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Premessa...

Sottoponiamo alla vostra attenzione due “schemi di ragionamento” nei quali si sostiene l’importanza, per l’edificazione di un’effettiva sinistra (tale cioè che esista e che una sinistra), di mettere al centro il riscatto del lavoro dipendente dalle condizioni miserevoli e dolorose in cui è ridotto nell’attuale quadro capitalistico. Lo scopo è di aprire fra tutti i lettori di questo sito un dibattito sull’argomento.
Scrivere a travitt@tin.it


I – PER IL RISCATTO DEL LAVORO

CONSTATAZIONI – bisogna risalire parecchio indietro nel tempo per trovare un paragone con l’odierna messa a terra del potere contrattuale e del peso politico-sociale del lavoro. E non a caso si assiste oggi, all’interno stesso del “mondo del lavoro”, ad alcune gravi divaricazioni-contrapposizioni, determinate dal capitale, sintetizzabili così:
  1. da una parte, elitari strati di lavoratori “high tech”, ossia altamente qualificati (“ad alta intensità di conoscenza” – Dominique Foray: L’economia della conoscenza – Il Mulino 2006), ben pagati e persino blanditi; dall’altra gli ancora numerosi lavoratori non o de-qualificati, a salari di fame, utilizzati in mansioni ripetitive e spesso pesanti (“sweat shop”): di ciò le “aristocrazie operaie” versus “bassa forza” di un tempo erano solo una limitata anticipazione, in contesti industriali ormai arcaici;
  2. da una parte lavoratori stabili, sindacalmente organizzati e socialmente protetti (ma fino a quando?); dall’altra il caleidoscopio di lavori o lavoretti precari, saltuari, frammentati, camuffati o semplicemente “in nero” (sia italiani che immigrati);
  3. da una parte i lavoratori “giovani” (massimo 35-40 anni); dall’altra i decotti a soli 45-50, di cui le imprese tendono a disfarsi;
  4. da una parte lavori comunque riconosciuti e remunerati per tali; dall’altra lavori che ormai dovrebbero esserlo ma ne rimangono tuttora lontani (riguardanti specialmente le donne ma non solo);
  5. da una parte le divaricazioni sopra accennate quali si presentano nei Paesi “avanzati”; dall’altra quali sono subite in Paesi “emergenti” o di recente emersione, le cui aree industrializzate o terziarizzate si reggono su condizioni lavorative e remunerative che ricordano quelle della prima nostra “rivoluzione industriale” ottocentesca, e sono circondate da un “primario” ancora pre-moderno

II

Ma bisogna inoltre ACCORGERSI del vistoso riapparire della figura pre-borghese del povero, esterno cioè ad ogni rapporto capitale – lavoro comunque definito. Questa riapparizione avviene in due modi e contesti:

  1. nei Paesi “avanzati” si tratta di coloro che, da membri del c.d.”esercito di riserva” della disoccupazione (rientrante pur sempre, almeno potenzialmente, nel quadro complessivo dell’economia), rischiano di passare o sono passati alla mera superfluità e conseguente definitiva emarginazione sociale;
  2. se e nella misura in cui la globalizzazione è oggi vicina ad essere onniestensiva, si tratta, nei Paesi “del sottosviluppo”, di quel miliardo e più di persone che – strappate dalle ripercussioni del nostro “progresso” alla tradizionale economia di sussistenza comunitaria – sono venute formando il poderoso popolo degli “slums”, delle malattie e della fame (alcuni di loro tentano una via di fuga sui “barconi”, ma sono soltanto, verisimilmente, le prime avvisaglie di quei “barbari” che nessun “muro” o “vallo” è mai riuscito, nella storia, a fermare); quanto ai nostri c. d. “aiuti allo sviluppo”, essi sono sostanzialmente comparabili, in genere e tranne eccezioni, alla medioevale “elemosina” (“Quod superest date pauperibus” – Tommaso d’Aquino).

