1) Non vorrei tanto “raccontare” le limitate e puntualizzate esperienze fatte e iniziative curate nella Guinea Bissau (Africa equatoriale) per conto dell’ associazione di volontariato “A,B,C, solidarietà e pace”, per la quale lavoro. Parlare cioè delle scuole rurali, degli orti, dei pozzi, dei centri sanitari promossi da questa associazione in una ventina di villaggi intorno a Mansoa (piccolo centro dell’interno fra “tabanche”, risaie e “mato”), in stretta collaborazione con un’associazione gemella e omonima locale, composta da amici di pelle scura. Queste cose possono forse interessare soltanto qualcuno dei presenti (e qualcuno vorrà forse prendere in considerazione l’idea di fare una “adozione a distanza” con la mia associazione, per sostenere tali circoscritte ma concrete iniziative – per saperne di più si può vedere la documentazione che ho portato). Piuttosto vorrei raccordare queste esperienze a questioni di carattere più ampio, rientranti nei temi di questa sera, particolarmente l’ONU e la sua necessaria, radicale riforma.
2) Da quanto ho visto e sentito in Guinea Bissau, nonché dalle pubblicazioni locali che mi sono portato a casa e che mi sono studiato, emerge che questo piccolo e poverissimo Paese sta dentro i problemi mondiali come qualunque altro. Anzitutto, ovviamente, sta dentro i problemi dell’Africa, che sono tanti e non facili. Ad esempio:
Vorrei fare qualche considerazione sull’ultimo aspetto, lo sviluppo economico, dal punto di vista dell’aiuto che vi diamo noi dei Paesi “avanzati”. Sto parlando, basandomi appunto su quanto ho visto e saputo nella Guinea Bissau, quindi con ogni debita riserva sulle generalizzazioni. Credo tuttavia che quanto avviene lì possa essere indicativo a livello di Africa “nera”.
3) Innanzitutto sia chiaro che in Guinea Bissau, come nel resto dell’Africa, di “aiuti allo sviluppo” internazionali ne arrivano, e non pochi. Come prestiti o a fondo perduto, in Guinea Bissau arrivano aiuti da singoli Stati, come USA, Inghilterra, Francia, Germania, Svezia, Olanda, Portogallo, Cina, qualcosa anche dall’Italia. Ne arrivano dall’Unione Europea, dai Grandi Organismi Internazionali a cominciare da quelli detti “di Bretton Woods”, nonché della stessa ONU. Tuttavia tale e tanto è lo spreco di questi aiuti, da rendere difficile dire se sarebbero sufficienti ove fossero dati in modo più accorto, meno dissennato.
4) Prendiamo gli interventi di maggior rilievo, quelli di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, tanto criticati, e a mio avviso giustamente (ma bisognerebbe vedere meglio come e perché criticarli, fuori da prese di posizione astratte e ideologistiche) Mi si consenta un accenno all’iter storico di tali interventi nella Guinea Bissau.
Gli “Organismi di Bretton Woods” sbarcano in Guine Bissau nei primi anni Ottanta, finanziando e condizionando quello che loro chiamano “Programma di stabilizzazione e ricostruzione” e il governo di Bissau invece (forse per una residuale continuità, almeno nelle parole, col suo tramontante schieramento “geo-politico”), “Primo Piano Quadriennale 1983-86”. Seguitano tuttavia a peggiorare il deficit del bilancio statale e quello della bilancia commerciale, cresce l’inflazione, il debito estero complessivo sale dai 134 milioni di dollari del 1980 ai 307 del 1985. Vi risparmio - per ragioni di tempo disponibile - obiettivi, modalità, insuccessi finanziari e disgrazie sociali dei “Programmi di Aggiustamento Strutturale” sostenuti da BM e FMI nella seconda metà degli anni Ottanta e negli anni Novanta fino alla guerra civile del 1998-99. Questi programmi suscitarono un’ondata di proteste da parte della “intellighenzia” locale. Credo interesserà qualche breve citazione dalla rivista semestrale “Soronda”, edita a cura dello “Instituto Nacional de Estudos e Pesquisa”, un centro culturale di tutto rispetto sito a Bissau. «Non basta dire che la Guinea Bissau ha ora adottato una strategia capitalistica. Bisogna anche vedere di quale capitalismo stiamo parlando.
