, cioè, l'intervento dell'Italia nel conflitto mondiale si configura come «l'ultima», come «la quarta guerra del Risorgimento».
Ma se è questo, per così dire, il loro minimo comun denominatore politico, in questo anche si rivela, si smaschera, la loro profonda natura antidemocratica. Viene alla luce, insomma, la loro inestirpabile radice borghese: quella che, come abbiamo già veduto, ha alimentato il loro astratto disegno di un proseguimento rigorosamente classista del pro­cesso risorgimentale, e che dunque ha agito di continuo nel senso di imporre alla lotta politica in Italia un obiettivo affatto antistorico e perciò acritico, utopistico, necessariamente violento. Quando infatti si viene a porre la partecipazione italiana al conflitto mondiale del '14 sullo stesso piano delle guerre del '48, del '59, del '66 e del '70, non si cade soltanto in un abbaglio storiografico quasi incredibile, e non ci si limita neppure a un'operazione chiaramente propagandistica, quale è quella di sublimare, o meglio di gonfiare, le idealità provinciali del­l'irredentismo sino a un significato di generalissima portata nazionale. In realtà, si confessa altresì, e soprattutto, che ogni prosecuzione semplice e diretta della tematica risorgimentale (di là dalle colonne d'Ercole della soluzione cavouriana) si risolve sempre, quando voglia essere realmente operante, nella politica di potenza, e che anzi vi si identifica in modo stretto e senza residui. Di fatto, e proprio per l'ammissione so­stanzialmente esplicita dell'intiero blocco interventista, Risorgimento e imperialismo sono ormai divenuti una cosa sola.
In altre parole, la borghesia italiana, la classe che era stata egemone lungo tutto il corso del processo risorgimentale, ha potuto riprendere nelle proprie mani, in modo pieno ed esclusivo, l'iniziativa politica, ha potuto tornare a essere l'espressione suprema, e unica, della vita nazio­nale, solo perchè ha scelto deliberatamente di lasciarsi risucchiare dall'immane vortice irrazionalistico della crisi imperialista, nella speranza (che fu realtà per lo spazio di un ventennio) di essere risospinta in alto e risollevata stabilmente a sommo dell'onda. E' questo il vero fondo, storicamente concreto, degli avvenimenti e delle cose. E che poi la borghesia abbia vissuto e abbia cercato di far vivere tutto questo come una ripresa del Risorgimento, come una splendente rivincita sulle forze che lo avevano «malamente conchiuso», o «sterilizzato», o «tradito», e quindi come la necessaria riscossa dalla vergogna e dal peso della «rivoluzione fallita», non può più certamente mistificare il nostro giu­dizio, non può non risultarci, oramai, se non come un fenomeno affatto coerente. Dal punto di vista politico e da quello ideologico, questa, e soltanto questa, poteva essere la forma italiana dell'imperialismo.

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