III

PERCHE’ E COME si sia arrivati a questa profonda depressione del lavoro (e persino estromissione definitiva da esso - vedi II), è noto. Il “compromesso parakeynesiano” tra capitale e lavoro, fondamento del “welfare” nei Paesi “avanzati” e fondato sui margini redistributivi consentiti dal processo produttivo di tipo “fordista”, giunge negli anni ’70 alle sue colonne d’Ercole. Alle giuste lotte dei lavoratori per ulteriori incrementi retributivi a rischio di “far saltare il sistema”, questo ha risposto con la “de-regolazione” economica e finanziaria. Si è passati così a un assetto capitalistico molto diverso, caratterizzato principalmente da:

  1. le c. d. “ristrutturazioni” radicali delle imprese, con massicce espulsioni di lavoro poco qualificato, legate anche alle nuove tecnologie (ma quale fattore potenziante, non determinante di per sé);
  2. la sostituzione di buona parte del lavoro interno (nazionale) con altro a minor costo, attraverso i c. d. “investimenti diretti all’estero” (o anche variamente indiretti);
  3. la de-nazionalizzazione, spersonalizzazione e disubicazione delle imprese, specie grandi, che le rende difficilmente afferrabili da leggi e da difese sindacali;
  4. ma soprattutto, in questo quadro (e da esso consentito e comportato), la reiterazione storica abnorme dello spostamento di significato e potere dalla c. d. “economia reale” alla finanza, o, per meglio dire, del rovesciamento del normale e fondativo rapporto finalistico e “di servizio” di questa rispetto a quella;
  5. rapida ed esplosiva superfetazione della finanza attraverso i vari strumenti “derivati”, “derivati da derivati” e così via, alla stregua di un tumore ormai in onnipervasiva metastasi; rapporto di 9 a 1 tra capitale finanziario e capitale effettivamente investito nella produzione di beni; estrema mobilità “informatica”, da un capo all’altro del globo, di un capitale finanziario valutato ormai in oltre 50 trilioni di dollari, pari cioè all’intero PIL del globo; liquidazione legalmente ammessa e politicamente voluta di ogni distinzione di ruoli e classi di banche, di “investitoti istituzionali”, di intermediari di diritto pubblico e privato, al punto che i vari settori, sotto-settori ed escrescenze finanziarie hanno finito per intrecciarsi, sovrapporsi, confondersi, sino a rendere impossibile non solo ogni controllo “esterno”, ma la stessa comprensione degli operatori anche se specialisti di un singolo ramo (è calzante qui l’espressione dell’ “apprendista stregone”);
  6. che questo incredibile castello di carta (torre di Babele ma per meno nobili intenti) abbia finito per andare in pezzi era prevedibile e, da qualche Cassandra, previsto [c’è ormai una crescente letteratura in merito; particolarmente consigliabile Luciano Gallino: Con i soldi egli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia- Einaudi 2009].

IV

In un simile quadro, i soggetti effettivamente produttivi – le imprese – sono risucchiati, fagocitati e messi alla frusta dai giochi finanziari: ogni aumento o diminuizione di valore delle imprese ha finito per dipendere non dalla ricchezza effettivamente prodotta o dall’attesa capacità di produrla, ma dalla quotazione in borsa, ragion per cui:

  1. i detentori dei pacchetti azionari determinanti (non necessariamente maggioritari, anzi spesso percentualmente minimi) si sono sostituiti alle direzioni aziendali nel decidere le scelte strategiche, le ristrutturazioni, le de-localizzazioni ecc. (cfr. sopra, III-a, b, c);
  2. in particolare sta di fatto che i mercati finanziari apprezzano molto le “ristrutturazioni” delle imprese che danno luogo a minor impiego di lavoro e/o a suo minor costo, cosicché ogni operazione in tal senso genera aumento del valore borsistico delle imprese stesse;
  3. in definitiva, l’obiettivo delle imprese, il loro modo di ricavare plus-valore e profitto, è venuto a dipendere dalla volontà (e dai capricci) dei mercati finanziari, anziché dagli orientamenti dei mercati di beni reali prodotti.