E’ un capitalismo debole e dipendente, che si regge sull’esportazione di pochi prodotti agricoli e sulle licenze di pesca a compagnie estere. E’ un modello senza futuro, che coesiste con l’impoverimento delle popolazioni rurali e suburbane, confinate nella sussistenza non monetaria. Questo modello non è necessario e non è sinonimo di aggiustamento strutturale. E’ piuttosto una prosecuzione del sistema coloniale» (Fernando Padovani in “Soronda” n.11/1991) I Programmi di BM e FMI «non tengono conto del contesto socio-economico reale in cui vengono a inserirsi. Si fondano sui meccanismi e sulle leggi generali del mercato, mentre questo, nella Guinea Bissau, è imperfetto e disorganizzato, quindi incapace di rispondere correttamente agli stimoli […]. Una regolazione dell’economia non può ottenere risultati soddisfacenti, se il grosso della realtà economica su cui tende a incidere si trova ancora a uno stato pre-monetario […]. I contadini e gli attori del settore informale urbano sono ancora soggetti determinanti nell’economia guineense, è grazie a loro che la popolazione è riuscita e riesce a sopravvivere. Qualunque politica di sviluppo è destinata al ridicolo se ignora questo stato di cose» (Filomena Embalò, ivi, n.16/1993).
Mi permetto di aggiungere che di tale ignoranza ho avuto prova personalmente, conversando con funzionari degli “Organismi di Bretton Woods” addetti alle trattative col governo di Bissau. Non sanno che cos’è una “tabanca” (villaggio); né quindi che la popolazione vive appunto, per tre quarti, nelle “tabanche”, sulla base di un’economia di sussistenza, di autoconsumo; né che il vero polmone commerciale di Bissau è la grande “praça” multicolore e formicolante di Bandim, dove trovi di tutto a basso prezzo e senza IVA; non si curano nemmeno di dare un’occhiata alla carta geografica del Paese. E alla domanda “quale attendibilità hanno i conti che fate con governo?” può capitare di sentirsi rispondere candidamente: “nessuna”.
5) Sugli interventi degli “Organismi di Bretton Woods” nei Paesi poveri, credo che la questione di fondo sia data dal fatto che essi, in sostanza, agiscono indipendentemente dall’ONU. Non c’è, in altre parole, un quadro politico globale facente capo all’ONU, entro cui tali Organismi dovrebbero inserire i loro interventi economici e finanziari. Essi seguono piuttosto loro politiche particolari, influenzate dai governi che contribuiscono ad essi con una “quota” maggiore e che quindi hanno più voce in capitolo nel Consiglio di amministrazione. E’ significativo il fatto che l’ONU, sul piano degli aiuti economici, ha un braccio proprio, cioè l’UNDP (United Nations Development Program), anziché agire appunto attraverso FMI, BM e altri organi.
6) In realtà, come ben sappiamo, allo stato degli atti l’ONU, pur essendo l’unico organismo propriamente politico di portata mondiale, è debole e spesso assente. Nelle grandi crisi mondiali o se ne fa a meno, o la si invoca solo come legittimazione e copertura. La cura effettiva degli affari mondiali è in mano a un solo Paese, gli USA, che la esercitano dichiaratamente in funzione dei propri interessi nazionali. Ma vicende come quelle dell’Afghanistan e dell’Iraq hanno dimostrato l’insufficienza e incapacità politica di questa gestione USA delle questioni mondiali, tutta affidata com’è alla sola forza tecnologico-militare. Viene da dire che la superiorità tecnologico-militare è il Vallo o Limes dei tempi nostri, destinato a fare la fine di tutti i Valli o Muraglie costruite nel corso della storia.
7) Penso che non solo i nostri governi e le nostre forze politiche, ma tutti noi siamo in ritardo rispetto alla necessità di prendere coscienza della dimensione mondiale dei grandi problemi di oggi. Quasi che la parola “globalizzazione” fosse un mero slogan da lasciare ai più arrabbiati fra i “movimenti”. L’Unione Europea, certo, è di primaria importanza, ma credo che essenziale sia oggi la questione di una nuova ONU. Ricordiamo come l’UE abbia tratto grande impulso dal lavoro svolto dal Parlamento Europeo, il quale, sebbene dotato di poteri alquanto parziali, ha saputo spesso far “passare” provvedimenti e impostazioni di grande portata. Forse un traguardo utile e non impossibile potrebbe essere quello di puntare su un Parlamento Mondiale, in sede ONU, eletto col suffragio universale, “una testa un voto”. Anche se, in un primo tempo, lo si può immaginare dotato soltanto di funzioni consultive, potrebbe costituire un inizio di riforma vera dell’ONU, coinvolgente tutti i cittadini del mondo, inclusi quelli dei Paesi più arretrati.
Sarebbe una cosa difficile da realizzare praticamente? Ma nella Guinea Bissau, per esempio, di elezioni politiche interne - bene o male e purchè finanziate dall’ estero - se ne tengono. Non si vede quindi perché i contadini e le contadine delle “tabanche” non potrebbero votare anche per un Parlamento mondiale. Per loro sarebbe un modo di aprirsi a più larghi orizzonti.