V

Nell’ipotesi che quanto sopra si sia stringatamente avvicinato al vero, ne segue l’esigenza di ristabilire quanto meno un equilibrio tra capitale e lavoro. COME? Ecco alcuni pensieri al riguardo:

  1. bisogna trovare gli strumenti e i modi per una grande, generalizzata e vigorosa mobilitazione sociale e politica del lavoro, a dispetto dello stato di estrema frammentazione in cui attualmente si trova;
  2. a tal fine bisogna focalizzare ed enfatizzare il denominatore comune sotteso a tutte le svariate tipologie contrattuali, paracontrattuali e minicontrattuali secondo cui il lavoro viene oggi in gran parte depresso;
  3. tale denominatore comune è dato dal generale interesse dei lavoratori in questione a uscire dalla precarizzazione e parcellizzazione, verso strutture REALISTICHE d’impiego più semplici e garantite. Ma sono coinvolte anche le categorie per adesso più “protette” (statali, parastatali, ferrovieri, autoferrotranvieri ecc.), nelle quali si stanno infatti notoriamente incuneando – mediante privatizzazioni, appalti, subappalti e così via – rapporti di lavoro parimenti senza sicurezza del “posto”;
  4. ciò non comporta – perché non sarebbe, appunto, realistico né possibile – l’obiettivo di un generale ritorno a rapporti contrattuali univoci dalla gioventù alla pensione di vecchiaia; comporta invece lottare per un sistema di occupazione capace di coniugare (con reciproco vantaggio tra domanda e offerta di lavoro) la flessibilità di cui le imprese hanno bisogno con la garanzia di un reddito comunque certo per i lavoratori, sia nel loro passare da un lavoro a un altro all’interno di una stessa impresa o settore, ovvero da un’impresa o settore a un altro, sia nei periodi d’intervallo eventualmente o probabilmente comportati da tali passaggi;
  5. in effetti, in alcuni Pesi europei ci sono già sistemi normativi in tal senso, e pare diano buoni risultati (Olanda e altri);
  6. In Italia esistono – sia pure allo stato “dormiente” – disegni di legge nella stessa direzione [cfr. ad es. quello intitolato alla “Flex-security”, presentato il 29 maggio 2009 dal senatore PD Ichino e altri; lo si può trovare anche in questo sito web (testo e relazione accompagnatoria integrali);

VI

Promuovere una mobilitazione generale di tutti i lavoratori per gli obiettivi accennati troverebbe certamente largo consenso, anche se andrebbe incontro a rilevanti difficoltà. Si tratta di:

  1. contattare mediante la rete, con convegni e ogni altro mezzo, i lavoratori di ciascuna delle numerose categorie interessate (possono essere utili i “vademecum” predisposti dalla GCIL per le varie tipologie contrattuali);
  2. mettere ciascuna categoria in positivo rapporto di convergenza e collaborazione con le altre (scambi d’idee, esperienze, esigenze, propositi);
  3. far sì che il movimento cominci a scendere visibilmente in campo con pubbliche manifestazioni e ogni altra iniziativa comune;
  4. poco realistica, ma solo in un primo tempo, appare invece la lotta rivendicativa diretta all’interno di ciascuna impresa e frontalmente con i rispettivi datori di lavoro; ciò sarà più agibile quando il movimento si sarà fatto le ossa;
  5. quanto sopra non può evidentemente essere costruito sul e nel vuoto. Occorre una forte pressioni sugli organismi sindacali esistenti (CGIL, COBAS ecc.) affinché si convincano che questa è la principale battaglia da ingaggiare e da appoggiare; un’utile azione di fiancheggiamento può essere ottenuta anche da molte realtà del “Terzo settore”; ma soprattutto occorre costruire strumenti organizzativi “ad hoc”;
  6. occorrono inoltre – è chiaro – una ricezione e una trasmissione delle istanze sostenute dal movimento sul piano partitico e politico-istituzionale; all’obiezione dell’attuale inadeguatezza delle forze politiche in campo si può rispondere che proprio chiamandola a partecipare alla lotta per questi obiettivi socialmente centrali e profondamente sentiti dai lavoratori, si può offrire alla SINISTRA, comunque qualificata, una forte occasione di rinascita;
  7. la si mette di fronte, infatti, all’opportunità di svolgere un ruolo essenziale in collegamento a una grande spinta “dal basso”; e tale ruolo comprende anche e soprattutto il muoversi nel senso di far sì che dalla crisi economico-finanziaria si esca veramente, non attraverso semplici riverniciature di un sistema che ci si illuda di far restare sostanzialmente lo stesso, col supporto statale e quindi con i soldi dei cittadini che pagano le tasse, i quali –colmo della beffa – sono proprio, e fino in fondo, i lavoratori dipendenti; di far sì che invece si pervenga a una generale e profondamente nuova regolamentazione dell’economia e della finanza, quindi a una società organizzata su basi più sane;
  8. la proposta – giova ribadirlo – va avanzata a tutti i soggetti politici in qualunque modo rientranti nella più larga accezione del termine “sinistra”, e ci dovrebbero essere anche, per questa via, fondate aspettative di rinnovamento unitario.

PER UNA SINISTRA CHE ESISTA E CHE SIA TALE

I

Numerose persone hanno partecipato con impegno al tentativo promosso dal “manifesto” per una lista unitaria delle c.d. sinistre italiane alle elezioni europee. Come si è visto il 7 marzo u.s. a Firenze, esso si è spento sul nascere.
Si è avuta così un’ulteriore conferma del fatto che, rivolgendosi in qualunque modo e con qualunque appello alle attuali c.d. sinistre, non c’è possibilità né speranza di rinascita di una vera sinistra in Italia.

II

Tale stato di cose, però, non è la causa ma solo l’effetto dello spiazzamento subito dalla (fu) sinistra di fronte alla svolta – questa, si, radicale – compiuta dal sistema capitalistico negli ultimi trent’anni [cfr. ad es. l’articolo di M. Wievorka sul “Mulino” n.2/2009, commentato su questo sito.
Quella che era una sinistra forte politicamente ed eticamente (in prima fila il PCI) durante la feconda stagione anni ’40-’70, non ha poi saputo reagire in modi consapevoli e incisivi alla “deregulation” Reagan-Thatcher e a una “mondializzazione” svoltasi all’insegna del neo-liberismo più sfrenato, logicamente caratterizzato da un nuovo, inaudito soggiacere dell’economia ai dettami (e ai capricci) di una finanza ormai incontrollabile, con gli inevitabili esiti catastrofici cui stiamo adesso assistendo.
In effetti, il ritardo della (ex) sinistra nel capire significato e portata dei rivolgimenti economico-sociali iniziati negli anni ’70-’80, l’ha lasciata senza nuove, adeguate strategie e l’ha, in definitiva, condannata a morte (come leggere diversamente la scissione tra deriva verso il centro e rimasticazioni comuniste?)
Attualmente, le frammentate e litigiose espressioni che pretendono richiamarsi a quella che fu la sinistra, non sanno andare molto oltre – quali più quali meno – di contestazioni parolaie, generici slogan, vuote manifestazioni di disagio, reazioni inconcludenti. Qua e là – fra i tanti libri, saggi e articoli palinodistici, o insopportabilmente accademici, o comunque confusi e invertebrati – ne compaiono alcuni più seri, scritti da studiosi di varie discipline, contenenti analisi approfondite (o almeno sinceri sforzi in tal senso), che restano però poco letti e ancor meno recepiti. Sono segnali di un rinnovamento culturale futuro o al più – volendo essere ottimisti, come bisogna – albare, in ogni caso a tempi lunghi.

III

Cosa fare allora, “hic et nunc”, sul piano propriamente politico?
Nell’auspicabile ma non sicuro caso che si cominciasse a prendere atto davvero dei molteplici problemi e aspetti sociali di degrado, disgregazione, sopraffazione, la miglior cosa sarebbe focalizzare con particolare attenzione uno di essi, che:

  1. abbia una valenza strutturalmente centrale nel quadro economico-sociale di oggi (anche se, per ciò stesso, strettamente legata a tutto il resto);
  2. sia sentito e sofferto con immediatezza, “sulla propria pelle”, come svuotamento e vanificazione di sé, da una parte cospicua del corpo sociale, e sia paventato dal grosso della parte rimanente, conscia di essere destinata, prima o poi, almeno al pericolo di soggiacervi essa pure;
  3. offra dunque il fulcro più efficace su cui far leva per una vera mobilitazione di massa. Vera, in quanto motivata non da proteste generiche o da reminiscenze ideologiche, ma dalla precisa esigenza di liberazione da condizioni oggettive ben determinate, le quali impediscono – per ragioni e in modi chiari, toccati quotidianamente con mano – un accettabile percorso di vita.

IV

Tutto lascia ritenere che la questione da porre come politicamente prioritaria nel senso e ai fini predetti, sia quella della depressione profonda in cui il capitale ha oggi nuovamente ridotto il lavoro, secondo scelte strategiche comportanti una sua condizione di massima insicurezza e, quindi, di massima debolezza contrattuale. Ne sono colpiti tutti i lavoratori, ma in primo luogo, come è chiaro, quelli, numerosissimi, che – sottoposti alle più varie ed esose tipologie del precariato – si trovano nell’impossibilità materiale di progettare la propria vita, di costruire una famiglia, di dare un significato al proprio stesso lavoro.
Ma allora il discorso non riguarda più soltanto il nostro Paese; esso investe sia tutti i Paesi a capitalismo “maturo”, sia quelli a capitalismo recentemente “emerso” o in via di “emersione”, dove la debolezza contrattuale del lavoro è ancor più marcata e ricorda la prima “rivoluzione industriale” europea [cfr. ad es. L. Goldner sulla classe operaia sud-coreana 1987-2008 e B.J. Silver, Lu Zhang su quella cinese negli ultimi quindici anni, in AA.VV: “La lunga accumulazione originaria” – Ombre corte 2008].
In definitiva, perciò, la battaglia per il riscatto del lavoro, leva decisiva per una nuova sinistra in Italia, dovrebbe iscriversi in quella per una nuova Internazionale dei lavoratori dell’intero mondo di oggi, soprattutto dei più oppressi ovunque dal capitalismo di oggi.

V

Quali i soggetti da coinvolgere coordinatamente ai fini di cui in IV? E’ pensabile vi sia da distinguere tra:

  1. soggetti che già ci sono ma risultano, di per sé soli, insufficienti. In Italia, ad es. la CGIL o parte di essa, organismi del volontariato e del “terzo settore”, alcuni esponenti personalmente più affidabili delle attuali c.d. sinistre e dello stesso PD. Su scala internazionale, i movimenti “altero mondisti” e variamente contestatori attivi in tanti Paesi “sviluppati” e non;
  2. un soggetto propriamente politico che dovrebbe essere – in fecondo collegamento con quelli di cui sopra – sufficiente, ma che ancora non c’è: ossia un partito effettivamente, modernamente di sinistra, all’altezza delle esigenze e dei problemi del mondo di oggi.

Proprio il porre vigorosamente l’obiettivo di mobilitazione dei lavoratori sopra accennato potrebbe fornire un validissimo impulso alla costruzione di un partito siffatto. Gli fornirebbe una ragion d’essere particolarmente forte e incisiva già nell’immediato, consentendogli al tempo stesso, per questa via e da questo punto di partenza, di “prendere per le corna” nei modi più concreti altri grandi problemi di oggi.
Chiamare a raccolta per combattere la depressione del lavoro, infatti, significa anche, fra l’altro, attaccare l’onnipotenza mondiale delle attuali logiche (e assurdità) finanziarie, i cui effetti si sono visti e si stanno vedendo.

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